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Politica

Follini: “Il ‘miracolo’ di De Gasperi...

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Follini: “Il ‘miracolo’ di De Gasperi anche grazie al pluralismo della Democrazia Cristiana”

Oggi "noi siamo approdati agli antipodi di quella stagione"

Marco Follini

"Su quanto la Dc fosse a suo tempo, coerentemente e fino in fondo, 'degasperiana'; e su quanto a sua volta De Gasperi fosse egli stesso 'democristiano' si discute da un bel po’ di tempo. E ora l’argomento riaffiora discretamente tra le righe di un libro che Antonio Polito ha dedicato allo statista trentino a settanta anni dalla sua scomparsa.

S’intende che De Gasperi fu colui che trascinò la Dc alla vittoria elettorale, piantando le radici di un albero imponente che ha dominato la foresta politica del nostro paese per un cinquantennio. Ne fu segretario due volte, prima e dopo il suo settennato di governo. E non pensò mai che il suo destino politico potesse essere altrove. I democristiani a loro volta lo riconobbero come il loro 'capo' e quelli che restano tali continuano ancora oggi a onorarne la memoria.

L’argomento, insomma, potrebbe chiudersi qui. Tanto più che Polito lo affronta con garbo, quasi in punta di piedi. Non insinua affatto che tra De Gasperi e i suoi cari vi fosse una così grande contraddizione. E però anche lui finisce per fare i conti con una dialettica che fu a suo tempo più complicata di quanto l’ufficialità non abbia poi riconosciuto. Nel senso che non sempre la Dc si rispecchiò appieno nell’agenda di quei governi. E nel senso che quando poi il leader tornò a piazza del Gesù trovò un partito ben diverso da quello che aveva lasciato qualche anno prima. Riaffiora così quell’immagine di 'uomo solo' che diede il nome al libro di ricordi scritto dalla figlia Maria Romana e che ancora oggi finisce per richiamare l’idea di un certo attrito tra il leader e il suo retroterra.

La questione non riguarda solo la storia e i protagonisti di quel tempo. Riguarda anche noi e i nostri giorni. Dato che anche adesso, e forse molto più di allora, tra il leader e il suo esercito c’è una dialettica non priva, a volte, di una certa asprezza. Certo, oggi il leader conta molto più di prima, tant’è che spesso e volentieri scolpisce il suo nome nel simbolo del partito, fa e disfa le liste elettorali a suo piacimento, confessa e sconfessa i suoi cari con una disinvoltura che all’epoca di De Gasperi sarebbe apparsa piuttosto disdicevole. Un costume che ha preso il largo ormai, e che sembra appartenere a pieno titolo alla nostra Repubblica -seconda o terza che sia. Ma le cui origini si possono riconoscere anche presso figure lontane. Si pensi a Saragat che definì 'omuncoli' i suoi seguaci del Psdi. O a Fanfani che trattò le correnti dc della sua stagione in modo abbastanza rude e sbrigativo.

Polito riassume i termini della questione attribuendo a De Gasperi il principio per il quale il leader è forte se sono forti le istituzioni e non i partiti. Principio che l’interessato praticò senza però mai teorizzarlo troppo. Un po’ perché la sua idea era che la politica non avesse un esagerato bisogno di teorie. E un po’ perché era consapevole che il suo partito, anche per l’ampiezza dei consensi raccolti, era destinato a ospitare molti interessi e molti punti di vista, non sempre così docili. Interessi che andavano armonizzati, certo. Ma senza illudersi più di tanto di poterli ricondurre a una troppo ferrea disciplina.

Dunque ai giorni nostri possiamo più che altro fare supposizioni e simulazioni. Sapendo però -ce lo dice la storia- che De Gasperi potè avviare la politica e l’economia italiana verso il 'miracolo' del dopoguerra anche perché l’estremo, disordinato, indisciplinato pluralismo del suo partito gli consentì di rivolgersi a uno spettro amplissimo della popolazione. Fossero state più ordinate le cose, difficilmente sarebbe stato così positivo il loro esito.

Nel frattempo, viene da dire che noi siamo approdati agli antipodi di quella stagione. E mentre i grandi leader di quella lontana stagione si rassegnavano a fare i conti con un certo disordine politico, i leader di oggi si trovano alla prese con una situazione apparentemente più ordinata secondo i loro voleri e poteri. Che tutto questo rechi alla politica dei nostri giorni un così cospicuo vantaggio resta però tutto da dimostrare". (di Marco Follini)

Un team di giornalisti altamente specializzati che eleva il nostro quotidiano a nuovi livelli di eccellenza, fornendo analisi penetranti e notizie d’urgenza da ogni angolo del globo. Con una vasta gamma di competenze che spaziano dalla politica internazionale all’innovazione tecnologica, il loro contributo è fondamentale per mantenere i nostri lettori informati, impegnati e sempre un passo avanti.

Politica

De Luca, giornata complicata a Caivano: sfiorato incidente...

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Il governatore campano tentenna sulla stretta di mano al parroco, che glielo fa notare

Vincenzo De Luca - Fotogramma

Prima la stoccata di Giorgia Meloni, poi un incidente diplomatico sfiorato con Don Patriciello. Giornata complicata per il governatore campano Vincenzo De Luca, oggi a Caivano per l'inaugurazione del campo sportivo alla presenza della premier. Che, a distanza di mesi, si 'vendica' dell'epiteto rivoltole da De Luca nel febbraio scorso - "Lavora tu, stronza!" - in un video registrato alla Camera in una zona interdetta alla stampa e rimbalzato sui social. "Presidente De Luca, quella str...za della Meloni, come sta?", gli dà il benservito la presidente del Consiglio al suo arrivo sul campetto di basket di Caivano, gelando il governatore dem. Che, qualche attimo dopo, vede sfilare davanti a sé, per il tradizionale giro di saluti che accompagna ogni taglio del nastro, don Patricello, 'regista' dell'operazione Caivano tanto da essere incensato dalla premier.

De Luca, ancora interdetto dall'inattesa reazione della premier, prima stringe la mano al commissario straordinario Fabio Ciciliano, poi tentenna nel porgere la mano al parroco, tanto che don Patriciello chiede: "Che fa, non me la dà?", evitando così un nuovo incidente diplomatico per il governatore, che a quel punto gli porge la destra.

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Politica

Pd: “Sciogliere Nato? Tarquinio indipendente,...

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Provenzano: "Ricordo che la questione della Nato la sinistra italiana l’ha risolta con Berlinguer negli anni 70"

Sede del Pd - Fotogramma

"Com’è noto, Marco Tarquinio è un candidato indipendente, le posizioni sulla politica estera e di sicurezza del Pd le esprime il Pd. E sono chiare e note. Le abbiamo ribadite nel programma per le Europee e, a chi vuole strumentalizzare, ricordo che la questione della Nato la sinistra italiana l’ha risolta con Berlinguer negli anni Settanta". Così Peppe Provenzano, responsabile Esteri del Partito Democratico dopo il caso sollevato dalle parole del candidato sulla Nato da "sciogliere".

"Noi siamo per un’autonomia strategica europea, che si esprima all’interno delle alleanze internazionali e rafforzando le istituzioni multilaterali. Oggi, questo significa sostenere l’Ucraina, e lavorare per una pace giusta e non per un’escalation. Significa anche avere un protagonismo in Medio Oriente, per far cessare il fuoco, rispettare la legalità internazionale e preservare la soluzione dei due popoli, due Stati, con il riconoscimento dello Stato di Palestina".

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Politica

Caivano e gli insulti in politica, dai...

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Il turpiloquio esiste da sempre nell'ambito pubblico e in quello privato, ecco un rapido excursus dal passato al presente

Beppe Grillo e Silvio Berlusconi (Fotogramma)

Vincenzo De Luca che in privato dà della "str..za" a Giorgia Meloni, e Giorgia Meloni che nel contesto più pubblico, che ci sia, glielo ripresenta come una peperonata si ripresenta il giorno dopo. Il turpiloquio in politica esiste da sempre, esistono vari libri che mettono in fila gli insulti dei grandi della Storia, da San Francesco a Trotskij, passando per Churchill e D'Annunzio, Totò contro Oscar Luigi Scalfaro.

È ormai un meme, usato in qualunque contesto, quell'"avete la faccia come il c..o" di Roberto Giachetti, rivolto a Roberto Speranza, durante una infuocata assemblea del Pd nel 2016, davanti a tutti i vertici del partito. C'è poi l'onorevole Massimo Corsaro che per spiegare il senso di una battuta percepita come antisemita contro Emanuele Fiano, dice "ma io volevo solo dirgli che è una testa di c..o". Francesco Barbato, deputato capellone dell'Italia dei Valori che nel 2012 a Montecitorio, con Gianfranco Fini che presiede la seduta, urla: "A questa maggioranza dico da parte di tutti i giovani che avete rotto i cogli..ni!". La maggioranza era quella che sosteneva il governo Monti, ma l'effetto-Loden stava già svanendo.

Prima di arrivare alle sfuriate di Bandecchi, sindaco di Terni con l'insulto facile, si trovano i "Vaffa" su cui Beppe Grillo costruì il suo Movimento, arrivato al 33% dei consensi (dunque non pare che l'elettorato si scandalizzi troppo delle parolacce in politica), i "cogli..ni" che votano a sinistra secondo Silvio Berlusconi, il dito medio di Umberto Bossi e di Daniela Santanchè, le parolacce di Alessandro Di Battista durante la sua (unica legislatura), l'eterno Sgarbi che da 40 anni costringe i "bippatori" della tv a un lavoro estenuante.

Durante la Prima Repubblica, l'insulto c'era, ma o era confinato nei Palazzi, senza smartphone pronti a registrare, o era servito con un certo stile. Quando a Craxi chiesero se i socialisti avessero voluto "autoaffondare il governo", nel 1986, il leader socialista rispose "chi lo dice è un cogli..ne". "Ma lo dice l'Altissimo". "Allora è un Altissimo cogli..ne", riferendosi al capo del Partito Liberale. Il missino Giorgio Almirante, al repubblicano Oronzo Reale dopo una lunga invettiva antifascista, rispose: "Oronzo quanto sei (pausa) strano". Rino Formica che chiamò "comare" il collega di governo Beniamino Andreatta, che lo aveva definito "un commercialista di Bari esperto di fallimenti e bancarotte".

Andando agli albori della Repubblica, Palmiro Togliatti in un comizio a piazza San Giovanni nel 1948 promise un "calcio nel sedere" a De Gasperi. E poi Francesco Cossiga, parlando dei parlamentari italiani, citava Churchill: "Quando gli dissero che c'erano dei cretini in Parlamento, lui rispose meno male, è la prova che siamo una democrazia rappresentativa".

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