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Tragedia di Casteldaccia, quante sono le morti sul lavoro...

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Tragedia di Casteldaccia, quante sono le morti sul lavoro in Italia e in Europa?

La tragedia di Casteldaccia (Palermo) è l’ennesimo incidente del lavoro del 2024, che conta già più di 350 vittime nel 2024, in Italia. Cinque operai sono morti, un sesto lotta per restare in vita. I lavoratori, 7 in tutto, erano impegnati nei lavori fognari della ditta Quadrifoglio group srl di Partinico.

Ditta che lavorava su mandato della municipalizzata Amap che a sua volta si occupa della gestione idrica a Palermo e in alcuni comuni della provincia. Un settimo operaio sarebbe un interinale dell’Amap. Non è ancora chiaro se tutti gli operai morti erano dipendenti della Quadrifolgio group.

Sono chiari, però, i dati. In Italia ogni anno ci sono tra i 30 e i 40 incidenti mortali plurimi, ovvero con più vittime: meno di un mese fa la tragedia di Suviana (cinque morti), a febbraio la tragedia nel cantiere dell’Esselunga Firenze di febbraio (cinque morti). In tutta la penisola sono più di 350 vittime in appena quattro mesi.

Le tragedie più recenti

Tre giorni fa a Brindisi il 46 enne Vincenzo Valente, ha perso la vita nello zuccherificio per cui lavorava per conto di una ditta esterna. 9 anni fa, l’11 febbraio 2015, anche il padre, Cosimo Valente, all’epoca 65enne, aveva perso la vita sul lavoro dopo una caduta da un albero che stava potando nelle campagne tra San Michele Salentino e Latiano.

Altre tre vittime il 2 maggio, il giorno dopo la Festa dei Lavoratori: un operaio di 57 anni è deceduto precipitando dal terzo piano di un palazzo a Lettere; mentre quasi nello stesso momento un lavoratore di 60 anni perdeva la vita in un cantiere edile a Casalnuovo. Incidente mortale anche per un operaio a Floridia, nel Siracusano, travolto dopo il cedimento di un tetto.

Incidenti sul lavoro in Italia statistiche

Nel 2023 in Italia ci sono state più di mille morti bianche, come emerge dagli Open data diffusi dall’Inail. Le denunce di infortunio sul lavoro presentate tra gennaio e dicembre 2023 sono state 585.356 (-16,1% rispetto al 2022), 1.041 delle quali con esito mortale.
Il 59% delle vittime aveva più di 50 anni, il 24% era fra i 35 e i 49 anni e il 17% era under 35. Nel 94% dei casi a morire sul lavoro sono gli uomini, il 6% le donne. Le denunce di infortunio delle lavoratrici da gennaio a dicembre 2023 sono state 207.484, quelle dei colleghi uomini 377.872.

Se si considerano i dati dell’Osservatorio nazionale di Bologna, una fotografia indipendente che monitora e registra tutti i morti sul lavoro in Italia, anche quelli che non dispongono di un’assicurazione, le vittime salgono a 1.466. Circa una ogni 6 ore.
Per quanto riguarda gli incidenti non mortali bisogna considerare che il lavoratore non sempre sceglie di denunciare, temendo conseguenze negative sul lavoro e sentendosi poco tutelato. Potrebbero esserci dei problemi di under-reporting, ovvero di sottostima di questo fenomeno principalmente per gli eventi dall’esito non mortale, essendo questi ultimi difficili da nascondere.

Secondo i dati Inail, tra gli incidenti mortali, diminuiscono quelli in itinere, che si verificano nel tragitto casa-lavoro, mentre aumentano quelli avvenuti sul luogo di lavoro.

Analizzando nel macroperiodo il numero delle morti bianche in Italia si osserva che dagli anni Cinquanta e Sessanta, – quando le vittime erano circa 10 al giorno – le morti sul lavoro sono in calo. Negli ultimi anni, però, il trend fa fatica a scendere e a superare questi livelli.

Morti sul lavoro in Ue 2012-2021. Fonte: Eurostat

Morti bianche al Sud e tra i lavoratori immigrati

Nonostante i settori più a rischio incidenti siano più diffusi nel Nord Italia, l’incidenza delle morti sul lavoro è più alta nel Mezzogiorno: ogni 100mil lavoratori le vittime sono circa 5,3 vittime nel Settentrione e 6,3 al Sud. Dai dati Inail emerge che oltre una morte sul lavoro su cinque è straniera, anche se i lavoratori stranieri rappresentano circa il 10% della forza lavoro italiana.

Come emerge da un’elaborazione di Sky TG24 su dati Vega, il 19% delle morti sul lavoro avviene nelle costruzioni. Seguono trasporto e magazzinaggio (14%), manifattura (13%) e commercio (8%).

Incidenti sul lavoro in Italia e in Ue

Secondo i dati Eurostat per il 2021, i più recenti, per quanto riguarda gli infortuni severi sul lavoro, il Paese con l’incidenza maggiore è la Francia (3.227,24 casi ogni 100mila occupati) a cui seguono Danimarca (2.814,35) e Portogallo (2.368,43). Valori minori invece in Grecia (117,38), Bulgaria (79,51) e Romania (50,32).
I tre Paesi Ue con più morti bianche sono Lettonia (4,29 ogni 100mila lavoratori), Lituania (3,75) e Malta (3,34). L’incidenza minore si registra invece in Finlandia (0,75), Grecia (0,58) e Paesi Bassi (0,33).

L’Italia registra una media minore rispetto all’Ue per incidenti sul lavoro, ma una media maggiore per quelli mortali. Al 2021 erano 1.209,49 i casi di incidenti sul lavoro ogni 100mila occupati, 2,66 quelli mortali.

Morti sul lavoro nei Paesi Ue, 2021. Fonte: Eurostat

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Screening gratuiti per tumore alla prostata, Lombardia...

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La Lombardia sarà la prima regione a prevedere gli screening gratuiti per il tumore alla prostata. Con la campagna di prevenzione che partirà in autunno, la regione diventa la prima ad attuare un progetto raccomandato dalla Commissione europea riguardo al tema degli screening oncologici.

Screening gratuito alla prostata: come funzionerà in Lombardia

Il protocollo approvato negli scorsi giorni dalla giunta della Regione delinea gli indirizzi tecnico organizzativi da seguire. L’inizio della fase di prevenzione e screening è fissato per novembre 2024, la selezioni verrà fatta su tutto il territorio regionale partendo dai 50enni. Sul territorio regionale è già attiva una ricognizione per mappare e coinvolgere le strutture pubbliche e private accreditate.

Negli anni, lo screening sarà progressivamente esteso a tutte le fasce di età fino ai cittadini di 69 anni, mentre per aderire sarà sufficiente accettare l’invito che arriverà sul fascicolo sanitario elettronico della Regione Lombardia.

“Un semplice esame del sangue può essere salvavita. Questo programma rappresenta un passo importante nella tutela della salute dei nostri cittadini, inserendosi con coerenza nei principi di prevenzione che guidano il Piano Socio Sanitario, recentemente approvato in Consiglio Regionale”, ha detto l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso prima di ricordare che “la Lombardia è la prima Regione in Italia a implementare un progetto conforme alle raccomandazioni della Commissione Europea”.

Che cosa è l’esame PSA?

L’esame del PSA (Antigene Prostatico Specifico) è un semplice test del sangue utilizzato per misurare il livello di questa proteina prodotta dalla prostata.

Un valore elevato di PSA nel sangue può indicare la presenza di un tumore alla prostata, anche se non sempre è così. Infatti, livelli elevati di PSA possono essere causati anche da condizioni non cancerose come l’ipertrofia prostatica benigna o infezioni prostatiche. Il test del PSA non è quindi diagnostico di per sé, ma rappresenta un importante strumento di screening che, combinato con altri esami e valutazioni cliniche, può aiutare a individuare precocemente il cancro alla prostata, migliorando le possibilità di trattamento e sopravvivenza.

Dati su tumore alla prostata in Italia

Il tumore alla prostata continua a essere il più diffuso tra gli uomini in Italia. Secondo il rapporto 2023 dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), nel 2023 sono stati diagnosticati circa 41.100 nuovi casi di tumore alla prostata, ovvero il 19,8% di tutti i tumori maschili diagnosticati nell’anno​. In pratica, un caso su cinque.

Nell’ultimo triennio le diagnosi di tumore alla prostata sono aumentate del 14% (36mila nel 2020). Questo dato riflette una maggiore esposizione, ma anche una maggiore diffusione degli screening.

Secondo i dati AIOM, oltre il 60% dei pazienti riesce a sconfiggere definitivamente il carcinoma.
Un dato in costante miglioramento soprattutto grazie alla prevenzione sempre più diffusa. L’allerta va tenuta alta in Italia, dove quasi 3 adulti su 4 (il 73%) seguono uno stile di vita scorretto e pericoloso per la prevenzione dei tumori. Nello specifico: il 19% è un fumatore abituale, il 33% è sedentario, non pratica alcuna forma di attività fisica o sport e il 15% consuma alcol in modo eccessivo.
Numeri che rendono lo screening gratuito alla prostata della Regione Lombardia un tassello ancora più importante per diffondere la prevenzione e ridurre il numero di vittime tumorali.

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“Come si fa a vivere con 4.000 euro al mese?”, Briatore fa...

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“Come fa una famiglia di quattro persone a vivere con 4.000 euro al mese?” si chiede Flavio Briatore. “Ad avercene!” risponderebbero le famiglie italiane. Le parole pronunciate dall’imprenditore, ospite del 2046 podcast di Fabio Rovazzi e di Marco Mazzoli, fanno discutere perché riflettono l’enorme disparità di redditi presente nel Paese.

Per molti, lo sbigottimento di Briatore sembra arrivare da un altro pianeta, cosa che sarebbe tra l’altro coerente con lo stile del podcast (“Io e @marcomazzoliofficial abbiamo deciso di andarcene e orbitare intorno alla Terra invitando personaggi di ogni genere per parlare di futuro e tanto altro”, annunciò Rovazzi su Instagram presentando il progetto).

Cosa ha detto Briatore

Solo che il manager piemontese parlava della ferma, e più precisamente della penisola italiana, dove molte famiglie non riescono ad arrivare a fine mese, soprattutto se hanno figli a carico.

Lo stesso Briatore riconosce che le sue ipotesi di stipendio sono “già cifre elevate”, ma il suo intervento tradisce inesorabilmente il distacco realtà italiana: “Io credo che una famiglia di quattro persone dove il marito guadagna 1.400 o 2.000 e la moglie magari ne guadagna 1.500 ma anche 2.500 o 4.000 euro, che già sono cifre importanti, come fanno a vivere? Io mi chiedo: paghi l’affitto, c’è bisogno del dentista, c’è bisogno di pagare un paio di scarpe, c’è un’emergenza, come fanno? Questi sono i veri miracoli: questa gente qui tanto di rispetto perché è la cosa più difficile che puoi fare mantenere i tuoi figli e la tua famiglia”.
​Le sue parole hanno fatto infuriare chi si chiede dove viva Briatore per non sapere che la maggioranza delle famiglie italiane vive con molto meno di 4.000 euro. Altri, invece, hanno apprezzato il suo intervento e chiedendogli persino di entrare in politica. Siamo un popolo a cui non piacciono le mezze misure, ma questo si sa.

Povertà delle famiglie, come intervenire

Polemiche social a parte, il tema sollevato da Briatore coglie il punto: in Italia, le difficoltà economiche aumentano esponenzialmente alla nascita di un figlio (tenere a mente ogni volta che si parla di crisi demografica).

Tra le poche soluzioni possibili, c’è un nuovo modello di tassazione: tassare gli italiani in base alla capacità “contributiva” (quanto posso contribuire in base alle spese individuali/familiari) e non “retributiva” (quanto guadagnano). Lo ha spiegato bene il Presidente del Moige Antonio Affinita in occasione dell’appuntamento Adnkronos Q&A ‘La cura delle persone’: “L’articolo 53 della nostra Costituzione prevede che la tassazione sia in base alla capacità contributiva e invece in Italia la tassazione è fatta in base alla capacità retributiva! Per questo è fondamentale la leva della tassazione per rilanciare la natalità, come abbiamo esposto anche nei nostri confronti con il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti”.

Il legame tra figli e povertà

Come cambia la povertà in Italia in base al numero di figli? Risposte interessanti (ma non confortanti) sono state date a inizio anno dall’Osservatorio povertà educativa #conibambini su dati Istat. Lo studio ha evidenziando un chiaro legame tra il numero di figli e l’incidenza della povertà.

Ecco i dati sul rischio di povertà delle famiglie italiane (7,5% per chi vive da solo e quindi non divide le spese):

Due componenti (famiglie senza figli): rischio di povertà assoluta al 6%;
Tre componenti (un figlio): 8,7%
Quattro componenti (due figli): 13,2%;
Cinque o più componenti (almeno tre figli): oltre il 20%

Una fotografia chiara di quanto costa avere un figlio in Italia. Le difficoltà economiche rallentano o mortificano la voglia di avere figli peggiorando una situazione macroeconomica già fragile.
“Da un lavoro sui giovani che abbiamo fatto in collaborazione con il professor Alessandro Rosina, e pubblicato all’interno dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo, emerge una realtà per certi versi sorprendente: per lo più, i giovani vorrebbero avere due figli, ma le condizioni attuali frenano questo desiderio”, spiegava su queste pagine Chiara Ferrari Service Line Leader at Ipsos Public Affairs.

Briatore, ricchi e poveri

Le parole di Flavio Briatore hanno infastidito molti italiani, ma riflettono la cruda realtà, già fotografata dall’Oxfam: siamo di fronte a una “disuguaglianza senza precedenti”.

A inizio 2024, la confederazione internazionale di organizzazioni non profit ha denunciato che entro un decennio ci sarà il primo trilionario della storia, ma non basteranno due secoli per porre fine alla povertà nel Mondo. E l’Italia non fa eccezione: “A fine 2022 – si legge nel report Oxfam in merito ai dati italiani -, l’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva una ricchezza 84 volte superiore a quella del 20% più povero della popolazione. Il nostro Paese occupa inoltre da tempo le ultime posizioni nell’Ue per il profilo meno egalitario della distribuzione dei redditi il 5% delle famiglie più abbienti detiene circa il 46% della ricchezza netta totale”, come confermano i dati di Bankitalia.

Insomma, più che “fuori dal mondo”, le parole di Flavio Briatore al 2046 podcast arrivano da una realtà che esiste davvero, tanto vicina e piccola, quanto irraggiungibile per le famiglie normali. La perplessità mostrata dall’imprenditore piemontese, piuttosto, dovrebbe far riflettere sulla necessità di cambiare il sistema, prima che sia troppo tardi.

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Aborto, in Germania i movimenti pro-vita non possono fare...

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Gli anti-abortisti non potranno fare campagna davanti ai consultori e gli studi medici. Lo ha stabilito il Parlamento tedesco, prevedendo anche sanzioni fino a 5mila euro per chi dovesse violare il divieto. Comportamenti come ostacolare l’accesso agli edifici alle donne incinte e al personale medico, intimorire le donne e cercare di dissuaderle dall’aborto, creano infatti un ulteriore stress alle interessate e sono state definite “molestie sui marciapiedi”. Le nuove regole si applicheranno fino ad un raggio di 100 metri intorno agli ingressi dei consultori e delle cliniche.

Mentre dunque in Italia si aprono le porte dei consultori ai movimenti pro-vita o si costringono le donne ad ascoltare il battito del feto, nel Paese teutonico si fa un passo in avanti per garantire diritto all’aborto.

Due visioni diverse, condensate nelle parole della ministra tedesca per la Famiglia, Lisa Paus secondo cui la legge approvata recentemente dal Bundestag è un “passo importante nel rafforzamento dei diritti delle donne”.

Il divieto si accompagna a quello di accesso, per i gruppi pro-vita, negli istituti dove si praticano aborti. L’obiettivo sostanzialmente è garantire la massima serenità possibile a donne che sono già sotto pressione e in una situazione difficile, come sottolineato da Paus.

In Germania l’aborto è ancora formalmente reato

Peraltro in Germania il diritto all’aborto non è così pacifico. Formalmente anzi è reato, considerato dall’articolo 218 del codice penale alla pari dell’omicidio colposo, punibile con pene fino a 5 anni. Ci sono però delle eccezioni: praticarlo entro la 12esima settimana di gravidanza, purché dopo una consulenza obbligatoria in un centro riconosciuto e dopo tre giorni di riflessione, stupro, malformazioni del feto o pericolo di vita per la donna.

Nel pratico, la giurisprudenza ha depenalizzato l’aborto, anche se rimane obbligatoria la consulenza che fornisce un certificato che viene dunque usato come ‘giustificativo’. Un obbligo che comporta comunque stress e pressione sulle donne, vista anche la difficoltà di organizzare la visita in questione.

A rendere complesso abortire in Germania c’è poi l’articolo 219 comma a, un retaggio nazista che prevedeva il divieto per i medici di fare pubblicità all’aborto. Una disposizione su cui in Germania si è molto dibattuto e che alla fine è stata riformulata, nel 2022, secondo un compromesso tra i favorevoli (centro- sinistra) e contrari (tra essi, il CDU di Angela Merkel): i medici possono far sapere che l’interruzione di gravidanza è fra i servizi offerti ma senza fornire dettagli.

Inoltre contestualmente il governo federale decise nel 2022 di istituire una commissione per l’autodeterminazione riproduttiva e la medicina riproduttiva, per ri-considerare alcuni aspetti come la donazione di ovuli e la gestazione per altri ma anche come supportare chi non riesce ad avere figli.

La scorsa primavera è arrivato il rapporto dei 18 esperti in medicina, psicologia, etica e diritto, che ha sottolineando come “l’illegalità di fondo dell’aborto nelle prime fasi della gravidanza non sia sostenibile”.

Il rapporto invita a modificare la legge sull’interruzione di gravidanza in modo che non sia più reato, e ad ampliare il periodo di aborto legale oltre le 12 settimane, vietandolo solo dopo la 22ma. Chiede inoltre norme meno restrittive sulla maternità surrogata.

Il dibattito così si è riacceso, e qualche giorno fa è arrivato quest’altro passo nella direzione del diritto all’aborto.

Ovviamente non sono mancate critiche alla legge, non solo nel merito ma anche secondo il principio per cui le donne dovrebbero accettare forme di manifestazione innocue per via del pluralismo delle opinioni”. Questo è quanto ha detto Christian Hillgruber, un avvocato pro-vita.

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