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Kne – I Kustodi di Napoli Est, intervista all’autore...

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Kne – I Kustodi di Napoli Est, intervista all’autore Ivan Orrico

E’ quasi tutto pronto per la presentazione di Kne – I Kustodi di Napoli Est, il film di Ivan Orrico la cui anteprima, per la stampa, è prevista per il prossimo 23 febbraio 2023 a Napoli. Con le musiche del Maestro Vincenzo Sorrentino, l’opera sarà incentrata sulla storia di una famiglia criminale del quartiere Ponticelli. Un ritratto nudo e crudo della criminalità organizzata della Camorra dal sapore neorealista, di cui Orrico ci ha parlato in questa intervista.

A cura di Roberto Mallò per MassMedia Comunicazione

Ivan, com’è nata l’idea di Kne – I Kustodi di Napoli Est?

“L’idea è nata durante il periodo di permanenza su Napoli per la realizzazione di un altro progetto. Parliamo del 2017-2018 circa.La storia di una famiglia criminale di Ponticelli, a Napoli Est, da cui ho voluto prendere ispirazione. Mi ha colpito, infatti, come queste persone, nonostante i loro affari con la malavita, avessero il consenso della gente. Questo mi ha spinto a riflettere. Perché davvero in alcuni quartieri, vige veramente l’Antistato, che fa da padrone. Mi sono quindi fatto raccontare come queste persone vivevano, quello che facevano per avere il consenso della gente, che li idolatrava e si metteva al loro servizio facendoli diventare I Kustodi del Territorio .E da queste premesse ho preso spunto per scrivere la storia di Kne – I Kustodi di Napoli Est. Con la famiglia protagonista del film ho avuto modo di portare in scena la differenza tra il modo di vivere dei camorristi  di oggi rispetto a quelli di ieri. Pur essendo ambientato ai giorni nostri, i criminali si muovono seguendo il vecchio stampo. Mi piaceva raccontare entrambi i modi di pensare di questa gente, di come mettono in gioco la vita della famiglia e dei figli per il Dio Denaro. Racconto ciò dunque mettendo tutto a nudo, senza romanzare, a tratti in maniera cruda. In Kne è molto importante anche la figura dello Stato, rappresentato dall’ispettore Galletti, che combatte con ogni mezzo il malaffare. Un servitore della giustizia, anche egli  realmente esistito, che lascia la firma su ogni sua operazione scrivendo sui muri delle abitazioni dei criminali Arrestato per rimarcare la forza e la presenza delle istituzioni. Il suo è un modo per ricordare ai giovani ‘adulatori’ che questo mondo puzza di morte, ed è assolutamente da evitare. Il film appunto racconta e illustra senza alcuna censura  la sofferenza a cui porta la strada della Malavita”.

Entriamo nel vivo della trama. Al centro ci sono quattro fratelli in antitesi con il loro mondo, perché sono in contrasto con un altro capoclan, e con lo stato.

“Sono personaggi che ho scritto interamente io. Nella realtà, si trattava di quattro fratelli maschi, mentre ho voluto inserire la figura femminile, che in questo mondo è molto forte e presente. Le donne di mafia e di camorra in moltissimi casi detengono il potere; sono per alcuni versi più sanguinarie e feroci degli uomini. Riescono a gestire e comandare decine e decine di soldati per aizzarli contro la vendetta dei propri mariti e figli. Riescono ad essere maggiormente spregiudicate. Ho dunque ritenuto necessario mettere in risalto anche una figura femminile, che incarnasse le tante donne che purtroppo, come dicevo,comandano veri e propri clan al posto dei mariti carcerati o defunti”.

E poi poteva dare luogo, come ha già detto, ad altre sfumature del mondo che racconta.

“Sì, dava molteplici sfumature  alla narrazione. Ovviamente, pur partendo da una storia vera, ho inserito aneddoti e  nito altri eventi realmente accaduti nella provincia di Napoli ottenendo una storia,dal punto di vista criminale, direi completa, mettendo in risalto anche la loro mentalità ed il loro codice d’onore. Ad esempio, c’è una scena molto forte, in cui questi criminali giustiziano due pedofili che hanno ucciso una bambina dopo averne abusato perché nel loro regolamento i bambini sono intoccabili (che   fa riferimento alla tragedia di una  bimba della periferia a nord di Napoli lanciata da un balcone dai suoi aguzzini). Così come alcuni  episodi risalenti agli anni 80 in cui la  criminalità era organizzata in vere e proprie bande, da uomini armati fino ai denti, che si scontravano ogni giorno con i rivali o con le forze dell’ordine che provavano a fermarli e dove sono caduti anche decine e decine di innocenti come la Strage di Ponticelli, dove  soltanto per un affronto scaturito da uno schiaffo si innescò una faida . In Kne chiunque conosce la storia può rivedere fatti ed episodi realmente accaduti e capire così la gravità di quelle circostanze, lavorando insieme perché questo non possa più accadere”.

Com’è avvenuta la scelta  del cast? E’ stato lei a scegliere gli attori?

“Li ho scelti insieme all’aiuto di diverse figure che hanno da subito creduto nel progetto, come l’attore Tommaso Palladino,facendo tantissimi provìni. Per quanto riguarda il cast principale,il primo che ho scelto è stato proprio lui. Un attore che ha fatto oltre cinquanta film, tra cui alcuni diventati dei veri e propri cult, come Napoli Spara!Napoli Violenta. L’ho scelto perché era quello che rappresentava la vecchia frangia dei camorristi; un caratterista con uno sguardo, a mio avviso, non replicabile. Non è certamente una tipologia di boss disposto ad uccidere per 2.000 euro o un bracciale. Questa nuova frangia, di cui stiamo parlando, l’ho dunque affidata a Carmine Monaco, che nel film rappresenta Toni De Marco ed è ispirato sempre ad un personaggio realmente esistito, condizionato dalla madre nelle sue decisioni, visto che era lei a spingerlo verso il malaffare, l’azione criminale. Poi la scelta di Walter Lippa, dapprima chiamato per coprire il ruolo di un altro dei fratelli e invece, dopo le prime battute, ho voluto dare a lui – poiché secondo me è il più carismatico – il ruolo del capofamiglia. Una volta trovato con Adriano Piccolo e Rosa Miranda il giusto mix che equilibrava l’azione corale recitativa  sono partiti i provini per gli attori secondari. Abbiamo visto migliaia e migliaia di persone. Il risultato alla fine è stato eccellente . Un equilibrio che ha portato la  scelta di puntare su attori emergenti ad essere vincente, seguendo la politica di uno dei miei registi preferiti come Stefano Sollima che in Gomorra ha dimostrato che non serve un nome per fare grande una persona e quindi un progetto .C’è una scena nel film , che proprio per questo considero una fra le più belle , dove la Figurazione alla sua prima esperienza ha comunicato con la sua espressione qualcosa di speciale, di sorprendente. E’ riuscito  ad esprimere quella sensazione di paura che la scena prevedeva, alla stregua di un attore professionista, in un modo che magari  quest’ultimo non sarebbe mai riuscito . C’è stata una sinergia tale, dove ogni interprete è riuscito a rendere al meglio il personaggio che rappresentava, a prescindere dalla esperienza, bilanciando o escludendo totalmente il gap che naturalmente sì sarebbe dovuto verificare”.

Una cosa bella, no?

“Sono molto critico. Penso davvero che non ci sia un attimo dove lo spettatore possa perdere l’attenzione sulla storia per qualcosa che lo faccia distogliere dalla realtà del film .Un ritmo costante in un progetto corale dove ogni  personaggio ha avuto la possibilità di esprimersi e di venire fuori, di emergere. E assicuro che non è cosa semplice dare spazio ad ogni interprete, che a sua volta ha saputo ricambiare con il massimo delle potenzialità. La mia è stata una sfida il cui obiettivo non era solo vincere ma arrivare alla fine superando degli schemi convenzionali, preimpostati e dei pregiudizi. Penso di esserci riuscito risolvendo problemi e a virare, recuperando la rotta, arrivando all’obiettivo”.

Anche lei interpreta un ruolo nel film, giusto?

“Esatto, sono uno dei protagonisti. Interpreto Uacchi e Brillante , tenebroso e carismatico criminale che detiene le redini di un piccolo ma efficiente clan. Un professionista del crimine realmente esistito. Un leader   spietato che, insieme al suo fedelissimo Tito Arpea, si vuole avvicinare al  boss che raccontava Tornatore , di ‘altri tempi’. Ho visto tante volte il Camorrista ed era quello a cui, secondo me, bisognava ispirarsi per far uscire ancor più la differenza tra la camorra con organizzazione gangsteristica e quella di oggi che subisce di più la pressione microcriminale. Spero di esser riuscito ad interpretare nel miglior dei modi il personaggio e che la sua diversa ‘estrazione’ arrivi al pubblico con tutte le sue peculiarità .

In precedenza, ha detto che il film serve anche a far capire che “il sano resta sano”. Cosa intendeva con questo concetto?

“Il nostro compito, pur raccontando l’esaltazione di chi intraprende questa strada, è fare arrivare il messaggio che “il sano resta sano “. E’ proprio la vendetta, perpetrata e realizzata attraverso un sistema calcolatore e vessatorio, quell’attenuante che “muove e smuove”, individualmente , gli animi dei fratelli, che rappresentano, nella loro veste meno tecnica, i diversi archetipi dei camorristi. Essa rappresenta il tragico epilogo di un racconto di persone deviate dal bene che, private dei loro affetti più cari, provati dalla precarietà socioeconomica hanno progettato azioni criminose e crudeli con spargimento di sangue, anche di innocenti. E’, dunque, “l’apoteosi distorsiva” di un gruppo di persone che ha scelto come “ultima speme”, di uscire dalle proprie difficoltà personali, utilizzando mezzi da veri e propri aguzzini, frutto della “degenerazione” di una società che ha omologato a valori la vita criminale. Per capire chi è sano, bisogna capire che cos’è il male. Se riesci a vedere il male per com’è realmente ti attacchi al sano. Sono molto credente. Ritengo che la fede si acquisisca maggiormente solo se conosci ed individui  il male. Più quest’ultimo ti è vicino e più capisci quanto è grande Dio. Solo così hai consapevolezza di qual è la differenza tra il bene e il male. Se il male si presenta sai almeno la strada giusta da seguire”. 

Da regista, che giudizio dà a Kne – I Kustodi di Napoli Est?

“E’ un film come dicevo corale, ben bilanciato e con un grande ritmo. L’azione è il suo cuore pulsante; è un action Movie da cardiopalma. Però non vorrei continuare a dare giudizi perché sarei troppo di parte. Sono grato a tutto il  cast perché, secondo me, ha contribuito a formare una grande famiglia con cui è stato un piacere lavorare ed il risultato ne è la prova. Ringrazio a chi ha creduto nel progetto e in me; hanno capito l’importanza dei ruoli che avrebbero interpretato. E ad alcuni che avevo già visto in Gomorra, come nel caso di Monaco e Lippa, mi ero già interessato per come avevano saputo interpretare i personaggi. E’ come se avessi voluto dare ancor più spazio  alla loro bravura e interpretazione attoriale, per non parlare di Tommaso Palladino, figura emblematica del genere che stavo trattando. E, mi permetta di dirlo, sono anche delle grandi persone con tanta umiltà e dei valori  che, in questo mondo vortice, è sempre più raro trovare. Sono del parere che anche il nome più importante del panorama cinematografico se non ha questo mix non è completo e, personalmente, preferisco lavorare con chi ha queste caratteristiche e devo dire che così i risultati sono garantiti .

Il film è prodotto dalla Move produzione indipendente e distribuito dalla Mediterranea  Production. E’ stato difficile portare avanti questo progetto?

“Non è stato sicuramente semplice. Era però mia premura dimostrare che anche con un low budget si possono realizzare delle belle opere. Chi lo potrà vedere noterà gli accorgimenti stilistici, dal punto di vista della regia, degli effetti speciali e del trucco, che sono stati fatti. Abbiamo avuto un maestro d’armi dal vero e vfx. Ci siamo impegnati per rendere il film altamente qualitativo . Ed anche questo è un modo per far capire che, con un piccolo budget, si possono comunque realizzare prodotti audiovisivi di un certo livello se c’è la volontà, la forza e una squadra di persone capaci. Anche perché penso che le produzioni indipendenti debbano essere aiutate maggiormente. Se avessi dovuto aspettare il finanziamento della regione, le Film Commission varie e l’aiuto di altre produzioni, credo che ancora non sarebbe uscito. Con tanto lavoro e sudore, se si considera la pandemia, Kne sarà disponibile dopo due anni di realizzazione. E’ un grande risultato per noi, che abbiamo realizzato tutto in seisettimane. Consideri che molte produzioni in tante occasioni non riescono a ultimare i lavori, anche se ricevono soldi dalle Film Commission. Il fatto che noi ci siamo riusciti, senza ricorrere alle stesse, può essere d’esempio per chi vuole realmente fare cinema e svolgere la professione in maniera professionale”.

A che punto è il cinema di oggi?

“Penso che il cinema, purtroppo, sia diventato soltanto un modo dove veicolare i soldi e regalarli a persone che veramente non sono interessate all’audiovisivo o al prodotto in sé per sé, ma a fare cassa. Per questo dobbiamo farci una domanda e capire perché il cinema sta scomparendo. In Italia non diamo più spazio alle produzioni indipendenti; pensiamo soltanto a fare i film kolossal, che costano tantissimo, invece di dare spazio a tutti. Non bisogna dare la colpa alla pandemia, alla guerra, alla crisi. La colpa è soltanto di chi gestisce i fondi, di chi decide come e in che maniera darli alle piccole produzioni. Questo fa sì che i produttori indipendenti non esistano quasi più”.

In quali sale uscirà il film?

“Come ha già detto, il film verrà distribuito dalla Mediterranea Production, che è una società molto forte e solida nell’ambito della distribuzione. Il fondatore Angelo Bassi, che è un caro amico, ha creduto molto nel progetto ed ha voluto distribuirlo. E’ stato il primo a visionarlo, quando ancora giravamo, ed ha scelto di entrare a far parte di Kne – I Kustodi di Napoli Est tramite la distribuzione. Il film uscirà in tutta Italia, in quasi tutte le regioni dove la Mediterranea ha la sua lente distributiva. Anche se siamo amanti dei cinema, ci sarà poi il passaggio sulle piattaforme, con cui attualmente stiamo prendendo accordi”.

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Giornalista e fondatore dell’agenzia Massmedia Comunicazione, è il motore dietro gran parte delle nostre interviste. Con un occhio per i dettagli e un talento nel porre le domande giuste, contribuisce significativamente al nostro contenuto.

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Intervista esclusiva a Sofia Viola: «Pozzuoli, il...

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Nel panorama dei concorsi di bellezza italiani, emergono storie di giovani donne che sognano di lasciare il segno. Sofia Viola, Miss Campania 2023, incarna il perfetto equilibrio tra grazia, determinazione e semplicità. Nata a Pozzuoli, la città che ha dato i natali alla leggendaria Sophia Loren, Sofia porta avanti la tradizione di bellezza e talento che sembra scorrere nelle vene di questa terra fertile. Alta 180 centimetri, con occhi che ricordano le profondità del mare e un sorriso che illumina, Sofia si è distinta non solo per il suo aspetto fisico ma anche per il suo spirito resiliente e la sua aspirazione a diventare attrice.

La nostra intervista esclusiva

Scopriamo insieme chi è Sofia Viola, attraverso le sue parole, i suoi sogni e le sue aspirazioni, in un viaggio che va ben oltre la corona di Miss Campania.

Sofia, in che modo Sophia Loren e la tua provenienza da Pozzuoli hanno influito sulla tua esperienza nel mondo dello spettacolo e nella percezione pubblica di te?

“Sophia Loren rappresenta un emblema di talento e successo che ha superato i confini della nostra amata Pozzuoli, raggiungendo il cuore di un pubblico globale… La sua ascesa da una località di provincia a star di fama mondiale è ben nota. Non posso negare che la mia appartenenza a Pozzuoli e le inevitabili comparazioni con Sophia Loren durante la finale di Miss Italia a Salsomaggiore, abbiano suscitato un certo orgoglio. Queste somiglianze, soprattutto negli sguardi e negli atteggiamenti, mi lusingano e mi sorprendono, considerando l’assenza di legami di parentela. La mia città natale, con le sue storie di successo e le sue icone culturali, mi ha sicuramente influenzata, offrendomi esempi di come si possa emergere partendo da umili origini.”

Dopo il tuo trionfo come Miss Campania, hai espresso sorpresa e gioia per la vittoria. Quali sono stati i primi pensieri e le prime emozioni che hai provato nel momento in cui sei stata annunciata vincitrice?

“Nel momento in cui l’attrice Fioretta Mari annunciò il mio nome come vincitrice MISS CAMPANIA, ho avuto un mix di emozioni: non saprei identificarle una ad una, perché sono stati momenti unici, momenti di gloria, tremavo, ridevo, non credevo in quel momento che avesse chiamato me come vincitrice MISS CAMPANIA 2023. Per quanto riguarda i miei primi pensieri, sono andati alla mia bellissima famiglia, che mi ha sostenuto in un percorso così bello, perché questo concorso non va visto come il solito banale concorso di bellezza ma bensì un concorso formativo, sia personale che professionale.”

Hai dedicato la tua vittoria ai tuoi genitori, che ti hanno iscritta al concorso a tua insaputa. Come descriveresti il loro ruolo nel tuo sviluppo personale e professionale? Ci sono stati momenti specifici in cui il loro supporto è stato cruciale per te?

“La figura dei miei genitori è sempre stata una figura molto importante in tutta la mia giovane vita, sia per le esperienze lavorative come Miss Italia e sia a livello scolastico. Per me la famiglia è un punto di riferimento che mi ha trasmesso valori che porterò sempre con me e cercherò di fare allo stesso modo con i miei figli, qualora li avessi. Momenti specifici non ci sono mai stati perché loro fanno parte in ogni mio singolo momento bello e brutto che sia.”

Il tuo obiettivo di diventare attrice richiede dedizione e studio. Puoi condividere con noi quali sono stati i momenti più formativi o le sfide che hai incontrato finora nel tuo percorso di recitazione?

“Dici bene Junior, il mio obiettivo è quello di diventare un’attrice. Una vera e propria formazione non l’ho mai avuta, c’è da dire che dopo la fascia di Miss Campania, mi sto dedicando a formarmi a livello di dizione e di interpretazione. Di progetti ce ne sono veramente tanti, non sto qui a spoilerare i miei prossimi impegni però ne riparleremo sicuramente a tempo debito.”

Parlando di semplicità come tuo punto di forza, come mantieni questo equilibrio nella vita quotidiana, soprattutto in un ambiente spesso percepito come orientato all’apparenza, come quello dei concorsi di bellezza e del cinema?

“Ti sbagli, forse l’apparire è un termine comune della nostra società ma sicuramente non è quello che ho riscontrato nel concorso di Miss Italia, anzi potrebbe essere una banalità o una frase di circostanza ma la bellezza è sicuramente un punto di forza e di inizio, però non basta: bisogna avere tanto altro, come saper recitare, cantare, ballare…”

La tua visione della sconfitta come opportunità di crescita è molto matura. Potresti raccontarci di un momento specifico in cui una sconfitta ti ha portato a un successo o a una lezione importante?

“La mia visione della sconfitta non c’è, Junior. Nella vita una sconfitta va affrontata più forte di prima, una sconfitta non ti può bloccare, non può fermare un tuo sogno… anzi, quella sconfitta deve essere un punto di forza e di crescita sia professionale che personale.”

La guerra è la tua più grande paura, un sentimento purtroppo condiviso da molti. In che modo credi che il tuo ruolo pubblico possa contribuire a diffondere messaggi di pace e speranza, soprattutto tra i giovani?

“La guerra, noi giovani l’abbiamo sempre studiata sui libri, ma mai vissuta così vicino e così in tempo reale. Junior, la guerra, credo che comunque spaventi un po tutti, piccoli, giovani, adulti e anziani. Penso anche in te smuova delle paure, con il nostro ruolo possiamo aiutare a diffondere un po’ di pace, più che pace di dare segni positivi in un momento di crisi. Ma in realtà non solo io da personaggio pubblico, e te da giornalista, ma un po’ tutti possiamo diffondere la parola pace e non solo… a partire dai personaggi più influenti a quelli meno influenti, oggi abbiamo i social, quindi è un buon canale per poter trasmettere una giusta parola: PACE.”

Il tuo approccio alla moda riflette una grande attenzione alle tendenze pur mantenendo un occhio al budget. Come descriveresti il tuo stile personale e quale pezzo del tuo guardaroba pensi che rappresenti meglio la tua personalità e perché?

“Il mio stile è semplicemente quello di una ragazza di vent’anni attenta alle tendenze e al portafoglio (ride, ndr). Rispecchia sicuramente la mia personalità, tendenzialmente sono portata più ad una moda semplice e raffinata. La semplicità è l’arma più potente di ogni donna…”

C’è un regista o un film in particolare che ti ha ispirato a intraprendere il cammino nel mondo del cinema?

“Ambire ad entrare nel mondo del cinema è un sogno, è il mio motto è sempre stato se posso sognarlo posso farcela. Registi te ne potrei elencare almeno cinque se non di più, ognuno per un motivo ben specifico… Come già sai lavorare con i più grandi registi è un sogno di tutte le grandi attrici, quindi Junior non faccio nomi nel caso in cui uno di questi possa leggere la tua intervista, e giocarmi un grande ruolo perché non l’ho elencato nelle mie grandi preferenze (ride, ndr).”

Crescendo a Pozzuoli, come hai vissuto l’impatto della cultura e delle tradizioni locali sulla tua identità e sulle tue aspirazioni?

“Sono una ragazza di provincia con le proprie tradizioni sia familiari che locali: mi piacciono, le rispetto e le divulgo.”

Con la tua partecipazione a Miss Italia, hai avuto l’opportunità di incontrare molte altre giovani donne con sogni simili ai tuoi. C’è stata un’amicizia o un incontro che ti ha particolarmente colpita o influenzata durante il concorso?

“Potrei essere banale ma nel concorso di Miss Italia non ho trovato competizione sporca, anche se potresti non crederci. Li ho incontrato diverse realtà e da buona napoletana, ho creato gruppo. Siamo 40 finaliste, tutte con un sogno. Miss Italia, ci ha dato l’opportunità di confrontarci e maturare… Ho legato sì, con tutte, ma ho nel cuore una decina di ragaze che ancora oggi sento.”

Infine, guardando al futuro, oltre alla recitazione, ci sono altri ambiti o cause sociali che ti appassionano e per i quali desideri impegnarti attivamente?

“Il futuro?? Viviamo in una società che noi giovani non possiamo fare pronostici, sicuramente la mia prima ambizione e recitazione, poi in un secondo momento potrei affacciarmi nell’ambito giornalistico, e dulcis in fundo, nel salutarti, spero che tra qualche anno avrò una tua nuova intervista da attrice.”

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Intervista esclusiva a Giuseppina Di Bartolo: «Per me la...

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A cura di Roberto Mallò

La Calabria, terra che le ha dato i natali, è sempre presente nelle sue creazioni, perché è dentro di lei “qualsiasi cosa faccia” ed è felice di rappresentarla in Italia e nel mondo. Di questo ne è certa Giuseppina Di Bartolo, sempre più sulla cresta dell’onda, e ricercata da tanti personaggi famosi e produzioni televisive, con il brand che porta il suo nome: Giuseppina Di Bartolo haute couture. Una passione, quella per la moda, che nasce fin da quando era bambina e che l’ha accompagnata per tutto il corso della sua vita. Successo che, come lei stessa dichiara, vive con un “pizzico di incoscienza”, ma del quale è estremamente soddisfatta, pur essendo curiosa dei risultati futuri che riuscirà a raggiungere. 

Giuseppina, parliamo della sua passione per la moda. Quando nasce?

“La mia passione per la moda nasce fin da quando ero piccola. Amavo uscire con nonna: occhiali da sole rossi a cuore e la borsetta rigorosamente abbinata. Mi è sempre piaciuto il bello. Già all’età di 6 anni disegnavo abiti con una certa logica e gusto e alle mie Barbie facevo gli abiti con i tulle tolti dalle bomboniere e ritagli degli abiti di nonna. L’arte del cucito e del ricamo ce l’ho nel sangue; infatti, la mia bisnonna era una maestra sarta e cuciva durante i mesi estivi per la Principessa di Roccella, ultima della Casata dei Ruffo, nei primi anni del ‘900. Ho poi seguito la mia passione per la moda e per lo spettacolo con tenacia: ho conseguito, infatti, la laurea in Fashion Design e Confezione Sartoriale nel 2015 e tutt’oggi esercito, disegnando e creando abiti per i Vip della Tv”.

In che momento della sua vita ha deciso che la passione per la moda doveva diventare anche il suo lavoro?

“Ho deciso che la mia passione doveva diventare un lavoro in modo molto spontaneo. Dopo la prima collezione e le prime sfilate, il mio nome e il mio stile iniziavano a girare, ad essere apprezzati e cercati. Perciò, al primo ingaggio lavorativo ho detto sì e non mi sono più fermata nemmeno sotto Pandemia, facendo mascherine per tutti coloro che ne avevano bisogno quando non si trovavano in farmacia”.

Quanto conta rappresentare la Calabria nelle sue creazioni?

“La Calabria è la mia terra e la porto con me in qualsiasi cosa faccia. Sono orgogliosa di rappresentarla in Italia e nel Mondo. Ho vinto dei premi come ‘Eccellenza Calabrese’ e qualche anno fa le ho dedicato una collezione moda mare. Mi sono ispirata proprio ai frutti della mia terra: peperoncino, bergamotto, gelsomino, cipolla, fico d’india e così via. L’ho chiamata ‘I Rradici’ in dialetto calabrese, che appunto tradotto in italiano sta a significare ‘Le Radici’.

A quali progetti si sta dedicando in questo periodo?

“Ho diversi progetti in cantiere in realtà, primo fra tutti un progetto che dovrebbe concretizzarsi ad aprile e che mi vedrà protagonista come fashion designer per un programma TV. Non posso dire altro”.

Che cos’hanno gli abiti di Giuseppina di Bartolo in più rispetto a quelli di altri stilisti?

“Rispetto molto il lavoro dei colleghi perché so cosa vuol dire fare sacrifici e avere passione per qualcosa concretizzandola lavorando duro. Vengo da una famiglia umile e di questo sono molto orgogliosa. Perciò non dirò cosa le mie creazioni hanno in più rispetto a quelle dei colleghi, questo lo decideranno il pubblico, i clienti e i professionisti al vertice. Quello che posso dire invece delle mie creazioni é che vengono notate e apprezzate. Il mio stile è un mix tra linee pulite e moderne con un tocco di vintage, sono chic e glamour e soprattutto rispecchiano tutte le mie sfaccettature caratteriali. Il mio motto è ‘Giuseppina Di Bartolo haute couture – Perché classe e bellezza si possono anche indossare’. Ci metto qualità, bellezza e tanto cuore in tutto ciò che faccio e la gente credo mi apprezzi per questo”.

Da che cosa si ispira per le sue creazioni?

“Per le mie creazioni mi ispiro a ciò che più mi piace. Seguo la moda e gli input che ci suggeriscono durante le varie stagioni, ma sempre reinterpretandoli. Mi ispiro alle Dive, alle Principesse, ai Couturier che hanno fatto la storia della moda e che hanno cambiato i canoni di bellezza fino ai giorni nostri. Per me la moda è istinto, quindi spesso seguo semplicemente ciò che mi esce dalla testa e dal cuore e lo creo, gli do vita sul foglio, sul manichino e tutto interamente fatto a mano”.

Che tipo di tessuti usa per le sue creazioni?

“Lustrini, piume, frange, sete, tessuti preziosi, ricami, sono ciò che utilizzo nelle mie creazioni. Colori classici come il rosso, il bianco e il nero sono i colori che preferisco. La mia firma è caratterizzata da linee semplici abbinate a diversi volumi. Amo il vintage, precisamente gli anni ’50 e la haute couture”.

Lo scorso anno ha collaborato con Sofia Giale De Donà, concorrente del Grande Fratello Vip. Com’è nato il vostro sodalizio?

“Si, ho vestito Giaele per tutta l’edizione del GF Vip al quale ha partecipato. Ho mandato un curriculum e qualche scatto dei miei abiti e sono stata scelta. É stata un’esperienza bellissima. I miei abiti sotto i riflettori, su Canale 5 in prima serata, era un sogno che si realizzava. Poi il sogno è continuato perché Giaele uscita dal GF ha voluto conoscermi e mi ha voluta come sua stilista personale. Quindi ha voluto che la vestissi per cene di Gala, Red carpet, copertine di riviste e mi ha fortemente voluta per un progetto che riguardava una Luxury Collection che porta il marchio del suo brand. Innamoratasi dell’abito ‘Con le Ali’, ormai famoso, ha voluto che l’intera collezione presentata online durante la Milano Fashion Week portasse quel tratto distintivo di cui tanto si era innamorata. Tutt’oggi siamo in contatto e collaboriamo con entusiasmo”.

Con quali altri vip ha collaborato?

“Ho collaborato con Maria Monsé e la figlia Perla, Paola Lavini, Miss, Attrici e Modelle professioniste andate in TV e altri nomi che per il momento non posso svelare. Verrà pubblicato tutto a tempo debito”.

C’è qualche personaggio famoso che, invece, sogna di vestire e perché?

“Sogno in grande perché sognare non costa nulla, in fondo. Perciò, mi piacerebbe vestire l’attrice Hollywoodiana Gal Gadot. Quando arriverò a quei livelli, probabilmente, vorrà dire che ce l’ho davvero fatta”.

Ha partecipato a tante manifestazioni importanti, tra cui la Fashion Week di Milano e il Festival del Cinema di Venezia. Come vive tutto questo successo che sta avendo?

“Vivo tutto molto tranquillamente, anzi quasi non rendendomene conto, perché concretizzatosi un progetto sono subito con mente e cuore al successivo. Sono sempre in movimento e ho troppi sogni da realizzare, con poco tempo per farlo. Sono anche una moglie, una madre e una figlia molto presente. Crearmi una famiglia è il più grande sogno di sempre per me e quello l’ho realizzato, ma ovviamente ci si deve mettere impegno e amore tutti i giorni per mantenere sempre vivo e bello il sogno realizzato! Perciò fama e successo sicuramente fanno piacere, però so bene quali sono le cose veramente importanti per me. Mi godo il momento con un pizzico di incoscienza, diciamo così”.

So che ha vinto diversi premi. Quali?

“Tra i premi vinti ci sono quelli di “Eccellenza del made in Italy”, “Eccellenza Calabrese”, “Premio Stampa La mia Boutique Italia”, “Premio Elle Spose”, Seconda Classificata al concorso “Tu Sposa”, “Premio Star Stylist”, il “Premio Best Costume e Design” per il film Il Matrimonio più sconvolgente della storia del regista Demetrio Casile e tanti altri riconoscimenti, che conservo con orgoglio insieme ad interviste su giornali e riviste. Tanti altri dovrebbero arrivare, cercherò di prendere il buono sempre, il più possibile per poter sempre migliorare e fare sempre di più. Per me, per la mia famiglia e per chi con orgoglio mi segue”.

Ha un sogno professionale che vorrebbe realizzare?

“Ho troppi sogni, non posso scriverli tutti. Spero però di realizzarli tutti, invece. Uno tra i tanti forse é quello di collaborare ufficialmente, almeno una volta nella vita , con la casa di moda del mio idolo, Valentino, al quale ho dedicato la tesi. Con la casa di moda storica ho avuto contatti tempo fa e so che positivamente mi ha valutata per il team creativo, vedremo cosa mi riserverà il futuro”.

Come si vede tra qualche anno?

“Non riesco a rispondere a questa domanda, ma spero di vedermi sempre felice, con il sorriso, come ora, nonostante le avversità della vita che sono molte, purtroppo”.

Chi sceglie un abito Giuseppina di Bartolo perché lo fa, dal suo punto di vista?

“Chi sceglie un abito firmato Giuseppina Di Bartolo haute couture lo fa perché viene colpito dalla qualità, dalla particolarità e dall’unicità dei capi . Perché classe e bellezza si possono anche indossare”.

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Attualità

L’Arte di modellare il tessuto: Luca Giannola e...

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A cura di Pierluigi Panciroli – Foto di Fabrizio Romagnoli, Tonio De Carlo e Axel Blackmar.

Luca Giannola, un talentuoso scultore di abiti e maestro di moulage incrocia la meticolosa maestria artigianale con la creatività e estrosità dell’alta moda. Questa tecnica artigianale prevede la creazione diretta di capi sul manichino o sul corpo.

La sua storia ha inizio dalle affascinanti esperienze nelle botteghe delle zie a Benevento fino alle prestigiose passerelle delle Fashion Week internazionali.

Tra radici famigliari ed uno stile distintivo

Il percorso di Luca è un viaggio intimo che trova radici profonde nelle origini familiari, in particolare nelle preziose lezioni apprese dalle sue zie e dalla madre sarta. Crescendo in questo affascinante mondo, la moda è diventata parte del suo DNA, tanto da influenzare la sua scelta di iscriversi al liceo artistico, dove ha imparato la scultura.

Dopo un periodo a Milano, studiando fashion design e accumulando esperienze come assistente stylist e coordinatore di centri di creazione moda, Luca ha avvertito un crescente avvicinamento all’ambiente della moda. La sua identità di “designer” trova il suo vero sé a Bologna.

Dal moulage alla passerella 

È proprio a Bologna che il suo stile ha preso forma definitiva. Collabora con un noto couturier per abiti da sposa e da vita alle sue prime opere di “moulage“, riportando, così, in vita il suo spirito di studente-scultore. Questa tecnica ha rappresentato un risveglio artistico e un ritorno alle sue radici creative. Con la sua straordinaria maestria, Luca ha aperto nuove prospettive nel campo della moda evidenziando come questa possa trasformare l’abbigliamento in una vera e propria forma d’arte. La sua singolare fusione di tessuti, forme e colori crea una sinfonia visiva senza precedenti.

Questo suo nuovo stile innovativo e distintivo ha attirato l’attenzione di appassionati di moda, stilisti e criticipermettendogli di guadagnarsi un posto di rilievo nell’industria della moda.

Oggi, Luca Giannola si descrive come uno “scultore di abiti”. Il suo approccio unico e la chiarezza della sua identità creativa lo hanno reso una figura rispettata nelle Fashion Week, dove organizza con passione le sue sfilate a Milano e Parigi. 

Il tema del genderfluid trova spazio nelle sue creazioni, sottolineando il suo desiderio di esplorare nuove prospettive e sfide nella moda contemporanea. Luca Giannola è un esempio di come la costruzione di un’identità chiara e autentica possa aprire porte inaspettate e creare connessioni significative nel mondo della moda.

Il suo approccio alla Body Positivity

Luca Giannola, esperto docente di storia e progettazione della moda presso l’Istituto Rubbiani e la Scuola Moda Cesena, ha innovato l’approccio educativo introducendo la sua tecnica di modellare il tessuto. La sua visione è emersa durante le lezioni con le studentesse più giovani, in un periodo spesso delicato dell’adolescenza. Attraverso sperimentazioni creative, ha cercato di esplorare le silhouette femminili reali, coinvolgendo le aspiranti designer nel processo creativo. Queste iniziative hanno affrontato temi sensibili, come i disturbi alimentari, con l’obiettivo di favorire una percezione più sana del proprio corpo.

L’approccio di Giannola, oltre a trasmettere competenze nella progettazione di abiti, promuove una cultura della consapevolezza e del rispetto per la diversità delle forme corporee. Il suo impegno ha ottenuto riconoscimenti anche in ambito medico e scientifico, portandolo a collaborare con Ananke, un network di aiuto per coloro che vivono situazioni difficili legate al cibo.

Estendendo la sua influenza anche a case-famiglia, Giannola ha organizzato incontri leggeri e creativi incentrati su tessuti e drappeggio. La sua iniziativa di uno shooting di moda con le studentesse ha celebrato la bellezza autentica e naturale dei corpi femminili. Un approccio educativo che va oltre la moda e contribuisce alla formazione di individui consapevoli e sicuri di sé.

Nel contesto della Fashion Week, precisamente al Salon desMiroirs nel cuore di Parigi ho avuto l’onore d’incontrare Luca al fine di conoscere meglio un artista unico nel suo genere.

Ciao Luca, grazie per concedermi la possibilità di questa intervista. L’ambiente familiare, nello specifico le zie e la mamma sarta hanno contribuito molto alla tua formazione. In che modo le lezioni apprese e l’ambiente creativo locale hanno influenzato la tua visione artistica, diventando parte integrante del tuo DNA?

Ciao Pierluigi, intanto grazie a te per avermi dato la possibilità di fare questa intervista. Credo che la fortuna di essere nato in una famiglia di creativi, specie riferendomi alle mie zie e mia madre, siastato un terreno base fondamentale, su cui piantare e coltivare tutto ciò che ho imparato “giocando” innanzitutto. Ciò che le zie facevano infatti, lo ricreavo a mio modo sulle bambole delle mie sorelle e da grande ho scoperto che questo non era altro che fare moulage. 

Quali sono i dettagli e gli elementi distintivi della singolare fusione di tessuti, forme e colori nelle tue creazioni che hanno attirato l’attenzione di appassionati di moda, stilisti e critici?

Credo che ogni appassionato di moda, o addetto ai lavori, sia colpito da fattori differenti. C’è chi rimane affascinato dalla comodità dei capi nonostante siano complessi nella struttura, chi dalla fusione dei tessuti a volte in contrasto tra loro, pur risultando idonei nel fondersi, chi del “fatto a mano” in un ‘epoca in cui a volte rischiamo di dimenticarne l’importanza e la bellezza.

In che modo hai integrato il tema del gender fluid nelle tue creazioni e come questo si riflette nella tua volontà di esplorare nuove prospettive nella moda contemporanea?

La mia interazione col gender fluid è davvero una minuscola parte per il momento. Una sfida che mi ha visto coordinatore di una linea realizzata con giovani designer, il che mi ha fatto capire che posso dare spazio ad un tema così attuale ed affascinante, anche nelle mie capsule, poiché i capi scultura a volte possono essere trasversali rispetto alle canoniche silhouette moda, ed in parte essere indossate senza distinzione di genere, ma ho ancora molto da lavorare su questo tema.

Hai affrontato temi sensibili come i disturbi alimentaricome hai contribuito a favorire una percezione più sana del corpo tra le giovani aspiranti designer, il concetto della Body Positivity?

Ho sempre cercato di portare ciò’ che sono in tutti i progetti, perciò anche la mia sensibilità. Con alcuni gruppi di studentesse abbiamo lavorato accuratamente su disegni di corpi riferiti a forme diverse dallo stereotipo moda. Abbiamo progettato per ogni silhouette con giochi di forme e colori creando equilibrio ed armonia, spesso immedesimandosi nelle forme stesse di quei corpi. È stato un lavoro pieno di soddisfazioni.

Il moulage quindi va oltre la moda, celebra la bellezza autentica e naturale dei corpi femminili. Pensi che possa avere uno spazio in un contesto medico-scientifico? 

Quando mi approccio ad un tema delicato, che non vede come protagonista solo la moda ma l’aspetto emotivo, cerco di essere il più possibile cauto confrontandomi con persone che hanno strumenti specifici riguardo alcune tematiche. Il confronto è necessario e sostengo che sia importante poter sviluppare un legame (laddove sia possibile) tra moda e ambito medico scientifico.

L’esperienza della Fashion Week come ti ha arricchito e quale può essere, secondo te, la percezione e l’accoglienza di questa tecnica da parte degli stilisti e dei designer in una visione futuristica?

Mi sento fortunato perché grazie al Alwaysupportalent, che come ben sai sostiene tanti designer, ho avuto uno spazio durante eventi legati alle fashion week, facendo conoscere non solo le mie capsule, ma la mia personalità, il modo di essere, e nel mio piccolo poter dare un messaggio. Come spesso dico, il moulage non è qualcosa che abbiamo inventato oggi, ma una tecnica naturale usata fin dalle civiltà antiche. Credo che ogni designer, pur conservando e sviluppando la propria identità, può ricordarne l’importanza, sapere quanto sia necessario che l’abito si adatti al corpo e non il contrario.

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