Confermato l’ergastolo per Ratko Mladic, il boia di Srebrenica


Confermata in ultima istanza la condanna all’ergastolo per Ratko Mladic, il boia di Srebrenica. Lo ha stabilito oggi il Tribunale dell’Aja. A quasi 26 anni da quei fatti, il caso si chiude definitivamente. I giudici dell’International Residual Mechanism for Criminal Tribunals hanno pronunciato il verdetto finale in appello per l’ex generale 78enne comandante militare dei serbi di Bosnia Erzegovina, responsabile dell’uccisione, nel luglio 1995, di circa 8mila tra ragazzi e uomini musulmani della Bosnia, nell’enclave ‘protetta’ delle Nazioni Unite a Srebrenica, nella Bosnia orientale.  

Nel 2017, Mladic era stato condannato al carcere a vita in prima istanza per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio: i capi di imputazione riguardavano, tra le altre cose, l’assedio alla città di Sarajevo con oltre 10mila morti, la persecuzione ed espulsione dei bosniaci non serbi dalla regione e il genocidio di Srebrenica, la peggiore atrocità commessa dai tempi della seconda guerra mondiale. 

Mladic fuggì subito dopo la fine della guerra in Bosnia, nel 1995, ormai raggiunto da un atto di incriminazione per crimini di guerra. Riuscì a sfuggire alla cattura per 16 anni, fino al maggio del 2011, quando venne raggiunto dagli uomini della polizia nella sua abitazione a Lazarevo, vicino Belgrado. Durante gli anni della fuga potè contare sull’appoggio e la protezione dell’allora presidente serbo Slobodan Milosevic e a Belgrado fu visto frequentare ristoranti affollati, stadi e ippodromi, scortato. 

Nel Duemila Milosevic fu costretto a lasciare il potere e l’anno successivo fu consegnato ai giudici dell’Aja. Malgrado questo Mladic riuscì a restare libero per altri dieci anni, più di Radovan Karadzic, l’ex leader politico dei serbi di Bosnia, arrestato nel luglio 2008.  

Nato a Kalinovik, nel sud della Bosnia Erzegovina, nel 1943, Mladic perse a due anni il padre che morì combattendo contro gli Ustascia croati. Crebbe nella Jugoslavia di Tito e divenne ufficiale dell’Esercito popolare jugoslavo. Militare di carriera, all’inizio della guerra in Jugoslavia, nel 1991, fu nominato a capo del Nono Corpo d’Armata Jugoslavo assegnato a Knin, in quella che allora – dopo la proclamazione di indipendenza della Croazia dalla Jugoslavia – divenne l’autoproclamara Repubblica serba di Krajina, zona a maggioranza serba autoproclamata indipendente da Zagabria. Un anno dopo fu messo a capo del nuovo esercito serbobosniaco. Il 1992 è anche l’anno di inizio della guerra in Bosnia Erzegovina, che durò tre anni e si concluse – con centomila morti e oltre 2 milioni di profughi e sfollati – dopo il massacro di Srebrenica.  

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