Guerra Ucraina-Russia: “La exit strategy di Putin”


La “exit strategy” di Vladimir Putin per l’Ucraina dopo “l’operazione militare speciale”. Una strategia che potrebbe “basarsi principalmente sull’instaurazione di un governo filo-russo”. Un “regime change, almeno in quella parte di Ucraina che verrà assoggettata al controllo russo e alle autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Luhansk”, riconosciute solo dalla Russia, “anche se è improbabile una spartizione territoriale che vada oltre i territori russofoni”. Claudio Bertolotti, esperto dell’Ispi e direttore di Start InSight, ragiona con l’Adnkronos mentre i russi stringono su Kiev e dopo che la Russia si è detta pronta ad accogliere l’appello del presidente ucraino Volodymyr Zelensky inviando una delegazione a Minsk, in Bielorussia, per trattare con il governo di Kiev.  

“L’Ucraina – dice – è stata lasciata sola a combattere una guerra contro la Russia che non volevano né Mosca né Kiev”. E “non sarà l’Afghanistan di Putin”. La “exit strategy” c’è stata fin dall’inizio perché “Putin ha ben chiaro quello che è l’esito di una guerra di lungo periodo” – in Afghanistan lo hanno visto prima i russi, poi gli Usa – e il rischio in assenza della “conquista di un obiettivo lampo” è una “guerra asimmetrica di logoramento”.  

A questo punto, secondo Bertolotti, “appare chiaro che Putin abbia commesso un errore strategico” e “potrebbe rimediare solo minacciando di occupare tutto il Paese per poi ritirarsi forte di un accordo”. Un’intesa che, prosegue, “potrebbe prevedere la spartizione del Paese in due, di qua e di là dal confine naturale del fiume Dniepr”, un “regime change”, appunto, e “la ridefinizione dei confini ucraini con l’annessione delle repubbliche russofone appena riconosciute”, Donetsk e Luhansk. In ogni caso, “il punto fermo di Mosca sarebbe un governo filo-russo a Kiev”, una “condizione imprescindibile” secondo l’esperto, “anche forzando l’attuale governo ad accettare un accordo negoziale a vantaggio di Mosca”. 

Bertolotti invita a non dimenticare “il punto di vista russo”, gli “aspetti storici”, la “percezione politica fermamente radicata all’interno della leadership russa di fortezza assediata”.  

Negoziare, mentre in campo – spiega l’esperto – ci sono “complessivi 250.000 soldati ucraini contro i 190.000 soldati russi, una parte dei quali nella riserva” e “teoricamente i 250.000 ucraini sarebbero una forza sufficiente per fermare l’avanzata russa”. Ma “la superiore capacità operativa e la potenziale riserva russa disponibile lasciano ben poche speranze alla difesa ucraina”, che “potrebbe dare del filo da torcere a Mosca solo se si trasformasse in forze di guerriglia”. 

“C’è da chiedersi – osserva – se vi sia l’opportunità e la necessità di aiutare militarmente la resistenza ucraina” perché “implicherebbe una prosecuzione del conflitto, quindi un aumento dei morti, distruzione e danni bellici molto rilevanti”. E “aiutare la resistenza” significherebbe “trasformare la guerra da convenzionale ad asimmetrica con le tecniche della guerriglia” e conseguenze “molto dolorose” per la Russia e l’Ucraina. Secondo Bertolotti, la comunità internazionale non è interessata questo, “a meno che ciò non sia inserito nell’obiettivo di indebolire Putin, non tanto di aiutare l’Ucraina”. Qui è “fondamentale il ruolo statunitense” che “potrebbe fare la differenza” in un'”ottica di contenimento della politica russa e di Putin”. 

“Marginale e scarsamente rilevante”, rimarca, il ruolo di Ue e Nato. Un’Alleanza “che non può essere coinvolta direttamente per Statuto”, l’Ucraina non è un alleato, e che “potrebbe essere interessata per opportunità, ma al momento non è così e non lo sarà”.  

E, conclude, “sul lungo periodo bisogna interpretare l’ambizione nazionale della Russia, basata su una volontà di stabilire gli equilibri che si erano consolidati durante la Guerra fredda”, sia “dal punto di vista dell’influenza che della presenza fisica in quello che era l’antico blocco sovietico”. E “aggiungere l’espansione dell’interesse della Russia anche in aree dove non era presente o fortemente limitato”. Il Mediterraneo, i Paesi che dal Nordafrica al medio oriente vi si affacciano sul mediterraneo. A cominciare da Libia e Siria. 

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