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Sostenibilità

“Copyright e privacy rischiano di essere cannibalizzati...

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“Copyright e privacy rischiano di essere cannibalizzati dall’AI”, come evitarlo? Parla Guido Scorza

L’avvocato, componente del Garante per la protezione dei dati, avverte sui rischi e spiega il ruolo dell’AI Act

Avv. Guido Scorza_LinkedIn - LinkedIn

Intorno all’Intelligenza Artificiale si stanno sviluppando sentimenti estremi: o ci porterà via dalla vita dedicata prettamente al lavoro, o ci distruggerà tutti. Nessuna via di mezzo nell’opinione pubblica: o estremo entusiasmo o terrore.

Tra le paure quella che neanche i contenuti coperti da copyright siano al sicuro: “Una certezza più che un rischio”, spiega all’Adnkronos l’avvocato Guido Scorza, componente del Garante per la protezione dei dati, in occasione dell’AI Festival organizzato da Search On Media Group e WMF - We Make Future il 14 e 15 febbraio 2024 al MiCo di Milano.

Il vaso di Pandora è stato aperto dalla causa intentata dal New York Times contro OpenAI e Microsoft per violazione di copyright. Il quotidiano della Grande Mela chiede ai giudici di porre fine alla pratica di utilizzare i suoi articoli per addestrare i chatbot.

“Tutto sommato – continua Scorza – la stessa Open AI ha ammesso di aver bisogno anche di dati coperti da copyright per addestrare al meglio i propri algoritmi”.

Si parla molto di questo aspetto, meno dei dati coperti da privacy “perché vengono considerati con un valore economico inferiore rispetto a quello del copyright, probabilmente a torto”, spiega l’avvocato.

Ciò non significa che queste tecnologie vengano addestrate usando solo contenuti coperti da copyright: “Ovviamente quello che succede sul copyright vale anche per la privacy. – chiarisce Scorza –Credo che questa sia la questione più grande da risolvere: da una parte l'esigenza di queste società di migliorare i propri algoritmi utilizzando una enorme quantità di dati, dall’altra quella di aziende e cittadini di tutelare i propri dati e contenuti”.

D’altronde il contesto storico è particolare: mentre cresce l’attenzione dei consumatori e degli investitori per la sostenibilità in senso lato, si sviluppa una tecnologia che per crescere utilizza dati coperti da copyright. Allora, come tutelare gli autori dei contenuti, e far sviluppare l’AI in un contesto più socialmente sostenibile dal momento che, come sottolinea Scorza, “nessuno di noi era informato su questi rischi”?

Una domanda che non riguarda solo Open AI: “Non abbiamo ragione di ritenere che i modelli di addestramento siano stati così così tanto diversi negli altri casi”, precisa l’avvocato. La questione dipende prima di tutto dal considerare l’evoluzione tecnologica una causa che giustifichi o meno questo utilizzo dei dati in giro per il mondo. “Se si risponde di no, e quindi si dice che non c’è una causa esimente, allora si impone alle società di avere bisogno di un permesso per utilizzare i dati coperti da copyright o da privacy. Se invece si dice che questa causa esimente esiste, si mettono a rischio il diritto d'autore e il diritto alla privacy che – ricorda l’avvocato Scorza – sono fondamentali nella cornice europea”.

Se si riterrà predominante l’interesse delle società che sviluppano tecnologie di AI, “entrambi i diritti sono destinati ad essere cannibalizzati, come in parte è già accaduto, e trasformati in asset tecnologici e commerciali”, avverte Guido Scorza.

AI e il rischio di un’innovazione per pochi

Il dibattito sull’AI riguarda la tutela dei dati personali e aziendali, ma anche l’equa distribuzione di questi asset. “Parliamo di un numero molto ristretto di società commerciali stabilite per di più in un paio di paesi in giro per il mondo”, ricorda Scorza, che afferma: “Oggettivamente credo che una distribuzione così oligopolistica degli asset sia poco sostenibile sia in termini di mercato che di democrazia”.

D’altronde una situazione di oligopolio è già presente in vari ambiti della società: “La dieta mediatica globale – aggiunge Scorza – è decisa forse da una decina di soggetti, che finiscono per diventare molto influenti sull’intera comunità”.

L’alternativa non è bloccare il processo di innovazione ma ampliarne i benefici, se non a tutti “almeno a molti e non a un numero ristretto di realtà”, specifica l’avvocato da sempre molto attivo sullo studio delle nuove tecnologie e della loro regolamentazione.

La legge come strumento di trasparenza

Per molti la legge può essere lo strumento che limiti gli effetti negativi di questa rivoluzione tecnologica, ma l’avvocato Scorza ridimensiona le aspettative: “Credo che a livello nazionale in termini di protezione si possa far poco perché ogni singola nazione è troppo piccola rispetto a questo fenomeno. Qualsiasi regolamentazione protettiva nazionale sarebbe velleitaria”.

Diversa la questione se ci si sposta all’ambito comunitario: “Il livello europeo – continua Scorza – mi pare un livello minimo, essenziale, probabilmente persino insufficiente. Pesa 500 milioni di utenti di servizi di servizi digitali su un mercato che conta già oggi tra i 4 e i 5 miliardi di utenti ed è destinato a crescere”.

La Pubblica Amministrazione ha un ruolo fondamentale nel rendere sostenibile questa trasformazione, seguendo due matrici: la legge e gli incentivi alla stessa AI. Sotto il primo profilo, spiega il componente del Garante per la protezione dei dati, bisogna “attuare nella maniera più opportuna le disposizioni dell’Unione europea in materia. Ciò significa anche fare in modo che la PA disponga delle risorse, economiche e umane, necessarie per affrontare questo cambiamento”.

Il ruolo dell’AI Act

Ad aprile il Parlamento europeo si riunirà per approvare il testo definitivo dell’AI Act, “Non mi aspetto modifiche. – spiega Scorza – Siamo alla cesellatura o prossimi alla cesellatura con l'approvazione in Parlamento, apportare modifiche importanti potrebbe far ripartire l’iter dall’inizio, invece il quadro è chiaro”.

Qual è il ruolo che l’AI Act può avere nel regolare la diffusione dell’Intelligenza Artificiale? “Partiamo dal presupposto che non esiste un testo di regolamentazione salvifico. Per affrontare la sfida che abbiamo davanti serve educazione e formazione sul tema. Solo educando gli utenti a un utilizzo responsabile e socialmente sostenibile, si può evitare che questa tecnologia diventi deleteria per l’uomo”.

Se non altro, l’AI Act ha il merito di essere il primo intervento normativo in materia e di sollevare il tema della trasparenza. “Il provvedimento dell’Unione ha diffusamente sollevato il tema dell'esistenza di una serie di questioni che magari, in assenza di questo regolamento, sarebbero passate in sordina o non avrebbero rappresentato neppure occasione di confronto. E poi l’AI Act produrrà indubbiamente trasparenza perché mette un'asticella, un livello da rispettare per quei produttori di intelligenza artificiale, quei distributori di servizi basati sull'intelligenza artificiale anche se stabiliti fuori dall'Unione europea che però vogliano lavorare nel mercato europeo, esattamente come è accaduto con il GDPR”.

Le norme europee, dunque, sono la garanzia più tangibile per i cittadini: “La forza di queste regole è che si applicano a prescindere dal Paese madre della società: se si vuole operare nel territorio dell’Ue, ci sono delle regole, dei requisiti minimi da rispettare. Questa è un’importante garanzia in termini di trasparenza”, spiega ancora Scorza, che però avverte: “Tutto dipende dalle nostre aspettative: se pensiamo che l’AI Act ci consentirà di non diventare colonia algoritmica di altri, ci sbagliamo di grosso. Se, invece, da questo provvedimento ci aspettiamo e auspichiamo più trasparenza sulla diffusione dell’AI, allora non rimarremo delusi”.

Incentivare l’AI in Italia per renderla sostenibile

Un aspetto molto importante della sostenibilità è che la ricchezza e le opportunità date dall’AI vengano divise tra più persone, evitando quello scenario oligopolistico cui si è accennato: “Il primo livello di intervento è quello protezionistico, ma – spiega Scorza – non è l’unico. Anche a casa nostra possano esserci dei campioni, delle eccellenze dell’Intelligenza Artificiale. È fondamentale, quindi, che la Pubblica Amministrazione investa in questa nuova tecnologia”.

Questa strada permetterebbe di perdere meno terreno rispetto a Cina e Usa, già molto avanti nel progresso dell’AI, perché, come ricorda Scorza, “Con i suoi acquisti e investimenti, l'amministrazione è anche un importante soggetto di mercato in Italia così come negli altri Paesi europei. Non nascondiamoci dietro un dito. – chiarisce l’avvocato – Se una delle aziende leader di settore fosse stata di casa nostra, tutti guarderemmo l’AI in maniera diversa, più fiduciosa e meno diffidente”.

Solo pochi mesi fa Google ha annunciato tre prodotti che sfrutteranno l’intelligenza artificiale e il machine learning per affrontare le sfide ambientali e aiutare aziende e cittadini a ridurre il proprio impatto ambientale.

Questi software combinano l'AI, il machine learning, le immagini aeree e i dati ambientali per fornire informazioni aggiornate sul potenziale solare, la qualità dell'aria e i livelli di polline. Tutti e tre i prodotti rientrano nelle Api (application programming interface), ovvero interfaccia di programmazione delle applicazioni.

Ma l’AI potrà anche aiutare le società occidentali a ridurre gli sprechi di energia e a contrastare gli effetti negativi della crisi demografica che imperversa in Occidente.

Esempi di come questo strumento potentissimo possa aiutare l’essere umano. Se usato responsabilmente e non per allargare le già evidenti differenze sociali.

Un team di giornalisti altamente specializzati che eleva il nostro quotidiano a nuovi livelli di eccellenza, fornendo analisi penetranti e notizie d’urgenza da ogni angolo del globo. Con una vasta gamma di competenze che spaziano dalla politica internazionale all’innovazione tecnologica, il loro contributo è fondamentale per mantenere i nostri lettori informati, impegnati e sempre un passo avanti.

Sostenibilità

Emissioni globali: le aziende più inquinanti del Pianeta

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Secondo un report del progetto Carbon Majors, l'80% delle emissioni è prodotto da sole 57 grandi aziende

Emissioni globali

Per poter accelerare concretamente nella riduzione delle emissioni globali servirebbe l'impegno di tutti, dai singoli cittadini alle istituzioni e, soprattutto, quello delle grandi aziende. Purtroppo invece si assiste ad un preoccupante stallo nell'impegno di riduzione delle emissioni globali specie da parte delle grande imprese, che sono proprio quelle che inquinano di più.

Si pensi che circa l'80% delle emissioni globali di CO2, quindi la stragrande maggioranza, è riconducibile a sole 57 società nel mondo. Si tratta di grandi realtà produttive per lo più collegate a combustibili fossili, petrolio, gas e carbone, oltre che alla produzione di cemento. Diverse di queste grandi aziende, tra l'altro, hanno incrementato la quantità di emissioni anche dopo il 2015, anno in cui è entrato in vigore l'Accordo di Parigi sul clima per la riduzione dei gas serra. Sono queste alcune delle indicazioni emerse dall'aggiornamento del 2024 del progetto Carbon Majors, il più completo database delle emissioni inquinanti globali che monitora i 122 maggiori produttori industriali.

I colossi del petrolio

Che il settore industriale petrolifero sia tra i primi per emissioni globali di inquinanti non lo si scopre oggi. Non per niente, tra le aziende che contribuiscono maggiormente all'inquinamento atmosferico globale vi sono tre colossi del petrolio: Chevron, ExxonMobil e BP. Complessivamente le società del settore privato contribuiscono pr il 31% delle emissioni totali tracciate da Carbon Majors. Fanno peggio le società statali o partecipate dai governi che inquinano per il 33%, tra queste Saudi Aramco, Gazprom e National Iran Oil Company. La produzione diretta dei singoli stati influisce per il 36% delle emissioni complessive, con Cina e Russia tra i maggiori contributori specie per la produzione di carbone. Emissioni globali in aumento Il database Carbon Majors rivela che la maggior parte delle aziende private e di quelle statali ha ampliato la produzione negli ultimi 7 anni, ovvero dopo l'Accordo di Parigi.

Per molte di queste è stato registrato un aumento di emissioni. Gli aumenti maggiori si registrano in Asia, dove 13 grandi aziende su 15 pari all'87% hanno inquinato di più nel periodo 2016-2022, rispetto a quanto registrato nel periodo precedente, dal 2009 al 2015. In peggioramento anche le performance di emissioni in Medio Oriente, con 7 grandi aziende su 10, quindi il 70%, monitorate dal database che hanno aumentato l'impatto ambientale. In Europa il 57% delle grandi aziende (13 su 23) ha incrementato la produzione di emissioni. Il dato più basso, ma sempre negativo, riguarda il Nord America, dove 16 aziende su 37 (il 43%) sono collegate all'aumento delle emissioni. Dall'analisi dei dati risulta chiaro che l'impegno a ridurre la produzione di combustibili fossili e le relative emissioni più volte dichiarato sia da imprese private che statali, sia stato in larga parte disatteso.

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Sostenibilità

Valencia 2024, i piani eco-sostenibili della Capitale Verde...

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I progetti e le iniziative della EU Green Capital 2024

Valencia

Nel 2024 Valencia brilla sotto i riflettori internazionali come la Capitale Verde Europea, un titolo che non solo onora la città stessa ma si estende ad abbracciare l'intera regione e oltre. Questo riconoscimento non è solo un sigillo di approvazione; è un invito a spingersi più in là, a innovare, a costruire un futuro più sostenibile per tutti. E Valencia sta accettando questa sfida con entusiasmo contagioso.

I piani eco-sostenibili di Valencia sono radicati in un approccio olistico, che abbraccia tutti gli aspetti della vita urbana. Dalle iniziative per ridurre l'inquinamento atmosferico alla promozione di uno stile di vita sano e attivo, ogni aspetto della vita quotidiana è stato rivisto e rinnovato per rispettare l'ambiente.

EU Green Capital

L'European Green Capital è un prestigioso riconoscimento conferito annualmente dalla Commissione europea ad una città che si è distinta per il suo impegno e i risultati ottenuti nel campo della sostenibilità ambientale, sociale ed economica. Questo titolo rappresenta non solo un'onorificenza per la città selezionata, ma anche un'esortazione a perseguire obiettivi ancora più ambiziosi e a promuovere pratiche eco-sostenibili che possano fungere da esempio per altre comunità urbane.

Il processo di selezione dell'European Green Capital è rigoroso e basato su criteri ben definiti. Le città candidate (con più di 10mila abitanti) devono dimostrare una forte volontà e capacità di raggiungere obiettivi significativi in materia di tutela ambientale e sviluppo sostenibile. Inoltre, devono impegnarsi a mantenere questi risultati nel lungo termine e a fungere da modello ispiratore per altre città che aspirano a migliorare le proprie pratiche ambientali.

La valutazione delle città candidature avviene attraverso dodici indicatori ambientali chiave, che spaziano dalla qualità dell'aria e dell'acqua all'efficienza energetica, dalla mobilità sostenibile alla gestione dei rifiuti, dalla biodiversità alla governance ambientale. Le città devono presentare un piano strategico dettagliato che evidenzi il loro impegno su questi indicatori e delinei obiettivi chiari per i prossimi 5-10 anni.

Ogni città finalista è sottoposta a un'attenta valutazione da parte di una giuria esperta, che analizza i progressi compiuti, le politiche adottate e le iniziative intraprese per affrontare le sfide ambientali e promuovere la sostenibilità. Solo la città che dimostra un impegno eccezionale e risultati tangibili viene eletta come European Green Capital.

Il premio non è solo un riconoscimento simbolico, ma porta anche benefici tangibili alla città vincitrice. Oltre alla visibilità internazionale, la città selezionata riceve un premio in denaro per un valore di 600.000 euro, che può essere utilizzato per implementare ulteriori iniziative sostenibili e coinvolgere attivamente i cittadini nel processo di trasformazione verde.

Il premio è stato istituito nel 2009 e nel corso di questi le città europee che hanno ottenuto questo ambito titolo hanno dimostrato che un impegno concreto verso la sostenibilità può portare a risultati significativi per l'ambiente e migliorare la qualità della vita dei cittadini.

Le precedenti città insignite del titolo di Green Capital europea sono Stoccolma (2010), Amburgo (2011), Vitoria-Gasteiz (2012), Nantes (2013), Copenhagen (2014), Bristol (2015), Lubiana (2016), Essen (2017), Nijmegen (2018), Oslo (2019), Lisbona (2020), Lahti (2021), Grenoble (2022) e Tallinn (2023). Durante la competizione, Valencia ha superato Cagliari in finale, basando la sua vittoria su quattro pilastri fondamentali: l’espansione delle infrastrutture verdi, il miglioramento della biodiversità urbana, l’implementazione di politiche per l’efficienza climatica ed energetica, l’incentivazione della mobilità sostenibile e la promozione di una dieta alimentare più sostenibile.

La prossima città ad essere riconosciuta per i suoi sforzi ecologici sarà Vilnius, capitale lituana, che è stata scelta come Capitale Verde Europea 2025. Questa decisione è stata presa in riconoscimento del suo impegno significativo verso la sostenibilità, caratterizzato da un approccio pragmatico e realistico.

Per il 2026 le iscrizioni sono ancora aperte, con scadenza 30 aprile 2024.

 

Valencia Capitale Verde Europea 2024

Valencia brilla come esempio di turismo sostenibile e il suo status di Capitale Verde Europea 2024 è una testimonianza tangibile del suo impegno verso la sostenibilità ambientale. Con oltre 400 attività programmate, la città si impegna a coinvolgere e lasciare un'impronta indelebile in tutta la comunità.

Valencia ha progettato nuovi percorsi per mostrare i progressi della città in aree chiave come la natura, la mobilità sostenibile e il recupero dello spazio pubblico. Si tratta delle "Rutas verdes de València", quattro percorsi attraverso la città per scoprire la sua storia e la sua trasformazione, nonché l'impegno della cittadinanza verso la sostenibilità. Questi percorsi, “Rio Verde”, “Un centro para compartir” y “La huerta, el mar y L’ albufera, las despensas de la ciudad” e “La Esencial”, incarnano i successi di Valencia in ambiti quali gli spazi verdi, il recupero del pubblico dominio e la promozione di un'alimentazione sostenibile.

La città spagnola ha adottato un approccio proattivo verso la sostenibilità ambientale, dimostrando un impegno tangibile verso la riduzione delle emissioni di carbonio, la protezione della biodiversità e la promozione di uno stile di vita più verde per i suoi abitanti. Ma il vero merito va alla sua determinazione nell'utilizzare le risorse a disposizione. Il motto di Valencia, "In missione insieme", evidenzia il forte impegno delle autorità cittadine nel collaborare con i residenti per raggiungere obiettivi di neutralità climatica e ambientale.

Uno dei fattori chiave del successo di Valencia nel suo percorso verso la sostenibilità è, infatti, il coinvolgimento attivo della comunità e un'ampia campagna di sensibilizzazione e educazione ambientale. Attraverso programmi educativi nelle scuole, eventi pubblici e collaborazioni con organizzazioni locali, la città sta incoraggiando i suoi cittadini a diventare protagonisti del cambiamento ambientale.

La città, con i suoi due milioni di metri quadrati di giardini e il Parco Nazionale dell'Albufera, si distingue come una meta turistica amata in tutta Europa e sta investendo nella rigenerazione urbana e nella creazione di più spazi verdi accessibili a tutti. Parchi, giardini e aree pubbliche alberate non solo contribuiscono a migliorare la qualità dell'aria e a ridurre il calore urbano, ma offrono anche opportunità per il relax e il benessere della comunità. Inoltre, la città ha in programma di dichiarare l'Albufera riserva della biosfera dell'UNESCO, riconoscendo così la sua importanza come luogo di apprendimento per lo sviluppo sostenibile.

Valencia si sta spostando sempre più verso fonti energetiche rinnovabili e ha avviato progetti ambiziosi per promuovere l'efficienza energetica negli edifici pubblici e privati. L'obiettivo è ridurre al minimo l'impatto ambientale legato al consumo energetico, riducendo contemporaneamente le bollette per i cittadini, in linea con la missione di raggiungere la neutralità climatica entro il 2030. Tra le iniziative ecologiche, molte sono concentrate nel quartiere di Cabanyal. Qui, il mercato municipale alimentato da energia solare e il primo "impianto solare socializzato" della città rappresentano solo due esempi di innovazione verde. Altre iniziative includono l'illuminazione intelligente sul lungomare e la trasformazione dei lampioni in punti di ricarica per veicoli elettrici.

Uno dei punti chiave del piano eco-sostenibile di Valencia riguarda la mobilità. La città sta investendo massicciamente in infrastrutture per favorire il trasporto pubblico, la mobilità ciclabile e pedonale. Nuove piste ciclabili, ampliamenti della rete di trasporto pubblico e incentivi per l'uso di veicoli elettrici sono solo alcune delle iniziative introdotte per ridurre l'impatto ambientale legato al trasporto.

Infine, attraverso un calendario ricco di eventi che spazia da mostre gastronomiche a conferenze sul clima, Valencia dimostra di essere all'avanguardia nella promozione della sostenibilità ambientale e nell'educazione della comunità. Con il suo futuro orientato alla sostenibilità, Valencia si conferma come una delle città leader nella lotta al cambiamento climatico e nella promozione di uno stile di vita più verde per tutti i suoi abitanti.

Il riconoscimento di Capitale Verde Europea è solo l'inizio del viaggio di Valencia verso un futuro sostenibile. La città continua a lavorare instancabilmente per implementare nuove iniziative, coinvolgere la comunità e mantenere vivo l'impegno verso l'ambiente. Con il suo mix unico di storia, cultura e impegno ambientale, Valencia si sta guadagnando un posto di rilievo tra le città leader nella lotta al cambiamento climatico e nella promozione della sostenibilità.

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Sostenibilità

Perché le emissioni delle auto ibride plug-in sono maggiori...

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Tra utilizzo sbagliato e previsioni troppo ottimistiche: la Commissione Ue prepara un nuovo metodo di calcolo

Emissioni auto plug-in  - Canva

Le auto ibride plug-in inquinano più di quanto previsto. Nel panorama attuale della mobilità sostenibile, le auto ibride plug-in (Phev) rappresentano una soluzione di compromesso tra i veicoli a combustione interna e quelli puramente elettrici. Promettono di ridurre significativamente le emissioni di CO2, grazie alla loro capacità di operare in modalità completamente elettrica per brevi tragitti.

Tuttavia, la direzione generale per l’azione per il clima (DG Clima) della Commissione europea ha rivelato che “per i veicoli ibridi plug-in, le emissioni di anidride carbonica nel mondo reale sono risultate in media 3,5 volte superiori ai valori di laboratorio”.

La differenza tra i risultati promessi e quelli ottenuti è quindi significativa e molti consumatori, politici e istituzioni stanno mettendo in dubbio l’effettiva sostenibilità di queste vetture.

Perché le auto plug-in inquinano più del previsto?

Essenzialmente, questo avviene per due motivi:

- perché il motore termico (benzina) viene utilizzato molto più spesso delle aspettative;

- perché quasi nessun proprietario di auto ibride plug-in carica la batteria elettrica tramite colonnine.

“Il divario – spiega la Commissione – è dovuto a diversi fattori che influenzano le emissioni del mondo reale e che non possono essere completamente replicati in un test di laboratorio, come le condizioni del traffico, il paesaggio, le condizioni stradali, la temperatura ambientale, l’uso dell’aria condizionata e dell’elettronica di bordo e il comportamento del conducente”.

Il gap, comunque, non sorprende la Commissione che lo ritiene “compatibile con le ipotesi inserite nelle valutazioni d’impatto” alla base della revisione della normativa Euro 6.

Campione limitato

Queste prime proiezioni sono basate su campione limitato, ma sono fortemente indicative del divario esistente tra emissioni attese ed emissioni reali. Ad ogni modo, la stessa Commissione sottolinea la necessità di ampliare il campione e ottenere una maggiore “rappresentatività della flotta”. Ad aprile 2022, i funzionari europei hanno ricevuto dati pari al 10,6% delle auto e all’1% dei furgoni immatricolati l’anno precedente. Una copertura considerata ancora “al di sotto delle aspettative per la maggior parte dei produttori”.

Modifiche al calcolo fattore utilità

Nonostante il campione limitato, il gap pare evidente. Per questo, la Commissione sottolinea che ha già introdotto modifiche al calcolo del fattore di utilità, che tiene conto del concreto contributo offerto dal motore elettrico. Si tratta di un indice fondamentale per determinare le emissioni di CO2 durante la procedura di prova ufficiale. Le modifiche entreranno in vigore dal 2025 e dovrebbero comportare una simulazione più vicina alla realtà e, quindi, delle previsioni più precise sulle emissioni di anidride carbonica.

Le auto plug-in si ricaricano?

Uno dei motivi principali che spingono all’acquisto di un’auto plug-in hybrid è che non c’è bisogno di ricaricarle tramite colonnine elettriche, di cui, tra l’altro, l’Italia ha una grave penuria. C’è però un fattore molto sottovalutato che incide sulle prestazioni e sulle emissioni di questi veicoli: le Phev offrono i loro migliori vantaggi ambientali quando vengono ricaricate regolarmente. In assenza di questa pratica, il motore a combustione interna diventa la principale fonte di trazione, e quindi le emissioni delle auto plug-in aumentano.

Le auto ibride plug-in dovrebbero essere ricaricate idealmente ogni giorno, soprattutto se si utilizza l’auto per brevi tragitti che rientrano nell’autonomia garantita dalla batteria. Questo permette di massimizzare l’uso della modalità elettrica e di ridurre al minimo l’uso del motore a combustione interna, ottimizzando così i consumi e le emissioni.

La frequenza di ricarica dipende anche dalla capacità della batteria e dall’autonomia elettrica del veicolo. Alcuni modelli possono avere un’autonomia elettrica che varia da circa 30 a 100 km quindi la necessità di ricarica può variare in base all’uso quotidiano dell’auto. Inoltre, il tempo necessario per una ricarica completa può variare da circa 3 a 4 ore, a seconda della capacità della batteria e del tipo di caricatore utilizzato.

È pacifico, però, che per sfruttare al meglio le potenzialità delle Phev sia meglio ricaricare l’auto ogni volta che è possibile, specialmente dopo un uso prolungato. Questo serve anche per mantenere elevata la capacità della batteria di un’auto ibrida plug-in, che di solito è maggiore rispetto all’autonomia delle ibride tradizionali e consente di viaggiare a zero emissioni per una distanza più lunga. Se utilizzata correttamente.

Come funzionano le auto ibride plug-in

Quando l’auto viene avviata, utilizza il motore elettrico fino a quando si viaggia a bassa velocità o fino a quando la carica della batteria si esaurisce. Di solito il motore termico entra in azione quando si superano i 50 km/h, anche se i limiti specifici cambiano in base ai diversi modelli di auto.

Le batterie delle auto ibride plug-in sfruttano la cosiddetta frenata rigenerativa. In pratica l’energia cinetica generata dalla frenata o dal rallentamento dell’auto viene trasformata in energia elettrica e utilizzata per ricaricare la batteria. Come si è visto, però, questo processo rischia di essere croce e delizia delle auto plug-in. Infatti, sarebbe consigliabile ricaricarle presso le colonnine quando possibile.

Le auto ibride plug-in possono essere ricaricate tramite una presa di corrente (spesso di tipo 2) o da una colonnina pubblica di ricarica.

Quanto viene usato davvero il motore elettrico?

Prima dell’indagine voluta dalla Commissione Ue, altri studi avevano scoperto il Vaso di Pandora evidenziando che le emissioni delle auto ibride plug-in fossero molto superiori rispetto alle promesse delle case automobilistiche.

In particolare, in un osservatorio congiunto con l’International Council on Clean Transportation (Icct), l’istituto Fraunhofer aveva rivelato che gli ibridi plug-in venivano guidati prevalentemente in elettrico solo per circa il 45-49% del loro chilometraggio. Una percentuale già bassa che crollava drasticamente per le auto aziendali, dove il motore elettrico veniva utilizzato solo per l’11%-15% del chilometraggio totale.

La motivazione è semplice: spesso le auto aziendali percorrono strade extraurbane dove la velocità massima è maggiore dei 50 km/h, azionando così il motore termico. Una situazione che potenzialmente è ancora più grave in Italia, dove la copertura del trasporto su binari e pubblico è scarsa e molti lavoratori sono costretti a prendere l’auto anche per lunghi tragitti per andare al lavoro.

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