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Interviste

Da “Un posto al sole” a “La Sposa”, intervista esclusiva ad...

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Da “Un posto al sole” a “La Sposa”, intervista esclusiva ad Antonella Prisco

Antonella Prisco nasce a Nola, ad una manciata di chilometri da Napoli, nel 1982. Cresce nella tranquilla provincia campana seguendo un proficuo percorso di studio e cullando senza sosta un sogno nel cassetto: diventare attrice. Una volta laureatasi in Sociologia all’Università di Salerno, si trova ad affrontare una difficile scelta: chiudere una volta per tutte quel cassetto o lasciare che i suoi sogni prendano il volo. Inizia quindi a formarsi in ambito teatrale con una moltitudine di autori.

Lo studio, da ora in poi, andrà sempre nella direzione attoriale. Esordisce nel 2005 nella fiction “Orgoglio”, al fianco di Elena Sofia Ricci, dove interpreta due stagioni. Nel 2015 la grande occasione che la porterà quotidianamente sugli schermi di milioni di italiani: le viene affidato il ruolo di Mariella Altieri nella celeberrima soap opera “Un posto al sole”. Un ruolo che cresce nel corso delle stagioni e si fa sempre più centrale, confermando anno dopo anno Antonella nel cuore delle complesse vicende umane di Palazzo Palladini. Ma la parabola di Antonella non sembra volersi fermare: è di quest’anno il suo ruolo nei panni di Nunzia, co-protagonista della miniserie tv “La Sposa”. Abbiamo fatto quattro chiacchiere con lei, su passato, presente e futuro.

Il tuo percorso di formazione ti ha portata ad ottenere una laurea in sociologia, ma non hai indugiato nella scelta di seguire la decisamente più rischiosa carriera di attrice. Quali sono stati i tuoi primissimi passi a riguardo? Come li hai vissuti?

“Era una strada incerta e sconosciuta quella che ho seguito e in quel momento avevo l’impressione che gli studi universitari mi distraessero dall’obiettivo: essere un’attrice. Poi ho capito che è stato un valore aggiunto, poter parlare di tutto, con tutti e non avere una formazione esclusivamente da attrice mi ha completata e dato ulteriori strumenti per fare al meglio il mio lavoro.”

Sempre rimanendo alle radici della tua carriera, raccontaci un po’ meglio quell’aneddoto che riguarda te e Alberto Sordi in visita all’Università di Salerno per la sua laurea honoris causa. Si raccontano molte storielle a riguardo e vorremmo sapere da te com’è davvero andata.

“Ero all’università e come al solito non pensavo ai corsi da seguire ma al mio sogno da inseguire. Seppi che quel giorno gli avrebbero conferito la laurea ad Honorem e spiai la security per capire dove lo avrebbero portato dopo… dovevo incontrarlo. Dopo ore di appostamento nascosta in un’ala dell’uni pensai che avessero cambiato destinazione e sconfortata chiamai l’ascensore… ma quando si aprì me lo trovai di fronte… ci ero riuscita… e ho capito che per fare questo lavoro ci vuole tanta tanta determinazione e pazienza… saper aspettare a volte non è star fermi…”

Cosa ha rappresentato per te nel 2005 l’esordio in una fiction TV ambiziosa come “L’orgoglio” al fianco di grandi figure della tv italiana come Elena Sofia Ricci, Daniele Pecci e Paolo Ferrari?

“È stata la prima esperienza che mi ha fatto capire cosa significasse stare su un set, quali i ritmi di lavoro. La persona che ho conosciuto in quell’occasione e con la quale ha avuto l’onore di confrontarmi è stato Paolo Ferrari… umano, straordinario, non lo dimenticherò mai.”

Quanto c’è della donna Antonella Prisco nel personaggio di Mariella Altieri?

“C’è tanto… Mariella mi ha cambiato la vita… è cresciuta dentro di me, dando voce tal volta in maniera ironica ma tanto vera a delle mie paure, incertezze che nella vita vera forse non avrei mai avuto il coraggio di dire ad alta voce.”

Cosa significa per un’attrice, sia a livello personale che professionale, essere legati per così tanto tempo ad un ruolo, come è successo a te con Mariella? Con il passare del tempo la sfida diventa sempre più difficile o subentrano certi automatismi per cui diventa tutto più immediato?

“Gli automatismi “buoni” cioè quelli che ti fanno fare bene il tuo lavoro sul set e tenere ritmo mi piacciono. Gli automatismi che riguardano il personaggio preferisco scansarli… non vorrei mai che il mio personaggio si adagiasse, cerco sempre di dare il meglio, di trovare un’evoluzione come accade nella vita reale a tutti… non bisogna mai fermarsi ma crescere e confrontarsi… in questo gli scrittori di Upas mi aiutano tanto, sono uno stimolo continuo.”

Quant’è importante, in un ruolo così protratto nel tempo come è il tuo caso con Mariella, riuscire a creare un solido rapporto umano con l’interprete della sua storica controparte amorosa nella serie, il comandante dei vigili Guido del Bue interpretato da Germano Bellavia? Quanto conta il dietro le quinte?

“È un aspetto importantissimo: essere sereni sul set, trovare un appoggio, un confronto fa tanto nella resa del personaggio e della stessa storia. Voglio tanto bene a Germano, c’è rispetto e soprattutto tante risate…”

Raccontaci qualcosa di più riguardo alla tua esperienza del 2015 in “Alle falde del Kilimangiaro Summer Night” al fianco di Dario Vergassola e Camila Raznovich.

“È stato un intervento molto divertente, Dario ha un’ironia intelligente e sottile, di quelle che ti inchiodano. È sempre bello confrontarsi con professionisti come lui.”

Nel 2015 hai avuto occasione di partecipare alla Scuola di perfezionamento per attori del Teatro Stabile Mercadante diretta da Luca De Filippo, poco prima della sua prematura scomparsa. Cosa ricordi di quell’esperienza di studio con un grandissimo del teatro napoletano e italiano?

“È stata un’esperienza che mi ha dato tanto. Un giorno a lezione ho avuto l’onore di esibirmi di fronte a lui, non potevo crederci… le sue erano sempre parole di incoraggiamento, mai distaccato… manca…”

Com’è stato declinare il tuo talento interpretativo per una figura come la Nunzia della nuovissima miniserie TV “la Sposa” di Giacomo Campiotti, profondamente diversa per contesto e indole dalla Mariella di “Un posto al sole”?

“Un attore vive per questo, per confrontarsi con ruoli diversi, provarsi, sfidarsi… e quella di Nunzia è stata una sfida meravigliosa. La paura era tanta, ho dovuto fare i conti con un dialetto che non era il mio ma alla fine leggere e incontrare persone che mi dicono di essersi affezionate a Nunzia, non ha prezzo… Ringrazio Giacomo per l’occasione che mi ha dato.”

Una delle caratteristiche più interessanti del personaggio di Nunzia è la sua sostanziale inconsapevolezza della propria condizione. E’ assoggettata a delle dinamiche profondamente maschio centriche della società e del tempo che vive, eppure sembra abbia trovato da qualche parte le risorse per sopportare, resistere e anche ironizzarci sopra. Cosa ti è arrivato dal vestire i suoi panni, così complicati e complessi?

“Ho capito che solo una donna avrebbe mai potuto sopportare tanto… annullarsi, accettare una condizione così estrema… L’uomo è capace di prendersi cura di sé, di tutelarsi, la donna un po’ meno e lo ha dimostrato la storia. Vestire i suoi panni mi ha fatto capire quanto c’è ancora da fare per poter parlare di parità… e forse il cambiamento deve arrivare da noi donne perché siamo meno solidali tra di noi, proprio perché capaci di sopportare…”

Due anni fa sei diventata madre di Vincenzo. Cosa ha portato nel tuo bagaglio artistico di attrice un’esperienza così forte e totalizzante come quella della maternità?

“Avevo paura di diventare madre. Questo cambiamento così grande mi spaventava, avevo paura di “perdermi”. Invece è stato il contrario… come dicevo prima le sfide ci fanno crescere ed essere genitore è una gran bella sfida… ma l’amore che senti e quello che ti ritorna è una cosa che auguro di provare a tutti.”

Hai da pochi mesi terminato le repliche de “Lo zio del medico dei pazzi” per la regia di Gianfranco Gallo all’Augusteo di Napoli, e la tua carriera teatrale è disseminata di esperienze nel corso degli anni. Cosa cerchi e cosa riesce a darti il mondo del teatro rispetto a quello della TV?

“È un aspetto del mio lavoro che mi completa quello del teatro. Ci sono energie e sinergie diverse che entrano in gioco. Quello che in assoluto mi manca in questo momento, più che le relazioni che si instaurano sul palcoscenico con i colleghi, è il rapporto col pubblico. A teatro un attore fa l’amore con il suo pubblico, cerca di sedurlo, di tenerlo col fiato sospeso, di affascinarlo in qualche modo e quando alla fine arriva l’applauso e la corrispondenza di amori sensi si è stabilita… nessuno dei due dimenticherà più quella sera dove ci si è conosciuti e amati in qualche maniera.”

Se la te stessa adolescente potesse vedersi al futuro e avesse te davanti, donna adulta e attrice professionista con alle spalle il tuo intero percorso, credi che sarebbe soddisfatta?

“Quanto amo questa domanda!!! Io ci parlo spesso con la mia Anto 16enne… e le dico: hai visto, è stata dura, abbiamo pianto tanto, a volte abbiamo anche perso la speranza… ma alla fine le do una pacca sulla spalla e penso: siamo sulla strada giusta… non ti ho delusa e spero di continuare così…”

*Foto di Giuseppe D’Anna
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Animato da un’indomabile passione per il giornalismo, Junior ha trasceso il semplice ruolo di giornalista per intraprendere l’avventura di fondare la sua propria testata, Sbircia la Notizia Magazine, nel 2020. Oltre ad essere l’editore, riveste anche il ruolo cruciale di direttore responsabile, incarnando una visione editoriale innovativa e guidando una squadra di talenti verso il vertice del giornalismo. La sua capacità di indirizzare il dibattito pubblico e di influenzare l’opinione è un testamento alla sua leadership e al suo acume nel campo dei media.

Attualità

Storia di un’adozione: Il coraggio e la rinascita di...

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Oggi incontriamo Fatima Sarnicola, una ragazza la cui vita è un viaggio intenso e toccante di coraggio, resilienza e speranza. Nata in un piccolo villaggio della Lituania, Skaciai, Fatima ha vissuto i suoi primi anni tra gli orfanotrofi, dove ha subito abusi e maltrattamenti. Nonostante queste esperienze traumatiche, ha sempre avuto dentro di sé una forza straordinaria che l’ha aiutata a sopravvivere e a sognare una vita migliore. A soli otto anni, la sua vita ha preso una svolta decisiva quando è stata adottata da una coppia italiana amorevole, iniziando così un nuovo capitolo della sua esistenza.

L’arrivo in Italia non è stato privo di sfide, Fatima ha dovuto affrontare non solo l’adattamento a un nuovo ambiente e a una nuova lingua, ma anche il bullismo a scuola. Questi momenti dolorosi l’hanno colpita profondamente, ma hanno anche alimentato la sua determinazione a non arrendersi mai. Ricorda ancora come, nonostante gli insulti e le umiliazioni, ha trovato la forza di continuare a studiare e a lottare per dimostrare il suo valore. La sua esperienza scolastica, sebbene segnata da difficoltà, le ha insegnato l’importanza della resilienza e della perseveranza.

Il giorno in cui è stata adottata è uno dei ricordi più preziosi di Fatima. Descrive con emozione il primo incontro con i suoi genitori adottivi, l’iniziale paura di fronte a un uomo senza capelli, e l’incanto nello sguardo amorevole di sua madre. La loro presenza ha rappresentato per lei la fine di un incubo e l’inizio di una vita piena di amore e protezione. Questo amore incondizionato l’ha aiutata a guarire le sue ferite e a costruire una nuova identità, trovando finalmente la sicurezza e il calore di una vera famiglia.

Fatima ha trovato il coraggio di condividere la sua storia sui social media, inizialmente come sfogo personale, ma presto si è resa conto del potente impatto che poteva avere sugli altri. Grazie al supporto e ai consigli della sua famiglia adottiva, ha iniziato a raccontare il suo passato su TikTok, attirando l’attenzione di migliaia di persone. Questo ha portato alla creazione del gruppo Telegram “Noi siamo una famiglia“, una comunità di oltre 140 ragazzi adottati, e del podcast “Storie di adozioni“, dove le esperienze personali diventano fonte di ispirazione e sostegno.

Uno dei momenti più significativi del suo percorso è stato il viaggio di ritorno in Lituania, dove ha rivisto i luoghi del suo passato. Questo viaggio le ha permesso di confrontarsi con i suoi ricordi e di fare pace con la sua storia. Ha promesso a se stessa di usare la sua esperienza per aiutare gli altri, e da questa promessa è nato “AdoptLife“, il primo magazine italiano dedicato all’adozione e all’affido. Con “AdoptLife”, Fatima vuole fornire informazioni accurate, risorse utili e storie di vita che possano guidare e supportare le famiglie adottive e chiunque sia coinvolto in questo percorso.

Gestire una comunità online e affrontare le critiche sui social media richiede forza e determinazione, così Fatima ha imparato a trasformare le critiche in opportunità di discussione, mantenendo sempre il focus sul suo messaggio di speranza e resilienza. Grazie al supporto della sua famiglia e dei suoi collaboratori, è riuscita a mantenere l’integrità del suo progetto e a continuare a offrire supporto a chi ne ha bisogno.

Il suo percorso accademico in Scienze Biologiche è un altro aspetto della sua straordinaria storia. Nonostante le difficoltà iniziali, Fatima ha perseverato e ha continuato gli studi. Il suo sogno è contribuire alla ricerca contro i tumori, utilizzando le sue competenze per fare la differenza nella vita delle persone. Questo desiderio di aiutare gli altri è il filo conduttore della sua vita, dalla sua infanzia difficile alla sua carriera accademica e oltre.

Fatima ha anche una visione chiara per il futuro di “AdoptLife”. Vuole trasformare il magazine in una pubblicazione cartacea disponibile in tutta Italia e in altri Paesi europei, creando una rete di supporto internazionale per le famiglie adottive. Il suo obiettivo è abbattere i pregiudizi legati all’adozione e all’affido, promuovendo una maggiore comprensione e accettazione di queste realtà. L’impegno di Fatima è instancabile e la sua passione per aiutare gli altri stanno cambiando il panorama dell’adozione in Italia, offrendo speranza e supporto a molti che, come lei, cercano una seconda possibilità.

Noi l’abbiamo incontrata in esclusiva ed ecco un’intervista che, anche se un po’ più lunga del solito, vi consigliamo vivamente di leggere: le sue parole toccanti e sincere vi porteranno a conoscere una storia di rinascita, forza e amore che non potrete dimenticare.

Fatima, nella tua infanzia in Lituania hai vissuto esperienze drammatiche, tra cui maltrattamenti e abusi nei vari orfanotrofi in cui sei stata. Come pensi che quei momenti difficili e traumatici abbiano plasmato la tua forza interiore e la tua capacità di affrontare le sfide della vita? Quali strategie o risorse personali hai sviluppato per superare quei traumi e trasformarli in una fonte di resilienza?

Ho sempre creduto di essere nata forte. Mi sono ritrovata ad affrontare il male più volte ma non mi sono mai lasciata intimorire. All’orfanotrofio, quando subivo maltrattamenti, sentivo che avrei superato qualsiasi situazione spiacevole, e così è stato. Mi sono sempre rialzata quando gli altri mi facevano cadere, sempre. Non nego che ogni volta che mi rialzavo, al mio corpo si aggiungeva una cicatrice in più, ma da piccola ragionavo in questo modo: se ho una cicatrice in più vuol dire che ho lottato e che quindi ho vinto. La forza è dentro di noi, ma ammetto che tirarla fuori per proteggersi non è semplice. Ciò che è scattato nella mia mente nel momento in cui ho capito di essere stata abbandonata è stato un istinto di sopravvivenza. Volevo farcela, volevo vivere, e soprattutto volevo una famiglia. La fede è stata ciò che mi ha aiutato in quei momenti di silenzio. Pregavo tanto insieme alle mie compagne di stanza; ci inginocchiavamo a terra guardando la finestra con il desiderio di uscire da quelle mura. Credevamo che quello fosse l’unico posto al mondo esistente, che oltre quel bosco non ci fosse niente. Quando poi sono stata adottata, ho capito che non era così, e la mia vita è cambiata. Ammetto che quando mi sono sentita parte di una famiglia, ho messo a riposo la mia forza e mi sono lasciata coccolare. Mi sentivo stanca e avevo bisogno che qualcuno finalmente si prendesse cura di me e della mia sorella biologica, con cui sono stata adottata. Mi dicevo: “Ora ho una famiglia, non serve che lotti più per essere felice.” Questo pensiero è nato grazie all’amore con cui i miei genitori mi hanno avvolta e cresciuta. I miei traumi non hanno consumato il mio essere perché io sono stata più forte di loro, soprattutto perché ho vissuto cose orribili e ce l’ho sempre fatta. Non nego che l’unica paura che avevo era quella di un nuovo abbandono, ma nel momento in cui sono atterrata in Italia con la mia nuova famiglia, ho capito che potevo lasciar andare via quel pensiero. Ciò che mi ha più scosso è stato il ritorno delle persone del mio passato, come fratelli, sorelle, e zii, che mi cercavano con delle lettere e poi sui social. Questa è stata la difficoltà più grande che ho dovuto affrontare, perché inizialmente non volevo confrontarmi con la mia storia. Anche se provavo ad andare avanti, c’era sempre qualcuno che mi riportava indietro. Ma anche questo è stato superato grazie alla presenza e al sostegno della mia famiglia. Quando noi ragazzi adottati abbiamo tre elementi fondamentali: amore, protezione e ascolto, non c’è bisogno di applicare nessuna strategia per stare bene. Se i nostri genitori adottivi adottano anche la nostra storia, ci sentiamo a casa e la nostra forza diventa ancor più grande, e il futuro non ci spaventa. Anche nei momenti più bui, ho cercato di trovare una scintilla di speranza e di costruire su di essa. Inoltre, ho imparato l’importanza del perdono, sia verso me stessa che verso chi mi aveva fatto del male. Ho capito che portare rancore non avrebbe fatto altro che prolungare il mio dolore. Perdonare non significa dimenticare, ma permette di liberarsi da un peso emotivo che impedisce di andare avanti.

Quando sei arrivata in Italia a otto anni, hai dovuto affrontare non solo l’adattamento a un nuovo ambiente e a una nuova lingua, ma anche il bullismo a scuola. Puoi raccontarci come hai vissuto questi momenti e in che modo sei riuscita a trasformare quelle esperienze dolorose in una motivazione per aiutare altri ragazzi adottati? Ci sono stati episodi specifici o persone che ti hanno aiutato a trovare questa forza interiore?

Quando qualcuno mi chiede “Fatima, ma ti manca la scuola?”, rispondo subito con un “no” deciso, perché ho sofferto tanto. Prima di arrivare in Italia, frequentavo già la scuola e venivo presa in giro perché ero l’unica orfana della classe. Quando il bullismo si è ripresentato anche nella mia nuova scuola, nella mia nuova vita, non ci ho più visto. Le offese e i pregiudizi erano pesanti e anziché diminuire, aumentavano col passare degli anni scolastici, non solo da parte dei miei compagni di classe, ma anche dagli insegnanti. L’unico voto alto che presi a scuola fu in quinta elementare perché vinsi una gara di corsa senza fare allenamento. Nessuno sapeva che correvo spesso per scappare dall’orfanotrofio, quindi l’allenamento c’era eccome. Portai la coppa a casa, ma non ne fui felice. Col tempo però ho realizzato che quella vittoria rappresentava molto di più di un semplice trofeo: era la prova della mia resilienza e della mia capacità di trasformare una situazione negativa in qualcosa di positivo. Riguardo allo studio, invece, avevo una curiosità fuori dal normale, e ci rimanevo male quando, nonostante passassi pomeriggi interi a studiare dopo la scuola, i voti restavano bassi e finivo l’anno con debiti. Non sono riuscita nemmeno a diplomarmi con un voto alto, eppure, durante l’esame orale, c’erano più di trenta ragazzi vicino alla porta ad ascoltarmi e i professori smisero di leggere il loro giornale quando iniziai a parlare. Come ho fatto a convivere con questo continuo bullismo? Soffrendo. Tornavo a casa piangendo un giorno sì e un giorno no. Altre volte non riuscivo a rimanere tutte le cinque ore in classe e chiedevo un permesso per uscire prima, altre volte ancora mi rifiutavo di andarci. Sentivo che qualsiasi cosa facessi, che sia studiare o relazionarmi, non sarebbe servito a nulla. Diventavo simpatica ai miei compagni di classe solo quando alzavo la voce contro i professori dicendo che ero stanca di non ricevere mai voti alti, di sentirmi sempre una stupida straniera. “Fatima oggi litiga con la prof così non facciamo lezione,” dicevano. E quando provavo a difendermi da queste affermazioni, tutta la classe mi andava contro insultandomi: “Sei una figlia falsa, torna nel tuo Paese, sei bruttissima, vai dal chirurgo plastico, non sai parlare, con noi non esci”. E infatti uscivo con altri ragazzi adottati o con il fidanzatino. La mia famiglia ha sempre fatto presente questa mia sofferenza alla scuola, ma a nessuno sembrava importare. Pochi professori sono riusciti a capirmi e a trattarmi normalmente, come una ragazza che desiderava studiare. Fu un insegnante a far emergere la mia storia: i miei genitori avevano sempre preferito tacere per evitare che mi trattassero diversamente, e da quel momento il bullismo si concentrò non solo sul mio aspetto esteriore ma anche sulla mia storia. Dopo questo, ho desiderato il giorno della maturità come il giorno dei regali di Natale. Ho usato nuovamente la mia forza per resistere a quei momenti, sostenuta dall’unione della mia famiglia. Ma non nego che mi fa male sentire che molti ragazzi adottati vengono trattati come sono stata trattata io. I genitori mi scrivono dicendo: “Ho dovuto far cambiare scuola alla mia bambina perché la chiamavano orfanella, eppure una famiglia ce l’ha”, oppure i figli mi scrivono dicendo: “Mi bullizzano, non so più come fare”. Questo succede perché a scuola l’adozione non viene sensibilizzata. Bisognerebbe farlo, insegnando che un figlio adottivo non è un figlio diverso, ma piuttosto un figlio con una storia speciale, con un inizio di vita diverso. Il legame di sangue non supera il legame adottivo, perché è l’amore la chiave di tutto. Il mio motto, da me creato, è: “Usate l’amore per insegnare la vita”. Un motto che desidero venga interiorizzato da tutti, specialmente dagli insegnanti, affinché insegnino che l’adozione è un tema universale; dai genitori, perché attraverso il supporto si insegna il concetto di famiglia, dell’amore per sé stessi e verso gli altri, della vita; e dai figli adottivi, per non dimenticare che l’amore è un sentimento che meritiamo e che dobbiamo sempre proteggere. I pregiudizi ci saranno sempre, le difficoltà nella vita aumenteranno, ma se ci ricordiamo ciò che abbiamo vissuto, ci ricordiamo anche che siamo forti e che quindi ogni evento spiacevole può diventare un insegnamento per affrontare qualsiasi situazione con ottimismo e soprattutto con coraggio. E concludo dicendo che un voto basso non determina la vostra bravura. Considerando le difficoltà che avete dovuto superare, sappiate che quel 4, 5 o 6 è un ben oltre di un 10. Non tutti hanno la sensibilità di capire la vostra storia e, soprattutto, il vostro valore. Rendete orgogliosi voi stessi, il tempo farà il resto.

Il giorno in cui sei stata adottata dai tuoi genitori italiani è stato un momento di svolta nella tua vita. Puoi condividere con noi le emozioni, le paure e le speranze che hai provato durante quel primo incontro? Come è cambiata la tua percezione della vita e della famiglia in quel momento e nei giorni successivi?

Il giorno in cui sono stata adottata è stato il più bello della mia vita. Il 12 novembre 2006 siamo diventati ufficialmente una famiglia. Ho conosciuto i miei genitori nello stesso anno, ad agosto. L’iter dell’adozione in Lituania prevedeva due viaggi per conoscere il bambino abbinato; quindi, i miei genitori li conobbi durante il periodo climatico più favorevole. Ricordo l’emozione appena li incontrai e la paura per la mancanza di capelli sulla testa del mio papà. Non avevo mai visto un uomo senza capelli, ma questa paura si alleviò con un regalino da parte sua. Rimasi incantata dagli occhi di mia madre e dal suo sguardo buono. Sentivo dentro di me vibrazioni positive e ogni giorno che passava speravo di avere il potere di fermare il tempo e restare con loro per l’eternità. Purtroppo, il nostro primo incontro finì dopo una settimana e i miei genitori ripartirono per l’Italia, lasciandomi giochi, soldi e il loro profumo sui miei vestiti. Una cosa per cui sono stata molto grata è la scelta di adozione anche della mia sorellina Anna, che avevo conosciuto due anni prima ma che poi non avevo più avuto la possibilità di vedere. Quando la andammo a prendere per passare quella settimana insieme, capii che c’era la possibilità di andare via da quel posto tutte e due insieme. Quando pregavo, lo facevo dicendo anche il nome di mia sorella. Dal nostro incontro sentivo di avere una ragione di vita per smettere di scappare dall’orfanotrofio e attendere. Rividi successivamente i miei genitori ad ottobre e passammo un mese e mezzo insieme, proprio come una famiglia. I miei affittarono un appartamento a Vilnius, la capitale della Lituania, e dal giorno dopo iniziammo a chiamarli mamma e papà. Legammo da subito. Mamma mi comprò tantissimi vestiti e cose buone da mangiare. Nella valigia portarono dall’Italia DVD di cartoni animati in italiano e manuali per imparare la nuova lingua. Piano piano espressi il desiderio di cambiare nome e così, con il tempo, imparai ad amare “Fatima” e tutto l’amore che i miei genitori mi davano ogni giorno. Ricordo che alla sentenza con il giudice dissi: “Voglio partire per l’Italia con la mia sorellina e con i miei genitori,” e gli bastò questa affermazione per capire che ero pronta a lasciare quel capitolo della mia vita. Ricordo anche che la sera prima di partire avevo paura di essere lasciata lì e passai una notte intera sveglia a guardare la macchina parcheggiata nel cortile, ma provavo anche l’emozione di vivere la vita che sognavo nell’orfanotrofio. Sembra sempre che le parole non siano abbastanza per descrivere quel giorno, ma posso dire che quando qualcuno mi chiede quando io sia nata, desidero rispondere nel 2006 anziché nel 1998. Quel giorno ha segnato una svolta radicale nella mia percezione della vita e della famiglia. Con l’adozione ho iniziato a sognare in grande, a immaginare possibilità che prima sembravano irraggiungibili. La mia mamma mi insegnava l’italiano con pazienza, mentre mio papà mi raccontava storie della loro vita in Italia, facendomi sentire parte di qualcosa di speciale. L’amore dei miei genitori mi ha insegnato che non importa quanto difficile sia il passato, c’è sempre la possibilità di un nuovo inizio. E questo nuovo inizio mi ha dato la forza e la motivazione per aiutare altri bambini adottati, affinché possano trovare la stessa felicità e sicurezza che io ho trovato.

Hai iniziato a condividere la tua storia sui social media come un semplice sfogo personale. Qual è stato il momento o l’evento specifico in cui hai realizzato che la tua storia poteva avere un impatto positivo su migliaia di persone? Come hai deciso di strutturare la tua presenza online per massimizzare questo impatto?

Questa domanda la rispondo con le lacrime agli occhi perché è stata nuovamente la mia famiglia a farmi capire che potevo essere d’aiuto per tanti altri ragazzi adottivi e famiglie. Nel 2021, durante un semplice pomeriggio in cui ricordavamo momenti dei nostri primi incontri e primi abbracci, mia mamma mi disse queste parole: “Non dimenticare la bambina che sei stata, non dividere la tua personalità in due identità. Tu sei lei e quella bambina sarà la tua forza domani e nel futuro. Non cancellare il tuo passato.” Poi aggiunse: “Fai ciò che senti, ciò che ti dice il cuore.” In quel momento ho capito di avere la forza di raccontare ciò che mi è successo e ho realizzato che potevo finalmente confrontarmi con persone che mi avrebbero capito senza giudicarmi. Così ho aperto il mio profilo su TikTok, usando coraggiosamente il mio nome e cognome. Ho iniziato pubblicando momenti della mia adozione e successivamente video di interpretazione e monologhi. Quando ho iniziato a mostrarmi fisicamente, le critiche non sono mancate. Alcuni dicevano che stavo inventando una storia per ottenere successo perché ero bella e potevo fare la modella; altri pensavano che prendessi spunto da film sull’adozione o libri per alimentare il mio racconto. Decisi di prendere una pausa che durò quasi un anno, riprendendo poi nel 2022 grazie al supporto della mia famiglia. Ho trasformato quelle critiche in una sensibilizzazione per far comprendere veramente le mie parole, mettendo in evidenza più le critiche che i commenti positivi. Virtualmente, ho incontrato altri ragazzi adottati e ho deciso di aprire il primo gruppo Telegram italiano per ragazzi adottati chiamato “Noi siamo una famiglia”, unendo più di 140 ragazzi adottati e successivamente “Cuore Adottivo”, il primo gruppo Telegram per i genitori in attesa a adottivi. Un viaggio in Lituania è stato determinante: ho fatto ritorno nel mio paese d’origine e ho rivisto la mia prima casa, scuola e orfanotrofio. Anche se non ho avuto il coraggio di avvicinarmi all’orfanotrofio, ho sentito le urla di quei bambini e, soprattutto, le mie. Questo è stato uno dei momenti più intensi emotivamente della mia vita. Avevo giurato a me stessa di non tornarci mai più, nemmeno per curiosità, ma il destino ha deciso diversamente. Quando sono salita sull’aereo per tornare in Italia, ho fatto una promessa: avrei raccontato le storie degli altri affinché le persone comprendessero che non esisteva solo la mia storia di adozione, ma molte altre. Nasce così il primo podcast italiano sulle storie di adozioni nazionali ed internazionali. Ricevevo molte domande, il che mi ha portato a rilasciare interviste e ad essere invitata in programmi Rai e riviste editoriali. Ma ho sentito che potevo fare di più quando mi è stata posta una domanda improvvisa: “Come si fa per adottare? A chi devo rivolgermi?”. Ho capito la gravità della situazione: molte persone non solo non conoscevano le storie di adozione, ma non sapevano nemmeno cosa fosse l’adozione. Nel 2023 ho deciso di fare un passo più grande fondando il primo giornale italiano sull’adozione e l’affido. In tre mesi, in piena estate, ho formato il mio team di partenza grazie a un annuncio sui social. Ho capito che per sensibilizzare al meglio sulla tematica dovevo unire professionisti nei campi legale, psicologico e assistenza sociale per rispondere ad ogni domanda dei nostri lettori e sensibilizzare su ogni aspetto. Ho disegnato il logo, creato le grafiche per i profili social, investito i miei risparmi nella creazione del sito web e in ulteriori passi avanti. In cinque mesi di lavoro incessante, ho realizzato il progetto e il 9 ottobre 2023 è nato AdoptLife. “Mamma, papà, per caso esiste un giornale sull’adozione in Italia?”, chiesi ai miei genitori. “No, non esiste”, mi risposero. “Bene, non so come si faccia, ma lo realizzo io”, risposi io. Ringrazio i miei genitori per aver tirato fuori il meglio di me, per avermi dato l’autostima, la cultura e soprattutto la continua forza. Devo ringraziare anche il mio team, che ha creduto nel progetto fin dalla nostra prima videochiamata, supportandomi in ogni mia idea, strategia di comunicazione e nella pubblicazione mensile della rivista. Senza di loro, l’inizio sarebbe stato sicuramente diverso. Non nego di aver sentito l’aiuto di qualche angelo del cielo, perché quando oggi, dopo quasi un anno, guardo il lavoro che continuo a portare avanti, mi chiedo sempre come sia riuscita senza avere titoli di studio in nessuna materia utile per il progetto. Poi ho capito che quando si agisce con il cuore si fa la differenza, e quando si combinano disciplina, valori e passione, si riesce a tirare fuori il meglio di sé stessi.

Sei riuscita a creare una comunità online molto attiva e solidale attraverso piattaforme come TikTok e Telegram. Quali sono le sfide più grandi che hai affrontato nel gestire questo spazio di condivisione e supporto? Come riesci a mantenere un equilibrio tra il supporto emotivo che offri agli altri e la tua salute mentale e benessere personale?

Su TikTok, mi sono impostata dei limiti. Pubblicavo un video e rientravo nell’app solo per caricarne un altro. I miei follower sapevano che se avessero desiderato un confronto o un supporto, avrebbero potuto rivolgersi al mio gruppo su Telegram. Dedico solo il fine settimana alla lettura dei commenti sotto ai miei video, prendendoli come spunto per la mia sensibilizzazione. Invece su Telegram, una delle sfide principali è stata gestire le aspettative e le emozioni dei ragazzi all’interno della community. Molti cercano sostegno emotivo e consigli, quindi è fondamentale essere presenti e rispondere in modo efficace per essere davvero d’aiuto. Per mantenere una presenza costante, ho avuto il supporto di due ragazze adottate che mi hanno aiutato a moderare il gruppo, e alle quali sono grata nonostante le delusioni ricevute in seguito. Ogni giorno si univano al gruppo sempre più ragazzi, ognuno con la propria storia e le proprie emozioni. Le storie di adozione sono tutte diverse e riconoscere le sfumature di ciascuna non è stato semplice. A volte scaturivano discussioni accese o addirittura offese. Altre volte, rimanevo sveglia di notte con le moderatrici per sostenere le ragazze più fragili. Questi momenti mi emozionano: spegnendo il telefono, mi rendevo conto di aver creato qualcosa di utile per gli altri. Inizialmente, gestire la mia emotività personale è stato difficile. I racconti altrui mi turbavano e trovare le parole giuste non era semplice, specialmente durante le videochiamate. Con il passare dei mesi, mi sono legata sempre di più ai ragazzi e il telefono ha cominciato a squillare anche per chiamate e consigli privati. Mi è stato attribuito anche il ruolo di “psicologa del gruppo”. Ho imparato a gestire le emozioni che mi trasmettevano: quando mi sento vulnerabile, spengo il telefono, faccio un respiro e lo riaccendo solo quando sono pronta. Grazie a questi ragazzi ho compreso che il dolore ci ha uniti: l’abbandono e la ricerca di comprensione hanno spinto molti a oltrepassare i confini del gruppo. Mi hanno ringraziato con canzoni, disegni e poesie, condividendo le loro emozioni. Molti di loro hanno raccontato la propria storia nel mio podcast. La cosa che mi ha rammaricato di più è stata l’atteggiamento ostile di alcuni ragazzi fin dal primo giorno, che, nonostante ciò, sono rimasti nel gruppo per screditarmi. Ho cercato di far loro capire che il gruppo era un luogo di apertura e supporto, ma ogni tentativo è stato vano. Questo ha contribuito a renderlo meno attivo. Nel frattempo, ho creato un gruppo per i genitori adottivi, dove molti si sono incontrati di persona, condividendo gioie e sfide dell’adozione. Sono felice di facilitare questi scambi. Alla fine, non tutti apprezzeranno il nostro impegno, ma l’importante è non smettere di farlo. Continuerò a offrire il mio aiuto fino all’ultimo battito, come ripeto spesso alle persone che mi seguono.

Il tuo podcast, “Storie di adozioni”, ha permesso a molti ragazzi adottati di condividere le loro esperienze personali. Qual è stata la storia che ti ha colpito di più e perché? Ci sono stati episodi in cui hai visto un cambiamento tangibile nella vita di qualcuno grazie alla piattaforma che hai creato?

Tutte le storie mi hanno toccato profondamente in modi diversi. Ognuna presenta aspetti unici e scoprirle è stato commovente. Ci sono ragazzi che hanno vissuto in orfanotrofio come me e quindi comprendono pienamente la mia esperienza, essendo passati attraverso eventi simili. Altri non ricordano molto del loro passato, ma condividono comunque con me le difficoltà dell’adattamento dopo l’adozione, nel relazionarsi e soprattutto nell’essere accettati. Viviamo in una società che non cambia, il che ha portato me e i miei ragazzi ad affrontare le stesse difficoltà. Tuttavia, le modalità di affrontarle sono diverse: alcuni hanno avuto genitori più assenti, mentre altri il contrario. Purtroppo, quando non c’è un adeguato sostegno verso i figli, ciò che accade loro può diventare un peso che decidono di portare da soli, facendoli sentire ancora più soli. “Mi sento nuovamente abbandonata”, sono parole che non dimenticherò mai, dette da una ragazza del gruppo. Tra tutte le storie raccontate, una in particolare ha colpito profondamente me e gli ascoltatori: quella di un ragazzo di nome Luca. Due mesi dopo la pubblicazione del podcast, Luca è stato contattato dalle sue sorelle e ha poi incontrato il suo papà adottivo. Conservo ancora il messaggio che mi ha mandato. Sapere che il podcast ha aiutato Luca e la sua famiglia a ritrovarsi è una gioia immensa e mi motiva a continuare a promuoverlo. Spero di riuscire presto a incoraggiare molti altri ragazzi a condividere la propria esperienza e a far loro capire che insieme possiamo fare la differenza, evitando che altri bambini debbano subire ciò che abbiamo dovuto affrontare noi. L’unione fa la forza e io sono qui per dare una mano a tutti loro.

Hai parlato spesso della necessità di riformare le leggi italiane sull’adozione, evidenziando le difficoltà burocratiche e i lunghi tempi di attesa. Quali specifiche modifiche ritieni fondamentali per migliorare il processo adottivo e renderlo più accessibile e giusto? Hai avuto contatti con legislatori o istituzioni per promuovere questi cambiamenti?

L’adozione è un argomento profondo che richiede attenzione alle necessità dei bambini e a un processo equo ed efficiente per tutti i soggetti coinvolti. Per migliorare le leggi italiane sull’adozione e renderle più accessibili, occorre considerare diverse modifiche cruciali: semplificare e accelerare i procedimenti burocratici senza compromettere la sicurezza e il benessere del bambino adottato. I lunghi tempi di attesa spesso derivano da complessità burocratiche e procedure internazionali, che potrebbero essere riviste per garantire tempi più brevi senza compromettere la sicurezza dei bambini, assicurando loro di trovare presto una famiglia amorevole. È essenziale anche definire chiaramente i requisiti per i genitori adottivi e i criteri di selezione, bilanciando rigorosi standard con un accesso equo all’adozione. Il supporto post-adozione è altrettanto cruciale: garantire un sostegno adeguato sia ai bambini adottati che alle famiglie adottive può migliorare il loro adattamento e ridurre rischi di problematiche post-adozione, come ad esempio l’interruzione dei percorsi di adozione che riporta il bambino in uno stato di abbandono, situazione inaccettabile. Un altro aspetto da considerare è l’adozione piena per le coppie single e coppie LGBTQ+. Il principio dell’affidamento deve essere tutelato, evitando che un bambino venga strappato dalle braccia di chi lo ha accolto a casa propria solo perché la famiglia biologica si manifesta nuovamente. Il benessere del bambino è prioritario, e cambiamenti legislativi devono proteggere questo principio. Per quanto riguarda il coinvolgimento con legislatori e istituzioni, è fondamentale il dialogo per sensibilizzare e promuovere riforme legislative necessarie. La collaborazione con legislatori, ONG e altre istituzioni può essere determinante nel portare avanti proposte concrete di cambiamento, e personalmente sarei interessata a contribuire attivamente in questo ambito al momento opportuno.

Nonostante le difficoltà iniziali, sei riuscita a costruire una carriera accademica brillante e stai per laurearti in Scienze Biologiche. Come pensi di integrare il tuo background personale e le tue esperienze di vita con il tuo futuro professionale nel campo della ricerca scientifica, specialmente in progetti legati alla lotta contro i tumori?

Le difficoltà iniziali che ho affrontato mi hanno insegnato resilienza, determinazione e l’importanza di non arrendersi mai. La scelta di studiare Biologia è stata ben ponderata. Fin da piccola ho nutrito il desiderio di aiutare gli altri, soprattutto quando vedevo bambini accanto a me soffrire. Ricordo vividamente una volta in cui un mio compagno di classe è entrato camminando con la testa rivolta verso il pavimento e la schiena curva, una scena che mi ha profondamente colpita. Quando sono stata adottata, mi sono ripromessa di studiare con impegno affinché la mia educazione potesse essere un aiuto concreto per gli altri. Sono felicissima che il giorno della mia laurea si stia avvicinando e sono orgogliosa di aver già dato un contributo significativo come collaboratrice scientifica nel campo della ricerca oncologica, con un progetto recentemente diventato globale e pubblicato su riviste come Springer Journals; è stato un momento emozionante. Nel campo oncologico, intendo concentrarmi su ulteriori progetti che possano contribuire concretamente alla comprensione dei meccanismi biologici alla base della formazione e della diffusione dei tumori. Desidero esplorare le possibilità di sviluppare nuove terapie o migliorare quelle esistenti, utilizzando approcci innovativi e multidisciplinari. Non vedo l’ora di contribuire ancora di più.

La tua storia è seguita da molte persone sui social media, ma hai anche ricevuto critiche e dubbi sulla veridicità dei tuoi racconti. Come rispondi a chi mette in discussione la tua esperienza? Quali strategie utilizzi per affrontare e gestire le critiche negative e mantenere la tua integrità e il tuo messaggio positivo?

Come accennato nelle risposte precedenti, è stato emotivamente complicato gestire le prime critiche. Con il tempo, ho imparato a trasformarle in opportunità di discussione per far comprendere il mio messaggio, soprattutto per sensibilizzare sul fatto che esistono storie che nessuno racconta per timore di essere giudicati, e chi decide di farlo merita il nostro sostegno per il grande coraggio dimostrato.

Sono felice di condividere ulteriormente una breve guida su come affronto le critiche:
1. Trasformare le critiche in discussione: accolgo le critiche come opportunità per spiegare meglio la mia esperienza e il mio punto di vista. Cerco di educare e informare le persone sulle sfumature e le complessità della mia storia, incoraggiando una conversazione costruttiva.
2. Mantenere il focus sul messaggio principale: mi concentro sempre sul motivo per cui ho deciso di condividere la mia storia. Mantenere il focus sul messaggio di speranza, coraggio o consapevolezza che voglio trasmettere ai miei follower è essenziale per me.
3. Rispondere con calma e rispetto: quando rispondo alle critiche, lo faccio con calma e rispetto. Evito polemiche e cerco di comunicare in modo chiaro e pacato, anche quando le critiche sono sfavorevoli.
4. Cercare il sostegno delle persone che comprendono: trovo conforto nel sostegno delle persone che capiscono e condividono le mie esperienze o il mio messaggio. Questo mi aiuta a mantenere la fiducia nel mio percorso e nel mio intento di sensibilizzare gli altri.
5. Non lasciare che le critiche mi scoraggino: è importante non permettere alle critiche negative di minare la mia determinazione o la mia fiducia nel mio racconto. Continuo a essere autentica e a condividere la mia storia con la consapevolezza che può ispirare e aiutare gli altri.

L’apertura del gruppo Telegram “Noi siamo una famiglia” è stata un’iniziativa molto apprezzata. Quali sono gli obiettivi a lungo termine di questo gruppo e come intendi raggiungerli? Quali attività o progetti specifici hai pianificato per supportare ulteriormente i membri della comunità?

Nell’ultimo periodo, a seguito di vari gravi eventi accaduti, tra cui denunce tra due membri del gruppo, ho preso una pausa per capire come impedire che i membri, anziché unirsi per solidarietà, si uniscano per manifestare il proprio dolore senza considerare quello degli altri. Non intendo assolutamente abbandonare i miei ragazzi, ma tengo molto a offrire loro un posto sicuro e amorevole, cosa che, nel corso dell’ultimo anno, a causa di alcuni membri, si è persa. Questo mi ha fatto stare molto male, soprattutto perché sono stati proprio quei ragazzi che stavo aiutando di più o che ho abbracciato unendo le nostre braccia. Quando sarò pronta a offrire nuovamente sicurezza e un ambiente tranquillo, sarò più che felice di creare iniziative che vadano oltre il digitale, come incontri faccia a faccia e attività di gruppo che favoriscano la comunicazione aperta e il reciproco rispetto. Vorrei promuovere un clima di fiducia e comprensione reciproca tra tutti i membri, incoraggiando la solidarietà e la collaborazione anziché la divisione. Sarà importante per me stabilire nuove regole e linee guida che assicurino il rispetto reciproco e il benessere di ogni membro del gruppo, in modo che possiamo essere una famiglia.

La tua relazione con la tua famiglia adottiva è stata un pilastro fondamentale nella tua vita. Quali valori e insegnamenti ti hanno trasmesso i tuoi genitori adottivi che ritieni essenziali nel tuo percorso di vita e nella tua missione di supportare gli altri? Puoi condividere qualche aneddoto o momento speciale che ha rafforzato questo legame?

Mi ricollego subito all’ultima domanda. C’è stato un episodio che mi ha fatto comprendere quanto bene mi vogliano i miei genitori. Un giorno mi buttai a terra e presi a pugni il pavimento. Continuavo a ricevere messaggi di minacce da parte dei miei parenti biologici, come per esempio: “Quando farai 18 anni verremo ad Agropoli e ti porteremo via”, motivo per cui insistei, senza dare troppe spiegazioni, ai miei genitori di festeggiare i miei diciotto anni lontano, e scegliemmo Firenze. È stato un giorno abbastanza difficile perché mi sentivo come se qualcuno volesse strapparmi dalla mia famiglia, ma poi lo dissi ai miei genitori e loro mi rassicurarono dicendo che non c’era bisogno di andare lontano, che comunque mi avrebbero protetta. Giorni prima, però, ebbi un forte crollo emotivo e iniziai a urlare forte. Provai un bruciore interiore indescrivibile, ma in quell’urlo si buttarono a terra anche i miei genitori e mia sorella e iniziammo a piangere insieme. Questa è una di quelle domande in cui scoppio sempre a piangere, come in questo esatto momento, perché quell’amore ricevuto in quelle urla ha sostituito tutto l’amore mancato nell’infanzia. Mi sono sentita davvero parte di una famiglia, mi sono sentita a casa. Sebbene il motivo di quella mia reazione l’abbia confessato dopo, i miei genitori hanno compreso che stavo soffrendo e si sono presi il mio dolore. Iniziai anche a parlare anni prima della mia storia, cosa che ci ha legato subito, ma questo accaduto ci ha resi un tutt’uno. Grazie a loro ho capito che l’amore guarisce ogni tipo di ferita, che il rispetto per se stessi e per gli altri è fondamentale, che la sensibilità e l’empatia non devono mai mancare e soprattutto che non c’è bene più grande della propria famiglia. Grazie a loro ho compreso la mia storia, ne ho fatto la mia forza, non provo più alcun rimorso perché ho esplorato ogni mancanza e ho cercato le risposte. Non odio i miei genitori biologici, anzi, li ringrazio, perché hanno acconsentito alla mia adozione, mi hanno dato la possibilità di vivere una vita felice, anziché riportarmi indietro. Ho compreso le difficoltà che avevano e la sopravvivenza attuata. Non è colpa di nessuno. Ogni vita inizia diversamente e la mia è iniziata con una cicatrice nel cuore, ma l’essere umano non è nato per soffrire e la stessa vita cerca di rimediare o di indirizzarti verso la strada giusta. I tempi di attesa, i documenti infiniti, i momenti di sconforto, le notti insonni, vengono trasformati un giorno in amore e ogni sforzo diventa solo un ricordo di una meravigliosa vittoria.

Recentemente hai lanciato il magazine digitale “AdoptLife”, che si propone di affrontare vari aspetti dell’adozione. Quali temi principali vengono trattati nella rivista e quali sono le tue aspettative per il suo impatto sulla società e sulle famiglie adottive? Come vedi il futuro di “AdoptLife” e quali sono i prossimi passi per far crescere questa iniziativa?

AdoptLife nasce su tre pilastri fondamentali: notizie, storie e risorse. Va oltre un semplice giornale; come dico spesso, è un punto di riferimento sull’adozione. Affrontiamo ogni aspetto dell’adozione così come dell’affido, con l’obiettivo di fornire una panoramica completa e approfondita su questi temi complessi e delicati. Nella sezione notizie, pubblichiamo aggiornamenti sugli sviluppi legislativi riguardanti l’adozione e l’affido, sia a livello nazionale che internazionale. Informiamo i nostri lettori su eventi, conferenze e seminari dedicati all’adozione, così come su iniziative di enti e associazioni che operano nel settore. La nostra missione è garantire che chiunque sia interessato all’adozione o all’affido sia sempre aggiornato e informato sulle ultime novità. Le storie personali sono il cuore pulsante di AdoptLife. Condividiamo testimonianze di adozione nazionale ed internazionale, racconti che mettono in luce le sfide e le gioie di chi vive questa esperienza. Queste storie non solo ispirano, ma aiutano anche a creare una maggiore consapevolezza e comprensione delle diverse dinamiche familiari. Offriamo risorse pratiche per chiunque sia coinvolto o interessato nell’adozione e nell’affido. Queste includono guide sugli aspetti psicologici e legali dell’adozione, consigli per affrontare le varie fasi del processo adottivo, e strumenti per la gestione delle sfide quotidiane. Inoltre, abbiamo rubriche culturali che trattano di libri, film e giochi legati all’adozione e all’infanzia. Questo approccio aiuta a normalizzare e integrare il discorso sull’adozione nella cultura popolare, rendendolo più accessibile e meno stigmatizzato. I consigli dei miei genitori adottivi sono particolarmente preziosi, offrendo una prospettiva diretta e pratica su come gestire le diverse situazioni. Spieghiamo il significato dell’adozione anche attraverso il gossip, mettendo in luce i pensieri dei personaggi noti sul tema. Di recente, abbiamo aperto uno sportello online per fornire supporto immediato a chi ne ha bisogno. Questo servizio è nato dall’esperienza maturata assistendo coppie nello scegliere l’ente per adottare, spiegando il percorso e aiutando i ragazzi nella ricerca delle origini. Il nostro sportello è una risorsa vitale per chi cerca risposte, consulenze o semplicemente una parola di conforto. Uno dei nostri obiettivi principali è affrontare e smantellare i pregiudizi legati all’adozione e all’affido. Attraverso articoli, testimonianze e risorse educative, cerchiamo di promuovere una maggiore comprensione e accettazione di queste pratiche. Vogliamo che la società veda l’adozione e l’affido non come ultime risorse, ma come scelte valide e amorevoli per costruire una famiglia. Per il futuro di AdoptLife, spero di trasformarlo in un magazine cartaceo disponibile mensilmente in tutte le edicole italiane e anche in altri paesi europei. Attualmente, non esiste a livello europeo un giornale sull’adozione e sull’affido, e vogliamo colmare questo vuoto. Continuando a lavorare attraverso le piattaforme social, apriremo ulteriori rubriche e selezioneremo nuove voci, affinché più professionisti possano contribuire con la propria esperienza a una buona cultura e educazione. L’obiettivo è creare una rete di supporto internazionale, dove le migliori pratiche e le storie ispiratrici possano essere condivise e celebrate. AdoptLife è più di un semplice progetto; è una missione. Vogliamo che ogni bambino abbia una famiglia amorevole e che ogni famiglia che decide di adottare o affidare possa farlo con tutte le informazioni, il supporto e le risorse necessarie. Crediamo che l’amore guarisca ogni ferita e che, con la giusta guida e comprensione, ogni storia di adozione possa diventare una storia di successo e di amore incondizionato.

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Interviste

Intervista esclusiva a Barbara Screti, uno dei nomi più...

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Il make-up per lei non ha segreti. Barbara Screti è infatti uno dei nomi più fiorenti e preparati del settore, che pian piano si sta facendo spazio nel mondo dei make-up artist, presenziando ad eventi cinematografici e di moda di rilevanza nazionale ed internazionale. Una passione innata in lei, alla quale si dedica fin da quando era una bambina, che è riuscita a trasformare in un lavoro che apprezza e ama in grado di darle tantissime soddisfazioni. Un’arte che ha deciso di tramandare anche ad altri, visto che di recente ha anche aperto la sua personale Accademia. Percorso del quale abbiamo parlato con Barbara Screti in questa intervista, nella quale ci ha confidato anche quali sono i suoi prossimi progetti e gli obiettivi futuri che vorrebbe raggiungere.

A cura di Roberto Mallò

Salve Barbara, quando nasce la sua passione per il make-up?

“Quando mi viene fatta questa domanda mi verrebbe d’istinto rispondere che è un qualcosa che è nato insieme a me; non riesco a ricordare un vero e proprio inizio. So che c’è sempre stata. Fin da piccola ho avuto pennelli e colori fra le mani. Ero affascinata da mia mamma, una bellissima donna molto curata che faceva uso di ogni tipologia di cosmetico, soprattutto i rossetti, che rappresentavano i miei giocattoli preferiti”.

So che ci sono dietro tanti anni di studio. Ad esempio, ha frequentato una scuola d’arte prima di quella estetica. Può riassumermi il suo percorso?

Ovviamente ce stato un percorso di studi lungo, che in realtà non è mai finito perché in questo mondo essere competenti e aggiornate sulle nuove tecniche che le mode le passerelle e i media propongoè fondamentale, per chi come me insegna. Sicuramente, c’è di base una sorta di predisposizione ereditata dalla mia famiglia, da parte di mamma. Mio zio e mio nonno dipingevano magistralmente, nonostante fossero autodidatti; inoltre, il mio bisnonno, che era napoletano, restaurava affreschi nelle chiese. Da ragazza quindi, spinta da questa passione, ho frequentato il liceo artistico, dove era iscritta anche mia sorella maggiore, mossa dalla stessa passione. Da lì, ho potuto sperimentare tecniche di pittura e far esplodere la mia creatività. Tutto questo, inevitabilmente, ha agevolato il lavoro di truccatore che svolgo adesso. Ho iniziato una serie di percorsi di studio che si sono rivelati fondamentali per la mia formazione ed evoluzione professionale. Per prima una scuola d’estetica durata tre anni, poi una nota Accademia Di Make-up Romana. Ci sono state, in seguito, una seconda Accademia ed una serie innumerevole di masterclass e corsi con truccatori internazionali per apprendere tecniche russe, ucraine,brasiliane e così via che continua tutt’ora. L’insegnamento, quindi,è stata una conseguenza; ho iniziato a lavorare come insegnante presso un ente di formazione professionale che mi ha contattata e con il tempo altre scuole, fino ad arrivare alla mia Accademia e al mio studio professionale di formazione privata aperto da qualche mese. Perché la formazione rappresenta ad oggi una fetta importante del mio lavoro”.

Ha lavorato ad eventi importanti come Sanremo, il Festival del cinema di Venezia, festival di Roma. Che emozione si prova? E soprattutto in che modo si è approcciata al lavoro in questi casi?

Da un po’ di anni lavoro per eventi importanti all’interno di un hospitality presente a Sanremo, al Festival del cinema di Venezia e alle Fashion Week nazionali e internazionali come Milano, Roma,Parigi, Dubai, e sui vari set cinematografici. Infatti, proprio in questi giorni, sono stata impegnata nella realizzazione di un teaser di un film che tratta di mafia, le cui riprese cominceranno quest’inverno. È sempre molto emozionante e stimolante prendere parte ad eventi di questo genere, non solo per l’evento fine a se stesso, ma perché hai la reale possibilità di intrecciare rapporti sia umani sia professionali, oltre che misurarti con colleghi, perché in questo lavoro, insieme alla bravura, sono importantissime le pubbliche relazioni”.

Ha un sogno professionale da raggiungere? Un obiettivo che si è posta?

“In realtà, tutto ciò che un truccatore può sognare di fare io l’ho fatto: film, cortometraggi, videoclip trasmissioni televisive,shooting, insegnamento, eventi, wedding ecc. È arrivato molto più di quello che solo potessi immaginare. Ovviamente, non mi sentirò mai arrivata perché la mia vita professionale è costantemente accompagnata da una fame di conoscenza che non si arresta mai. A questo aggiungo un’ambizione grandissima;quindi, è certo che ho progetti e obiettivi. Il mio sogno sarebbe quello di intrecciare rapporti professionali con i paesi arabi, dove sono già stata e nei quali c’è un vero culto del Make-up, ma ci sto lavorando per far sì che diventi realtà”.

Quanto è importante l’estetica nella società odierna?

“L’aspetto estetico influisce notevolmente sul nostro benessere psicologico ed emotivo. L’impatto che la bellezza fisica ha sulla nostra vita è molto potente. Bellezza e benessere sono strettamente connessi, motivo per il quale il mercato del beauty è un mercato fiorente in continua ascesa. C’è una ricerca continua di migliorare la propria immagine, che molto spesso insieme ad altre doti, ovviamente, è complice di successo lavorativo. Una persona curata è sicuramente più rassicurante rispetto a chi appare trasandato e sciatto”.

A quali progetti si sta dedicando in questo periodo?

“In questo periodo, come detto in precedenza, ho finito di lavorare su un set cinematografico. Al tempo stesso, sono impegnatissima con eventi, matrimoni e, per concludere, con l’insegnamento, che è una costante: da poco, infatti, ho cominciato a fare formazione itinerante in tutta Italia”.

Chi è Barbara Screti nella vita di tutti i giorni? Quali sono i suoi hobby e le sue passioni?

“Barbara Screti è una donna solare, che non sta mai ferma, per ovvi motivi legati al mio lavoro. E’ una donna serena risoluta e gratificata. Gli innumerevoli impegni non lasciano molto spazio ai miei hobby, ma le mie grandi passioni, ossia make-up e viaggi,sono strettamente connesse. Il mio lavoro mi porta a viaggiare tanto; non riesco sempre a scindere le due cose per cui, quando sono in trasferta per lavoro, mi ritaglio dei momenti in cui, magari, posso godere delle bellezze che mi offre il posto in cui mi trovo”.

Ad oggi è soddisfatta del suo percorso professionale?

“Sono molto soddisfatta e, come ho detto precedentemente, quando raggiungo un obiettivo me ne pongo subito un altro; per me questo rappresenta uno stimolo grandissimo. Dico sempre alle mie allieve: ‘Se avessi la vostra età mangerei la vita a morsi’. Io vorrei avere soltanto 15 anni in meno per poter realizzare ancora tutto quello che voglio fare”.

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Interviste

Una bella chiacchierata per conoscere meglio Myriam Fecchi,...

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Oggi abbiamo l’opportunità di fare due chiacchiere con Myriam Fecchi, voce familiare di Isoradio Rai. Conosciuta per il suo stile unico e la sua capacità di connettersi con il pubblico, Myriam ci racconta il suo percorso, i suoi sogni e i suoi progetti futuri.

A cura di Saverio Cobalto per Massmedia Comunicazione

Quando hai iniziato ad appassionarti al tuo mestiere artistico?

“Avevo 14 anni ed ero attaccata dalla mattina alla sera all’ascolto della radio”.

Hai ancora un sogno segreto da realizzare?

“I miei sogni non finiscono mai. Quando riesco a raggiungere un obiettivo, mi rimetto in gioco e cerco altro. Oggi vorrei realizzare un talk per i giovani. Hanno bisogno di esprimersi, di raccontarsi in prima persona e non far parlare gli adulti per loro”.

Ci sono altri progetti a cui ti stai dedicando in questo periodo?

“Progetti oggi? Si, la radio prosegue anche d’estate, tra pochi giorni vi farò sapere dove potrete ascoltarmi”.

Chi sei nella vita di tutti i giorni?

“Nella vita di tutti i giorni sono una donna che lavora, single. Ho tanti amici; appena posso mi dedico allo sport e al mio cane Milo, un pastore tedesco di tre anni”.

Quali sono i tuoi hobby e le tue passioni?

“Hobby? Viaggiare. Passioni? La Musica”.

Che rapporto ha con i social e le persone che lo seguono?

“I Social sono molto faticosi. Beato chi riesce a mettere la propria vita 24 ore su 24. Vuol dire avere tempo ed io ne ho veramente poco per i social”.

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Tre studenti su 4 non li ama Vacanze e compiti estivi. Da un lato ci sono ben 3 studenti su...

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Roma, maxi rissa in stazione metro Barberini: 5 arresti

Tre minori denunciati. La violenta lite scoppiata tra due gruppi di sudamericani, fra loro probabilmente anche qualche borseggiatore Maxi rissa...

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Lo scrittore su X: "Il proiettile che manca il bersaglio lo rafforza" "Sangue sul viso di Donald Trump. La storia...

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Attentato Trump, Salvini: “Toni violenti da sinistra...

"Sono uno dei pochi in Italia ai massimi livelli a sostenere da tempo l'utilita per gli equilibri mondiali della vittoria...

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Israele, Hamas si ritira dai negoziati per gli...

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Un tweet che coinvolge un giornalista sportivo di Roma manda in tilt i media Usa L'attentato a Donald Trump, ferito...

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