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Sostenibilità

Fondazione per la Sostenibilità Digitale, Epifani: “Ancora...

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Fondazione per la Sostenibilità Digitale, Epifani: “Ancora poca consapevolezza”

Dall’istituzione di una patente per la sostenibilità nei report aziendali, fino alla formazione per giornalisti e parlamentari: ecco il “bilancio” della Fondazione

Stefano Epifani - - Stefano Epifani

La prima Fondazione riconosciuta di Ricerca in Italia per la sostenibilità digitale compie tre anni. Il prossimo 18 aprile si terrà al Dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale dell’Università degli studi di Roma Sapienza un incontro per parlare dei progressi svolti in questo triennio e per focalizzarsi sulle sfide e gli obiettivi futuri. Abbiamo perciò chiesto al presidente Stefano Epifani a che punto fossimo con la sostenibilità digitale nel nostro Paese.

Presidente, puoi spiegarci cos’è la “sostenibilità digitale” e a che punto siamo nel nostro Paese?

“Con il termine 'sostenibilità digitale' indichiamo, da una parte il modo con cui possiamo usare tecnologia come strumento utile per la sostenibilità e dall’altra parte, come impiegare i criteri di sostenibilità per orientare lo sviluppo tecnologico.

I dati che rilasceremo il 18 aprile in occasione dei tre anni dalla nascita della Fondazione ci dicono che siamo a un punto peggiore di quanto normalmente si racconti. Un italiano su due di quanti vivono nei piccoli centri non ha davvero capito il concetto di “sostenibilità”: dato che scende a uno su tre nei grandi centri, e meno di uno su tre è in grado di rapportare la sua visione ideologica di sostenibilità a delle pratiche del vivere quotidiano. C’è grande confusione”.

Con un Osservatorio permanente misurate l’Indice di Sostenibilità Digitale, cioè la consapevolezza degli italiani sul tema. In quali aree del nostro Paese si evidenziano maggiori criticità?

“Con l’Indice di Sostenibilità Digitale misuriamo:

  • Consapevolezza rispetto agli ambiti analizzati, necessaria per acquisire la motivazione a sviluppare le competenze necessarie;
  • Competenza sui temi oggetto dell’analisi, necessaria a comprendere come gestire le implicazioni degli strumenti con i quali si entra in contatto, e con i loro impatti sociali, economici, ambientali;
  • Comportamenti relativi agli strumenti e ai contesti digitali disponibili, in particolare in relazione a un loro uso orientato alla sostenibilità.

Per la prima volta possiamo dire che l’Italia, quando parliamo di sostenibilità digitale, non è divisa tra Nord e Sud come si crede, ma tra grandi e piccole città. E questo problema riguarda da una parte la presenza d'infrastrutture e dall’altra il livello di consapevolezza sul digitale: maggiore nei grandi contesti urbanizzati rispetto ai piccoli comuni, ma insufficiente ovunque. Quello che manca è poi la consapevolezza sia rispetto al ruolo del digitale come strumento di sostenibilità che della sostenibilità come strumento utile per indirizzare la digitalizzazione”.

E le aziende sono più o meno consapevoli?

“L’Osservatorio guarda ai cittadini, tutti. Ma per le aziende, nello specifico, la Fondazione ha sviluppato, sulle tematiche Esg, una “patente di sostenibilità”, simile a quella recentemente pubblicata relativa alla parità di genere. Si tratta della prassi di Riferimento UNI/PdR 147:2023 “Sostenibilità digitale – Requisiti e indicatori per i processi d'innovazione”, che fa sì che i progetti di trasformazione digitale possano rispondere agli indicatori di sostenibilità per essere coerenti con gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda Onu 2030. Riconosciuta a livello italiano e presto a livello europeo, servirà per misurare il rapporto efficienza-efficacia nell’implementazione delle tecnologie per la sostenibilità nelle attività di corporate sustainability reporting”.

Negli scorsi giorni, alla Camera dei deputati avete siglato un accordo per un percorso di formazione. L’obiettivo è supportare i parlamentari sulle tematiche della Sostenibilità digitale, cosa che già fate anche con i giornalisti tra l’altro. Si presume che, se ha motivo di esistere, è perché ci sono ancora delle lacune anche da parte dei nostri rappresentanti…

“C’è un gran bisogno di consapevolezza anche da parte dei parlamentari perché non è pratica diffusa in modo omogeneo all’interno del parlamento. C’è stato l’accordo per definire l’avvio di un percorso sviluppato da Fondazione assieme ai componenti dell’intergruppo parlamentare ‘Innovazione tecnologica’, con i quali svilupperemo momenti di formazione e informazione rivolte ai parlamentari e alle istituzioni per implementare le competenze necessarie per legiferare un tema oggettivamente complesso e in rapidissima evoluzione: si pensi al ruolo dell’AI”.

La Fondazione compie tre anni: come definisci i risultati ottenuti fino a oggi e quali sono le sfide future che vi aspettate di dover affrontare? Il “bilancio” della Fondazione sotto questo punto di vista è positivo?

“In questi tre anni, il “bilancio” ha superato le aspettative. Abbiamo sviluppato la prima prassi di riferimento a livello europeo; costruito il network più esteso e significativo di stakeholder specializzati su questi temi; realizzato un network di università ampio e diffuso. Facciamo formazione da tre anni ai giornalisti e la faremo ai parlamentari. Il tutto lavorando solo sulla volontà dei nostri soci sostenitori di svolgere attività utili al paese in un’ottica di give back, restituendo know-how e mettendosi a disposizione. La forza della Fondazione è quella di essere un ente terzo, super partes. La soddisfazione è che abbiamo intercettato la volontà da parte di molti d'impegnarsi per fare del bene al nostro Paese, utilizzando la leva della sostenibilità, dalla Rai a grandi aziende come Eni o Enel, con cui collaboriamo”.

Quali strumenti consiglieresti ai cittadini per tenersi informati su queste tematiche?

“Esistono tante iniziative di realtà diverse. Noi stiamo realizzando un corso di formazione per la sostenibilità digitale anche nei percorsi di laurea delle università. Quest’anno grazie a uno dei nostri partner, EHT, abbiamo lanciato la prima edizione del Digital Sustainability Award, con il quale premieremo in denaro e con la possibilità di affiancare un Ceo di una grande azienda, lo studente o la studentessa che riterremo meritevole sulla base di una tesi di laurea dedicata a queste tematiche. Ma la grande rivoluzione dovrebbe partire nelle scuole medie e superiori. Si dovrebbe insegnare a considerare il digitale come qualcosa con il quale convivere con l’obiettivo di governarlo, e non da utenti passivi: solo così sarà un alleato e non un nemico. Da parte nostra, ce la metteremo tutta per contribuire in tal senso”.

Un team di giornalisti altamente specializzati che eleva il nostro quotidiano a nuovi livelli di eccellenza, fornendo analisi penetranti e notizie d’urgenza da ogni angolo del globo. Con una vasta gamma di competenze che spaziano dalla politica internazionale all’innovazione tecnologica, il loro contributo è fondamentale per mantenere i nostri lettori informati, impegnati e sempre un passo avanti.

Sostenibilità

L’Anci detta le linee guida per le Comunità energetiche...

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L’Ue ha stabilito che almeno il 20% dell’energia da fonti rinnovabili provenga dalle Cer

Comunità energetiche rinnovabili - Canva

Tutti i dati dimostrano che bisogna accelerare il percorso di transizione ecologica ed energetica, che presenta delle indiscusse criticità. Un modo efficace per portare avanti il percorso green vede senz’altro l’abbattimento dei limiti procedurali, a partire dalle incomprensioni tra le istituzioni.

In quest’ottica, l’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) ha redatto in collaborazione con il Gse, un vademecum per promuovere lo sviluppo delle comunità energetiche a trazione pubblica.

Una guida non vincolante, ma con informazioni pratiche per aiutare le amministrazioni pubbliche e i territori a sfruttare i meccanismi di sostegno per diffondere l’autoconsumo energetico. Il documento diventa ancora più prezioso per le amministrazioni dopo che l’Ue ha stabilito che almeno il 20% dell’energia da fonti rinnovabili provenga dalle Comunità energetiche rinnovabili (Cer) con l’obiettivo di accelerare la transizione ecologica e renderla partecipata e diffusa dal basso nei territori.

La guida Anci indica tre forme giuridiche per costituire una Cer: associazione, cooperativa e fondazione di partecipazione.

Forme giuridiche per le comunità energetiche

Non esiste una forma giuridica giusta per avviare una Cer (comunità energetica). La scelta della forma giuridica ideale per una comunità energetica dipende da vari fattori come il numero di partecipanti e le risorse disponibili. Le tre forme indicate dall’Anci e dal Gse sono:

- Associazione;

- Cooperativa: queste prime due forme giuridiche sono soluzioni flessibili e meno costose, adatte soprattutto per enti di dimensioni ridotte, grazie alla loro facilità di costituzione e gestione. Offrono la possibilità di entrare e uscire con facilità, rendendole ideali per comunità dinamiche e in evoluzione;

- Fondazione di partecipazione: questa forma giuridica si è affermata come un partenariato pubblico-privato che consente alle amministrazioni pubbliche di collaborare con privati per svolgere attività di interesse generale. Tuttavia, comporta costi più elevati e potrebbe non essere la scelta migliore per i comuni più piccoli a causa delle risorse necessarie per la sua gestione.

Coordinamento e pianificazione

Il documento chiarisce che un elemento chiave per il successo delle comunità energetiche è la presenza di uffici o settori dedicati, così come la nomina di un energy manager. Questo ruolo è cruciale per il coordinamento delle operazioni e l’ottimizzazione dell’uso dell’energia a livello comunale. Sull’energy manager ricadono infatti le responsabilità di monitorare i consumi energetici, pianificare interventi di efficientamento e assicurare la sostenibilità dei progetti energetici.

Partner qualificati e neutrali

Alcune esperienze italiane sono la dimostrazione di come individuare un partner qualificato e neutrale possa risultare decisivo per realizzare una Cer. Esempi di tali partner includono istituzioni scientifiche, accademiche, o agenzie locali per l’energia, tutti soggetti in grado di fornire competenze tecniche e consulenza strategica, garantendo che il progetto sia avviato su basi solide e che le decisioni prese siano ben informate e imparziali.

Finanziamento delle iniziative

Per quanto riguarda il finanziamento, il vademecum Anci suggerisce di considerare forme di finanziamento privato se le risorse pubbliche non sono sufficienti. Tra le opzioni disponibili ci sono:

- Contratti di approvvigionamento energetico: questi possono essere gestiti tramite Consip o altre piattaforme di approvvigionamento pubblico, garantendo trasparenza e competitività;

- Contratti di prestazione energetica (Epc): coinvolgono società di servizi energetici (Esco) che investono nei progetti di efficientamento energetico e vengono remunerate attraverso i risparmi ottenuti;

- Partenariati pubblico-privato (Ppp): questi accordi possono facilitare la collaborazione tra enti pubblici e privati, condividendo rischi e benefici dei progetti.

Un altro aspetto fondamentale riguarda la raccolta e la gestione delle informazioni. I comuni devono mantenere una documentazione aggiornata su patrimonio, consumi e aree idonee per l’installazione di impianti energetici. Questo aiuta a pianificare in modo efficace e a identificare le migliori opportunità per lo sviluppo delle comunità energetiche.

Sinergia pubblico-privato e reti di distribuzione

Spesso, il collo di bottiglia si verifica nella rete di distribuzione. Per questo, evidenzia il documento, è necessario sviluppare un masterplan solido che integri gli interventi di efficientamento energetico e l’installazione di impianti da fonti rinnovabili nei piani di programmazione comunale. Questo approccio assicura che le comunità energetiche non siano iniziative isolate, ma parte di una strategia più ampia e integrata. Il pubblico che incontra il privato e viceversa.

Affinché il ricorso alle comunità energetiche non sia un fatto episodico ma la tessera di una strategia più generale, è cruciale che i comuni elaborino strumenti di pianificazione integrata. Il consiglio del vademcecum è di integrare questi strumenti di efficientamento energetico all’interno di una visione più ampia dello sviluppo territoriale, considerando anche altre priorità come l’urbanizzazione sostenibile, la gestione delle risorse idriche e la mobilità verde.

Le comunità energetiche in Italia

In diversi paesi europei sono già presenti Cer particolarmente evolute che prevedono la partecipazione di gran parte dei soggetti che appartengono alla Comunità. In Italia però non esiste una mappatura ufficiale dei diversi modelli di comunità che tengono insieme gli aspetti di sostenibilità ambientale, sociale e di partecipazione.

NeXt Economia, insieme all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, ha provato a dare dei numeri a questo fenomeno mettendo a punto la prima piattaforma italiana sulle Cer. L’obiettivo è quello di creare un database open source, dove mappare, connettere e valorizzare i diversi modelli di Comunità energetiche rinnovabili che si stanno sviluppando lungo la penisola.

I processi di attivazione che portano alla costituzione delle Cer analizzate vedono un forte protagonismo di cittadini e cittadine, associazioni del terzo settore e piccole imprese locali. Prevale quindi una forte dimensione orizzontale nella struttura decisionale ed organizzativa, in perfetta ottica Esg.

La stragrande maggioranza delle Cer intervistate (90%) si costituiscono in forma di associazione non riconosciuta, il 10% in forma cooperativa e sono composte da 10 a 50 soggetti (cittadini, associazioni Ets, piccole imprese e, raramente, enti locali).

Nelle Cer analizzare, la fonte energetica è quasi sempre solare (99% dei casi), così come emerge che molte delle realtà ancora non hanno realizzato gli impianti perché ritengono il quadro normativo troppo incerto. Inoltre, negli statuti e nei regolamenti adottati non sono state indicate forme di valutazioni d’impatto sulle ricadute sociali, ambientali ed economiche generate dai benefici prodotti dagli incentivi.

L’80% delle Cer intervistate si definisce “Cers” Comunità energetica rinnovabili e solidali /sociali: comunità che decidono di reinvestire tutti o parte dei benefici generati dalla vendita dell’energia (e/o dagli incentivi derivati dalla condivisione dell’energia) in progetti ad alto impatto sociale, solidale, ambientale e socioeconomico. Il 5% della Comunità si definisce Ceris, Comunità energetiche a impatto sociale dato che oltre al beneficio sociale previsto per il territorio di intervento prevedono anche la valutazione e la misurazione dell'impatto stimato e generato concretamente per la comunità locale e il territorio.

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Sostenibilità

A Milano il più grande fotovoltaico sui tetti d’Italia, al...

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L’impianto coprirà circa il 35% del fabbisogno energetico di Fiera Milano per il quartiere espositivo di Rho

Pannello solare su tetto - Canva

A Milano è stato installato il più grande e potente impianto fotovoltaico d’Italia realizzato sui tetti, il più potente in Ue, ma anche uno dei primi dieci al mondo.

L’infrastruttura milanese, nata dalla collaborazione tra A2A e Fondazione Fiera attraverso la joint venture Fair Renew, comprende circa 50.000 pannelli fotovoltaici distribuiti su una superficie di 330.000 metri quadrati, equivalente a 45 campi da calcio.

Dall’impianto di Rho Fiera Milano ci si attende una produzione annua di 21,6 GWh, energia sufficiente per alimentare circa 7.800 famiglie. Un risparmio, in termini ambientali, di oltre 9.800 tonnellate di CO2 ogni anno.

Nell’ultimo decennio, l’acceso dibattito sulla transizione energetica ha dato poche certezze ma due punti fermi: occorre proseguire e accelerare il passaggio all’energia sostenibile; le energie rinnovabili sono l’unico canale in grado di conciliare le esigenze ambientali con i risultati economici.

Sostenibilità e investimenti

L’impianto, con una potenza di 18 MWp, consentirà di coprire il 35% circa del fabbisogno energetico di Fiera Milano per il quartiere espositivo di Rho, mentre l’energia residua verrà immessa in rete. La collocazione dell’impianto sul tetto della Fiera offre il decisivo vantaggio di non occupare terreno agricolo, a pochi giorni dal decreto agricoltura e dall’accordo sull’agrivoltaico. Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, durante la presentazione della nuova infrastruttura, ha sottolineato che in Lombardia “si fanno sempre importanti accordi e sinergie che consentono di realizzare grandi obiettivi come questo che va nella direzione della sostenibilità, che non deve essere vista solo come un dovere, ma come un’opportunità”.

Il costo totale dell’impianto è stato di circa 15 milioni di euro. Cifre importanti, ma non irraggiungibili se ci si colloca bene nel mercato. Un concetto espresso anche dalle parole di Francesco Conci, amministratore delegato e direttore generale della società fieristica, per cui il l’impianto fotovoltaico di Rho Fiera Milano rappresenta “una grande opportunità in quanto elemento di posizionamento della nostra azienda, che ha inserito il tema della sostenibilità come seconda dimensione di crescita e di sviluppo all’interno del Piano strategico”.

Una scelta presa anche per attrarre gli investimenti giusti. La direzione sostenibile intrapresa dall’azienda rappresenta “un criterio qualificante per attrarre e ospitare grandi manifestazioni itineranti” per Francesco Conci, che aggiunge: “crediamo fortemente che essa possa essere un vantaggio competitivo e un fattore chiave per guidare la crescita del business”.

Il primato in Ue

Con una produzione annua di circa 22 GWh, l’impianto di Fiera Milano si posiziona al primo posto tra quelli dei quartieri fieristici europei per rendimento, superando città come Barcellona (5,9 GWh), Stoccarda (4,3 GWh) e Monaco (2,7 GWh). Una conferma di quanto si possa fare bene, anche in Italia.

Dal 2020, il 100% dell’energia elettrica utilizzata da Fiera Milano Congressi per il Centro Congressi Allianz MiCo a Milano proviene da fonti rinnovabili, garantita dai relativi certificati di origine. Enrico Pazzali, presidente di Fondazione Fiera Milano, ha sottolineato: “La realizzazione di questo impianto rientra negli investimenti del piano industriale che prevede, tra le sue rotte strategiche, le iniziative e i progetti volti a sostenere la transizione ecologica dei quartieri espositivi e congressuali, investendo in infrastrutture e soluzioni altamente sostenibili e innovative”.

Il progetto rientra negli obiettivi previsti dal nuovo piano di sostenibilità integrato 2024-2027 di Fiera Milano. Tra i 30 obiettivi del piano di sostenibilità integrato c’è proprio l’impegno ad aumentare la percentuale di energia elettrica da fonti rinnovabili dal 38% al 70%. Il presidente Pazzali ha aggiunto che l’impianto consentirà di rendere quasi del tutto autonoma la gestione energetica delle gare delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 che si svolgeranno nei Padiglioni della Fiera.

Fasi di realizzazione

I lavori di costruzione dell’impianto sono iniziati nel 2020 e si sono svolti in tre fasi.

La prima fase è stata completata nell’aprile 2022, ha visto la consegna di 12 sezioni su un’area di 200.000 metri quadrati, con una potenza di 8,2 MWp e una produzione annua di circa 10 GWh. Nella seconda fase sono state aggiunte altre cinque sezioni su 60.000 metri quadrati, con una potenza di 4 MWp e una produzione di circa 5 GWh. Questa fase si è conclusa nel febbraio di quest’anno. L’ultima ha segnato il completamento dell’opera, inaugurata a maggio 2024, con l’aggiunta di quattro sezioni per una potenza complessiva di 5,8 MWp e una produzione di 7 GWh per una potenza totale di 18 MWp.

Sostenibilità e innovazione

Il progetto di Milano Fiera è l’esempio concreta delle potenzialità dell’Italia, particolarmente favorita anche dalla natura in termini di vento e di sole e quindi di energie rinnovabili. Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2A ha dichiarato: “L’impianto di Fiera Milano, al momento un unicum in Italia, costituisce un modello replicabile per la trasformazione urbana. Continueremo a lavorare per affrontare le sfide del futuro, consolidando il nostro impegno nel settore delle energie rinnovabili.”

Nel corso del 2023, in Italia le rinnovabili sono cresciute come mai nell’ultimo decennio arrivando a coprire il 43,8% della domanda di energia, ben oltre le medie della Ue, anche se al di sotto delle altre potenze europee. La crescita si è registrata anche nei primi mesi del 2024.

C’è il rischio però che ci sia mossi tardi. Rallentare non è tuttavia un’opzione, servirebbe solo ad acuire il gap rispetto a un mondo che cambia. Nonostante il ritardo sugli obiettivi 2023, le emissioni di anidride carbonica in Ue e in America sono effettivamente diminuite, come ricordato all’Adnkronos dal prof. Piero Lionello (qui per capire perché è “normale” che l’Europa si riscaldi di più).

Gli obiettivi Ue e le prospettive future

L’obiettivo fissato da Bruxelles è ottenere il 70% di elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030. Per raggiungerlo, la produzione eolica e solare italiana dovrà crescere del 17% all’anno, rispetto al 13% circa del 2023. A prima vista non un gap rilevante, ma c’è un fattore da considerare: se aumentare la produzione di energia rinnovabile all’inizio, quando nessuna risorsa è stata ancora utilizzata, è piuttosto “facile”, farlo quando alcune risorse (per esempio i luoghi dove installare gli impianti) sono già utilizzate è molto più complicato. Quindi un’accelerazione del 4% in sei anni richiede un cambio di marcia.

“Questo progetto è un importante traguardo tecnologico per lo sviluppo delle rinnovabili e una conferma del ruolo chiave di A2A a favore della transizione energetica del Paese. Una infrastruttura in linea con la strategia del nostro Piano Industriale al 2035, che prevede investimenti pari a 22 miliardi di euro destinati anche allo sviluppo e al potenziamento delle reti, essenziali per accompagnare le nostre città nel percorso verso la decarbonizzazione”, ha dichiarato Renato Mazzoncini, amministratore delegato di A2A.

Mai come in questo momento storico diventa essenziale stimolare gli investimenti in questo settore per favorire la transizione ecologica e creare nuove opportunità di business, come nel caso dell’adeguamento dei padiglioni in vista dei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali del 2026.

La sfida della transizione ecologica dell’Italia e dell’Ue passa soprattutto da progetti ambiziosi e particolarmente innovativi, in grado di decarbonizzare il processo di produzione e garantire un buon rendimento economico agli investitori.

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Sostenibilità

Foreste e biodiversità, quanto costa creare un nuovo bosco

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Considerando progettazione, l’impianto e la manutenzione, può costare tra i 14mila e i 23mila euro ad ettaro per un progetto standard e arrivare fino a 38mila euro per una 'superforesta'

Bosco - (Fotolia)

Creare in Italia un nuovo bosco considerando la progettazione, l’impianto e la manutenzione, può costare tra i 14mila e i 23mila euro ad ettaro per un progetto standard e arrivare fino a 38mila euro per un bosco progettato scientificamente e in grado di soddisfare i criteri di multifunzionalità nonché i più alti standard qualitativi internazionali rispetto ai benefici restituiti all’uomo. Lo rende noto in occasione della Giornata mondiale della biodiversità la B Corp e spin-off dell’Università di Padova, Etifor, specializzata in consulenza ambientale.

Foreste 'casa' della biodiversità

“A livello globale, le foreste occupano circa un terzo della terra ferma - spiega Alex Pra, coordinatore dei progetti forestali per Etifor - ma sono la casa di oltre l’80% delle specie terrestri del pianeta, animali e vegetali. La tutela della biodiversità, di cui l’Italia è il paese più ricco in Europa con oltre 58mila specie animali e 6.700 specie di piante vascolari, ovvero dotate di radici, fusto e foglie, passa quindi dai boschi e dal loro stato di salute, sempre più minacciato dalla degradazione o dalla distruzione degli habitat, dal cambiamento climatico e dall’introduzione di specie invasive. Investire in biodiversità in un paese che vanta 11 milioni di ettari di foreste, più di un terzo del territorio nazionale, significa investire nella tutela e nella protezione del patrimonio boschivo esistente, ma anche nella creazione di nuove foreste progettate con criteri scientifici e costruite per produrre benefici sul lungo periodo, specie nelle aree urbane e periurbane”.

Le finalità di nuove aree verdi

Le finalità per le quali si crea un nuovo bosco sono alla base dell’intero progetto e influenzano fortemente, anche sul piano economico, le scelte da compiere. Esistono boschi con finalità produttive e boschi con finalità protettive e di conservazione. In Italia si predilige oggi dare vita a boschi con finalità multiple volte a produrre più benefici contemporaneamente, ad esempio: potenziamento, protezione o ripristino di biodiversità, produzione di legname o altre materie prime (ad esempio sughero e prodotti forestali selvatici), fissazione di carbonio, regolazione del ciclo dell’acqua, qualità del paesaggio, opportunità di ricreazione, contrasto al dissesto idrogeologico, ripristino di aree colpite da eventi ambientali estremi, assorbimento acustico e abbattimento delle temperature elevate tramite zone d’ombra.

Le fasi della nascita di un nuovo bosco

Le fasi che danno vita alla nuova foresta sono: la progettazione, affidata ad un tecnico forestale che studi il contesto, conosca gli iter progettuali, i piani vigenti sull’uso del suolo e le autorizzazioni necessarie, che sappia scegliere le specie e gli interventi più adatti in base alle finalità e che consulti gli stakeholder; la preparazione del terreno, con conseguente tracciamento dei filari e del sesto d’impianto, che prevede interventi e tempistiche di attesa molto differenti a seconda del contesto (un terreno precedentemente usato per agricoltura, ad esempio, andrà arato, lavorato con colture azotofissatrici e concimi e fatto riposare almeno un anno); l’impianto, che prevede l’acquisto di piantine forestali di circa 2 o 3 anni di età di origine genetica certificata, la messa a dimora, la pacciamatura protettiva e il materiale di tutoraggio (palo di legno per identificare le piantine quando si fanno i primi sfalci di infestanti e gli shelter, ovvero strutture tubolari che proteggono la pianta dai morsi di lepri, ungulati e altri animali selvatici), la concimazione e l’irrigazione di soccorso, nel caso l’impianto venga fatto in periodi particolarmente siccitosi. Infine: la manutenzione, fondamentale nei primi 3-5 anni, che prevede sfalci, eventuali potature e irrigazioni di soccorso e monitoraggio sul tasso di attecchimento e accrescimento con interventi di sostituzione (generalmente, il 10% circa delle nuove piante non sopravvive); la gestione responsabile di lungo periodo per garantire la permanenza e la resilienza del nuovo bosco valorizzandone prodotti e servizi per la collettività, ovvero i cosiddetti servizi ecosistemici.

I vantaggi delle 'superforeste'

“Abbiamo ribattezzato questi boschi nati da approccio scientifico e multidisciplinare, in grado di innescare circoli virtuosi di benefici per l’uomo e per l’ambiente, 'superforeste' - conclude Alex Pra - e sono gli interventi sui quali è più opportuno investire oggi per godere appieno dei benefici sul lungo periodo. In Italia si stima che il valore economico generato sotto forma di servizi ecosistemici da un singolo ettaro sia pari, in media, a circa 2.300 euro all’anno. Va tuttavia ricordato che i costi di riforestazione sono finanziari, cioè esborsi monetari espliciti, mentre i benefici sono economici, cioè, quand’anche quantificati, non tutti sono necessariamente esplicitati e, soprattutto, internalizzati in un flusso di cassa reale”.

I costi

Essendo numerose le variabili che concorrono a determinare l’impegno economico nella creazione di un bosco, l’analisi di Etifor individua i range di prezzo per un bosco 'standard' (14mila-23mila euro per ettaro) e per una 'superforesta' (24mila-38mila euro per ettaro) utilizzando i costi standard definiti dei prezziari agro-forestali delle principali regioni che prevedono misure per l’afforestazione e la riforestazione nei loro piani di sviluppo rurale. Mediamente, va sempre considerata una variabilità del 10-20% in base alle specie introdotte e a situazioni specifiche, quali la fertilità, il contesto e le condizioni generali dei terreni prima dell’intervento. In aree urbane, ad esempio, i costi lievitano molto facilmente e in montagna, a seconda della pendenza del terreno, si può assistere ad una maggiorazione fino al 15%.

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