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Agricoltori e imprenditori lavorano più di tutti: l’analisi in Ue e in Italia

Dai dati Eurostat del 2023, emerge una grande differenza tra i Ventisette nelle ore lavorate ogni settimana: si va dalle 39,8 ore dei greci alla media di 32,2 ore di olandesi e austriaci.

Questi godono della settimana lavorativa più breve tra tutti i Paesi Ue, seguiti dai tedeschi con 34 ore. L’Italia si allinea perfettamente con la media europea, registrando 36,1 ore settimanali. In cima alla classifica delle ore lavorate troviamo invece i greci, con 39,8 ore settimanali, seguiti dai polacchi a 39,3 ore e dai bulgari, con una media di ore lavorate per settimana pari a 39.

Prima che vi sentiate (giustamente) estraniati da questi numeri, bisogna specificare che il conteggio Eurostat tiene conto del monte ore annuale suddividendolo allo stesso per ogni settimana, quindi, include anche i giorni e le settimane non lavorate per ferie, permesso, congedi e malattia. La ricerca si concentra sull’occupazione principale degli intervistati nella fascia di età 20-64 anni

I settori dove si lavora di più

C’è un confronto che non verrà mai meno, almeno in Italia. Quel bisogno di affermare la propria operosità per cui “se tu hai lavorato tanto, io ho lavorato di più”.
Può essere utile capire quali siano i settori dove, in Europa, si lavora di più:

agricoltura, silvicoltura e pesca, con una media di 41,5 ore settimanali;
estrazione mineraria con 39,1 ore;
edilizia con 38,9 ore.

La settimana lavorativa più corta viene registrata tra i datori di lavoro con un monte ore settimanale pari a 26,7 ore lavorate. Per quanto riguarda i settori, quelli dove si lavora meno ore sono:

istruzione (31,9 ore);
attività artistiche, di intrattenimento e ricreative (33 ore).

Differenze tra i Paesi Ue

Nel 2023, il 37,1% degli occupati nell’Unione Europea ha lavorato tra le 40 e le 44,5 ore settimanali. Solo il 7,1% ha registrato meno di 20 ore settimanali nel proprio lavoro principale.
La fascia di 40-44,5 ore settimanali rappresenta la quota maggiore nella maggior parte dei Paesi, eccetto Irlanda, Finlandia, Belgio, Francia e Danimarca, dove è più frequente lavorare tra le 35 e le 39,5 ore a settimana.

Le differenze più significative sulle ore lavorate si trovano proprio nella fascia 40-44,5 che in Bulgaria riguarda l’82,2% dei lavoratori, in Romania l’80,2% e in Lettonia il 77,7% contro la media europea del 37,1%, mentre in Belgio (16,1%), Francia (13,3%) e Danimarca (10,6%) si registrano le quote più basse.

Differenze di genere

Anche l’analisi Eurostat 2023 denota il problema del gender gap lavorativo.
Mediamente, in Ue gli uomini impiegati a tempo pieno lavorano 39,8 ore settimanali, rispetto alle 37,8 ore delle donne. Disparità che poi si riversano sui salari e spesso derivano da esigenze di cura domestiche. Secondo i dati Ocse, citati da Openpolis nel terzo trimestre 2023, le donne impiegano mediamente 4,73 ore al giorno per il lavoro domestico e di cura, gli uomini solo 1,84 ore.

La forbice più ampia si riscontra in Irlanda, dove gli uomini lavorano 40,5 ore settimanali contro le 36,5 delle donne. Nei Paesi Bassi, gli uomini lavorano 38,8 ore settimanali rispetto alle 35,2 delle donne, mentre in Grecia gli uomini lavorano 42,5 ore settimanali contro le 39,3 delle donne. Secondo i numeri dell’Istituto europeo di statistica, nel 2023 in Italia gli uomini hanno lavorato mediamente 40,2 ore settimanali rispetto alle mentre le donne 37 delle donne. Forbice più stretta a Cipro, dove gli uomini lavorano 41,3 ore settimanali contro le 38,8 delle donne.

Gender gap occupazionale

Il monte ore e il part-time forzato è solo un aspetto del problema. L’altro riguarda il gender gap occupazionale in senso stretto. Secondo un’elaborazione Openpolis sui dati Eurostat pubblicata a settembre 2023, in Europa risulta occupato l’80% degli uomini contro il 69,3% delle donne. Il gender gap medio è quindi del 10,7%, ma ci sono molte differenze tra i Ventisette.

Il record negativo spetta alla Grecia con il 21% di differenza occupazionale tra uomini e donne. L’Italia segue a ruota con 19,7% che è il doppio delle media europea. Meglio del Belpaese la Romania che registra il 18,6%. Tra i Paesi più virtuosi ci sono invece quelli scandinavi e baltici: in testa Lituania (0,8%) e Finlandia (1,2%) e a seguire Estonia (2,9%) e Lettonia (3,1%).

Il gender gap in Italia

Un altro dato interessante in chiave demografica emerge dall’elaborazione Openpolis: in 22 Stati europei su 27, le donne con 3 figli hanno tassi di occupazione superiori a quelle italiane con un solo figlio. E, soprattutto, i Paesi con le peggiori performance di natalità sono anche quelle con i minori tassi di occupazione femminile.

Una statistica che si intreccia con quella del part-time e delle dimissioni delle mamme in Italia.
Secondo i dati del report lavoro elaborato dalla Cisl a marzo 2024, il part-time riguarda il 7% degli occupati uomini, ma il 31,1% delle donne occupate. Insomma, in Italia il lavoro a tempo parziale (con tutte le sue conseguenze contributive e retributive) incide sulle donne oltre quattro volte in più rispetto agli uomini.

Con l’aggravante che anche le donne che scelgono volontariamente il part time lo fanno perché è spesso l’unico strumento di conciliazione a causa degli insufficienti servizi per la natalità e dei salari spesso troppo basi per potersi permettere una baby-sitter. l divario si allarga quando si parla di dimissioni come mostra la relazione annuale 2022 sulle dimissioni presentate entro i primi tre anni dalla nascita dei figli.

Che a licenziarsi siano soprattutto le donne neomamme lo conferma il 72,8% dei provvedimenti, pari a 44.669 dimissioni convalidate. La parte peggiore riguarda la causa: il 63% delle dimissioni rosa si basa sulla difficile conciliazione tra la cura dei figli e il lavoro, causa che tocca gli i papà solo nel 7,1% dei casi.

Altri dati del rapporto corroborano la tesi. La fascia d’età 29-44 anni occupa quasi l’80% dei destinatari delle convalide e quasi il 60% dei provvedimenti riguarda mamme e papà con un solo figlio o in attesa del primo. Le percentuali inferiori in presenza del secondo o terzo figlio dimostrano che all’aumentare del numero dei bambini peggiorano le condizioni di stabilità lavorative, ma che la sola prima maternità è sufficiente a mettere in crisi le donne che scelgono di diventare mamme.
Non è un caso che l’Italia abbia il tasso di fecondità più basso d’Europa (1,2 figli per donna), insieme a Spagna e Malta.

Chi lavora di più tra imprenditori e dipendenti?

Un dato curioso dell’indagine Eurostat 2023 riguarda le tipologie di lavoratori, intesi come dipendenti, lavoratori autonomi senza dipendenti e imprenditori con dipendenti.
La differenza di ore lavorate è molto grande:

gli imprenditori che hanno assunto dei dipendenti sono i più impegnati in assoluto e lavorano una media di 47 ore settimanali in ufficio;
poi ci sono i lavoratori autonomi senza dipendenti, che però sono molto distaccati dagli imprenditori con dipendenti e lavorano in media 40,4 ore a settimana;
i dipendenti, invece, si attestano sulle 36,6 ore settimanali.

Infine, bisogna considerare il dato secondo cui gli italiani sono tra i più stacanovisti d’Europa. Il dato, anche questo fornito dall’Eurostat sul 2023, è solo in apparenza una contraddizione. Lo studio in questione non misura la media di ore lavorate per settimane, ma quante persone facciano orari straordinari.
Il risultato è che gli italiani più stacanovisti sono i lavoratori autonomi: secondo la ricerca, quasi un autonomo su tre (29,3%) dichiara di lavorare 49 ore settimanali. Più in generale, a superare la soglia del normale orario di lavoro sono il 46% degli autonomi italiani contro il 41,7% della media dei “colleghi” europei (qui per approfondire l’indagine).

Un team di giornalisti altamente specializzati che eleva il nostro quotidiano a nuovi livelli di eccellenza, fornendo analisi penetranti e notizie d’urgenza da ogni angolo del globo. Con una vasta gamma di competenze che spaziano dalla politica internazionale all’innovazione tecnologica, il loro contributo è fondamentale per mantenere i nostri lettori informati, impegnati e sempre un passo avanti.

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Parkinson, lo studio per diagnosticarlo in anticipo e la...

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Da Londra arriva uno studio che punta a riconoscere il Parkinson sette anni prima che si verifichino i sintomi sui pazienti. Si tratta di una ricerca nelle sue fasi iniziali, che ha ottenuto già ottimi risultati. Un ulteriore passo avanti nel contrasto a un morbo sempre più diffuso. Una battaglia che viene perseguita con i metodi più tradizionali ma anche seguendo strade straordinarie.

La signora che annusa il Parkinson

Come quella della donna scozzese che riesce ad “annusare” il Parkinson grazie al suo olfatto. Una notizia che nell’era della tecnologia, anche medica, sembra più unica che rara, anche se, come vedremo, la donna è in buona compagnia. Chissà quale sarà stata la reazione di Joy Milne, oggi 74 enne di Perth, in Scozia, quando ha scoperto di poter riconoscere il morbo di Parkinson attraverso l’odore. Tutto nasce in famiglia, quando Joy nota un cambiamento nell’odore del marito che trova più sgradevole e vicino all’odore del muschio. Un cambiamento che la insospettisce, fiuta che qualcosa non va, ma il marito sta bene. Dodici anni dopo all’uomo verrà diagnosticato il Parkinson.

Per molti è impossibile trovare una relazione concreta dopo così tanto tempo, ma medici e ricercatori sono incuriositi, vogliono scoprire se l’olfatto di Joy Milne ha davvero una sensibilità rara e riesce a intercettare odori così precisi.

Joy inizia a collaborare con i ricercatori dell’Università di Manchester per sviluppare un test diagnostico basato sull’analisi del sebo della pelle. Durante questi studi, la donna scozzese dimostra la sua abilità in modo impressionante. In un esperimento, deve annusare magliette indossate da persone con e senza Parkinson. Il risultato è sconvolgente: Joy riesce a individuare tutti i pazienti con Parkinson. Non solo: riesce anche a segnalare una persona malata a cui però non era stata diagnosticata la malattia. Otto mesi dopo, a questo soggetto verrà diagnosticato il Parkinson. Di fronte a questi risultati, gli scienziati iniziarono a usare dei cotton fioc sui pazienti per cercare le molecole associate alla malattia.

La signora Milne, ex infermiera, riteneva “inaccettabile” che i pazienti con il morbo di Parkinson ricevessero una diagnosi solo quando la malattia aveva già causato dei danni neurologici importanti. “Penso che sia necessario riuscire a identificarla molto prima, proprio come avviene con il cancro e il diabete. Le diagnosi tempestive possono condurre a dei trattamenti più efficaci e a delle condizioni di vita migliori”, ha spiegato. Ha aggiunto che “è stato dimostrato che l’esercizio fisico e un cambio di regime alimentare possono fare una grande differenza”.

Nel 2019 questa collaborazione ha portato i primi risultati utili a sviluppare un test del tampone che può rilevare il morbo in appena tre minuti analizzando i composti organici volatili presenti nel sebo, che nei pazienti con Parkinson. Ora i ricercatori si stanno basando sulla scoperta per perfezionare il test per la diagnosi rapida e precoce del Parkinson. Nello studio pubblicato sul Journal of the American Chemical Society, gli esperti hanno confermato il ruolo determinante del sebo nella diagnosi del morbo.

Olfatto croce e delizia

Come tutti i “superpoteri”, anche l’olfatto di Joy Milne è fonte richiede sacrifici e provoca molti disturbi alla donna nella sua vita di tutti i giorni. “Devo andare a fare la spesa molto tardi, perché faccio fatica a sopportare i profumi indossati dalle persone. Inoltre, non posso andare nel reparto del supermercato dove ci sono tutti i prodotti chimici. Però sono stata in Tanzania per collaborare alle ricerche sulla tubercolosi e negli Stati Uniti, dove ho contribuito a degli studi preliminari sul cancro. Questo naso è una maledizione, ma non priva di benefici”, ha detto.

Altri casi simili

Ma Joy Milne non è da sola. Nella storia ci sono stati documentati altri casi di persone che riescono a percepire odori associati a diverse malattie. Il caso più avvalorato è il riconoscimento del diabete dall’odore “fruttato” dell’alito dei pazienti, causato dalla chetoacidosi diabetica quando c’è uno scompenso di glicemia.

Un altro esempio affascinante riguarda i cani addestrati per identificare odori associati a diverse patologie, inclusi vari tipi di cancro. Numerosi studi hanno dimostrato che i cani possono rilevare composti chimici volatili emessi dal corpo umano con una precisione straordinaria. Questi studi mostrano che il cancro emana composti chimici volatili che possono essere rilevati dall’olfatto canino, aprendo nuove possibilità per la diagnosi precoce e non invasiva di questa malattia.

La scienza sta iniziando a comprendere meglio come l’olfatto possa essere utilizzato per diagnosticare diverse malattie. Gli studi condotti finora dimostrano che il nostro corpo emette segnali chimici che possono essere rilevati dall’olfatto umano e animale. Questi segnali possono fornire informazioni preziose sulla nostra salute e aprire nuove strade per la diagnosi precoce e il trattamento di diverse patologie.

Joy riconosce che “Nessun medico di famiglia prenderebbe sul serio un paziente che si presenta di lui convinto di avere il Parkinson solo perché ha incontrato per strada una donna capace di fiutarlo! Forse in futuro le cose cambieranno, ma per ora è così”, chiosa.

Nuovi studi sul Parkinson

Intanto, continuano gli studi su questa patologia che in Italia interessa circa 300 mila persone e un trend in salita sia perché la popolazione è invecchiata, sia perché si fanno più esami e diagnosi.

Proprio in questi giorni, da Londra arrivano buone notizie sull’avanzamento degli studi. Oggi, le persone affette da Parkinson vengono trattate con la terapia sostitutiva della dopamina dopo che hanno già sviluppato sintomi come tremore, rallentamento nei movimenti e nell’andatura e problemi di memoria. Ma i ricercatori ritengono che una previsione e una diagnosi precoce sarebbero preziose per trovare trattamenti in grado di rallentare o fermare il Parkinson proteggendo le cellule cerebrali nel mirino della malattia.

Questo è l’obiettivo di un team di ricerca dell’University College di Londra, descritto in un articolo recentemente comparso sulle colonne di “Nature Communications”. Mediante l’impiego di modelli di apprendimento automatico, gli esperti sarebbero riusciti a individuare alcune spie della presenza della malattia nel sangue.

Man mano che diventano disponibili nuove terapie per il Parkinson, dobbiamo diagnosticare la patologia ai pazienti prima che sviluppino i sintomi”, osserva l’autore senior dello studio, Kevin Mills, dell’Ucl Great Ormond Street Institute of Child Health. Questo perché, evidenzia, “non possiamo far ricrescere le nostre cellule cerebrali, quindi dobbiamo proteggere quelle che abbiamo”.

Per verificare che il test fosse in grado di prevedere la probabilità di sviluppare la malattia, il team ha analizzato il sangue di 72 pazienti con disturbo del comportamento del sonno Rem. Questo disturbo fa sì che i pazienti mettano in atto fisicamente i propri sogni senza saperlo, facendo sogni vividi o violenti). È ormai noto che il 75-80% delle persone con questo disturbo svilupperanno una sinucleinopatia, un tipo di disturbo cerebrale causato dall’accumulo anomalo di una proteina chiamata alfa-sinucleina nelle cellule cerebrali e correlato al Parkinson. Quando lo strumento di apprendimento automatico ha analizzato il sangue dei pazienti, ha identificato che il 79% di loro aveva lo stesso profilo di una persona affetta dal morbo. Qualora i risultati di questo primo studio superassero il test della generalizzabilità, basterebbero delle semplici analisi del sangue per una diagnosi precoce e affidabile (clicca qui se vuoi approfondire).

La speranza dei ricercatori è di ottenere finanziamenti anche per creare un test eseguibile in maniera più semplice mettendo una goccia di sangue su una scheda da inviare al laboratorio.

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Tra maternità e disabilità: la storia di Giulia La Marca,...

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Giulia La Marca è un’influencer e psicologa, originaria di Torino, che sui social vanta oltre mezzo milione di follower. Insieme al marito Andrea Decarlini, gira il mondo raccontando ai suoi “seguaci” posti sensazionali da ogni dove. Negli ultimi anni, con loro, anche la piccola Sophie, nata nel 2021. Fino a qui nulla di particolare, se non che Giulia vive la sua vita, in seguito ad un incidente in scooter, su una sedia a rotelle e che tra qualche mese, a percorrere i loro amati viaggi, non saranno più in tre, ma in quattro. Giulia è in dolce attesa e oggi ha rivelato che è in arrivo un maschietto. Ecco la storia di forza e determinazione di una maternità oltre i limiti.

L’incidente

“Correva l’anno 2011 e io avevo appena fatto l’incidente – racconta Giulia su Instagram -. Il mio incidente è stato in scooter, siamo scivolati e mi sono rotta la testa. Andrea (il marito, ndr) era uno studente di fisioterapia, io una paziente. All’epoca io ero fidanzata con il ragazzo con cui avevo avuto l’incidente e lui anche aveva una ragazza. La mia relazione degenera quando il mio ragazzo sosteneva che non tornassi a camminare per la mancanza di forza di volontà. E quando si lascia anche Andrea, mi scrive e il 2 marzo 2012 andiamo per la prima volta insieme ad un evento di motocross. Inizio a trascorrere del tempo con lui e i suoi coinquilini. Ha conosciuto la mia famiglia, ed è molto legato a mia sorella. E tra alti e bassi e la mia paura di impegnarmi in una relazione, Andrea mi da un ultimatum: o vieni a vivere con me o ci lasciamo. E così ho deciso di andare. Dopo le lauree abbiamo preso una casa. Poi il primo viaggio in Australia. Anche se lavoravamo abbiamo sempre viaggiato: era il mio modo di tornare ad essere felice”.

Tra Parigi e Cina, come spiega la creator sui social, è arrivata poi la proposta di matrimonio. Poi il viaggio di nozze in India. Poi lo Sri Lanka e i 1000 gradini da scalare, poi Machu Picchu, Borobudur e “dopo tanti anni abbiamo aperto un profilo social per raccontare i nostri viaggi. Dopo un aborto spontaneo, nel 2021 è nata Sophie”.

La notorietà

Giulia e suo marito Andrea sono due travel blogger, ma raccontano anche come si affrontano viaggi particolari in carrozzina, tra i (non) limiti che si possono trovare. La notorietà, però, non ha sempre e solo lati positivi e la vita con una disabilità – o reputata tale dalla maggior parte delle persone – può anche attirare lati negativi.

Il più noto è stato il caso al Salone del Mobile di Milano. “Cercavo parcheggio da un bel po’ come tutti, con la differenza che cercavo un parcheggio disabili avendo il tagliandino. Per un’ora e mezza ad ogni parcheggio incontrato chiedevamo se ci fossero posti disabili disponibili. Ci rispondevano: “I parcheggi sono pieni chiedi al prossimo” mentre dalla strada si vedevano alcuni parcheggi disabili liberi”. Giulia, con un filmato su Instagram, aveva raccontato negli scorsi mesi la discriminazione subita nei parcheggi di Rho Fiera, durante lo svolgimento dell’evento a Milano. I parcheggiatori le hanno di fatto negato l’accesso ai posti auto e uno di loro l’ha anche aggredita verbalmente dicendo: “Voi persone con disabilità dovete stare a casa, se siete malati non venite qui”. Dopo una serie di tentativi, l’influencer è riuscita a parcheggiare ma ha ribadito: “Trovo grave l’accaduto, sia le frasi ricevute sia il suo comportamento (se fossi stata da sola con mia figlia la situazione sarebbe stata ancora più grave), sia il fatto che una delle fiere più importanti che abbiamo non sia preparata ad accogliere visitatori con disabilità”.

Una disabilità che, per la voglia e la determinazione che Giulia mostra ogni giorni, per lei non è neanche da considerare tale. Dalla sessualità alla maternità, fino ai viaggi, Giulia condivide sui social tutto con estrema limpidezza, tra cui anche la sua ultima gravidanza.

Visualizza questo post su Instagram

Un post condiviso da Giulia Lamarca (@giulialamarca)

L’annuncio di un secondo figlio

Tremava con un test di gravidanza coreano e positivo tra le mani: “È andata così – scrive la psicologa e influencer sui social nelle scorse settimane -. Eravamo in Corea del Sud, stavamo facendo un on the road in macchina. Avevo un ritardo di qualche giorno, quasi una settimana, ma avevamo già fatto un test qualche giorno prima perché dovevo capire se continuare la terapia o no ed era risultato negativo”. E continua: “Però sentivo qualcosa di diverso, sentivo un amore più grande verso un po’ tutti. In più avevo sempre voglia di comprare vestiti per Sophie o per ipotetici altri bambini. Insomma, iniziavo a chiedermi il come mai di quelle sensazioni. Alla fine, compriamo un test e poco prima di prendere la funivia per la montagna sono andata in bagno e l’ho fatto! Poi mi sono venuti dei dubbi perché il test era in coreano e magari stavo leggendo male il risultato. Ero così stranita che tremavo tutta! Da lì, ci siamo goduti questo viaggio con lentezza, assaporando questi momenti in tre ma anche già in quattro”.

Un annuncio che le è costato qualche commento negativo. In molti, infatti, sostengono che la disabilità può “rovinare” il futuro dei suoi figli, così come, in generale, annunciare una gravidanza mentre la si scopre, significa “togliere intimità ad uno dei momenti più importanti della vostra vita”. Intanto oggi la notizia condivisa con i fan dell’arrivo di un maschietto ha commosso tutti.

Maternità e disabilità

Critiche a parte, la vera forza di Giulia e Andrea sta nel portare un messaggio importante a chiunque viva la sua stessa condizione fisica: “Una maternità con una disabilità? Si può fare! Fate attenzione ai primi mesi, perché possono essere i più difficili – hanno raccontato più volte i due -. È più complessa la gestione in casa che fuori: se deve alzarsi da seduta è più facile che lo faccia io – spiega Andrea -, mentre se c’è da passeggiare al parco posso tenerla per mano o in braccio io – continua Giulia -. Alcuni pediatri sconsigliano di allattare alle persone che hanno disabilità. Io ho scelto di farlo, è più stancante, ma consiglio di farlo se si può perché è stupendo”.

Per tutto il resto vige il buon senso di “sopravvivenza”. Nessuno nasce con il libretto delle istruzioni del buon genitore e in base alle necessità e all’occorrenza si prodiga per rendere quanto più sana e felice la maternità, la genitorialità in generale e la crescita del proprio figlio che, nel caso di Giulia, saranno presto due.

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Sterilizzazione volontaria “impossibile in Giappone”:...

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Le donne sono utili solo se sono madri? In Giappone sembrerebbe di sì. Perché pare che chi richiede oggi la sterilizzazione debba soddisfare una serie di condizioni. L’approvazione viene accordata a quelle donne che hanno già un figlio, o che possano dimostrare il pericolo per la loro salute in caso di un’eventuale gravidanza e, immancabile, è il consenso del coniuge. Ciò rende difficile per molte cittadine giapponesi la possibilità di accedere a questa procedura e con il calo demografico e la volontà di incentivare la maternità, ciò sembra essere ancora più complesso.

Sterilizzazione in Giappone: a quale costo?

A raccontare la storia di cinque donne che hanno fatto causa al governo di Tokyo è il New York Times che riporta la testimonianza di Tatsuta. La 24enne giapponese ha già chiaro da diversi anni che non intende avere figli in un futuro né vicino né lontano e, insieme ad altre quattro donne, ha deciso di attaccare una legge conosciuta come Maternal Protection Act. Secondo le protagoniste di questa vicenda, questa norma viola il loro diritto costituzionale all’uguaglianza e all’autodeterminazione e per tale motivo dovrebbe essere annullata.

Durante un’udienza presso il tribunale distrettuale di Tokyo la scorsa settimana, Michiko Kameishi, avvocato dei querelanti, ha descritto la legge come una forma di “eccessivo paternalismo” e ha affermato che la norma “presuppone che pensiamo al corpo di una donna come un corpo destinato a diventare madre”, riporta il Nyt.

Il Paese ha dimostrato di avere leggi che non sono proprio in linea con quelle di altre Nazioni sviluppate. Anticoncezionali quali la pillola o dispositivi intrauterini non sono coperti dall’assicurazione sanitaria nazionale e le donne che decidono di abortire devono ottenere prima il consenso del partner. L’associazione Japan Family Planning riporta che solo il 5% delle donne usa la pillola anticoncezionale come metodo di controllo di una gravidanza, per tutto il resto è sufficiente il preservativo.

La causa in tribunale – con una richiesta di risarcimento pari a 1 milione di yen (5.894 euro circa) a persona – arriva in un periodo di crisi del Paese. Mentre le cinque donne rivendicano un loro diritto, il governo cerca di aumentare il tasso di natalità, ormai ai minimi storici, con una serie di incentivi.

La battaglia legale in Giappone relativa alla sterilizzazione è una questione delicata: da tradizione del governo tali procedure si imponevano solo a persone con patologie psichiatriche o disabilità intellettive e fisiche. Il Maternal Protection Act, nel 1996, ha rimosso la clausola eugenetica, ma i legislatori hanno mantenuto requisiti rigorosi per le donne che volevano accedere all’aborto o alla stessa sterilizzazione.

E. almeno tecnicamente, questa legge colpisce anche gli uomini che richiedono una vasectomia. Devono, cioè, avere altrettanto avuto un figlio, il consenso del partner e dimostrare che la loro compagna e consorte sarebbe messa in pericolo dal punto di vista medico in caso di una gravidanza. Nei fatti, però, riporta il Nyt, i dati del governo segnalano la messa in pratica da parte dei medici del sistema sanitario nazionale di 5.130 sterilizzazioni sia su uomini che su donne nel 2021, l’ultimo anno per cui sono disponibili le statistiche e non sono disponibili disaggregazioni tra i sessi; quindi, è impossibile stabilire se nei fatti siano più gli uomini o le donne ad aver avuto accesso a questa pratica.

E in Italia?

La sterilizzazione volontaria è legale in Italia? Apparentemente sì. Nel concreto, però, nel nostro Paese la sterilizzazione maschile e femminile non sono regolate da norme legislative. Il divieto alla sterilizzazione è stato eliminato con la legge sull’interruzione volontaria di gravidanza (n.194 del 1978) che ha abolito il Titolo 10 del Codice penale intitolato ‘Dei delitti contro la integrità e la sanità della stirpe’. La chiusura delle tube, e quindi la sterilizzazione femminile, può essere praticata in laparoscopia e in alcuni centri viene chiesto ancora l’assenso del partner. La chiusura dei dotti deferenti nell’uomo può essere anche praticata ambulatorialmente. Nel 1987 la Corte di Cassazione con la “sentenza Conciani” ha stabilito invece che la sterilizzazione consenziente non viola il Codice penale e invitò il Parlamento a regolamentare in materia: cosa che non è mai accaduta.

In sintesi, se nessuna legge vieta la vasectomia o altre forme di sterilizzazione, nessuna legge le regolamenta in modo specifico. Questo non la rende punibile, ma neanche di così scontato accesso e le condizioni variano da una Regione all’altra.

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