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Sostenibilità

Water Alliance lancia la call per futuro servizio idrico lombardo

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Una call for innovation per il servizio idrico integrato che si rivolge a startup, spin off universitari Pmi e più in generale a tutto il mondo dell’innovazione. A Wave of innovation è la call lanciata da Water Alliance, la rete delle 13 aziende pubbliche del servizio idrico integrato lombardo (Acque Bresciane, Alfa, BrianzAcque, Como Acqua, Gruppo Cap, Gruppo Tea, Lario Reti Holding, MM, Padania Acque, Pavia Acque, SAL, Secam e Uniacque), per promuovere l’innovazione in un’ottica di open innovation su scala internazionale. La call, apertasi lo scorso 3 ottobre si concluderà a fine novembre, ha l’obiettivo di trovare soluzioni in alcune aree nevralgiche per il servizio idrico e si incentra sull’economia circolare e la digitalizzazione.

Per i vincitori verrà valutata l’implementazione di un progetto pilota per una durata di circa un anno in collaborazione con una delle società di Water Alliance. Nello specifico le aree individuate dai 13 gestori riguardano: trattamento e valorizzazione dei fanghi di depurazione; impianti di cogenerazione di biogas; rete idrica smart e real time data enhancement.

“L’onda lunga e travolgente della Wave of Innovation promossa con questa call internazionale di Water Alliance risiede proprio nel contributo che startup e Pmi potranno fornire per favorire lo sviluppo del Servizio Idrico lombardo”, sottolinea Enrico Pezzoli, portavoce di Water Alliance, presidente e ad di Como Acqua. “Le 13 imprese retiste hanno saputo aprirsi a realtà esterne in grado di offrire soluzioni strategiche, innovative e dirompenti, utili al processo evolutivo che fa di economia circolare, nuove tecnologie e digitalizzazione, gli strumenti migliori per progredire ulteriormente e disinnescare tematiche strettamente attuali, come emergenza idrica e crisi energetica”.

“Questa call internazionale coinvolge aree che sono cruciali per lo sviluppo del servizio idrico lombardo – afferma Michele Falcone, coordinatore dell’organo di gestione di Water Alliance e direttore sviluppo strategico di Gruppo Cap. “Water Alliance si è posta l’ambizioso obiettivo di un’innovazione circolare e digitale e per farlo, oltre alle sinergie tra le aziende, ha deciso di aprirsi a start up e a piccole e medie imprese internazionali che possono fornire preziose soluzioni che potranno essere applicate in tutta la Lombardia. Penso ad esempio alla questione fanghi su cui stiamo lavorando da tempo per trovare soluzioni sostenibili in ottica circolare (riduzione quantità, riuso e valorizzazione) ma anche alla sfida del digitale che può costituire una svolta nella gestione degli impianti grazie all’uso massiccio di dati analizzati ed elaborati in modo sempre più smart.”

Un ruolo strategico è stato quello degli advisor della call, Bip e SkipsoLabs. Water Alliance si è avvalsa, infatti, del supporto e del know how di Bip, società internazionale che si occupa di servizi di consulenza direzionale e business integration, seguendo le aziende nei processi di ricerca e adozione di soluzioni tecnologiche disruptive e di SkipsoLabs, una società internazionale che dal 2007 fornisce soluzioni software e servizi di advisory per l’innovazione ad aziende pubbliche e private su scala internazionale.

Le startup e le aziende interessate dovranno inviare la propria candidatura sulla piattaforma entro il 30 novembre. Le fasi previste sono: 30 novembre (deadline per le application); 30 gennaio 2023 (prima fase di screening dei progetti); 14 febbraio 2023: (selezione dei progetti finalisti); seconda metà febbraio 2023 (pitch day).

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Sostenibilità

A2a: bilancio sostenibilità Brescia, ricadute economiche sul territorio per 447 milioni

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Presentata la nona edizione del Bilancio di Sostenibilità Territoriale

A2a: bilancio sostenibilità Brescia, ricadute economiche sul territorio per 447 milioni

È stata presentata oggi da Renato Mazzoncini, Amministratore Delegato di A2A, alla presenza della sindaca Laura Castelletti, la nona edizione del Bilancio di Sostenibilità Territoriale di Brescia che rendiconta le prestazioni ambientali, economiche e sociali del Gruppo sul territorio nel 2022 e i suoi piani di attività previsti per i prossimi anni.

“Si rinnova un appuntamento che consolida il patto con la comunità bresciana, nel segno di un percorso improntato al dialogo e alla trasparenza. Nel 2022, rispetto all’anno precedente, abbiamo incrementato sia il valore economico distribuito sul territorio, pari a 447 milioni, sia gli investimenti in impianti e infrastrutture per la transizione ecologica, portandoli a 307 milioni”. – ha dichiarato Renato Mazzoncini, Amministratore Delegato di A2A. – L’impegno che da sempre caratterizza la nostra relazione con la Città di Brescia è tangibile e sono misurabili gli sforzi compiuti dal nostro Gruppo sul versante dell’economia circolare e della sostenibilità grazie al recupero del 100% dei rifiuti raccolti, agli sviluppi del sistema integrato Ambiente Energia e al deciso incremento delle infrastrutture per la ricarica elettrica. Il 2022 è stato anche l’anno dell’inaugurazione del depuratore di Valle Trompia, un impianto atteso da decenni. L’acqua per noi è un tema strategico: A2A investe nel territorio bresciano 118 euro ad abitante, il doppio della media italiana e ben più di quella europea, contribuendo anche a ridurre sensibilmente le perdite di rete in città, oggi al 28% a fronte di una media nazionale del 42%. Oltre ad agire concretamente per tutelare questo bene primario, a servizio dei cittadini, continueremo a investire per favorire lo sviluppo e la transizione ecologica di questo territorio”.

In continuità con l’impegno portato avanti nell’ultimo triennio per l’ascolto e il dialogo con le comunità in cui il Gruppo opera, nel 2023 il percorso dei Forum Multistakeholder di A2A prevede il coinvolgimento di 11 territori in tutta Italia, attraverso momenti di confronto sulla costruzione di progettualità concrete e su misura, per contribuire sinergicamente allo sviluppo sostenibile del Paese. Applicando metodologie proprietarie testate, insieme agli stakeholder aderenti l’azienda ha realizzato l’iniziativa “Il potere delle buone abitudini”.

A partire da un’indagine SWG sono state offerte attività di interpretazione dei risultati, con l’obiettivo di ottenere un quadro di riferimento tra cittadini e sostenibilità nel territorio, al fine di diffondere in modo capillare consigli e buone pratiche. Nel contesto dello stesso programma, A2A ha anche promosso la costituzione dell’Advisory Board Consumi Sostenibili per Brescia. Ai lavori hanno preso parte i principali stakeholder della Città, tra Enti e Associazioni, con l’obiettivo di andare a definire soluzioni condivise per consumare meno e consumare meglio. Con 24 ore di ascolto e quattro incontri, l’Advisory Board ha definito priorità e azioni per i consumi sostenibili di cittadini e imprese, raccolti all’interno della Carta dei Consumi Sostenibili, che fissa i principi per una transizione sostenibile e calata nel contesto territoriale. Le iniziative di ascolto hanno già coinvolto Cremona, Bergamo, Calabria, Sicilia, Valtellina e Valchiavenna, cui si aggiungeranno nel corso dell’anno altri 5 territori: Milano, Seregno, Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Puglia.

Il racconto del Bilancio di Sostenibilità territoriale di A2A si snoda sul filo di tre parole chiave: Pianeta, Persone, Prosperità. Ambiti identificati dal World Economic Forum con il documento “Measuring Stakeholder Capitalism: towards common metrics and consistent reporting of Sustainable value creation”.

Nella Provincia di Brescia, A2A si occupa di gestione dei rifiuti, teleriscaldamento, sistema idrico integrato, produzione, distribuzione e vendita di energia e gas, mobilità elettrica e illuminazione pubblica. Sul territorio, il Gruppo recupera il 100% dei rifiuti raccolti e pertanto niente viene conferito in discarica, chiudendo il ciclo di economia circolare: nel 2022 il 73% di quanto raccolto è stato destinato al recupero di materia e il 27% a quello di energia, attraverso gli impianti dislocati nella zona circostante. Aprica, società del Gruppo A2A che si occupa della gestione dei rifiuti, ha implementato una serie di iniziative online e offline per coinvolgere i cittadini e sono state avviate nuove partnership con alcune imprese al fine di sensibilizzare la comunità locale.

Inoltre, a testimonianza della sua trasparenza, è stata redatta la «Carta della qualità del servizio integrato di gestione dei rifiuti urbani», approvata nel 2022 dal Comune di Brescia. Lo scorso anno, A2A ha continuato a sviluppare il suo sistema integrato Ambiente Energia, per soddisfare in maniera sostenibile il fabbisogno energetico della città attraverso la produzione alternativa di calore. Il progetto, riconosciuto dalla Commissione Europea come esempio di eccellenza, ha permesso di evitare 917mila tonnellate di emissioni di CO2.

Fondamentale per il sistema è la rete del teleriscaldamento di Brescia, lunga oltre 680 km, che serve circa 180mila appartamenti equivalenti e rende possibile riscaldare le case utilizzando calore da fonti rinnovabili, cogenerazione o recuperato da cicli produttivi industriali e di trattamento dei rifiuti, ovvero dai fumi del termoutilizzatore o dalle acciaierie, che altrimenti andrebbe perso.

Nel 2022 si è completata la prima fase del progetto di “flue gas cleaning condensation” al termoutilizzatore, la tecnologia che consentirà di mettere a disposizione della rete di teleriscaldamento oltre 150 GWh/anno di calore aggiuntivo ad impatto ambientale nullo. Con quest’investimento da oltre 100 milioni, infatti, si recupererà calore dai fumi dell’impianto – pari al fabbisogno di 12.500 alloggi – e al tempo stesso si ridurranno ulteriormente le emissioni.

A Brescia e in 95 comuni della zona A2A gestisce il servizio idrico integrato, con oltre 4.000 chilometri di acquedotto, 2.650 di fognatura e 51 depuratori, trattando circa 44 milioni di m3 di acque reflue. Per garantire una maggior disponibilità della risorsa idrica, è stato realizzato un nuovo serbatoio a servizio dell’acquedotto del Comune di Bovegno ed è stato realizzato un nuovo depuratore in Valle Trompia, per trattare la grande maggioranza dei reflui civili della valle e migliorare la qualità dell’acqua del fiume Mella dove oggi sono convogliati gli scarichi, a fronte di un investimento di 38 milioni di euro.

Il Gruppo, che si occupa anche della distribuzione dell’energia elettrica attraverso Unareti, per garantire la continuità del servizio in particolare nelle zone di montagna – Alto Lago di Garda e Valle Sabbia – e ridurre l’impatto sull’ambiente e sul paesaggio, ha posato reti in Media Tensione interrate e in cavo aereo isolato rinforzato. L’intervento, dal valore di 4,7 milioni di euro, ha permesso inoltre di tutelare la biodiversità locale attraverso cavi più sicuri, riducendo l’impatto delle reti sull’avifauna e sulle specie a rischio.

A2A, in qualità di Life Company, impegnata a creare un ambiente di lavoro sicuro, inclusivo e sostenibile, per accompagnare la sua popolazione aziendale in tutti i territori in cui opera ha organizzato nel novembre 2022 la convention «Light up Life» che ha coinvolto oltre 1.400 persone per condividere le principali evoluzioni del Piano strategico 2021-2030. Inoltre, a cavallo tra il 2021 e il 2022, è stato erogato il corso «Leadership for Life» dedicato a tutti i manager del Gruppo, di cui 672 per Brescia, volto ad approfondire con 10 workshop online i tre pillar del Piano Strategico: sostenibilità, economia circolare e transizione energetica.

Lo scorso anno sono state assunte 235 nuove risorse nelle sedi bresciane, di cui il 38% sotto i 30 anni, e sono state erogate oltre 71.000 ore di formazione complessiva ai dipendenti, di cui il 45% sulla salute e sicurezza. Nel 2022 sono inoltre proseguite le iniziative di sensibilizzazione delle persone del Gruppo, con l’obiettivo di creare consapevolezza sul tema delle questioni di genere e per valorizzare le diversità, ufficializzando il proprio impegno attraverso la sottoscrizione della Dichiarazione di Impegno sui temi di Diversity, Equity Inclusion.

Nel 2022, A2A ha sostenuto lo sviluppo economico e sociale del territorio, contribuendo alla sua prosperità anche attraverso l’implementazione di iniziative di carattere sociale, culturale e ambientale: a Brescia, l’azienda ha generato valore sul territorio pari a 447 milioni di euro (+4% rispetto al 2021), sotto forma di dividendi, imposte, canoni e concessioni locali, ordini a fornitori, sponsorizzazioni e remunerazione dei dipendenti. Inoltre, il Gruppo ha destinato oltre 307 milioni di euro in investimenti infrastrutturali e manutenzione degli impianti: il 26% in più a confronto con il 2021. 447 sono i fornitori locali attivati nel 2022 e l’importo degli ordini ha raggiunto 202 milioni di euro, di cui 80 destinati a micro e piccole imprese. A2A contribuisce inoltre alla crescita del territorio incentivando i consumi sostenibili e investendo in partnership con gli attori locali, servendo 65 Comuni con servizi e tecnologie IoT.

Favorire la mobilità elettrica è uno dei principali impegni dell’azienda per un’economia low carbon, e infatti nel corso dell’anno sono state sviluppate le colonnine City Plug, nuove infrastrutture di ricarica a basso impatto ambientale ed energetico, inaugurate proprio in città nel 2023. Inoltre, sono state erogate 1.281 MWh di energia elettrica e sono stati percorsi 8,5 milioni di km a emissioni zero (+94% rispetto al 2021), a fronte di un risparmio di 930 tonnellate di CO2. Diversi gli appuntamenti di A2A per il 2022 che hanno coinvolto un numero consistente di professori e alunni, con l’obiettivo di educare i ragazzi alla sostenibilità. Tra questi, con AmbienteParco di Brescia scuole e famiglie hanno avuto la possibilità di visitare gratuitamente due percorsi didattici sviluppati insieme – uno sulla valorizzazione della risorsa idrica e l’altro sull’economia circolare – con oltre 6.500 studenti coinvolti. In quasi 10.000 hanno partecipato ai laboratori educativi organizzati dal Gruppo su sostenibilità ambientale e transizione ecologica. Sono stati realizzati diversi percorsi formativi: a quasi 200 alunni di istituti tecnici e licei sono state erogate 40 ore certificate, per apprendere le nuove competenze necessarie per le professioni nel settore energetico mentre 187 docenti bresciani hanno partecipato al progetto “Verso il 2050 con le scuole per un futuro sostenibile e circolare” con Deascuola e 88 classi hanno aderito al contest creativo con il fumettista Gud sul consumo responsabile delle risorse.

Per concludere, Banco dell’Energia – che dal 2016 realizza iniziative legate al contrasto della povertà energetica – attraverso il bando “Doniamo Energia” ha messo a disposizione 390mila euro per tre progetti nella provincia di Brescia: «Più energia – seconda edizione» promosso dalla Cooperativa Sociale Palazzolese, «Ri-Partire Energie» promosso dal Gruppo 29 Maggio ’93 Fabio-Sergio-Guido e «Liberiamo energia» promosso da La Vela società cooperativa sociale. Da ultimo, il Banco dell’Energia, nell’ambito del progetto ACT – Accesso consapevole e sostenibile all’energia lanciato nel 2022 in collaborazione con Croce Rossa Italiana, ha aiutato 70 famiglie di Brescia con il pagamento delle bollette energetiche.

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Sostenibilità

Cosa prevede il regolamento Euro 7 approvato dal Consiglio Ue

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Entusiasmo da Palazzo Chigi: “Recepite le nostre proposte”

Inquinamento auto - Canva

Da Bruxelles arrivano importanti novità per gli automobilisti e le aziende del settore automotive: il Consiglio Competitività Ue ha approvato la proposta di Regolamento Euro 7, il nuovo Regolamento sulle emissioni dei veicoli.

Il provvedimento è volto a continuare il percorso intrapreso dall’Unione nella riduzione delle emissioni, ma difficilmente farà felici gli ambientalisti.

Con questa nuova proposta, infatti, vengono rinviati di due anni e mezzo i tempi di adozione della nuova normativa e viene eliminata l’ipotesi di nuovi vincoli più restrittivi in termini di emissioni, permanendo i valori stabiliti dal regolamento Euro 6 per i motori a combustione interna, per le emissioni di particolato e per le condizioni per i test di emissioni delle auto.

La proposta, suggerita dalla presidenza spagnola, è stata supportata dall’Italia e a larga maggioranza dagli altri Paesi Ue, con una minoranza di Paesi astenuti costituita da Germania, Austria, Lussemburgo, Danimarca e Paesi Bassi. Tutti gli altri Stati membri hanno votato a favore della nuova proposta di Regolamento Euro 7. La posizione negoziale del Consiglio sarà votata lunedì prossimo a Bruxelles dai ministri Ue della competitività e dell’industria.

Per la prima volta, le emissioni di auto, furgoni e veicoli pesanti come i pullman vengono disciplinate in un unico atto giuridico, ma soprattutto la proposta non si limita a regolamentare le emissioni dei gas di scarico.

Il testo, infatti, fissa limiti aggiuntivi anche per le emissioni di particolato prodotte dai freni e nuovi parametri relativi alle emissioni di microplastiche causate dagli pneumatici. Quest’ultima peculiarità fa sì che le nuove norme saranno valide anche per le auto elettriche.

La proposta spagnola, che affievolisce i limiti di emissioni indicati dalla Commissione, prevede un monitoraggio costante dei consumi, da effettuare tramite un dispositivo che permetta di misurare in tempo reale la qualità delle emissioni dei veicoli.

Sotto il profilo burocratico, il testo stabilisce scadenze chiare per l’adozione di atti di esecuzione (da parte della Commissione europea) per fornire agli operatori economici chiarezza e certezza giuridica.

Per molti rappresentanti istituzionali e aziendali l’accordo trovato oggi, dopo una discussione lunga e articolata, rappresenta un ottimo compromesso tra la proposta di regolamento della Commissione e una trasformazione più morbida, che non metta in ginocchio la filiera automotive.

“Dobbiamo essere in grado di rafforzare la regolamentazione su pneumatici e freni [anche] per i veicoli elettrici”, ha commentato il ministro delegato per l’Industria francese, Roland Lescure indicando la necessità di evitare un’ulteriore “regolamentazione ai motori termici” sui quali i Paesi Ue hanno già concordato lo stop a partire dal 2035.

Lo stesso presidente del Consiglio Héctor Gómez Hernández ha presentato così l’orientamento generale dell’istituzione sul tema: “La presidenza spagnola è stata sensibile alle diverse richieste degli Stati membri e con questa proposta riteniamo di avere conseguito un ampio sostegno, un equilibrio nei costi di investimento dei fabbricanti e un miglioramento dei benefici ambientali derivanti dal regolamento”.

La proposta di Regolamento Euro 7 approvata oggi dal Consiglio Competitività Ue è stata accolta con entusiasmo dal governo italiano: “Il fronte della responsabilità sul regolamento Euro 7 è riuscito in quello che molti ritenevano impossibile: un vero ribaltamento delle forze in campo, che cambia la maggioranza in Ue. Il testo approvato oggi, profondamente migliorato rispetto alla proposta iniziale della Commissione, risponde ad una visione finalmente concreta, realistica, pragmatica più volte reclamata dall’Italia. Prevale finalmente la ragione sulla ideologia”, ha dichiarato soddisfatto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, a margine della seduta di Bruxelles.

Il nuovo testo, ha continuato Urso, “rispecchia nella sostanza le richiesta del ’fronte della responsabilità’ coordinato da Repubblica Ceca, insieme con Italia e Francia, che nel merito ha raggiunto una larga e inedita maggioranza in Consiglio, cambiando per la prima volta gli assetti sulla transizione ecologica”.

La posizione dell’Italia parte dalla considerazione che già lo stop ai motori termici dal 2035 rappresenta una sfida importante per il settore automobilistico. Ulteriori interventi normativi restrittivi sulle emissioni, sostiene Palazzo Chigi, avrebbero messo definitivamente ko un settore in crisi da diversi mesi.

Per questo, l’Italia ha sempre mostrato la propria ostilità alla prima proposta di regolamento avanzata a novembre 2022 dalla Commissione Ue, che presentava limiti stringenti in termini di emissioni.

Come spiega il titolare delle Imprese, l’accordo trovato oggi a Bruxelles consente di ridurre “in modo significativo i costi per le imprese automobilistiche che dovranno distogliere minori investimenti per l’adeguamento alle nuove tecnologie, con di conseguenza meno costi anche per i consumatori”. In questo modo, aggiunge Urso, sarà possibile “indirizzare da subito più risorse per gli investimenti sulla transizione all’elettrico”.

I rappresentanti dell’esecutivo accolgono il testo approvato oggi come una vittoria del governo Meloni: “Recepite le nostre proposte che conciliano tutela dell’ambiente e salvaguardia delle produzioni europee senza regali a Paesi leader dell’elettrico come la Cina”, ha sintetizzato in una nota il ministero dei Trasporti guidato da Matteo Salvini facendo eco al ministro Urso che parla di una visione “finalmente concreta, realistica, pragmatica, più volte reclamata dall’Italia”.

Il percorso pare adesso tracciato e le istituzioni sanno che non si può negoziare ulteriormente sui valori delle emissioni. Il fine ultimo resta tutelare l’ambiente e la salute dei cittadini, soprattutto nelle zone più inquinate d’Europa, con il Nord Italia che detiene un primato per nulla invidiabile.

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Sostenibilità

Monitoraggio dei mari italiani, coralli da record e rifiuti sotto osservazione

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Il Sistema nazionale per la protezione ambientale presenta i risultati di alcune tra le più rilevanti attività di monitoraggio dell’ambiente marino condotte in tutti i mari italiani ai sensi della Direttiva quadro sulla Strategia Marina

Mare (Fotolia)

Fondali ricchi di coralli e rodoliti al largo di otto regioni costiere italiane; delineato lo stato di salute delle praterie di Posidonia oceanica, ricchezza del Mediterraneo. Calcolato il numero delle specie aliene giunte nel Mediterraneo dagli anni Settanta ad oggi, come anche quello dei rifiuti nei nostri mari. Sono stati presentati a Palermo – nel corso del convegno ‘Strategia Marina. Il monitoraggio dei mari italiani’ – i risultati di una selezione degli 11 descrittori qualitativi utilizzati dalla Strategia marina per definire lo stato ambientale dei mari.

La Direttiva 2008/56/CE è il pilastro ambientale della politica marittima dell’Unione europea, volta al raggiungimento del ‘buono stato ambientale’ per tutte le acque marine degli Stati membri. L’attuazione in Italia, coordinata dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, è supportata da Snpa-Sistema nazionale per la protezione ambientale, costituito da Ispra e dalle Arpa, e vede il coinvolgimento delle amministrazioni centrali, delle Regioni, degli enti locali, nonché delle Università e degli altri Enti di ricerca.

CORALLI – Censite formazioni coralligene in 8 regioni italiane e 160 siti oggetto di studio: Eunicella, Pentapora e Paramuricea i nomi scientifici (generi) delle principali specie target osservate nei fondali. In 9 regioni sono presenti anche ‘letti a rodoliti’: si tratta di piccole alghe calcaree simili nella forma ai popcorn, rinvenute in 37 aree di monitoraggio.

POSIDONIA OCEANICA – Tornando ai dati, si registra una situazione meno incoraggiante per la Posidonia oceanica al largo delle coste italiane. Il monitoraggio delle praterie, condotto nel quadro della Strategia marina, ha evidenziato segnali di disturbo: il 25% dei siti monitorati presenta infatti una bassa densità di fasci al metro quadrato. Tuttavia, nelle circa 100 aree indagate, ciascuna della grandezza di 3 chilometri quadrati, la densità è di tipo ‘normale’ nel 63% dei casi ed ‘eccezionale’ nell’11%. La Posidonia è una pianta endemica del Mediterraneo monitorata in tutte le regioni tirreniche, ioniche e in basso Adriatico (Puglia).

RIFIUTI MARINI – Per quanto riguarda i rifiuti marini, si osserva una riduzione significativa pari a quasi la metà dei rifiuti spiaggiati, ovvero i rifiuti presenti sugli arenili ogni 100 metri. Il dato è sotto osservazione, ma comunque ancora lontano dall’obiettivo europeo: dai 460 del 2015 sono 273 nel 2021, mentre l’Europa pone come target non oltre 20 per un buono stato ambientale. Quanto ai rifiuti in acqua, nel periodo 2018-2022 si registra una densità costiera media di 105 oggetti per chilometro quadrato e una densità media offshore di 3 oggetti. Più dell’80% degli oggetti monitorati è composto da polimeri artificiali, di cui circa il 20% sono plastica monouso.

SPECIE ALIENE – Il granchio blu è uno degli ultimi casi di specie aliena marina: in base ai dati presenti in letteratura sono 289 le specie non indigene (introdotte, tramite attività umane, in un’area geografica che è al di fuori del suo naturale areale di distribuzione) presenti nei nostri mari. Le attività di monitoraggio condotte dalle Arpa soprattutto nelle aree portuali, dove è maggiore il rischio di introduzione, hanno rilevato 78 specie, tra cui 25 anellidi, 18 crostacei e 11 molluschi. Di queste 20 sono esclusive del Mar Adriatico, 9 del Mar Ionio e 17 del Mar Tirreno, mentre 11 specie sono comuni ai tre mari italiani. Alcune di queste specie, considerate invasive, sono state rinvenute per la prima volta nell’area di interesse.

EUTROFIZZAZIONE – Passi in avanti sul fenomeno dell’eutrofizzazione in mare, il processo che innesca fenomeni di fioriture di alghe e riduzione di ossigeno per un eccesso di nutrienti (composti di azoto e fosforo) che arrivano da terra. Le misure prese negli ultimi 40 anni, come la diminuzione del fosforo nei detergenti, i migliori impianti di depurazione e fognari, la riduzione nell’uso dei fertilizzanti hanno portato ad una significativa riduzione del fenomeno.

“Quella che presentiamo è solo una piccola parte del lavoro che tutto il Sistema, in collaborazione con gli enti di Ricerca e le università italiane, sta portando avanti per fornire elementi utili ad una Strategia per il mare che sia efficace e coerente con gli obiettivi che ci derivano dagli obblighi europei e internazionali – ha dichiarato Maria Siclari, direttore generale dell’Ispra intervenendo al convegno – Risponde anche alla necessità di comunicare il dato ambientale e rappresentare il lavoro di un Sistema che opera ormai da tempo in stretta sinergia e che è cresciuto, negli ultimi anni, acquisendo nuove professionalità e capacità tecniche”.

“La Sicilia ha un’estensione costiera di ben 1.637 Km e la salvaguardia dei mari è per noi un tema di primaria importanza – ha dichiarato Vincenzo Infantino, direttore generale di Arpa Sicilia intervenendo al convegno – L’ambiente marino è un patrimonio prezioso che deve essere protetto, salvaguardato e ripristinato al fine ultimo di mantenere la biodiversità e preservare la vitalità dei mari. Siamo quindi lieti di aver ospitato questo evento in Sicilia, in collaborazione con l’Università di Palermo, ed aver fatto sintesi dei dati e dei risultati raggiunti, grazie all’impegno assunto da tutto Snpa, dal 2015, nelle attività di monitoraggio realizzate per proteggere e preservare gli ecosistemi marini”.

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Sostenibilità

Sostenibilità, Enel è la settima azienda al mondo per impegno climatico

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Il rapporto di Influence Map sorride all’Italia, ma il percorso green è ancora lungo

Foglia verde su rete di chip - Canva

La sfida imprenditoriale più importante, oggi e nel prossimo futuro, è senza dubbio quella della sostenibilità. Per questo, il fatto che tra le 27 aziende che si sono distinte a livello globale per il proprio impegno climatico ci sia anche l’italiana Enel è una buona notizia per il nostro Paese.

A stilare la classifica delle società che si stanno distinguendo nella transizione climatica è stato Influence Map con il report Corporate Climate Policy Engagement Leaders. Su un totale di 500 aziende contenute nel database, nel rapporto aggiornato al 2023 il think tank ne ha individuate 27 (poco più del 5% del totale) che soddisfano tutti i criteri di successo: punteggio sull’organizzazione, l’intensità di engagement e l’influenza indiretta. Ecco quali sono le 27 aziende leader per impegno climatico [Tabella di Esg News su dati di Influence Map]

Per essere incluse tra le aziende leader nell’impegno alla sostenibilità, i requisiti sono:

Organizzazione ovvero politica climatica attiva

Punteggio ≥ 75%: Impegno positivo verso una politica climatica attiva

Punteggio tra 50% e 75%: Mix di coinvolgimento positivo e negativo

Punteggio

Engagement ovvero sostegno alla politica climatica (target diversi in base alle zone)

Europa, ≥ 35%: Intensità di engagement elevata

Nord America, ≥ 30%: Intensità di engagement elevata

Asia, ≥ 15%: Intensità di engagement elevata

Influenza Indiretta ovvero i rapporti avuti dalla società

Punteggio positivo: non risultano particolari legami con associazioni poco green;

Punteggio negativo: indica legami con più di tre associazioni di settore che non rispettano obiettivi climatici o mancanza di trasparenza nella comunicazione riguardo al loro allineamento rispetto a tali obiettivi

Lo standard di engagement cambia in base alle regioni perché Influence Map tiene conto di quanto sia incisiva la politica climatica nelle diverse aree. Per questo in Unione Europea, dove la politica ambientale è molto sostenuta, le aziende devono raggiungere un livello di engagement più alto rispetto ad America e Asia.

I settori più rappresentati in questa speciale classifica sono servizi di pubblica utilità, informatica, industria e vendita al dettaglio, e le regioni analizzate sono l’Europa, gli Stati Uniti e l’Asia Pacifico, anche se la maggior parte delle aziende ha sede in Europa.

[Fonte: Influence Map]

Le 27 aziende considerate leader nella transizione climatica secondo Influence Map appartengono a diversi settori e provengono da diverse aree geografiche, ma la maggior parte di loro ha la sede centrale in Europa, dove c’è un contesto politico e legislativo favorevole alle politiche climatiche. Non a caso, sono europee ben 16 delle 27 aziende individuate dal think tank, tra cui l’italiana Enel, che occupa il 7° posto in classifica.

Il sostegno delle aziende europee alla politica climatica è migliorato nel tempo ed è sempre più allineato all’Accordo di Parigi, tanto che dal 2021 al 2023 il numero delle aziende leader europee nella classifica redatta da Influence Map è passato da 12 a 16.

Ecco quali sono le società che sono rimaste in lista durante gli anni: Nestlé, Unilever, Ørsted, EDP, Verbund, Enel, Iberdrola, Acciona, H&M, IKEA ed EDF. I nuovi arrivati, invece, sono SSE, ABB, Danone, DSMFirmenich e Saint-Gobain.

Come è noto, la sostenibilità ambientale include tante azioni, per questo le tattiche con cui implementare la strategia green cambiano in base al settore di appartenenza dell’azienda: le aziende del settore dei beni di consumo si sono impegnate principalmente nel migliorare l’impatto sul settore agricolo; per quelle del settore industriale il focus sono state le energie rinnovabili, mentre il settore retailing ha sostenuto in particolare la transizione energetica. Ad esempio, IKEA nel febbraio 2023 ha firmato una lettera aperta sostenendo obiettivi vincolanti di acquisto di veicoli a zero emissioni per le flotte aziendali come parte dell’iniziativa Greening Corporate Fleets della Commissione europea.

Le società appartenenti al settore delle utilities, tra cui Enel, si sono impegnate nello scambio di emissioni e nella riduzione delle emissioni di gas serra. Sul proprio sito, la società italiana leader nella somministrazione di energia scrive: “decarbonizzazione, rinnovabili, elettrificazione, digitalizzazione e centralità del cliente sono i binari su cui stiamo costruendo il percorso per centrare questi target e realizzare una transizione energetica equa per tutti”.

Il percorso di Enel verso la transizione green sta ottenendo ottimi risultati, come dimostra il posizionamento nella classifica stilata da Innovation Group, e l’azienda fa sapere che entro il 2040 le proprie attività non avranno alcun impatto netto sul clima dovuto alle emissioni di carbonio. Con 59,1 Gw di capacità rinnovabile nel mondo, Enel si posiziona come la più grande azienda globale nel settore delle rinnovabili.

Il think tank, che pubblica periodicamente un’analisi per identificare le aziende che hanno raggiunto le migliori pratiche nella difesa delle politiche climatiche, scrive che le politiche messe in campo dalle istituzioni sono molto distanti da quello che è necessario fare per il clima. “Il settore aziendale – si legge a margine del report – a livello globale esercita un’enorme influenza sulla politica climatica, ma la ricerca di Influence Map mostra che la maggior parte delle aziende al di fuori della catena del valore dei combustibili fossili rimane in gran parte in disparte, senza dare priorità al clima”.

Il centro di ricerche indipendente evidenzia un miglioramento nell’impegno delle aziende per la transizione globale, e sottolinea come sia fondamentale non solo l’apporto diretto al cambiamento climatico, ma anche quello indiretto. Dal report, è infatti emerso un gruppo di 17 aziende molto attive nella transizione ma che non sono entrate nella classifica del report Corporate Climate Policy Engagement Leaders per l’incapacità di affrontare in modo trasparente e deciso l’influenza negativa della politica climatica attraverso le associazioni di settore, elemento che non soddisfa uno dei tre parametri, ovvero quello dell’influenza indiretta.

Partendo dai risultati dell’analisi, InfluenceMap ha infine identificato 7 aziende europee che potrebbero essere leader nella sostenibilità in futuro: Vestas Wind Systems, Philips, Novo Nordiks, Schneider Electric, Siemens, Moller Maersk e Volvo Cars.

“Mentre ci avviciniamo a un altro incontro della COP e la crisi climatica continua a peggiorare, il sostegno del settore privato per una politica climatica significativa a livello nazionale è più che mai necessario. La ricerca di InfluenceMap mostra che esiste un numero crescente di aziende che sostengono la politica del governo per contribuire a portare avanti i loro piani di transizione verso l’energia pulita. Ma il più grande ostacolo all’azione è il settore dei combustibili fossili. La ricerca mostra sforzi coerenti e persistenti per ritardare le ambiziose politiche governative sul clima da parte delle aziende produttrici di combustibili fossili e di coloro che le sostengono”, chiosa Catherine McKenna, Ceo di Climate and Nature Solutions, presidente del gruppo di esperti di alto livello del Segretario generale delle Nazioni Unite sugli impegni Net-Zero.

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Sostenibilità

Sostenibilità e governance, aziende italiane al top in Europa

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Cresce il numero dei comitati ESG nei CdA. Lo dice un osservatorio Altis e Csr Manager Network

Sostenibilità e governance, aziende italiane al top in Europa

La sostenibilità risulta sempre più integrata nella governance aziendale delle aziende italiane. In un numero crescente di imprese, infatti, è stato istituito un comitato con deleghe specifiche in temi di sostenibilità all’interno dei Consigli di Amministrazione. Non solo. Risulta in crescita anche il peso dei fattori ESG negli schemi di remunerazione. Per contro, spesso risultano ancora scarse le competenze nei temi di sostenibilità all’interno dei board aziendali. Sono questi alcuni dei principali indicatori dell’osservatorio Governance della sostenibilità condotto da Altis e Csr Manager Network, che mette a confronto le aziende quotate nel listino Ftse-Mib Italia con quelle quotate nei listini paragonabili di Francia, Germania, Regno Unito e Spagna.

Entrando nel dettaglio dei dati dell’osservatorio emerge che 35 aziende italiane su 40, ovvero l’87,5% del totale, integrano la sostenibilità nelle strutture di governance avendo assegnato un comitato ad hoc all’interno del Cda. Per fare un confronto, in Francia tale percentuale raggiunge il 72,5%, nel Regno Unito il 65%, in Spagna il 40%, in Germania solo il 13,3%. Un altro indicatore interessante che emerge dall’osservatorio è che le imprese italiane concedono spazio crescente all’ESG negli schemi di remunerazione dei vertici aziendali. Nello specifico, oggi 25 aziende italiane su 40 ovvero il 62,5% adotta questo genere di politica, era il 40% nel 2017, un dato che ci pone al secondo posto in Europa dietro alla Francia con l’87,5%. Discorso diverso, invece, riguardo l’incidenza degli indicatori di sostenibilità sulla remunerazione che risulta in media del 15% per gli esecutivi e del 17% per gli Amministratori Delegati.

Anche con riferimento alle competenze in temi ESG all’interno dei CdA, le aziende italiane mostrano performance in crescita: circa il 57% di esse ha un consigliere su sei con competenze specifiche. Fondamentali in questo senso sono stati i programmi aziendali specifici sui temi ESG a cui hanno partecipato in media il 76% dei consigli di amministrazione. In aggiunta, per il 43,3% delle aziende italiane sono considerate importanti le esperienze professionali legate alla sostenibilità accumulate negli anni, per il 30% delle aziende la formazione e le competenze tecnico-scientifiche. Infine, in 9 aziende italiane su 10, ovvero nel 93,3% dei casi, è presente un manager della sostenibilità che svolge, principalmente, attività di stakeholder management.

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Sostenibilità

Riscaldamento globale, acque profonde a rischio

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Gli effetti del riscaldamento globale sarebbero più duraturi sui fondali piuttosto che sulle superfici degli oceani. È quanto sostiene un gruppo di ricercatori in un articolo pubblicato su “Nature Climate Change”. Gli esperti sono giunti alle loro conclusioni dopo aver misurato l’impatto delle recenti ondate di calore sull’ambiente floro-faunistico delle acque profonde. Intensità e durata degli effetti si sono rivelati maggiori, con un gruppo di specie non migratrici seriamente minacciate dall’aumento delle temperature. Tra queste, i gioielli della Grande Barriera Corallina.

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Solo l’11% delle Pmi europee ha un piano per la decarbonizzazione

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L’84% delle imprese è consapevole della crisi ambientale, ma la transizione è ancora lontana

Piccolo imprenditore

Nonostante gli imprenditori siano consapevoli della crisi ambientale in atto, solo l’11% delle Pmi europee ha un piano strutturato per la decarbonizzazione.

Questo è il dato che emerge dallo studio “Mid-market Climate Transition Barometer” di The Argos – Bcg, che ha coinvolto 700 leader delle Pmi nel luglio 2023 in 6 Paesi europei (Italia, Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo).

Con la loro sinergia Argos Wityu e Bcg (Boston Consulting Group) hanno inaugurato la prima edizione di un barometro che valuta i progressi delle piccole e medie imprese europee nel loro processo di decarbonizzazione.

Il dato che emerge dallo studio è piuttosto preoccupante e assume una particolare rilevanza di fronte alle stime della Commissione europea, secondo cui le piccole e medie imprese producono fino a 2/3 dei gas serra emessi a livello comunitario. Dati alla mano, l’Ue conta 25 milioni di Pmi che costituiscono il 99% di tutte le imprese, e generano circa il 56% del Pil europeo.

È evidente che occorra un netto cambio di marcia dal punto di vista della produzione ma anche giuridico. In questo senso interviene la Direttiva Csrd sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale che impone alle imprese con più di 250 dipendenti e 40 milioni di euro di fatturato di rendere noto il loro impatto sul clima, comprese le emissioni di Scope 3. La direttiva stabilisce un periodo di rendicontazione annuale a partire dal 1° gennaio 2026.

Si tratta tuttavia di una norma che, visti i requisiti di dipendenti e fatturato, non riguarda le Pmi se non quelle quotate. Inoltre, la Germania sta spingendo per esentare oltre 7.000 aziende dall’obbligo di rendicontazione non finanziaria, proponendo di rivedere i criteri europei che definiscono le Pmi.

In questa fase cruciale per il dibattito politico attorno alle normative green, è di cruciale importanza conoscere il punto di vista degli imprenditori sul tema.

La scarsa organizzazione per ridurre le emissioni non è frutto di una scarsa consapevolezza: l’84% delle Pmi intervistate nell’ambito dello studio “Mid-market Climate Transition Baromete” considera la riduzione delle emissioni di gas serra “importante” o “critica”.

Si potrebbe quindi pensare che l’ostacolo alla transizione green sia di natura economica, ma la ricerca smentisce anche questa ipotesi. Infatti, tra le aziende che considerano importante la riduzione delle emissioni, il 71% la percepisce come un’opportunità, soprattutto per due ragioni:

– Migliore redditività: la transizione energetica rende le aziende meno dipendenti dalle oscillazioni dei mercati e meno vulnerabili di fronte alle catastrofi naturali;

– Accesso a nuovi mercati: trattandosi di un orizzonte per niente saturo, gli investimenti sostenibili possono generare un vantaggio competitivo immediato o a lungo termine

Una conferma arriva da Simon Guichard, Partner di Argos Wityu secondo cui: “Non c’è dubbio che la decarbonizzazione delle medie imprese possa generare forti opportunità in tutti i settori. Molti investitori, dai family office alle grandi istituzioni, sono disposti a sostenere queste imprese nella loro transizione Grey to Green e ad aiutarle a diventare leader sostenibili”.

Il 38% delle Pmi intervistate dichiara di aver già investito molto nella decarbonizzazione, ma in realtà solo l’11% ha un approccio strutturato che richiede questi 3 requisiti:

– misurazione delle proprie emissioni di gas serra;

– progettazione di una roadmap per ridurre le emissioni;

– realizzazione di investimenti rilevanti

Dalla ricerca emerge un po’ di confusione sul tema, visto che il 27% degli intervistati ha dichiarato di avere un piano strutturato, ma in realtà non ha ancora misurato la propria carbon footprint né organizzato una tabella di marcia per ridurre le emissioni di Co2. D’altra parte, ci sono un 35% che ha misurato la carbon footprint e costruito una tabella di marcia senza però aver ancora investito e un altro 27% che né ha dichiarato di aver investito né ha previsto azioni per la misurazione delle emissioni e per la pianificazione verso la decarbonizzazione.

“A differenza delle grandi aziende, le PMI raramente hanno dimensioni sufficienti per assumere i talenti necessari o per sviluppare competenze interne e fissare obiettivi ambiziosi di decarbonizzazione. Ora dobbiamo aiutarle a trasformare il loro ottimismo in investimenti strutturati”. Spiega Fabio Cancarè, Partner and Associate Director, Climate Impact di Bcg.

Di fatti, i diversi investimenti che emergono dallo studio dipendono dalla proprietà e dal settore di appartenenza.

Il 62% delle società quotate in borsa dichiara di aver effettuato “forti investimenti”, rispetto al 35% delle imprese non quotate. A livello settoriale ci sono differenze molto marcate, con il 51% delle imprese del settore dei trasporti e della logistica che dichiara di aver investito in modo considerevole, a fronte di un mero 24% delle imprese delle industrie ad alta temperatura (ad esempio, metalli, vetro, ceramica) che pure utilizzano molta energia.

Nonostante in ogni Paese europeo oltre 1/3 delle Pmi abbia dichiarato di aver fatto ingenti investimenti green, la percezione sulla transizione ecologica cambia molto tra gli Stati.

In Germania e Francia, per esempio, oltre 1/5 delle Pmi considera la transizione climatica un adempimento normativo, mentre solo il 73% delle piccole e medie imprese tedesche e il 63% di quelle francesi considera la transizione un’opportunità di sviluppo.

Al contrario, in Italia meno di 1/10 delle imprese intervistate considera questi investimenti un mero adempimento normativo, mentre l’86% delle Pmi italiane considera decarbonizzazione e sostenibilità un’opportunità di sviluppo economico.[Grafico, fonte: ESG360.it su dati “Mid-market Climate Transition Barometer” di The Argos – Bcg]

Nonostante gli investimenti ancora insufficienti, le piccole e medie imprese europee sono ottimiste sul raggiungimento degli obiettivi fissati per il 2030, ritenuti raggiungibili dal 70% delle imprese intervistate.
Tuttavia, le imprese hanno bisogno di un vero e proprio sostegno per superare i tre principali ostacoli che si trovano ad affrontare, quali la mancanza di risorse finanziarie, la complessità normativa e la carenza di competenze.

“A differenza delle grandi aziende, le imprese del mid-market raramente hanno dimensioni sufficienti per assumere i talenti interni necessari o per sviluppare competenze interne e realizzare ambiziose tabelle di marcia per la decarbonizzazione. Ora dobbiamo aiutarle a trasformare il loro ottimismo in investimenti strutturati” ha dichiarato Benjamin Entraygues, Managing Director e Senior Partner di Bcg.

Gli fa eco Louis Godron, Managing Partner di Argos Wityu: “Per completare con successo la transizione ambientale, le medie imprese avranno bisogno di un forte sostegno, di esperti specializzati e di finanziamenti. Siamo convinti che le prime ad avviare profondi cambiamenti verso la decarbonizzazione beneficeranno di un vantaggio competitivo duraturo”.

Per continuare il percorso green occorre individuare i driver che guidano le aziende verso la riduzione delle emissioni e la sostenibilità, come riassunti nella tabella di ESG360.it Dallo studio “Mid-market Climate Transition Barometer” emerge che il 70% delle Pmi ha preso iniziative sostenibili spinto dall’introduzione di nuove normative europee e nazionali; il 60% spinto dai timori legati alla crisi energetica e il 51% per rispondere alle richieste del mercato, sempre più attento alle tematiche Esg.

“Le aziende del mid-market sono nelle fasi iniziali del loro percorso di sostenibilità e i loro investimenti sono ancora prevalentemente guidati dalle normative, dai prezzi dell’energia e dalla domanda dei clienti. Il percorso verso un approccio strutturato e completo è ancora lungo. È assolutamente fondamentale sostenere le Pmi con misure e strumenti dedicati se vogliamo raggiungere i nostri obiettivi climatici”, ha chiosato Pietro Romanin, Managing Director e Partner di Bcg.

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Sostenibilità

7 italiani su 10 hanno bici o monopattino, solo 26% li usa spesso

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Il focus sulla mobilità sostenibile dell’Osservatorio Findomestic: il 57% ha una bicicletta tradizionale, l’8% una e-bike, il 7% un monopattino elettrico o simili

Bicicletta (Fotolia)

Quasi 7 italiani su 10 possiedono almeno una bici o un monopattino elettrico ma quelli che li utilizzano spesso (almeno tre o quattro giorni alla settimana) sono molti meno: il 19% per quanto riguarda le biciclette e il 7% per quanto riguarda i monopattini. È quanto emerge dal focus sulla mobilità sostenibile dell’Osservatorio Findomestic.

Nello specifico, il 57% ha una bicicletta tradizionale, l’8% una e-bike, il 7% un monopattino elettrico o simili. Se i possessori di almeno una bici sono il 61%, chi dichiara di utilizzarla è il 74% del campione: la maggior parte di questi usa la propria (57%), uno su tre (31%) la noleggia. Gli altri alternano mezzo proprio e mezzo noleggiato. Diametralmente opposto è il rapporto proprietà-noleggio quando si tratta di monopattino: il 25% dichiara di usare questo mezzo, solo il 14% di questi utilizza il proprio, la stragrande maggioranza (il 78%) lo noleggia.

“Tutti o quasi sono d’accordo che la bicicletta e il monopattino siano ecologici e pratici ­- commenta Claudio Bardazzi, responsabile dell’Osservatorio Findomestic – I due mezzi, però, non sono sempre visti di buon occhio sia per la sicurezza dei pedoni (49%) sia per quella degli stessi utilizzatori (42%). L’80% del campione intervistato, inoltre, punta il dito contro bici e monopattini ritenendoli fonte di disordine urbano. Più nel dettaglio, il 39% addossa tutte le colpe ai monopattini mentre solo il 3% esclusivamente alle bici. Il 38% non fa, invece, distinzione e ritiene che entrambi i mezzi creino caos in città”.

Il sondaggio si è concentrato anche sulle bici elettriche. In Italia risultano ad oggi poco utilizzate: 9 ciclisti su 10 (87%) si muovono solo con il modello tradizionale e di questi solamente il 28% ha provato una e-bike. Chi ha provato un modello elettrico ne dà quasi sempre (85%) un giudizio positivo ma non lo compra perché troppo costoso (51%), perché preferisce la bici tradizionale (21%) o altri mezzi di trasporto (17%), perché ritiene di poter noleggiare una e-bike al bisogno (13%) o perché teme il furto (13%). Non a caso il 55% del campione ritiene che, qualora dovesse valutare l’acquisto di una bici elettrica, sarebbe interessato a un’assicurazione sul furto.

Tra chi oggi non possiede una e-bike il 54% sarebbe disposto ad acquistarla usata e al 26% non dispiacerebbe una proposta di credito. Il 76% si rivolgerebbe ad un rivenditore specializzato mentre il 17% la acquisterebbe anche presso la grande distribuzione organizzata. Solo il 9% si affiderebbe ad un marketplace.

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Sostenibilità

Nord Italia zona più inquinata d’Europa, allarme rosso per la Pianura padana

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Tra le 10 province europee più inquinate 8 sono italiane. Come si sta evolvendo la situazione in questi anni?

Sfondo di città inquinata - Canva

italiane. La Pianura padana non solo registra i dati più preoccupanti tra i 27 Stati europei ma anche il più grave peggioramento della qualità dell’aria negli ultimi anni (2018-2022) a livello comunitario.

Le prime province europee per concentrazione di particolato fine Pm2.5 nell’aria sono Milano, Cremona e Monza, con valori superiori a 21 milligrammi ogni metro cubo, oltre 4 volte superiori ai limiti stabiliti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), pari a 5 µg/m³.

Seguono alcune zone della Polonia, che può consolarsi con il generale miglioramento ottenuto negli ultimi anni, a differenza di molte province italiane e di alcuni territori della Grecia e del Portogallo. In particolare, tra il 2018 e il 2022 a Vicenza la concentrazione è aumentata di 2,3 µg/m³ e a Varese di 1,95 µg/m³.

Nonostante i diversi interventi delle istituzioni comunitarie per ridurre le emissioni, i dati non sono preoccupanti solo per gli italiani. Infatti, la ricerca condotta da Openpolis insieme ad altre 6 redazioni dello European data journalism network (Edjnet), sotto la direzione di Detusche Welle, dimostra che più del 98% della popolazione europea vive in zone dove la concentrazione di Pm2.5 supera i limiti stabiliti dall’Oms.

Ecco quali sono i 7 Paesi europei dove si respira aria con concentrazione di Pm2.5 inferiore alla soglia di 10 µg/m³ in ogni zona: Svezia, Danimarca, Finlandia, Estonia, Malta, Irlanda e Lussemburgo. Nel complesso, sono appena 7,5 milioni le persone che respirano aria con una concentrazione di Pm2.5 inferiore ai 5 µg/m³.

Al contrario in Ungheria e Slovacchia oltre il 99% del territorio presenta una concentrazione di particolato fino superiore ai limiti Oms. La situazione del nostro Paese è invece molto particolareggiata. L’inquinamento dell’aria cambia molto tra le diverse zone della penisola soprattutto per due ragioni:

– diversa industrializzazione;

– diversa conformazione del territorio

Entrambi i fattori, oltre ad una densità demografica più alta della media nazionale, influiscono sui dati della Pianura padana, che è la zona più inquinata d’Europa. In questo territorio, infatti, non solo le emissioni inquinanti sono eccessive, ma restano intrappolate nel grande avvallamento padano creando un “effetto serra” che non consente all’aria di circolare. Così, il particolato fine e altre sostanze gravemente nocive ristagnano nel territorio inquinando costantemente l’aria respirata dai cittadini della zona.

In generale, in tutta Italia quasi un quinto della popolazione (più di 10 milioni di persone) respira aria con una concentrazione di particolato fine superiore ai 20 microgrammi. Dopo c’è la Polonia che però riporta una quota di popolazione a rischio di gran lunga inferiore, pari al 2,2% del totale (meno di 1 milione di persone).

Secondo l’Oms, l’inquinamento atmosferico è il principale fattore di rischio per la salute in Europa, dato che trova conferma nella valutazione “Air Quality in Europe 2022” dell’Agenzia europea dell’ambiente. Secondo l’Aea, nel 2020 almeno 238.000 cittadini europei sono morti prematuramente a causa dell’esposizione al Pm2.5. Inoltre, l’inquinamento atmosferico derivante dall’ossido di azoto ha causato 49.000 morti premature nell’Unione, mentre altre 24.000 sono attribuite all’esposizione all’ozono.

Oltre alle perdite di vite umane premature, l’inquinamento dell’aria provoca gravi dissesti naturali e problemi di salute che pesano sul sistema sanitario. Come riporta la Commissione europea, l’inquinamento atmosferico è un macigno da almeno 330 miliardi di euro l’anno per il sistema sanitario.

Tra le varie sostanze inquinanti, il particolato è una delle più pericolose. L’esposizione prolungata a questo agente causa danni a molti apparati del corpo umano come quello circolatorio e respiratorio, e può provocare l’insorgere di patologie del sistema centrale e di quello riproduttivo. Tra le relazioni più frequentemente attestate ci sono i tumori ai polmoni, le ischemie e gli attacchi cardiaci, ma anche disturbi respiratori cronici come l’asma. La tossicità è ancora più elevata nel caso del Pm2.5, ovvero quello con il diametro più ridotto (2,5 micrometri) rispetto al Pm10, che permette alle particelle di entrare in profondità nei tessuti del corpo umano.

Ma come si produce il Pm 2,5? Il ministero dell’Ambiente spiega che le cellule di particolato fine sono generate da quasi tutti i tipi di combustione, comprese quelle di “motori di auto e motoveicoli, degli impianti per la produzione di energia, della legna per il riscaldamento domestico, degli incendi boschivi e di molti altri processi industriali”. Oltre alle sue dimensioni che facilitano l’ingresso nel nostro organismo, il particolato fine (o Pm2.5) ha la caratteristica di rimanere sospeso nell’atmosfera a lungo, aumentando la probabilità di danneggiare la salute degli esseri umani.

L’Organizzazione mondiale della sanità spiega che ogni anno questo tipo di inquinamento provoca 7 milioni di morti in tutto il mondo. Nonostante le raccomandazioni dell’Oms di mantenere la soglia di Pm 2,5 entro i 5 µg/m³, solo il 2% della popolazione europea vive in aree che rispettano questo limite, mentre quasi i due terzi delle persone del continente vivono in aree in cui questi valori sono di almeno due volte superiori a quelli raccomandati, come riporta uno studio del The Guardian.

Tra il 2018 e il 2022 solo 4 Stati membri hanno registrato un aumento di Pm 2.5 nell’aria: Irlanda e Portogallo e, in misura minore, Spagna e Svezia, mentre in Finlandia e in Italia la concentrazione è rimasta stabile.

Negli altri 21 Paesi europei la concentrazione di particolato fine è diminuita, con i successi più importanti in Repubblica Ceca (-4,2 µg/m³) e in Polonia (-3,6 µg/m³). Si tratta di un buon segnale, ma ancora insufficiente come dimostra il rapporto condotto da Openpolis secondo cui il 98% della popolazione europea respira un’aria troppo inquinata.

Il numero dei decessi e l’impatto che l’inquinamento ambientale genera sulla salute degli esseri umani sono sconcertanti. Tuttavia, sarebbe sbagliato pensare che gli interventi normativi dell’Ue, spesso figli di grandi lotte fuori e dentro le istituzioni, siano inutili: tra il 2005 e il 2020, il numero di decessi prematuri dovuti all’esposizione a Pm2.5 nell’Ue è diminuito del 45%.

Se questa tendenza persiste, l’Unione Europea dovrebbe raggiungere l’obiettivo stabilito nel piano d’azione per l’inquinamento zero, che prevede una riduzione dei decessi prematuri del 55% entro il 2030. Chiaramente, la sfida più difficile consiste proprio nel migliorare i risultati già ottenuti, rinunciando ad emissioni ancora cruciali nell’impianto produttivo.

Ci dovrà pensare l’Unione europea, e ci dovranno pensare molto da vicino le regioni del Nord Italia, che non possono ignorare i dati eclatanti del rapporto. La nuova Direttiva dell’Unione europea sulla qualità dell’aria approvata dal Parlamento europeo sarà un altro tassello fondamentale nel percorso verso il cambiamento climatico.

In definitiva, sarà necessario un maggiore impegno per raggiungere l’obiettivo dell'”inquinamento zero” entro il 2050, che consiste nella riduzione dell’inquinamento atmosferico a livelli che non rappresentino più una minaccia per la salute.

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Sostenibilità

Marche, FederlegnoArredo: “Tiene l’export nel primo semestre 2023”

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La situazione di grande incertezza che sta vivendo la filiera legno-arredo sembra non riguardare il distretto marchigiano

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La situazione di grande incertezza che sta vivendo la filiera legno-arredo e le stime di un fine anno a -3,3% (export -2,6% e mercato nazionale a -3,8%) rilevate dal Monitor elaborato dal Centro Studi FederlegnoArredo su un campione rappresentativo di aziende (che pesa in termini di fatturato il 18%, pari a circa 10 miliardi sui 56,5 totali) sembra per il momento non riguardare il distretto marchigiano che, dai consuntivi 2022, con i suoi circa 4 miliardi di euro di fatturato, occupa la quarta posizione a livello nazionale e ha un saldo commerciale pari a 645 milioni di euro.

Sempre secondo i consuntivi 2022, le imprese marchigiane del legno-arredo sono 2.152, oltre 19.500 gli addetti, di cui il 72% è impiegato nella produzione di mobili e il comparto delle cucine pesa per il 24% del totale. Se a livello nazionale le rilevazioni del Centro Studi di FederlegnoArredo sul primo semestre 2023, rispetto allo stesso periodo del 2022, evidenziano infatti una contrazione complessiva del 5,9% con un trend negativo sia per il mercato italiano (-6,8%) che per l’export (-4,5%), la situazione è diversa, al momento, per la regione marchigiana. A fotografarla è l’elaborazione del Centro Studi FederlegnoArredo sui dati Istat secondo cui prosegue l’andamento positivo dell’export regionale, crescendo nella filiera legno-arredo del 2,1% rispetto al gennaio-giugno del 2022 e del 4,5% nei mobili che coprono il 68% del totale esportato. Da evidenziare, però, come le crescite del trimestre precedente fossero invece a doppia cifra: +11,1% per la filiera sul primo trimestre ’22 e + 13,5% per i mobili.

Movimenti interessanti si riscontrano sempre nel primo semestre nella geografia dell’export di mobili della regione, in cui mantiene il primo posto la Francia con una variazione positiva del 13,3%, seguita dagli Stati Uniti che registrano però un -5,7%, arrivando al terzo posto della Germania (+13,1%). La Cina al settimo posto registra addirittura un -22,2%, mentre entra nella top ten l’Arabia Saudita con un +32,6%. Complessivamente le esportazioni di mobili marchigiani sono cresciute del 4,5% nonostante Cina e Usa siano in grande sofferenza. Volgendo lo sguardo alle province è Pesaro Urbino ad avere il primato dell’export di mobili con 174 milioni di euro nei primi sei mesi del 2023, seguita da Ancona con circa 95 milioni e un incremento percentuale del 32,7%, al terzo posto Macerata con 49 milioni, al quarto Ascoli Piceno con 10 milioni ma un incremento del 21% e infine Fermo con 1 milione di euro.

I dati sono stati diffusi in occasione di un incontro che si è tenuto oggi a Pesaro, cuore di un distretto che esprime forte vitalità in termini di occupazione e fatturato, per la prima tappa del roadshow Fla Plus organizzato da FederlegnoArredo sul territorio e rivolto alle aziende associate e non. Il meeting, fortemente focalizzato su economia circolare, politiche di welfare, energia e finanza verde, ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Fondazione Symbola e Intesa Sanpaolo in veste di partner strategici.

“Il distretto delle Marche – spiega Claudio Feltrin, presidente di FederlegnoArredo – dimostra un certo dinamismo nell’export e una capacità di rispondere all’incertezza economica generale che ci fa ben sperare anche per i prossimi mesi. Siamo altrettanto consapevoli però che le oscillazioni dei trimestri sono ormai imprevedibili, motivo per cui le aziende devono essere sempre pronte a cambi repentini di scenario e a rimodulare il mappamondo dei mercati. In tal senso l’appuntamento con il Salone del Mobile di aprile 2024 con le due biennali cucina e bagno sarà l’occasione di presidiare nuove quote di mercato. Una sfida che non può prescindere dalla ricerca continua di innovazione dei materiali, sostenibilità delle materie prime riciclate e riciclabili, fino ad arrivare alla completa riparabilità dei prodotti che garantisca il riuso dei prodotti stessi. Obiettivi che hanno in Fla Plus la loro sintesi, ovvero un percorso che mette al centro sostenibilità e transizione ecologica, coniugandoli con un hub di servizi digitali a misura di azienda. I confronti portati avanti con i nostri associati si confermano uno strumento prezioso per prendere coscienza, insieme, dei passi fatti e di quelli ancora da fare: la sostenibilità resta il pilastro centrale sui cui continueremo a lavorare e concentrarci, perché leva indispensabile per competere anche a livello internazionale”.

FederlegnoArredo ha ideato il progetto Fla Plus (Fla-plus.it), un percorso strutturato che offre alle aziende l’opportunità di affrontare le sfide con strumenti concreti, progettati ad hoc per posizionarsi in maniera sempre più efficace e reattiva. Tra questi ci sono il portale dedicato alle certificazioni, indispensabili per muoversi nel mercato domestico ma soprattutto in quelli internazionali, la library di materiali sostenibili che vanno dalle vernici ai rivestimenti, ai materiali per le imbottiture, lo sportello doganale e di consulenza finanziaria, i dati di settore totalmente digitalizzati e interattivi, una serie di webinar e corsi di formazione mirati alle specifiche necessità del comparto, e Tecla, il Tool implementato da FederlegnoArredo per misurare la circolarità delle aziende della filiera. Gli strumenti messi a disposizione da Fla Plus sono pensati per affiancare le imprese grazie a una dashboard digitale riservata agli associati, dove reperire informazioni altamente specializzate grazie a diversi servizi di autovalutazione, consulenza e sostegno alla governance d’impresa.

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