Rdc, nei primi 7 mesi del 2021 percepito da 1,5 mln di famiglie


Sono circa 1,5 milioni le famiglie che, nei primi sette mesi del 2021, hanno percepito il reddito di cittadinanza, cui si aggiungono 156mila famiglie beneficiarie di pensione di cittadinanza. Si tratta di 3,7 milioni di persone coinvolte con un importo medio mensile di 547 euro. E’ quanto emerge dall’analisi statistica contenuta nella rubrica del quotidiano La Ragione, a cura di Luca Ricolfi e Fondazione Hume. Guardando alla nazionalità, un’ampia maggioranza (85,6% a luglio 2021) dei percettori è di cittadinanza italiana.  

L’analisi spiega come la diffusione più marcata al Sud (dove il 12% delle famiglie beneficia del contributo, contro il 5% del centro e il 3,2% del nord) sia legata sostanzialmente alle differenti condizioni socio-economiche che caratterizzano le diverse aree del Paese. 

Secondo una recente analisi della Caritas, si tratta di un intervento non sempre in grado di intercettare le famiglie effettivamente povere; questo perché i requisiti richiesti per ottenere il rdc sono diversi da quelli che definiscono la povertà assoluta. Il 36% circa delle famiglie che percepiscono il reddito non sarebbe in realtà povera in senso assoluto, mentre il 56% delle famiglie povere non fruisce del sostegno. 

Un altro aspetto critico è la sua efficacia come strumento di politica attiva del lavoro. A giugno, dei 1.150.152 beneficiari potenzialmente occupabili (ovvero soggetti al Patto per il lavoro), solo il 34% è stato effettivamente preso in carico dai centri per l’impiego. I beneficiari soggetti al Patto per il lavoro sono spesso persone in situazione di particolare fragilità con basse probabilità di accesso all’occupazione. 

Non è semplice capire quanti siano i percettori di rdc che hanno trovato lavoro. Secondo una nota pubblicata a novembre da Anpal, il 25,7% dei beneficiari che complessivamente hanno ricevuto il reddito ha instaurato almeno un rapporto di lavoro (anche se non è chiaro se abbiano trovato occupazione grazie al supporto dei Centri per l’impiego), percentuale che scende al 14% se si considerano i soli contratti ancora attivi a fine ottobre 2020.  

Si tratta, nella maggior parte dei casi, di esperienze lavorative a termine: il 65% dei percettori ha stipulato un contratto a tempo determinato, il 4,1% un contratto di apprendistato e solo il 15,4% un contratto a tempo indeterminato. 

 

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