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Leucemia promielocitica acuta, esperti a confronto per 8° simposio Gimema

A Roma il 10 e 11 aprile ematologi italiani e internazionali insieme per discutere attuali e future sfide nella cura

Leucemia promielocitica acuta, esperti a confronto per 8° simposio Gimema

Esordisce con una tendenza alle ecchimosi, epistassi, sanguinamento gengivale, affaticamento, perdita di peso e inappetenza. E' la leucemia promielocitica acuta (Apl), forma aggressiva di leucemia mieloide acuta che più ha beneficiato dei progressi legati alla terapia personalizzata. E proprio alla Apl è dedicato il tradizionale appuntamento di aggiornamento sulla malattia organizzato dalla Fondazione Gimema - Franco Mandelli onlus (Gruppo italiano malattie ematologiche dell'adulto), quest'anno evento scientifico a carattere internazionale, ma anche occasione per celebrare uno dei più importanti successi della ricerca ematologica.

Durante l'8° simposio internazionale sulla Apl, che si terrà a Roma il 10 e 11 aprile - informa una nota - ematologi italiani e internazionali (provenienti da Germania, Svezia, Australia, Cina e Spagna), insieme ai rappresentati delle più importanti società scientifiche, si riuniranno all'Hotel NH Collection Roma Centro per discutere le ultime frontiere da superare nel trattamento dei pazienti affetti da questo tumore del sangue e per onorare la memoria del professor Francesco Lo Coco, scomparso prematuramente, coinvolto fin dai primi anni '90 nello studio dell'Apl e autore di studi fondamentali in materia.

Durante la due giorni verranno presentati i risultati degli studi internazionali sulle forme di Apl ad alto rischio e sulle Apl pediatriche, sulle problematiche relative al trattamento in real-life e sul ruolo del trapianto allogenico. Saranno poi illustrati i progressi scientifici nello studio della biologia della malattia. Inoltre, nel corso delle sessioni tematiche i relatori discuteranno delle questioni ancora aperte e delle nuove terapie con l'arsenico in compresse i cui risultati, una volta validati, potranno consentire l'utilizzo di una terapia totalmente per via orale, importante soprattutto per i cicli di consolidamento oggi somministrati in ambulatorio.

La leucemia acuta promielocitica - ricorda la nota - è la forma di leucemia mieloide acuta che più ha beneficiato dei progressi legati alla terapia personalizzata. Infatti, a partire dall'identificazione della traslocazione cromosomica t (15;17), avvenuta nel 1977, e dall'evidenza che l'acido all-trans retinoico (Atra) fosse in grado di indurre la remissione della malattia, questa patologia è diventata uno dei paradigmi del successo delle terapie a bersaglio molecolare nei tumori.

"A questo successo ha grandemente contribuito l'ematologia italiana e in particolare il professor Lo Coco - afferma Maria Teresa Voso, professoressa di Ematologia al Policlinico universitario di Roma Tor Vergata e coordinatrice scientifica dell'evento - Partendo dallo schema terapeutico Aida del 2006, che associava l'acido all-trans retinoico al chemioterapico idarubicina, i risultati del gruppo cooperativo Gimema sul trattamento dell'Apl sono culminati nella rivoluzionaria terapia a base di Atra e arsenico (Ato), senza chemio, la cui efficace è stata dimostrata nello studio Gimema APL0406, pubblicato nel 2013 sulla rivista New England Journal of Medicine".

Atra-Ato è diventata così "la terapia standard per la leucemia promielocitica a rischio basso-intermedio - prosegue Voso - rispondendo positivamente al quesito 'Acute Promyelocytic Leukemia, a curable disease?', titolo del primo simposio internazionale, tenutosi a Roma nel 1993, e divenuto nelle edizioni successive il teatro principale di aggiornamento e di discussione dei temi ancora aperti nella Apl. Oggi la probabilità di guarigione della Apl arriva al 90% nella normale pratica clinica", evidenzia la specialista. Un "percorso di eccellenza italiana - aggiunge Marco Vignetti, presidente della Fondazione Gimema - che nel prossimo congresso sulla Apl illustrerà lo stato dell'arte sulla malattia, senza più il punto interrogativo: Apl, una malattia guaribile".

Al simposio - continua la nota - il 12 aprile seguirà la seconda riunione nazionale Gimema, durante la quale i protagonisti della ricerca Gimema aggiorneranno medici e ricercatori ematologici provenienti da tutta Italia sulle attività di ricerca in corso, gli studi e i progetti portati avanti dai gruppi di lavoro (working party). "La riunione - commenta Vignetti - è un momento dedicato a condividere e discutere i più avanzati progetti di diagnosi precoce, di monitoraggio e di terapia delle neoplasie del sangue e non solo, anche delle patologie ematologiche non neoplastiche".

Quando si parla di accesso alle cure garantito in modo omogeneo, "il Gimema è all'avanguardia - assicura Vignetti - I protocolli sono analoghi in qualsiasi centro e, qualora un centro non abbia risorse adeguate, si avvale delle risorse dei centri più avanzati, senza che il paziente debba spostarsi dalla sua residenza. E' un modello reale di ciò che può offrire la sanità in rete, per ora basato sulla disponibilità degli operatori sanitari, medici, biologi, infermieri del nostro Servizio sanitario nazionale. Diffondere, divulgare e rendere consapevole il pubblico delle novità in questo campo può rappresentare un grande servizio diretto ai cittadini italiani, spesso spaventati delle difficoltà e carenze del Ssn, per metterli al corrente della elevata qualità dell'assistenza che possono ricevere (tra le prime al mondo) e, soprattutto, per indirizzarli correttamente nei luoghi giusti, senza bisogno di migrazioni sanitarie che, nel campo dell'ematologia, non sono quasi mai praticamente necessarie".

I tre appuntamenti sono realizzati grazie al supporto di Ail - Associazione italiana contro leucemie, linfomi e mieloma, Ail Roma, Ail Bari, Società italiana di ematologia (Sie), European Hematology Association (Eha), ministero dell'Università e della Ricerca e con il contributo non condizionante di AbbVie, Amgen, Novartis, Astellas, AstraZeneca, Briston Myers Squibb, Roche, Incyte, Jazz Pharmaceuticals e Servier Italia.

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Kinsella e il cancro al cervello, cos’è il...

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Sintomi e sopravvivenza del tumore che in Italia colpisce circa 1.500 persone ogni anno

Kinsella e il cancro al cervello, cos'è il glioblastoma che l'ha colpita

"Alla fine del 2022 mi è stato diagnosticato il glioblastoma, una forma di cancro al cervello aggressivo. Non l'ho condiviso prima perché volevo assicurarmi che i miei figli fossero in grado di ascoltare ed elaborare queste notizie nella privacy e adattarsi alla nostra 'nuova normalità'". Inizia così il racconto affidato ai social dalla scrittrice britannica Sophie Kinsella, che ha voluto rendere pubblica la sua malattia spiegando di essere stata presa in carico da un team dell'University College Hospital di Londra e di aver subito un intervento chirurgico che è andato bene. A seguire "radioterapia e chemioterapia, che è ancora in corso", ha aggiunto l'autrice di 'I Love Shopping'.

 

Che tipo di tumore è il glioblastoma

Il glioblastoma è il più comune dei tumori maligni del cervello e in Italia colpisce circa 1.500 persone ogni anno, riferisce l'Osservatorio malattie rare (Omar). Questa neoplasia si sviluppa a partire dalle cellule gliali, che svolgono importanti funzioni di sostegno e nutrizione delle cellule nervose, approfondisce una scheda pubblicata online sul sito dell'Irccs ospedale San Raffaele di Milano. Questo tumore può insorgere in qualsiasi parte del cervello "ed è generalmente caratterizzato da un rapido accrescimento e dalla capacità di infiltrare il tessuto circostante", si legge. Anche gli esperti dell'Istituto clinico Humanitas ne evidenziano l'aggressività. Nella 'famiglia' dei tumori gliali, fa parte della classe degli astrocitomi, che sono l'85% circa di tutti i gliomi dell'adulto. Nel mondo i nuovi casi ogni anno sono circa 40mila.

Quali sono i sintomi?

I sintomi del glioblastoma, elenca il San Raffaele, variano a seconda della posizione nel cervello: mal di testa; nausea; vomito; debolezza; difficoltà di equilibrio; problemi di vista o udito; difficoltà di memoria e di linguaggio; crisi epilettiche; cambiamenti di personalità. E' possibile inoltre che il glioblastoma esordisca in maniera simile ad un ictus, con un deficit neurologico improvviso, solitamente secondario al sanguinamento acuto della lesione. I fattori di rischio del glioblastoma includono l'età avanzata, l'esposizione a radiazioni ionizzanti, la presenza di determinate mutazioni geniche, la storia familiare di tumori cerebrali. Tuttavia, la maggior parte dei casi si verificano in assenza di fattori di rischio noti. Il sospetto di una lesione gliale di alto grado viene posto solitamente con la risonanza magnetica. La diagnosi è istologica e richiede un prelievo del tumore mediante un intervento neurochirurgico.

Trattamenti

La ricerca è al lavoro per migliorare i trattamenti disponibili per questo tumore. Attualmente il glioblastoma può essere affrontato con un triplice approccio: chirurgia per rimuovere il tumore, chemioterapia con temozolomide e radioterapia, spiega la Fondazione Veronesi, che aggiunge: "Ultimamente alcuni studi hanno dimostrato, in un sottogruppo di tumori, l'efficacia seppur parziale dell'immunoterapia. Strategie di cura che comunque non hanno mai migliorato sensibilmente il dato della sopravvivenza".

Questa è una malattia che colpisce prevalentemente le persone dopo i 50 anni. E purtroppo, nonostante le terapie, l'aspettativa di vita resta bassa. Ciò accade perché il glioblastoma presenta tassi di recidiva molto elevati. E quando il tumore si ripresenta è spesso resistente alle terapie. Gli scienziati puntano ad approfondire proprio a cosa è dovuta la scarsa risposta alle terapie che caratterizza molti casi, con l'obiettivo di arrivare a trattamenti più mirati e di allungare la sopravvivenza. E si lavora a terapie sperimentali, che è la missione anche di scienziati italiani attivi sia nel Belpaese che all'estero. Scienziati come Antonio Iavarone e Angelo Vescovi, che hanno all'attivo diverse pubblicazioni scientifiche al riguardo.

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La storia di Pinky, bruciata dal marito e oggi rinata...

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E' entrata nel percorso gratuito che cura le cicatrici. Oggi racconta: "Durante i primi trattamenti avvertivo un minimo di fastidio che man mano è scomparso. Ho iniziato a percepire il trattamento come un massaggio, senza fastidio né dolori, anzi come una sensazione piacevole e rilassante. Dopo tanti anni ho ritrovato la speranza"

Pinky prima e dopo il trattamento Biodermogenesi -  <span id=

La violenza di genere non si ferma. Oltre al dato spaventoso dei femminicidi, ben 13 dall'inizio del 2024, ce n'è un altro che fa ugualmente paura: quello delle donne che provano a liberarsi da un partner violento che infligge loro, come 'punizione', cicatrici sul volto e sul corpo. Ogni cicatrice, oltre al danno funzionale, porta con sé il trauma psicologico e relazionale e la convinzione di non poter avere una vita sociale normale. Anche Pinky, donna di origini indiane cresciuta nel nostro Paese, porta sul volto e sul collo le cicatrici che le ha inflitto l'ex marito, un uomo indiano impostole dalla sua famiglia di origine. Dopo le nozze tutto sembra scorrere in modo relativamente sereno e la coppia dà alla luce due figli. Ma iniziano i soprusi ai danni di Pinky, che culminano con l'evento che cambierà per sempre la sua vita: una sera il marito la cosparge di Diavolina liquida e la brucia davanti ai figli di 2 e 5 anni. A distanza di anni da quel drammatico evento, la donna ha iniziato un percorso terapeutico di 12 sedute con Biodermogenesi*, i cui risultati sono stati presentati oggi in occasione di una conferenza stampa presso la sede del dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento dell'Università di Verona.

"La storia di rinascita di Pinky si affianca a quella di Filomena Lamberti e Maria Antonietta Rositani che, proprio come lei, hanno beneficiato delle cure gratuite di RigeneraDerma", spiega l'azienda in una nota. "Il progetto nasce da un'idea di Maurizio Busoni, ricercatore, docente del master di Medicina estetica dell'università di Camerino e dell'università di Barcellona. Il progetto, che è stato presentato già due volte alla Camera dei deputati, si pone un nobile obiettivo: riparare il danno funzionale per migliorare la vita delle donne vittime di violenza di genere. E lo fa offrendo a 500 persone la cura gratuita delle cicatrici con Biodermogenesi, la metodologia per la rigenerazione dei tessuti cutanei, 100% italiana, presente in 32 Paesi nel mondo". Partner del progetto RigeneraDerma è l'università di Verona che vede impegnati in prima linea Andrea Sbarbati, direttore della sezione di Anatomia e istologia, e Sheila Veronese, ingegnere del dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento.

"La cura delle cicatrici - sottolinea Sbarbati - rappresenta una sfida per la medicina, in quanto le terapie attualmente a disposizione non sempre consentono la guarigione dei tessuti lesionati. Il nostro gruppo di lavoro è da tempo impegnato nello sviluppo di terapie innovative in grado di limitare i danni sia estetici, sia funzionali legati alla presenza di cicatrici. In particolare, le numerose pubblicazioni su riviste scientifiche internazionali prodotte testimoniano come l'approccio mediante la terapia con campi elettromagnetici e vacuum rappresenti un efficace metodo per il trattamento di queste patologie. Gli aspetti etici di questa ricerca sono evidenti e, anche se rappresentano ovviamente solo una goccia nel mare di un problema ben più vasto, è comunque importante che la comunità scientifica si impegni su questi temi".

"Pinky è venuta alla nostra attenzione per delle ustioni diffuse al viso e al collo, presenti ormai da qualche anno - racconta Sara Zecchetto, specialista in Medicina interna e medico estetico, che ha erogato le terapie pro bono - Dopo l'incidente ha subito numerosi interventi chirurgici, grazie ai quali ha recuperato in parte la regolare fisionomia del volto. Permaneva però tessuto cicatriziale fibrotico e deturpante nella parte medio-inferiore del volto e al collo. La cicatrice era molto ampia e le procurava un deficit di movimento del collo, con conseguente contrattura posturale della schiena. Per trattare le cicatrici, nell'ambito del progetto RigeneraDerma, le è stato offerto un ciclo di sedute gratuito con metodologia Biodermogenesi, che si basa sull'utilizzo di onde elettromagnetiche e vacuum. Questa metodologia ha dimostrato, grazie a numerosi studi scientifici, di rigenerare i tessuti cutanei. Le sedute effettuate sono state 12, una a settimana. Il trattamento è stato ben tollerato. Seduta dopo seduta abbiamo osservato un progressivo ammorbidimento dei tessuti e un assottigliamento delle cicatrici. E' migliorata la postura e si è attenuata la contrattura alle spalle, secondaria alla cicatrice. Completato il ciclo di trattamenti, Pinky ha recuperato, inoltre, maggiore serenità nella sua vita".

"Ho valutato Pinky prima e dopo aver eseguito il trattamento delle cicatrici che ha sul viso e sul collo - afferma Alessandro Picelli, professore associato di Medicina fisica e riabilitativa presso il Dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento dell'Università di Verona e vicepresidente della Società italiana di riabilitazione neurologica - Alla prima visita mi ha riferito una importante riduzione della qualità di vita ed una grande difficoltà nel dormire a causa del senso di fastidio e di peso che sentiva".

"C'era una limitata possibilità di muovere il collo in tutte le direzioni associata a dolore - rimarca Picelli - Ho potuto inoltre osservare una aumentata rigidità delle aree cicatriziali grazie all'utilizzo di un particolare tipo di ecografia, detto elastonografia, che è in grado di misurare l'elasticità di un tessuto biologico. Strumenti di valutazione come questo sono già stati applicati in studi eseguiti collaborando col professor Sbarbati e l'ingegnere Veronese nell'ambito delle attività del Centro di ricerca in Riabilitazione neuromotoria e cognitiva, afferente alla sezione di Medicina fisica e riabilitativa del dipartimento di Neuroscienze, biomedicina e movimento, e diretto dal Nicola Smania. Alla visita di controllo eseguita al termine del ciclo di trattamento è stato possibile osservare un significativo miglioramento di tutti i parametri esaminati, con un conseguente effetto positivo sulla qualità di vita di Pinky, che ora riesce addirittura a dormire per tutta la notte".

"All'inizio - dice Pinky - ero molto dubbiosa: non credevo che, grazie ai trattamenti, avrei ottenuto miglioramenti. Anche a livello psicologico non è stato semplice, poiché trattare le cicatrici mi riaccendeva i ricordi e il conseguente trauma. Quando ho iniziato il ciclo di cure avevo difficoltà nel muovere il collo e non riuscivo a rotearlo completamente. Sentivo la pelle che tirava, al punto tale che di notte non riuscivo a dormire, perché non trovavo una posizione comoda. Una seduta di Biodermogenesi dopo l'altra ho visto i primi risultati. Oggi sento la pelle più morbida e non tira più come prima. Sebbene non sia ancora perfetta, la mobilità del collo è migliorata di molto e adesso la notte dormo. Durante i primi trattamenti avvertivo un minimo di fastidio che man mano è scomparso. Ho iniziato a percepire il trattamento come un massaggio, senza fastidio né dolori, anzi come una sensazione piacevole e rilassante. Con la dottoressa Zecchetto si è creato un bellissimo rapporto: in lei, oltre all'elevata professionalità, ho trovato sempre conforto. Dopo tanti anni ho ritrovato la speranza".

"Pinky è solo una delle tante persone che abbiamo trattato e stiamo trattando con Biodermogenesi - dichiara Busoni - forse più mediatica di altre, ma con le medesime cicatrici fisiche e psicologiche che incontriamo tutte le volte. RigeneraDerma ci mette di fronte persone devastate da coloro che dichiaravano di amarle. Il nostro obiettivo è aiutarle giorno dopo giorno a ritrovare fiducia in sé stesse e negli altri, intraprendendo un percorso destinato a migliorarne le cicatrici, a mitigarne le conseguenze psicologiche e a migliorare il loro livello di qualità della vita".

Che cosa può fare l'università contro le violenze di genere? Per Veronese "la risposta è 'divulgare'. La partecipazione a questo progetto è stata fortemente voluta, in primis perché eravamo consapevoli delle potenzialità della terapia Biodermogenesi nella rigenerazione dei tessuti cicatriziali, ma anche per dimostrare che tutti possono fare qualcosa. E' importante parlare di queste situazioni e promuovere trattamenti che permettano un miglioramento della qualità della vita di queste persone. Il recupero funzionale è fondamentale per rendere più facile tutti gli aspetti della vita di una persona, sia nell'ambito domestico, ma soprattutto nell'ambito lavorativo, perché può permettere di avere una vita lavorativa normale. Non è secondario il recupero estetico, perché è stato dimostrato da numerosi studi quanto un danno, soprattutto al volto, generi dei correlati psicologici importanti. Abbiamo intenzione di pubblicare i risultati ottenuti da Pinky perché in letteratura ci sono pochi studi che parlano dei danni fisici, reversibili e non, che le violenze di genere causano, e ancora meno che documentano terapie efficaci per risolvere o mitigare questi danni. Sembra quasi un tabù. Ed è ora, per il bene di queste persone, che lo violiamo".

Oltre alle donne vittime di violenza, RigeneraDerma è aperta a persone di entrambi i sessi, economicamente svantaggiate. Le terapie saranno erogate interamente pro-bono nei centri con metodologia Biodermogenesi che aderiscono all'iniziativa su tutto il territorio nazionale.

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Cancro, l’effetto del ‘digiuno’ sulle...

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Per la prima volta la valutazione della 'restrizione calorica' sulle terapie contro il tumore

Un laboratorio

Il potere terapeutico del digiuno contro il cancro. Parte in Italia "il primo studio al mondo" che valuterà gli effetti della restrizione calorica - confrontata con un'alimentazione sana e bilanciata, ma non restrittiva - sulle pazienti candidate a ricevere un trattamento chemio-immunoterapico pre-chirurgico contro il tumore al seno triplo negativo.

Il più cattivo dei carcinomi mammari, che colpisce il 10-15% delle malate di cancro al seno. Il trial permetterà di chiarire non solo l'impatto della restrizione calorica sul tumore, rispetto a uno schema dietetico differente, ma consentirà anche di analizzare come il 'simil-digiuno' influenza gli esiti delle cure farmacologiche. Lo studio, coordinato dall'Istituto nazionale tumori (Int) di Milano, durerà 2 anni; si chiama Breakfast-2 e arruolerà circa 150 donne dai 18 ai 75 anni. Dodici i centri coinvolti nella Penisola. Fra le peculiarità del progetto c'è anche l'utilizzo di una web-app che manterrà pazienti e medici in contatto diretto via chat.

"L'avvio di questo studio rappresenta un momento storico importante per il nostro team di ricerca - afferma Filippo de Braud, direttore del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell'Int, professore ordinario all'università Statale di Milano - Lo schema nutrizionale di restrizione calorica è sempre il medesimo dal 2016 e in questi 8 anni è stato l'oggetto di studi che hanno coinvolto in totale più di 250 pazienti, prevalentemente con tumore al seno. Abbiamo dimostrato che con questo approccio è possibile ottenere una rimodulazione favorevole non solo del metabolismo, ma anche del sistema immunitario, 'potenziando' le cellule immunitarie con attività antitumorale. Ora siamo in una fase successiva della sperimentazione, in cui stiamo valutando l'impatto di questo programma nutrizionale sull'attività antitumorale dei trattamenti farmacologici". Nel caso specifico, di un trattamento a base di 4 chemioterapici e un immunoterapico, somministrato prima dell'intervento chirurgico a pazienti con cancro al seno triplo negativo in stadio precoce (II-III).

"Lo studio Breakfast-2 rappresenta una sfida interessante perché, per la prima volta - evidenzia Giovanni Apolone, direttore scientifico della Fondazione Irccs Int - l'approccio nutrizionale viene valutato in uno studio che prevede un braccio di controllo, come comunemente effettuato negli studi. E' fondamentale sottolineare anche la presenza della web-app, che recepisce il concetto dei patient-reported outcomes, essenziali per il nostro istituto, che ha da sempre nella sua missione il benessere del paziente".

Come funziona il digiuno contro il cancro

Lo schema di restrizione calorica ciclica - ricordano dall'Int - prevede 5 giorni di regime alimentare a base di cibi e grassi di origine vegetale e un basso contenuto di carboidrati e proteine, che viene ripetuto ogni 3 settimane. Nel braccio di controllo del nuovo trial, l'alimentazione raccomandata è basata invece sull'utilizzo di un'ampia varietà di cereali non raffinati, prevalentemente vegetariana, come da indicazioni delle principali società scientifiche internazionali (Word Cancer Research Fund; European Code Againist Cancer; America Cancer Society). Tutte le pazienti di Breakfast-2 seguiranno la chemio-immunoterapia pre-chirurgica.

"E' la prima volta che combiniamo uno schema terapeutico così complesso con un programma nutrizionale che prevede la restrizione calorica - dice Claudio Vernieri, medico oncologo presso la Breast Unit del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell'Int, ricercatore di UniMi e Istituto Firc di oncologia molecolare (Ifom) - Lo scopo è di valutare se l'approccio di restrizione calorica è sicuro, ben tollerato e, soprattutto, se è in grado di aumentare l'attività antitumorale della chemioimmunoterapia. Alle donne arruolate nel braccio di controllo verrà proposto un programma nutrizionale che è il miglior comportamento alimentare ad oggi noto. Queste pazienti - precisa - verranno monitorate dal punto di vita oncologico e nutrizionale con la stessa frequenza e modalità delle pazienti arruolate nel braccio sperimentale. Dunque anche queste pazienti trarranno beneficio dall'adesione allo studio".

Tutte le pazienti reclutate nello studio Breakfast-2 verranno seguite anche tramite una web-app realizzata dai ricercatori dell'Int in collaborazione con Eurama Precision Oncology. "La web-app è stata disegnata sulla base dell'esperienza maturata con le donne coinvolte nei nostri precedenti studi - illustra Francesca Ligorio, oncologo medico presso la Breast Unit del Dipartimento di Oncologia ed Ematologia dell'Int e ricercatrice Ifom - Alla app possono avere accesso anche i diversi team dei centri coinvolti, ma è l'Int a prestare l'assistenza alle pazienti in caso di necessità o dubbi", con i suoi oncologi e nutrizionisti. "Il vantaggio è che ci permette di avere in tempo reale un'idea globale sull'andamento dello studio, sull'aderenza delle pazienti al trattamento, sugli eventuali effetti collaterali e sullo stato di salute di ogni persona coinvolta, senza passaggi intermedi".

Gli obiettivi dello studio

Tra gli obiettivi dello studio c'è anche la ricerca di biomarcatori molecolari. "Valutiamo l'evoluzione dei profili genomici e di espressione genica a livello del tessuto tumorale, e l'associazione tra questi e la risposta del tumore ai trattamenti sperimentali - conclude Giancarlo Pruneri, direttore del Dipartimento di Diagnostica avanzata dell'Int e presidente di Eurama Precision Oncology - Le eventuali caratteristiche biologiche che emergeranno ci consentiranno di identificare possibili biomarcatori di sensibilità o resistenza ai trattamenti proposti e, dunque, anche di ipotizzare meccanismi di resistenza del tumore da studiare nei nostri laboratori per migliorare l'efficacia di questo approccio terapeutico".

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