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Salute e Benessere

Iss, consumo alcol a rischio per un italiano su 6

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Iss, consumo alcol a rischio per un italiano su 6

Quattro adulti italiani su 10 dichiarano di non consumare bevande alcoliche, ma 1 su 6 (18%) ne fa un consumo a maggior rischio per la salute, per quantità o modalità di assunzione: il 9,6% degli adulti per binge drinking (consumi episodici eccessivi, corrispondenti a 5 o più unità alcoliche in una unica occasione per gli uomini e 4 o più per le donne), il 10% per consumo alcolico esclusivamente o prevalentemente fuori pasto e il 2% per un consumo abituale elevato (3 o più unità alcoliche giornaliere per gli uomini e 2 o più per le donne). Tra gli over 65 coloro che dichiarano di non consumare alcol abitualmente sono 6 su 10, ma 2 su 10 riferiscono un consumo moderato e una percentuale lievemente inferiore, il 17%, a rischio. Questi alcuni dei principali dati pubblicati sul sito Epicentro dell’Istituto superiore di sanità che emergono dal nuovo dataset delle sorveglianze Passi e Passi d’argento, relative alla popolazione adulta (18-69 anni) e a quella anziana (over 65 anni).

Nel biennio 2022-23 sono state intervistate rispettivamente 63mila e 30mila persone. Uomo, giovane e giovanissimo, non in difficoltà economica e con un alto livello di istruzione, per lo più residente nel Nord Italia: è questo l’identikit del consumatore adulto a maggior rischio, anche se non mancano elementi di allarme per il consumo fra le giovani donne. Dal 2010, si osserva fra gli uomini un progressivo aumento del consumo a maggior rischio e una tendenziale e lenta riduzione del binge drinking; fra le donne invece il consumo di alcol a maggior rischio sembra stabile, ma va aumentando la componente del consumo di tipo binge e sebbene in ambito femminile resti significativamente inferiore a quello degli uomini, le differenze di genere vanno riducendosi.

Tra gli over 65 si registra un trend di consumo a rischio più frequente tra gli uomini, che si riduce all’avanzare dell’età e rimane prerogativa delle classi socialmente più avvantaggiate. L’attenzione degli operatori sanitari al problema dell’abuso di alcol appare ancora troppo bassa: appena il 7% dei consumatori a “maggior rischio” riferisce di aver ricevuto il consiglio di bere meno.

Il consumo a maggior rischio è più frequente fra i giovani e in particolar modo i giovanissimi (fra i 18-24enni la quota sfiora il 36%), rivelandosi sempre circa 3 volte maggiore di quanto si osserva fra le generazioni più mature dei 50-69enni. Fra gli ultra 35enni aumenta grazie alla crescita della componente del binge drinking, che dopo un calo legato all’emergenza pandemica ha ripreso ad essere praticato. Il binge drinking così come il consumo di alcol fuori pasto sono prerogative dei più giovani e socialmente più avvantaggiati, mentre il consumo abituale elevato è caratteristica di persone meno giovani e socialmente più svantaggiate.

Il consumo di alcol a maggior rischio resta una prerogativa dei residenti nel Nord Italia (con un trend in aumento) in particolare in Valle d’Aosta e Pa di Bolzano, seguite, tra le Regioni settentrionali, dalla Pa di Trento, Veneto e Friuli Venezia Giulia. Tra le Regioni del Sud, il Molise ha la percentuale di consumatori di alcol a maggior rischio più alta della media nazionale e paragonabile a quella della Pa di Bolzano. Anche il consumo di tipo binge è più diffuso nell’Italia settentrionale, dove si registra anche un aumento significativo dal 2010, e in particolare del Nord Est, ma Molise e Sardegna si distinguono negativamente fra le Regioni meridionali.

Infine, a preoccupare gli esperti è il numero di persone che assumono alcol pur avendo una controindicazione assoluta, come i pazienti con malattie del fegato, fra i quali solo poco meno della meta, il 49%, dichiara di aver consumato alcol nei 30 giorni precedenti l’intervista. Il 10% delle donne in gravidanza riferisce di aver consumato alcol nei 30 giorni precedenti l’intervista e fra le donne che allattano al seno la quota aumenta al 27%.

Un team di giornalisti altamente specializzati che eleva il nostro quotidiano a nuovi livelli di eccellenza, fornendo analisi penetranti e notizie d’urgenza da ogni angolo del globo. Con una vasta gamma di competenze che spaziano dalla politica internazionale all’innovazione tecnologica, il loro contributo è fondamentale per mantenere i nostri lettori informati, impegnati e sempre un passo avanti.

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Malattia renale cronica associata a diabete 2, in Italia...

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Ok di Aifa a rimborsabilità finerenone

Malattia renale cronica associata a diabete 2, in Italia nuova terapia

Bayer ha annunciato che Aifa ha ammesso alla rimborsabilità finerenone, nuovo farmaco per il trattamento della malattia renale cronica, stadi 3 e 4, associata a diabete di tipo 2 in pazienti adulti con presenza di albuminuria, in aggiunta allo standard di cura. Finerenone - riporta una nota - ha ricevuto l’approvazione da parte della statunitense Fda nel luglio 2021, e dell'europea Ema nel febbraio 2022. Il farmaco è il primo antagonista selettivo non steroideo dei recettori dei mineralcorticoidi (Mr), in grado di inibire la trascrizione dei geni pro-infiammatori e profibrotici. L’iperattivazione cronica dei mineralcorticoidi in corso di malattia renale diabetica, infatti, contribuisce al peggioramento della disfunzione d’organo nella Mrc, ipertensione, insufficienza cardiaca ed infarto del miocardio. Attraverso il blocco selettivo di questi recettori finerenone esercita il proprio effetto antinfiammatorio e antifibrotico nel rene, nel cuore, nei vasi, dove contrasta anche la ritenzione di sodio ed i processi ipertrofici.

La malattia renale cronica (Ckd – Chronic kidney disease) colpisce circa il 10% della popolazione mondiale, in particolare nell’età avanzata. In Italia la prevalenza nella popolazione adulta è intorno al 7% - si legge - la Mrc rappresenta una delle principali cause di morbilità e mortalità a livello mondiale, con il diabete di tipo 2 come sua prima causa. Si caratterizza per la sua irreversibilità e per la lenta, nonché progressiva evoluzione. Nel nostro Paese il 40% dei pazienti diabetici presenta Mrc che porta ad un danno renale graduale, ipertensione, problemi cardiovascolari, per arrivare allo stadio terminale della malattia, ossia alla dialisi o al trapianto. Si stima che in Italia ci siano circa 50mila pazienti dializzati. Questo, oltre ad avere un forte impatto negativo su sopravvivenza e qualità di vita dei pazienti, comporta anche un onere significativo per la sostenibilità del Ssn: un paziente in emodialisi ha un costo di circa 40-50mila euro all’anno.

Nelle fasi iniziali la malattia renale cronica è in genere asintomatica. Quando compaiono, i sintomi possono includere nausea, vomito, perdita di appetito, debolezza, disturbi del sonno, diminuzione della lucidità mentale, gonfiore a piedi e caviglie. Per rallentare la progressione della patologia verso la fase dialitica, negli ultimi anni - riferisce la nota - la ricerca si è focalizzata sulla comprensione dei tre processi fisiopatologici della Mrc associata a diabete di tipo 2 (T2D) : metabolico, emodinamico e infiammatorio/fibrotico, mettendo in luce la centralità di quest’ultimo. Ma se lo standard di cura (ACEi, ARB e SGLT2i) interviene principalmente sui meccanismi metabolici ed emodinamici, l’assenza di strategie terapeutiche per il meccanismo infiammatorio/fibrotico, ha fatto nascere l’esigenza di individuare una soluzione in questo senso. Da qui il razionale dello sviluppo di finerenone.

"Gli strumenti che, fino ad ora, abbiamo a disposizione non soddisfano pienamente le esigenze dei pazienti con malattia renale cronica associata a diabete di tipo 2 e dei clinici – afferma Luca De Nicola, professore ordinario di Nefrologia dell’Università della Campania L. Vanvitelli di Napoli - Nonostante la recente introduzione delle gliflozine (SGLT2i), il rischio di progressione della patologia verso la fase dialitica resta ancora alto. Certamente le gliflozine hanno fatto compiere un enorme passo avanti. Hanno, infatti, ridotto il rischio residuo dei farmaci tradizionali, come ACE inibitori e ARB dal 42% al 38%. Ma non è ancora abbastanza. Il quadro delineato mette in evidenza quanto fosse urgente individuare ulteriori terapie nefroprotettive, per dare una risposta a questo importante unmetneed".

"L’azione mirata di finerenone su infiammazione e fibrosi, quale antagonista non steroideo del recettore mineralcorticoide, risulta essere complementare rispetto alle terapie attualmente disponibili – spiega Paola Fioretto, ordinaria di Medicina Interna Università di Padova – Le attuali terapie, che rappresentano lo standard di cura, agiscono principalmente sui meccanismi metabolici ed emodinamici, mentre i processi infiammatori e fibrotici, che giocano un ruolo cruciale nella progressione della malattia renale cronica, prima dell’arrivo di finerenone non venivano influenzati da alcuna strategia terapeutica. L’aggiunta di questo farmaco nell’armamentario terapeutico garantisce, quindi, una più completa nefroprotezione".

Lo Studio registrativo FIDELIO – DKD (pubblicato sul New England Journal of Medicine nell'ottobre 2020) - dettaglia la nota - ha valutato l’efficacia e la sicurezza di finerenone verso placebo nel rallentare la progressione della malattia renale cronica e nella protezione Cv in pazienti con Mrc e diabete di tipo 2. FIDELIO – DKD è un trialmulticentico, randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, che ha arruolato 5.674 pazienti pre-trattati con la dose massima tollerata di ACE-inibitori o ARB per 4 settimane. I pazienti erano eleggibili in base alla presenza di albuminuria persistente (da ≥30mg/g a ≤5000 mg/g), eGFR – estimated Glomerular Filtration Rate tra 25 e 75 mL/min/1,73m e potassemia ≤4,8 mmol/L, e sono stati randomizzati a finerenone (tra10mg e 20 mg/die, in funzione della potassemia e dei valori di eGFR)o placebo, con un follow-up mediano di 2,6 anni.

L’endpoint primario - fanno sapere da Bayer - era il tempo al primo evento composito di insufficienza renale, riduzione dell’eGFR>40% rispetto al basale per più di 4 settimane, o morte renale. L’endpoint secondario era un composito di morte cardiovascolare, infarto del miocardio non fatale, ictus non fatale o ospedalizzazione per insufficienza cardiaca. Un aspetto particolarmente importante, che rafforza i risultati dello studio, è il livello di compromissione della popolazione arruolata: l’83% dei pazienti era a rischio molto elevato e il 15% a rischio elevato. L’endpoint primario dello Studio FIDELIO – DKD è stato pienamente raggiunto, dimostrando un significativo effetto di finerenone sul rallentamento della malattia renale, così come quello secondario, indicatore di una protezione cardiovascolare.13

"Il recente trial registrativo FIDELIO-DKD,che ha arruolato un campione maggiormente rappresentativo di pazienti con Mrc negli stadi 3-4, associata a diabete di tipo 2 ed albuminuria nonostante la terapia ottimale con ACE inibitori o sartani, ha soddisfatto pienamente le aspettative della comunità nefrologica – sottolinea Loreto Gesualdo, professore ordinario di Nefrologia Università degli Studi Aldo Moro di Bari - Lo Studio, ha dimostrato una diminuzione significativa del 18% dell’endpoint composito primario (ESRD - End Stage RenalDisease, riduzione persistente ≥40% del GFR, morte da causa renale), associata ad un marcato e persistente effetto antialbuminurico. Quale ulteriore conferma dell’effetto nefroprotettivo di finerenone, la riduzione relativa, corretta per il placebo, del rapporto urinario albumina/creatinina (UACR) nei pazienti randomizzati a finerenone, è stata del 31% al mese 4. Anche l’endpoint composito secondario (morte Cv, infarto miocardico non fatale, ictus non fatale o ospedalizzazione per insufficienza cardiaca) è stato pienamente raggiunto dimostrando un significativo effetto di finerenone nella protezione Cv. Inoltre, lo studio ha dimostrato un ottimo profilo di sicurezza del farmaco".

Finerenone ha dimostrato, dunque, un’importante capacità protettiva sia renale che cardiovascolare in pazienti con Ckd associata a T2D , in presenza di una buona safety. Questo interesse è stato ampiamente riconosciuto dalla recente introduzione di finerenone all’interno delle ultime Linee guida delle società ADA - American Diabetes Association e KDIGO – Kidney Disease Improving Global Outcomes, e del documento di consensus tra queste società. Un tema cruciale, discusso ed esplicitato attraverso la costruzione di nuovi algoritmi terapeutici dalle società scientifiche citate, è stato quello di posizionare finerenone quale terzo ‘pillar’ per la gestione della CKD, con persistente albuminuria, associata a T2D, sulla base delle importanti e promettenti evidenze di preclinica.

"L’evoluzione della strategia multifattoriale prevede, quindi, l’impiego dei RASi (inibitori del sistema renina – angiotensina) e di un SGLT2i, attualmente riconosciuti come standard di cura in questo setting di pazienti, con l’aggiunta di un MRA non-steroideo, finerenone, per ridurre ulteriormente l’elevato rischio residuo – continua Gesualdo - Nel documento di consensus ADA-KDIGO finerenone entra, dunque, nell’algoritmo di terapia come ‘Additional risk-based therapy’, on top alla prima linea di trattamento. Il fatto estremamente rilevante è che stiamo parlando diuna popolazione di pazienti ad elevato rischio, caratterizzati da uno stadio avanzato della patologia (stadi 3 e 4) e da albuminuria persistente (≥30 mg/g)". Infine, oltre a quello nefrologico e diabetologico, anche nell’ambito della prevenzione cardiovascolare, le Linee guida dell’Esc - European society of cardiology raccomandano, per la prima volta, l’impiego di finerenone con il massimo livello di raccomandazione ed evidenza, sia nei pazienti con CKD associata a T2D per la prevenzione di eventi CV e di danno renale, che in quelli con insufficienza cardiaca cronica.

"Con l’introduzione di finerenone nel nostro Paese, siamo lieti di rendere disponibile per clinici e pazienti una nuova soluzione terapeutica in grado di portare un importante cambiamento nella gestione di una patologia così insidiosa come la malattia renale cronica associata a diabete di tipo 2 – dichiara Arianna Gregis, Country Division Head Pharmaceuticals di Bayer Italia – Questo traguardo ci rende particolarmente orgogliosi, perché entriamo per la prima volta nell’area nefrologica con un trattamento terapeutico unico nel suo genere, dimostrando, ancora una volta, come l’impegno continuo di Bayer nella ricerca di soluzioni innovative, sia in grado di affrontare le esigenze insoddisfatte di alcune patologie, fornire un aiuto concreto ai pazienti e contribuire alla sostenibilità del sistema sanitario". "Per questo, siamo convinti - conclude Gregis - che sia necessario proseguire in questo percorso di innovazione su diversi fronti: scientifico, organizzativo, terapeutico e tecnologico. Per Bayer, innovare significa creare un costante scambio tra industria, realtà innovative di ricerca, clinici e pazienti. È cruciale condividere esperienze e competenze per sviluppare soluzioni che rispondano al meglio alle esigenze dei pazienti".

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Fumo, ‘snus’ orgoglio svedese che ha fatto...

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Fumo, 'snus' orgoglio svedese che ha fatto calare consumo sigarette ma resta fuori dall'Ue

Caterina de' Medici usava la nicotina, all'epoca si pensava che fosse d'aiuto contro il mal di testa e altre malattie. Si sniffava la polvere ottenuta dalle foglie che presto diventò una moda diffusa in molte corti europee, dalla Francia alla Svezia. Proprio nel paese scandivano questo approccio si è evoluto ed è arrivato fino a svilupparsi nella forma attuale denominata 'snus': una miscela di tabacco umido venduto sotto forma di microbustine (pouch) che si mettono sotto il labbro superiore ed è confezionato in piccole scatoline rotonde dove trovano posto queste microbustine. E' diffuso in Scandinavia, ma trova in Svezia la sua 'casa madre', Swedish Match, che ha aperto le porte dello stabilimento di Goteborg ai media italiani per raccontare la storia dello 'snus' e della sua evoluzione. Quello che è accaduto in Svezia è diventato un modello da studiare per chi analizza le alternative per la riduzione del consumo e dei danni da sigarette. Ma soprattutto potrebbe offrire all'Europa un modello da prendere in considerazione per una revisione della regolamentazione dei prodotti innovativi alternativi alle sigarette.

La Svezia negli ultimi 30 anni è riuscita ad aver la minor prevalenza di fumatori in Ue, poco sopra al 5% della popolazione, quando in Europa siamo al 29%, e di malattie legate al consumo di sigarette tradizionali. Come la Svezia sia diventato un modello "nella riduzione dei danni da fumo", lo ha spiegato Patrik Hildingsson, vice presidente della comunicazione di Swedish Match, "ne siamo orgogliosi, parliamo di 200 anni di storia". Premessa lo 'snus' è vietato nel resto dell'Ue. Ma la Svezia ha avuto una deroga dalla sua entrata nella Comunità Europea nel 1992. Il tasso dei fumatori tradizionali è in forte calo in Svezia, dimezzato negli ultimi 20 anni. Dati dell'Oms evidenziano, per gli uomini e le donne, un numero di decessi attribuibili al tabacco decisamente inferiore rispetto alla media Ue.

Pur avendo una storia secolare, lo 'snus' come lo conosciamo ora è stato lanciato sul mercato da Swedish Match a metà degli '70. "in una epoca in cui si iniziava a parlare a livello globale dei danni alla salute del fumo e delle sigarette - ha ricordato Hildingsson - Così la curva del consumo di queste 'bustine' hanno iniziato a crescere a discapito delle 'bionde'. E' negli ultimi 20 anni che c'è stato il sorpasso dello 'snus' ha portano la Svezia ad essere l'unico dei Paesi Ue ad aver quasi azzerato i 'vecchi' fumatori. Inoltre il Governo ha impostato una campagna di dissuasione verso le sigarette. Così si è arrivati ad avere nel Paese il 50% di fumatori che fuma 5 o meno sigarette al giorno. "Non fumiamo per il tabacco ma per la nicotina", ha rimarcato Hildingsson che ha snocciolato anche i dati scientifici relativi allo 'snus', visto che le autorità sanitarie del Paese hanno analizzato l'impatto dello 'snus' sulla salute della popolazione che lo usa.

'Oggi ci sono 85 sostanze chimiche nelle sigarette tradizionali e solo 15 nello snus'

Secondo la Swedish National Board of Health and Welfare, i rischi di malattie o nascite premature è enorme per chi fuma e molto modesto per chi consuma lo snus. L'Fda, l'ente regolatorio americano, nel 2019 ha stabilito che usare lo 'snus' al posto delle sigarette ha un rischio inferiore per lo sviluppo del cancro alla bocca, per problemi di cuore, per cancro del polmone, per l'infarto, per l'enfisema e bronchite cronica. "Oggi noi possiamo scriverlo sulla scatola dello snus. Ci sono voluti 5 anni per avere questa approvazione", precisa Hildingsson. Il passaggio fondamentale in questa storia della 'snus' è la scelta di Swedish Match di lavorare con i produttori "ad un tabacco di alta qualità che contenga un livello di sostanze chimiche sempre più basso. Oggi - aggiunge il manager - ci sono 85 sostanze chimiche nelle sigarette tradizionali e solo 15 nello snus".

Ma se lo 'snus' ha rappresentato la svolta e il successo della Svezia, nel ridurre la prevalenza dei fumatori e dimostrare la reale possibilità di incentivare il passaggio a prodotti senza combustione con un beneficio in termini di sanità pubblica, perché l'Europa lo ha vietato negli altri Paesi? "Si è trattato - secondo Hildingsson - di un errore di valutazione". Quando nel 1994 ci fu in Svezia il referendum per l'ingresso in Ue l'esenzione dal divieto della vendita dello 'snus' è diventa parte integrante del trattato di adesione del Paese. Salvando la tradizione centenaria ma privando il resto dell'Europa di una alternativa alle sigarette.

Negli ultimi mesi sono arrivate le 'nicotine pouches' o bustine di nicotina, contenenti nicotina e aromi, ma senza tabacco, l'evoluzione dello 'snus'

Negli ultimi mesi le 'nicotine pouches' o bustine di nicotina (contenenti nicotina e aromi, ma senza tabacco, che rappresentano l’evoluzione dello snus) hanno fatto la loro comparsa anche sugli scaffali delle tabaccherie italiane. Si tratta, per il Paese, di una nuova categoria di prodotto, la cui regolamentazione ha richiesto un lungo processo che in parte è tutt'ora in corso. Inizialmente introdotte in commercio all'inizio del 2023, le prime bustine di nicotina erano state ritirate dal mercato su impulso del ministero della Salute per poi essere reintrodotte con un nuovo packaging dotato di una chiusura 'a prova di bambino' e con le avvertenze sanitarie specifiche. Come tutti i prodotti innovativi alternativi alle sigarette, la sfida per la regolamentazione italiana ha di fronte due strade: da una parte incoraggiare i fumatori che non intendono smettere a passare ad alternative senza combustione con un profilo di rischio più basso; dall'altro, fare in modo che fasce di popolazione come i giovani e i non fumatori non entrino in contatto con tali prodotti, che in quanto contenenti nicotina generano comunque dipendenza.

La sfida è di grande attualità non soltanto per l'Italia ma per tutta l'Europa: la nuova legislatura Europea sarà infatti chiamata, nei prossimi mesi, a intervenire sulla regolamentazione del settore a livello comunitario, non soltanto aggiornando la regolamentazione dei prodotti convenzionali (come le sigarette) e dei prodotti alternativi già esistenti (come sigarette elettroniche e tabacco riscaldato), ma anche introducendo una regolamentazione per le nuove categorie di prodotto, quali appunto le bustine di nicotina. Da più osservatori si rilancia la necessità che la nuova legislazione dovrà necessariamente considerare l'importanza di mantenere questi prodotti lontani dai giovani - ad esempio garantendo che le concentrazioni di nicotina per singola bustina non siano eccessivamente alte, o impostando rigidi paletti rispetto alle aromatizzazioni del prodotto, che non andrebbe commercializzato in varianti attrattive per un pubblico giovane; d'altra parte, una regolamentazione efficace non potrà che considerare anche gli oltre 100 milioni di fumatori attualmente presenti in Europa (oltre 10 milioni soltanto in Italia) e l'esigenza di offrire loro potenziali alternative.

Il modello svedese è chiaramente impostato per dire al resto dell'Europa - e non solo - che un mondo senza sigarette. Ma per arrivarci non vanno commessi gli errori del passato, ad esempio bannare lo 'snus', ma osservare e analizzare oltre 30 anni di dati epidemiologici svedesi.

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Psicoanalista: “Caldo in anziani può provocare...

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Bergamo Coronavirus - primo weekend della Fase 2: i bergamaschi ripredono prudentemente possesso della loro città nella foto: anziani (Foto ©Sergio Agazzi/Fotogramma, Bergamo - 2020-05-09) p.s. la foto e' utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e' stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

I cambiamenti climatici "influiscono negativamente sulla salute fisica e psicologica degli anziani. Le alte temperature e l’inquinamento atmosferico, in particolare, rappresentano minacce significative. Per questo, i medici, gli psicoterapeuti e tutto il personale sanitario dovrebbero essere sempre più pronti a rispondere ai rischi associati a questi cambiamenti". A spiegarlo è la psicoanalista Adelia Lucattini, ordinario e psichiatra della Società Psicoanalitica Italiana.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha specificato con chiarezza chi sono gli anziani in base all’età anagrafica: giovani anziani (65-74 anni), anziani (75-84 anni), grandi anziani (85-99 anni) e centenari. Secondo gli ultimi dati Istat, la popolazione europea sta invecchiando rapidamente. Tra il 2001 e il 2020, la quota degli ultraottantenni è quasi raddoppiata, passando dal 3.4% al 6%. La psicoanalista Lucattini sottolinea l’importanza di considerare l’impatto psicologico dei cambiamenti climatici sugli anziani. "Il caldo estremo come si sta verificando in modo duraturo negli ultimi anni, può provocare stress da calore, diminuzione delle capacità reattive emotive e psicologiche, depressione e disturbi del sonno - spiega l'esperta - La solitudine, la sedentarietà, l’isolamento a casa e la deprivazione sensoriale possono esacerbare questi effetti, portando a una diminuzione delle interazioni, della capacità verbale e del ragionamento, come accade in alcune forme di demenza, con cui possono essere confuse. È essenziale che gli anziani non siano lasciati soli".

'Un ruolo fondamentale è svolto dai familiari, devo stimolarli'

"È importante - prosegue Lucattini - che siano stimolati a partecipare ad attività con i familiari, a svolgere esercizio fisico controllato con un insegnante, e se possibile, trascorrere del tempo in località con climi più miti. Il supporto psicoanalitico può aiutare gli anziani ad affrontare le difficoltà legate all’età, sia fisiche che psicologiche, a riflettere sulla propria esistenza, a riorganizzare il presente e trovare nuove motivazioni e vitalità interna”.

Un ruolo fondamentale è svolto dai familiari. “I familiari, nel supportare gli anziani, devono trovare un equilibrio tra discrezione e intraprendenza - conclude Lucattini - I giovani, in particolare, possono avere un effetto molto positivo e vivacizzante sui loro nonni. A livello sociale, sono necessari interventi assistenziali e opportunità di villeggiatura per gli anziani soli o con fragilità economica. È imprescindibile adottare strategie di supporto adeguate a migliorare la qualità della vita di questa popolazione vulnerabile, che rappresenta a tutti gli effetti, la memoria storica familiare e sociale, la cui esperienza è essenziale per traghettare le nuove generazioni verso il futuro".

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