L’Avvocato dell’Atomo: “Incidente nucleare? No al catastrofismo”


In questi giorni di conflitto accompagnato dalla paura di incidenti alle centrali nucleari ucraine, c’è chi fa l’avvocato del diavolo, anzi dell’atomo, e cerca di mettere dei paletti al terrore. A gettare acqua sul fuoco, o meglio sul nucleo, è L’Avvocato dell’Atomo: la sua pagina Facebook, aperta nel 2020 con l’obiettivo di fare divulgazione scientifica, è seguita da più di 56mila persone e ora sta dedicando spazio ed energia ad approfondire le notizie che circolano, da Chernobyl a Zaporižžja. 

“L’allarme c’è ma non va gonfiato in maniera sproporzionata. Bisogna smettere di pensare e che gli impianti nucleari siano pronti a esplodere al minimo tremolio e che a fronte di un qualsiasi danno possa esserci la fine dell’umanità o dell’Europa. Questa possibilità non c’è e non è mai esistita – spiega all’AdnKronos l’Avvocato dell’Atomo, al secolo Luca Romano, laureato in Fisica Teorica – E’ giusto essere preoccupati, anche il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica Grossi ha espresso preoccupazione. Ma un conto è esprimere una preoccupazione legittima, un conto è fare catastrofismo. Il panico in guerra aiuta sempre il nemico, non è un caso che ci sia un appello dell’American Nuclear Society a non farsi prendere dal panico perché si rischia di danneggiare la resistenza ucraina”. 

Vediamo con l’aiuto di Luca Romano quali sono gli elementi di sicurezza da tenere in considerazione quando si parla di centrali nucleari. 

Innanzi tutto, “si tratta di reattori che hanno sistemi di sicurezza automatici, il più importante dei quali è il sistema di arresto di emergenza chiamato Scram per cui, se c’è ad esempio una vibrazione anomala dovuta a una bomba che cade o se c’è un danno al sistema di raffreddamento o un black out, il reattore si spegne. Questo rende impossibile uno scenario alla Chernobyl”, spiega Romano. I reattori, poi, hanno edifici di contenimento in cemento armato studiati per resistere ai colpi di artiglieria convenzionale: “se si vuole provocare un incidente nucleare non è impossibile farlo ma non succede per caso, deve essere una scelta intenzionale fatta a utilizzando artiglieria anti bunker”. 

Aumentano i livelli di radioattività nell’area della centrale di Chernobyl, è vero? “Vero, il motivo è il passaggio di mezzi pesanti che hanno sollevato le polveri radioattive. Per quella zona particolare, non sono stati valori fuori scala, anomali sì ma non preoccupanti, e nel giro di 48-72 ore sono rientrati nella norma. Se si fanno i campionamenti dei livelli di radioattività nella zona di esclusione di Chernobyl, l’aria di per sé non è per niente radioattiva, forse meno inquinata di quella che sto respirando io a Torino in questo momento. La radioattività è più che altro nel terreno”.  

Le centrali di Chernobyl e Zaporižžja possono essere messe sullo stesso piano? “Neanche per sogno. La centrale di Chernobyl – spiega Romano -era fatta con reattori Rbmk (reattore di grande potenza a canali), reattori che avevano vantaggi sotto i profili economico e della scalabilità, e molto convenienti per la possibilità di produrre plutonio a fini militari”. Insomma, con una doppia finalità d’uso, civile e militare. “Le caratteristiche di questi reattori li rendevano meno sicuri, non avevano l’edificio di contenimento, che non serve solo a proteggere il reattore dall’artiglieria ma soprattutto a proteggere dall’eventuale rilascio di radiazioni”.  

I reattori di Zaporižžja sono invece di tipo Vver, cioè ad acqua pressurizzata. “Qui non si può avere un effetto di retroazione del refrigerante che aumenti il tasso di reazioni nucleari, come è successo a Chernobyl, e non essendoci grafite nel nocciolo, questo non può prendere fuoco (a differenza di quello di Chernobyl). Sono due cose completamente diverse. Poi il sistema di spegnimento di Chernobyl andava attivato manualmente e ci volevano diversi secondi per spegnere il reattore; nel caso di Zaporižžja si attiva automaticamente e nel giro di un secondo e mezzo il reattore è spento”. 

 

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