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La legge 194 sull’aborto compie 46 anni: storia di un...

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La legge 194 sull’aborto compie 46 anni: storia di un diritto tra politica e società

La Legge 194 sull’aborto del 1978 compie 46 anni. Prima di quella data, l’interruzione volontaria di gravidanza era considerata un reato dal Codice penale italiano. Una reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto che alla donna stessa era la punizione prevista. L’immortalità con la quale si denunciava questo reato ha subito, tra femminismo e percorso democratico di civilizzazione, un mutamento radicale. Ancora oggi, però, questa legge è al centro del dibattito pubblico e continua ad essere attaccata e difesa all’occorrenza.

La legislazione proibitiva del 1978 si dovette scontrate con l’elevato numero di aborti illegali. Morti e complicazioni gravi alla salute delle donne ha reso necessario un cambiamento radicale, come radicale è stata la campagna referendaria che sollevò l’onda antiproibizionista.

Storia di un diritto per le donne

La sua storia è legata all’arresto del segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia e della fondatrice del Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto Adele Faccio, così come dell’allora militante radicale Emma Bonino. Marco Pannella e Livio Zanetti, direttore de L’espresso, tra gli altri, presentarono alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo degli articoli numero 546, 547, 548, 549 secondo Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale, riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia. Dopo aver raccolto oltre 700 mila firme, il 15 aprile del 1976 veniva fissato il giorno per la consultazione referendaria, che però non ebbe seguito perché il presidente Leone fu costretto a sciogliere le Camere per la seconda volta. Intanto, la Corte costituzionale, con la storica sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975 aveva consentito il ricorso all’IVG per motivi gravi motivando che non era accettabile porre sullo stesso piano la salute della donna e la salute dell’embrione o del feto. Da quel giorno in poi, un iter politico, burocratico e amministrativo rese possibile, il 22 maggio 1978, l’entrata in vigore di un diritto che ha cambiato la storia. Un movimento “dal basso”, cittadino: il diritto d’aborto è stato uno dei maggiori riconosciuti a livello nazionale e sul quale, anche nel 2024, si continua a dibattere.

Il diritto d’aborto oggi

Il Parlamento europeo ha votato l’11 aprile a favore dell’inserimento del diritto all’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. E, nonostante l’approvazione dell’Eurocamera, una modifica alla Carta prevede il voto favorevole di tutti i 27 Stati membri. Stati che però non riconoscono allo stesso modo questo diritto. La Francia lo ha inserito in Costituzione. Malta e Polonia ne limitano la portata nazionale. E in Italia c’è chi, anche al governo, si dichiara timidamente “antiabortista”. Le difficoltà che le donne nel nostro Paese hanno di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza sono legate agli obiettori di coscienza, medici e ginecologhi che si dichiarano contrari alla pratica a meno di motivazioni gravi. Per non parlare, poi, del dibattito emerso nelle scorse settimane rispetto all’ingresso o meno di associazioni pro-vita nei consultori, con il rischio di non offrire il dovuto supporto a chi questo gesto ha già deciso di compierlo senza remore.

L’aborto non è solo una questione economica

Essere mamma non vuol dire solo riconoscersi all’interno di un sistema di welfare familiare che supporta economicamente il neonato dalla nascita fino alla sua indipendenza. Essere una madre comporta anche un insieme di aspetti psicologici legati alla salute della donna e a quella futura del bambino che spesso non fanno i conti con quelli che sono solo gli aspetti materiali per crescere un neonato. Non si può giudicare, inoltre, l’aborto come una delle cause del calo demografico. Il rischio sarebbe quello di confondere un diritto, quello di non diventare genitore, con un insieme di politiche che non consentono in pieno ad una coppia di crescere un bambino in autonomia e indipendenza.

“Mi auguro che stasera – diceva Oriana Fallaci, in un dibattito televisivo – ognuno di noi dimentichi che l’aborto non è un gioco politico. Che a restare incinte siamo noi donne, che a partorire siamo noi donne, che a morire partorendo o abortendo siamo noi. E che la scelta tocca dunque a noi. A noi donne. E dobbiamo essere noi donne a prenderla, di volta in volta, di caso in caso, che a voi piaccia o meno. Tanto se non vi piace, siamo lo stesso noi a decidere. Lo abbiamo fatto per millenni. Abbiamo sfidato per millenni le vostre prediche, il vostro inferno, le vostre galere. Le sfideremo ancora”.

Gli ultimi dati Istat disponibili raccontano che il 45,4% delle donne in età fertile è senza figli. Di queste, il 22,2% non intende averne nei tre anni successivi né in futuro e il 17,4% ritiene che la maternità non rientri nei propri progetti di vita. Il non essere mamma è quindi una scelta ben chiara e consapevole, estranea alla volontà delle donne.

E mentre la scelta di non essere genitore non è detto che dipenda solo da fattori economici, il desiderio di avere dei figli e di non metterne al mondo è determinata dalla carenza di politiche a sostegno della genitorialità. Nel 2023, le nascite in Italia hanno subito un ulteriore calo. Calo che si registra in tutti i Paesi ad alto e medio reddito, anche in quelli che da anni sostengono l’occupazione femminile e la famiglia. Ma che non ha l’aborto come protagonista.

L’aborto in numeri

l 12 settembre 2023 è stata trasmessa al Parlamento la relazione contenente i dati definitivi 2021 sull’attuazione della legge 194/78 contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza. I dati più recenti relativi all’aborto vedono 63.653 interruzioni volontarie nel 2021. Un tasso di abortività pari a 5,3 interruzioni ogni mille donne tra i 15 e i 49 anni, numero in calo rispetto agli anni passati e tra i più bassi a livello globale.

“La legalizzazione dell’aborto, l’accesso alla contraccezione e il supporto dei professionisti sociosanitari dei consultori familiari e dei presidi sanitari che effettuano le IVG – ha spiegato l’Istituto superiore di Sanità – hanno permesso alle donne italiane di prevenire le gravidanze indesiderate riducendo notevolmente il ricorso all’aborto volontario, secondo gli auspici della legge 194. Rispetto al 1982, anno di massima incidenza del fenomeno quando in Italia si registrarono 234.801 IVG, nel 2021 la riduzione degli aborti raggiunge il 72,9%, confermando il continuo andamento in diminuzione (-4,2% rispetto al 2020). Si tratta di uno tra i più brillanti interventi di prevenzione di salute pubblica realizzati in Italia”.

Un team di giornalisti altamente specializzati che eleva il nostro quotidiano a nuovi livelli di eccellenza, fornendo analisi penetranti e notizie d’urgenza da ogni angolo del globo. Con una vasta gamma di competenze che spaziano dalla politica internazionale all’innovazione tecnologica, il loro contributo è fondamentale per mantenere i nostri lettori informati, impegnati e sempre un passo avanti.

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Pensione a 70 anni per i 30enni di oggi: ecco cosa prevede...

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Quando andrà in pensione chi oggi ha 30 anni? A 70 anni. La risposta arriva dall’Inps che ha aggiornato la sua pagina “Pensami” con le nuove regole previste dalla legge di Bilancio. Questo strumento consente di ottenere un’idea chiara e precisa su quando si potrà andare in pensione e quanti anni di contributi saranno necessari. Basta inserire i propri dati anagrafici, il tipo di lavoro svolto e i dettagli sulla contribuzione per avere un quadro completo della propria situazione pensionistica.

Cosa cambia?

Una delle principali novità riguarda l’adeguamento alla speranza di vita, basato sugli ultimi dati Istat del 2022. Questo significa che le stime per la pensione sono più accurate e aggiornate secondo le tendenze attuali. Inoltre, l’importo massimo della pensione anticipata flessibile per il 2024 è stato aggiornato, considerando i requisiti perfezionati entro il 31 dicembre 2023. Questo aggiornamento è fondamentale per chi intende andare in pensione anticipata fino al compimento dell’età richiesta per la pensione di vecchiaia.

Scenari pensionistici per i giovani lavoratori

Una delle scoperte più interessanti riguarda i 30enni che hanno appena iniziato a lavorare. Secondo il simulatore “Pensami”, chi ha iniziato a lavorare da poco potrà andare in pensione a partire da 66 anni e 8 mesi, a patto di aver versato 20 anni di contributi e maturato un assegno superiore a tre volte l’importo mensile dell’assegno sociale nel 2024 (pari a 1603,23 euro). Per coloro che non riescono a versare almeno 20 anni di contributi, l’età pensionabile sale a 74 anni.

Un esempio pratico

Prendiamo il caso di un uomo nato nei primi mesi del 1994, che ha iniziato a lavorare all’inizio del 2022 e avrà almeno 20 anni di contributi. Secondo il simulatore, questo lavoratore potrà andare in pensione di vecchiaia a dicembre 2063, all’età di 69 anni e 10 mesi.

Come usare “Pensami”

L’accesso alla versione aggiornata di “Pensami” è semplice e immediato. Dal sito dell’INPS (www.inps.it), basta seguire il percorso: “Pensione e Previdenza” > “Esplora Pensione e Previdenza” > nella sezione “Strumenti” seleziona “Vedi tutti” > “Pensami – Simulatore scenari pensionistici”. Tramite l’app “INPS Mobile”, basta selezionare il tab “Servizi” dalla home page e successivamente il servizio “Pensami”, senza necessità di autenticazione.

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Dalla fabbrica alla scuola: la lunga strada per eliminare...

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Ogni anno, il 12 giugno, il mondo si ferma per riflettere su una delle piaghe sociali più profonde e persistenti: il lavoro minorile. La Giornata Mondiale contro il Lavoro Minorile, istituita dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) nel 2002, rappresenta un’occasione fondamentale per accendere i riflettori su questa problematica e per coordinare gli sforzi globali volti alla sua eliminazione. Quest’anno, la giornata è dedicata al lavoro domestico, una delle forme più invisibili e pervasive di sfruttamento minorile.

I numeri del lavoro minorile

Il lavoro minorile è un fenomeno globale che continua a rappresentare una seria preoccupazione, nonostante i progressi compiuti negli ultimi decenni. Secondo le ultime rilevazioni dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e di Unicef nel mondo ci sono 160 milioni di bambini e adolescenti tra i 5 e i 17 anni coinvolti nel lavoro minorile. Quasi la metà di questi, circa 79 milioni, sono impegnati in lavori pericolosi che mettono a rischio la loro salute, sicurezza e sviluppo psicofisico.

La maggior parte di questi bambini, circa il 70%, lavora nel settore agricolo, spesso in condizioni estremamente difficili e con scarsa protezione legale. L’Asia e il Pacifico e l’Africa sub-sahariana sono le regioni con il maggior numero di lavoratori minorili, mentre l’incidenza più alta si riscontra in Africa sub-sahariana, dove uno su cinque bambini è coinvolto nel lavoro minorile. Questi numeri sono allarmanti, soprattutto se consideriamo che il lavoro minorile è in aumento in molte aree del mondo, complice la povertà, i conflitti armati e le crisi economiche, inclusa quella scaturita dalla pandemia di Covid-19. La pandemia di COVID-19 ha, infatti, aggravato ulteriormente la situazione, spingendo molte famiglie in condizioni di povertà estrema e aumentando il rischio che i bambini siano costretti a lavorare per contribuire al sostentamento familiare. In sintesi, quasi 1 bambino su 10 è privato della sua infanzia per essere sfruttato nel mondo del lavoro.

Obiettivo 8.7 dell’Agenda 2030

L’eliminazione del lavoro minorile è strettamente legata all’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che con l’obiettivo 8.7 si prefigge di porre fine a tutte le forme di lavoro minorile entro il 2025. Questo traguardo richiede un’azione concertata a livello globale, coinvolgendo governi, organizzazioni internazionali, aziende, società civile e singoli individui. Nonostante i progressi compiuti negli ultimi decenni, la strada da percorrere è ancora lunga e accidentata.

Il lavoro minorile in Italia

In Italia, il fenomeno del lavoro minorile è meno visibile rispetto a molte altre parti del mondo, ma è comunque presente e preoccupante. Quasi 1 minore su 15 tra i 7 e i 15 anni ha avuto esperienza di lavoro minorile. Il numero dei minori in povertà assoluta ha raggiunto la cifra di 1 milione e 382 mila, rappresentando il 12,1% delle famiglie con minori. La povertà è uno dei principali fattori che spinge i bambini verso il lavoro precoce, spesso in condizioni pericolose e senza tutele adeguate.

Il rapporto Unicef

Il Rapporto Unicef “Lavoro minorile in Italia: rischi, infortuni e sicurezza sui luoghi di lavoro”, offre una panoramica dettagliata e preoccupante sulla condizione dei lavoratori minorenni nel nostro paese. Secondo il documento, nel 2023 il numero di lavoratori minorenni tra i 15 e i 17 anni ha raggiunto quota 78.530, un incremento rispetto ai 69.601 del 2022 e ai 51.845 del 2021. Se si estende l’analisi alla fascia di età fino ai 19 anni, i lavoratori erano 376.814 nel 2022, un aumento significativo rispetto ai 310.400 dell’anno precedente. Questo incremento non riguarda solo il periodo post-pandemia, ma rappresenta un trend crescente rispetto agli anni precedenti, evidenziando un problema in costante aggravamento.

Le regioni italiane con la percentuale più alta di minorenni occupati sono Trentino-Alto Adige, Valle D’Aosta, Abruzzo e Marche. In queste regioni, la percentuale di minorenni lavoratori è significativamente superiore alla media nazionale del 4,5%, con il Trentino-Alto Adige che registra il 21,7% di occupazione tra i 15-17enni.

Questi numeri non solo evidenziano una crescita costante nel numero di minori impiegati, ma rivelano anche un quadro allarmante in termini di sicurezza sul lavoro: tra il 2018 e il 2022, le denunce di infortunio per i minori di 19 anni sono state 338.323, di cui 83 con esito mortale. Il rapporto mette in luce una disparità di genere nei redditi settimanali, con i ragazzi che guadagnano mediamente di più rispetto alle ragazze. La maggior parte di questi incidenti si verifica nelle regioni Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, che insieme rappresentano quasi il 60% delle denunce a livello nazionale. Inoltre, esiste un significativo divario di genere nei salari, con i ragazzi che guadagnano mediamente più delle ragazze: nel 2022, il reddito settimanale medio per i maschi era di 320 euro contro i 259 euro per le femmine.

Il ruolo delle istituzioni

“Nessun bambino dovrebbe essere privato della sua infanzia per essere sfruttato nel mondo del lavoro”, afferma il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, in occasione della Giornata Mondiale contro il Lavoro Minorile. “L’articolo 32 della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza riconosce il diritto di ciascun bambino ad essere protetto dallo sfruttamento economico e da qualsiasi lavoro pericoloso”, sottolinea con vigore. La sua voce autorevole e impegnata richiama l’attenzione sulla necessità di un impegno collettivo per garantire un futuro dignitoso ai bambini, liberi da ogni forma di sfruttamento. “Le guerre e la povertà strappano le bambine e i bambini alla vita, obbligandoli ad abbandonare la scuola per forme di lavoro ignobili, molto spesso illegali e clandestine”, denuncia con veemenza. Mattarella pone l’accento sull’importanza di proteggere i diritti dei minori e di creare un ambiente in cui possano crescere sani, istruiti e liberi

Le sue parole risuonano come un richiamo all’azione, un invito a unire gli sforzi di governi, organizzazioni, imprese e individui per eliminare il lavoro minorile e costruire un futuro migliore per le generazioni future. Mattarella ha, poi, lodato le iniziative europee volte a responsabilizzare le imprese lungo tutta la catena del valore e a vietare la commercializzazione di beni realizzati con il lavoro forzato, in particolare quello minorile.

Le iniziative internazionali

La lotta al lavoro minorile richiede un approccio globale. In Bangladesh, ad esempio, il lavoro minorile è una realtà endemica con oltre 1,7 milioni di bambini lavoratori. Organizzazioni come ActionAid lavorano instancabilmente per offrire soluzioni concrete, come le ‘happy home’, case sicure per bambine e ragazze in situazioni di estrema fragilità. Attraverso queste iniziative, ActionAid fornisce protezione, educazione e speranza per un futuro migliore a migliaia di bambini.

Le Storie di Jui e Noor

Nel vasto panorama della lotta contro il lavoro minorile, emergono storie di coraggio e resilienza che ci ricordano la complessità di questa piaga sociale e l’importanza di un impegno congiunto per porvi fine. Tra queste storie, quelle di Jui e Noor, due giovani protagonisti provenienti dal Bangladesh, illuminano la realtà cruda e spesso misconosciuta di milioni di bambini in tutto il mondo.

Jui, una ragazza determinata dal sorriso timido, porta con sé il peso di una realtà familiare difficile. Ha dovuto abbandonare i suoi sogni di diventare medico per aiutare la sua famiglia a far fronte ai debiti. Con solo 12 anni, le sue piccole mani lavorano senza sosta nelle fabbriche di abbigliamento di Dacca, la capitale del Bangladesh. I suoi turni giornalieri, lunghi e faticosi, non le lasciano spazio per l’istruzione o per giocare come faceva una volta. Ma nonostante le sfide, Jui mantiene viva la speranza di un futuro migliore. “Se potessi avere un desiderio, sarebbe diventare medico”, rivela con occhi pieni di determinazione. “Anche se il mio sogno non si è realizzato, lavoro per aiutare mia sorella a crescere e diventare lei un medico”.

Noor, dall’altro lato, ha trovato rifugio e speranza nelle “case felici” create da organizzazioni come ActionAid. Questi spazi sicuri e protetti rappresentano un’oasi di pace per Noor e altri bambini che hanno conosciuto il dolore e la durezza della vita troppo presto. Da quando è entrata in queste case, la sua vita ha preso una svolta positiva. Ha ripreso gli studi e i suoi occhi brillano di nuovo di speranza per un futuro diverso. “Prima di stare qui, ero costretta a lavorare come domestica e avevo smesso di studiare”, racconta Noor con gratitudine. “Qui posso mangiare regolarmente e vado a scuola. Se non fossi venuta qui, avrei probabilmente dovuto lavorare in una fabbrica per sempre”.

Le storie di Jui e Noor sono solo due tra i milioni di bambini che affrontano quotidianamente le sfide del lavoro minorile. Tuttavia, sono anche simboli di speranza e resilienza, dimostrando che anche nelle situazioni più difficili, c’è spazio per il cambiamento e la trasformazione.

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La salute dei figli inizia dalla dieta del papà

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Uno studio recente condotto da Helmholtz Munich e dal Centro Tedesco per la Ricerca sul Diabete fornisce nuove intuizioni su come la dieta e il sovrappeso dei padri possano influenzare la salute dei loro figli ancora prima del concepimento. I risultati dello studio possono aiutare a sviluppare misure preventive per gli uomini che desiderano diventare padri: quanto più sana è la dieta del padre, tanto minore è il rischio che i figli sviluppino obesità o malattie come il diabete in futuro.

Il dottor Raffaele Teperino, capo del gruppo di ricerca “Epigenetica Ambientale” presso Helmholtz Munich, insieme al suo team, ha esaminato l’impatto dell’alimentazione paterna sulla prole. I ricercatori si sono concentrati su speciali piccole molecole di RNA presenti negli spermatozoi, note come frammenti di tRNA mitocondriali (mt-tsRNA). Questi RNA giocano un ruolo chiave nell’ereditarietà dei tratti di salute regolando l’espressione genica.

Per il loro studio, pubblicato su ‘Nature’, i ricercatori hanno utilizzato dati della coorte LIFE Child, che include informazioni da oltre 3.000 famiglie. Le analisi hanno mostrato che il peso corporeo del padre influenza il peso dei figli e la loro suscettibilità a malattie metaboliche. Questa influenza esiste indipendentemente da altri fattori come il peso della madre, la genetica dei genitori o le condizioni ambientali.

La dieta del padre influenza i figli

Per verificare i risultati, il team di ricerca ha condotto esperimenti sui topi, alimentandoli con una dieta ricca di grassi. Questo ha avuto effetti sugli organi riproduttivi, compreso l’epididimo, l’area del sistema riproduttivo maschile dove maturano gli spermatozoi. “Il nostro studio mostra che gli spermatozoi esposti a una dieta ricca di grassi nell’epididimo del topo hanno portato a prole con una maggiore tendenza alle malattie metaboliche”, afferma Teperino.

Ulteriori studi in laboratorio hanno creato embrioni attraverso la fecondazione in vitro. Quando il team ha utilizzato spermatozoi di topi esposti a una dieta ricca di grassi, ha trovato frammenti di mt-tsRNA nei primi embrioni, influenzando significativamente l’espressione genica. Questo, a sua volta, influisce sullo sviluppo e sulla salute della prole.

“La nostra ipotesi che i fenotipi acquisiti nel corso della vita, come il diabete e l’obesità, siano trasmessi attraverso meccanismi epigenetici tra le generazioni, è rafforzata da questo studio,” spiega il coautore Martin Hrabě de Angelis, direttore della ricerca presso Helmholtz Munich. “Qui, l’epigenetica serve come collegamento molecolare tra l’ambiente e il genoma, anche attraverso i confini generazionali. Questo avviene non solo attraverso la linea materna, ma anche attraverso la linea paterna.”

Cura preventiva per gli uomini che desiderano diventare padri

I mitocondri, spesso chiamati le centrali energetiche della cellula, hanno il proprio DNA indipendente dal DNA nel nucleo cellulare. Questo DNA mitocondriale (mt-DNA) produce proteine nei mitocondri attraverso l’intermedio mt-RNA ed è tipicamente ereditato dalle madri alla prole. Tuttavia, studi recenti mostrano che gli spermatozoi trasportano frammenti di mt-RNA (mt-tsRNA) nell’ovulo durante la fecondazione. Gli mt-tsRNA regolano l’espressione genica nell’embrione precoce, influenzando indirettamente lo sviluppo e la salute della prole. Così, i padri hanno un’influenza importante, seppur indiretta, sull’imprinting genetico dei mitocondri e quindi sul metabolismo energetico dei loro figli.

I risultati dei ricercatori di Helmholtz Munich sottolineano il ruolo della salute paterna prima del concepimento e offrono nuovi approcci alla cura preventiva. “I nostri risultati suggeriscono che la cura preventiva per gli uomini che desiderano diventare padri dovrebbe ricevere più attenzione e che dovrebbero essere sviluppati programmi a questo scopo, soprattutto riguardo alla dieta”, afferma Teperino. “Questo può ridurre il rischio di malattie come l’obesità e il diabete nei bambini.”

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