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Sostenibilità

Scarsa decarbonizzazione per le quotate, con questo trend...

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Scarsa decarbonizzazione per le quotate, con questo trend si va verso il +3°C

Già a febbraio scorso potrebbero aver superato le emissioni previste per il 2026

Surriscaldamento climatico - Canva

Solo l’11% delle società quotate a livello mondiale è allineato con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, nonostante i maggiori impegni presi per contrastare il cambiamento climatico. È quanto emerge dalla nona edizione dell’Msci Net Zero Tracker, uno strumento che monitora regolarmente i progressi delle società quotate nel contenimento del rischio climatico attraverso l’Implied Temperature Rise dell’Msci Esg Research.

Nonostante si registri un certo avanzamento, i risultati ottenuti finora non sono ancora sufficienti. Secondo le stime dell’Msci Esg Research, le società quotate produrranno quest’anno circa 11,8 miliardi di tonnellate (gigatoni) di emissioni di gas serra Scope 1, praticamente senza nessun miglioramento rispetto al 2023. Il dato corrisponde a circa un quinto delle emissioni globali totali di gas serra.

Recenti dichiarazioni del gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (Ipcc) delle Nazioni Unite hanno evidenziato che le emissioni globali di gas serra dovrebbero raggiungere il picco entro il 2025 e diminuire del 43% entro il 2030 per evitare gli impatti più gravi del riscaldamento globale. Tuttavia, al momento attuale, le traiettorie di decarbonizzazione delle società quotate a livello globale indicano che siamo diretti verso un aumento della temperatura del pianeta di 3°C rispetto ai livelli preindustriali e già l’anno scorso, per la prima volta, si sono toccati i +2°C sul periodo 1850-1900.

Migliora il reporting sulle emissioni Ghg

Per quanto riguarda il reporting sulle emissioni di gas serra (Ghg, ovvero Green house gases), Msci ha osservato notevoli miglioramenti. Quasi il 60% delle società quotate ha dichiarato le proprie emissioni Scope 1 e/o Scope 2 al 31 gennaio 2024, registrando un aumento del 16% rispetto ai dati di due anni fa. Allo stesso tempo, il 42% delle aziende ha reso note almeno alcune delle proprie emissioni Scope 3.

Le emissioni Ghg includono vari gas, come il biossido di carbonio (CO2), il metano (CH4) e il protossido di azoto (N2O), che contribuiscono al riscaldamento globale e al cambiamento climatico quando sono rilasciati nell’atmosfera.

Vengono individuati tre tipi di emissioni: le Scope 1 rappresentano quelle dirette, prodotte da fonti controllate direttamente dall’azienda, mentre le Scope 2 riguardano quelle indirette, associate all’acquisto di energia elettrica, vapore o calore. Le emissioni Scope 3, invece, includono tutte le altre emissioni indirette, come quelle provenienti dalla catena di approvvigionamento, dal trasporto dei prodotti e dall’uso dei prodotti stessi.

Quanto tempo resta alle società quotate

A livello mondiale, le società quotate stanno procedendo verso una potenziale aumento della temperatura del pianeta fino a +3°C entro la fine del secolo, come indicato dal loro indice collettivo Msci Implied Temperature Rise. Questo indice, che riflette l’impatto climatico di un’attività finanziaria basato sulle sue emissioni di gas serra attuali e sulla prevista traiettoria di decarbonizzazione, evidenzia una situazione critica. Attualmente, solo il 38% delle aziende è in rotta per mantenere il riscaldamento a 2°C o meno, mentre un esiguo 11% è allineato con l’obiettivo più ambizioso di un aumento della temperatura di 1,5°C.

Msci evidenzia che, basandosi sulle emissioni di Scope 1, le società quotate potrebbero aver superato il budget globale per le emissioni di carbonio necessario per limitare l’aumento della temperatura a 1,5°C entro il 31 luglio 2026, già al 29 febbraio 2024. Per mantenere il riscaldamento entro questa soglia, le aziende dovrebbero collettivamente limitare le future emissioni Scope 1 a 28,9 gigatonnellate (Gt) di emissioni di CO2 equivalenti entro il 2050.

Senza alcuna riduzione delle attuali emissioni, che si aggirano intorno a 11,8 Gt all’anno, le società esaurirebbero il budget di emissioni rimanenti in 2 anni e 5 mesi. Per mantenere il riscaldamento entro i 2°C, le società quotate dovrebbero limitare collettivamente le future emissioni Scope 1 a 200 Gt di CO2 equivalenti entro il 2050.

Il mercato dei crediti di carbonio

In questo contesto assume particolare rilevanza il mercato dei crediti di carbonio che funziona attraverso un sistema di scambio di crediti e ha lo scopo di regolare e ridurre le emissioni di gas serra. Le autorità emittenti, come i governi o gli enti regolatori, stabiliscono un limite massimo alle emissioni di gas serra consentite per un determinato periodo di tempo, chiamato “budget di emissione”. Questo limite è spesso suddiviso in crediti di carbonio, o permessi di emissione, che corrispondono a una determinata quantità di emissioni consentite.

Le aziende e le entità soggette a queste limitazioni possono acquistare o vendere crediti di carbonio sul mercato aperto, consentendo loro di raggiungere i loro obiettivi di emissioni in modo più flessibile ed efficiente. Quelle che superano i limiti consentiti devono acquistare crediti di carbonio per compensare le loro emissioni e rimanere conformi alle normative.

D’altro canto, le aziende che riescono a ridurre le proprie emissioni al di sotto del limite consentito possono vendere i crediti di carbonio non utilizzati ad altre entità. Questo meccanismo crea un incentivo finanziario per ridurre le emissioni, poiché le aziende possono generare entrate attraverso la vendita di crediti di carbonio.

Inoltre, il mercato dei crediti di carbonio incoraggia l’innovazione e lo sviluppo di tecnologie a basse emissioni di carbonio, poiché le aziende sono motivate a trovare modi più efficienti ed ecologici per operare al fine di ridurre le loro emissioni e vendere più crediti di carbonio.

In sintesi, il mercato dei crediti di carbonio è un meccanismo che offre flessibilità alle aziende nel raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni e fornisce un incentivo finanziario per ridurre le emissioni e favorisce la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio.

Per quanto riguarda il primo trimestre 2024, il report Msci rileva che le emissioni di carbonio sono rimaste più o meno allo stesso livello dello stesso periodo dell’anno precedente, ovvero 81 Mt. C’è stato, però, un rallentamento su base trimestrale dell’offerta di crediti (-26%), determinato principalmente da un calo delle emissioni REDD+ (che riguardano la riduzione delle emissioni da deforestazione), che sono scese del 74% (-30 Mt).

Quando si parla di “Mt” nel contesto del mercato dei crediti di carbonio, si fa riferimento ai “megatonnellate” di emissioni di gas serra, misurate in milioni di tonnellate. Questa unità di misura viene utilizzata anche per le riduzioni delle emissioni nel contesto del mercato dei crediti di carbonio e ottenere quindi il risultato netto.

Un Mt rappresenta un milione di tonnellate di emissioni di anidride carbonica equivalente o di altri gas serra, come il metano (CH4) o l’ossido di azoto (N2O). Le transazioni nel mercato dei crediti di carbonio coinvolgono spesso il commercio di queste unità di emissione, ma gli obiettivi globalmente enunciati dalle istituzioni e dalle aziende appaiono sempre più lontani.

Un team di giornalisti altamente specializzati che eleva il nostro quotidiano a nuovi livelli di eccellenza, fornendo analisi penetranti e notizie d’urgenza da ogni angolo del globo. Con una vasta gamma di competenze che spaziano dalla politica internazionale all’innovazione tecnologica, il loro contributo è fondamentale per mantenere i nostri lettori informati, impegnati e sempre un passo avanti.

Sostenibilità

Quanto costa creare un nuovo bosco

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Investire nella creazione di "superforeste": il futuro sostenibile dell'ambiente e della comunità

Foresta

Creare un nuovo bosco in Italia è molto più di un semplice atto di piantumazione; è un investimento nel futuro sostenibile del nostro ambiente e della nostra comunità. Eppure, quanto costa davvero portare alla vita una nuova area boschiva, e quali benefici possono derivare da tale investimento?

Costi e benefici

Secondo le recenti ricerche condotte da Etifor, B Corp e spin-off dell'Università di Padova specializzata in consulenza ambientale, il costo di creazione di un nuovo bosco può variare significativamente a seconda di diversi fattori. Un progetto standard può oscillare tra i 14.000 e i 23.000 euro ad ettaro, mentre un bosco progettato scientificamente, in grado di soddisfare criteri di multifunzionalità e standard qualitativi internazionali più elevati, può arrivare fino a 38.000 euro per ettaro.

L'importanza della biodiversità e della riforestazione

La tutela della biodiversità è una delle principali ragioni dietro la creazione di nuovi boschi. Le foreste non sono solo degli ecosistemi vitali per il pianeta, ma sono anche fondamentali per la conservazione della biodiversità. Con oltre l'80% delle specie terrestri che chiamano le foreste la loro casa, proteggere questi habitat è essenziale per preservare la varietà di flora e fauna del nostro pianeta.

In un paese come l'Italia, che vanta 11 milioni di ettari di foreste (più di un terzo del territorio nazionale), con oltre 58.000 specie animali e 6.700 specie di piante vascolari, investire nella creazione di nuove foreste è cruciale per proteggere e preservare questo prezioso patrimonio.

Le finalità dietro la creazione di un nuovo bosco influenzano le decisioni progettuali e gli investimenti economici. Mentre in passato si prediligevano boschi con finalità specifiche, come la produzione di legname, oggi si tende a favorire boschi con finalità multiple, in grado di offrire una vasta gamma di benefici, dalla protezione della biodiversità alla produzione di materie prime, fino alla mitigazione del dissesto idrogeologico.

Le fasi del processo di creazione di un bosco

Le fasi che portano alla nascita di una nuova foresta sono ben definite e richiedono un impegno costante. Dalla progettazione, affidata a esperti tecnici forestali, alla preparazione del terreno, all'impianto delle piantine e alla successiva manutenzione, ogni passo è fondamentale per garantire il successo a lungo termine del progetto:

  • progettazione: questa fase è affidata a un tecnico forestale che studia il contesto, sceglie le specie e gli interventi più adatti e consulta gli stakeholder;
  • preparazione del terreno: questo passaggio include la preparazione del terreno, il tracciamento dei filari e del sesto d'impianto e varia a seconda del contesto del terreno;
  • impianto: comprende l'acquisto di piantine forestali certificate, la messa a dimora, la protezione delle piante e altre attività;
  • manutenzione: fondamentale nei primi anni, questa fase include sfalci, potature e monitoraggio della crescita delle piante;
  • gestione responsabile: garantisce la permanenza e la resilienza del bosco nel tempo, valorizzandone i servizi ecosistemici.

Superforeste

Etifor ha introdotto il concetto di "superforeste", che rappresentano un nuovo approccio alla riforestazione che va oltre la semplice piantumazione di alberi. Questi boschi, nati da un approccio scientifico e multidisciplinare, sono progettati per innescare circoli virtuosi di benefici sia per l'uomo che per l'ambiente.

Contrariamente alle foreste tradizionali, le superforeste sono concepite per massimizzare la multifunzionalità, producendo una vasta gamma di servizi ecosistemici. Oltre alla protezione della biodiversità, esse possono contribuire alla produzione di legname, alla fissazione del carbonio, alla regolazione del ciclo dell'acqua e molto altro ancora. Questi boschi multifunzionali rappresentano un investimento significativo nel futuro sostenibile del nostro pianeta, offrendo un modello innovativo per la gestione delle risorse naturali e la promozione della resilienza degli ecosistemi.

Creare un nuovo bosco è un investimento significativo, ma i benefici che può generare sono inestimabili. Oltre alla protezione della biodiversità e alla mitigazione dei cambiamenti climatici, i boschi offrono una vasta gamma di servizi ecosistemici che contribuiscono al benessere delle comunità locali e alla qualità generale dell'ambiente.

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Sostenibilità

L’impatto del cambiamento climatico sul commercio...

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Uno studio del Cmcc rivela come le variazioni climatiche possano sconvolgere le rotte marittime cruciali, influenzando la produzione agricola e l'economia globale

Canale di Suez - Ipa/Fotogramma

Il commercio globale viaggia attraverso vie marittime cruciali, che attraversano punti noti come 'chokepoints'. Questi snodi cruciali, tra cui il Canale di Panama, il Canale di Suez e gli stretti turchi, sono essenziali per la fluidità delle operazioni commerciali. Tuttavia, il cambiamento climatico minaccia di sconvolgere queste rotte, con potenziali ripercussioni sull'economia globale.

Il cambiamento climatico minaccia i chokepoints marittimi

Un team internazionale, con la partecipazione dei ricercatori del Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc), ha intrapreso uno studio sugli effetti macroeconomici del cambiamento climatico sui chokepoints marittimi. Usando una combinazione di modelli avanzati, inclusi modelli logistici dei flussi di commercio marittimo, la ricerca ha rivelato come le variazioni climatiche possano stravolgere la produzione e i prezzi delle materie prime agricole.

Le materie prime agricole sono estremamente sensibili alle variazioni climatiche. Lo studio ha messo in luce che il cambiamento climatico non solo influenzerà le operazioni nei chokepoints, ma porterà anche a notevoli fluttuazioni nella produzione e nei prezzi delle materie prime. Questo potrebbe tradursi in perdite economiche globali stimate fino a 34 miliardi di dollari (prezzi del 2014) entro il 2030.

Vista l'importanza del commercio delle materie prime agricole come meccanismo di adattamento, è cruciale implementare misure di adattamento nei punti nevralgici del commercio. Gli autori dello studio propongono investimenti in sistemi di monitoraggio avanzati e miglioramenti infrastrutturali nei chokepoints per attenuare gli effetti devastanti del cambiamento climatico.

Gli eventi climatici estremi in aree remote, come il Canale di Panama, potrebbero avere effetti a cascata sull'economia dell'Unione Europea, con potenziali perdite di due miliardi di dollari di Pil. Tuttavia, l'impatto sarà ancora più grave per i paesi a medio e basso reddito. Regioni come il Nord Africa, il Medio Oriente e l'Africa Sub-Sahariana sono particolarmente vulnerabili, evidenziando l'asimmetria nella distribuzione degli impatti climatici.

Mentre il cambiamento climatico continua a minacciare le rotte marittime globali, adottare misure preventive e migliorare le infrastrutture dei chokepoints diventa essenziale per garantire la stabilità economica mondiale e proteggere le catene di approvvigionamento agricole.

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Sostenibilità

‘Sostenibilità: un investimento sociale’, un...

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Edito da FrancoAngeli e promosso da Eikon Strategic Consulting e Adnkronos, con la prefazione di Enrico Giovannini e 7 best practice: Banca Ifis, Edison, Eni, Gruppo Fs, Philip Morris Italia, Poste Italiane e Simest

La cover del libro 'Sostenibilità: un investimento sociale', FrancoAngeli

Cosa sta accadendo al tema della sostenibilità in Italia? La sensazione di una indifferenza strisciante e di una diffusa ‘noia’ prudente verso l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite trova riscontro negli atteggiamenti attualmente prevalenti nel nostro Paese? La risposta a queste due domande è nel libro 'Sostenibilità: un investimento sociale', edito da FrancoAngeli e promosso da Eikon Strategic Consulting e Adnkronos, che sintetizza i risultati dell'indagine nazionale 2023 sul coinvolgimento della popolazione adulta verso alcuni obiettivi-chiave dell’Agenda.

Ne hanno parlato, presentando il volume durante un talk online, il direttore scientifico di Asvis Enrico Giovannini, che ha firmato la prefazione, e i tre curatori del testo Enrico Pozzi, Paola Aragno e Cristina Cenci, rispettivamente Ceo, Vicepresidente e Partner di Eikon Strategic Consulting. L’Indagine sottolinea il ruolo della sostenibilità sociale come fattore cruciale di dinamismo e come moltiplicatore indispensabile per l’intero progetto della sostenibilità. "Qualcuno inizia a non poterne più di questa parola ma è un grave errore, perché l'alternativa a un mondo sostenibile è un mondo insostenibile", scandisce Enrico Giovannini. Per questo, dice, "è importante capire che se non si ricongiungono le diverse dimensioni della sostenibilità rischiamo di non centrare gli obiettivi che ci siamo dati".

Parole che si legano alle tesi sostenute nel libro. L'ipotesi di lavoro, spiega Enrico Pozzi, "è che la sostenibilità abbia dimenticato il polo cruciale della sostenibilità sociale". Non a caso, dalla ricerca emerge "una richiesta di politiche che incontrino i bisogni reali delle persone". Serve la politica, servono le Istituzioni e possono fare la loro parte le aziende. L'analisi di Eikon Sc sui profili e sui post social delle maggiori imprese italiane viene descritta da Paola Aragno: "La narrazione rischia di soffermarsi su temi bandiera e la sostenibilità sociale sembra essere connessa prevalentemente alla parità di genere". Incide anche il tema della complessità, perché "parlare di sostenibilità sociale comporta un cambiamento profondo di cultura organizzativa e di mindset".

Ci sono però anche segnali positivi e best practice che possono fare da traino. Nella seconda parte del Rapporto, che trova ampio spazio nel libro, sette aziende leader di settori diversi presentano progetti che hanno messo al centro la sostenibilità sociale, facendone una leva di identità, di cultura interna e di operatività produttiva: Banca Ifis (Social Impact Lab Kaleidos); Edison (Cross Generation Bridge); Eni (Energy for Education); Gruppo FS (Help Center); Philip Morris Italia (Institute for Manifacturing Competences); Poste Italiane (Progetto Polis); Simest (Approccio Purpose Driven).

Cristina Cenci evidenzia "un aspetto chiave" che emerge, ovvero che "misurare non vuol dire contare". Non serve solo contare le ore di formazione o le persone coinvolte in un progetto. "Per capire veramente l'impatto della sostenibilità sociale serve un modello metodologico di misurazione" e l'obiettivo deve essere proprio "aumentare in Italia la cultura della misurazione dell'impatto sociale". Fabio Insenga, vicedirettore di Adnkronos che ha curato l'introduzione del libro, chiude con un impegno a proseguire nel lavoro fatto finora, perché "la sostenibilità sociale va prima di tutto fatta, ma poi va misurata, raccontata e condivisa".

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