Variante Omicron, Minelli: “Aumento contagi ma non gravità malattia”


“Per effetto della variante Omicron si potrebbe avere un discreto peggioramento del quadro epidemiologico, ma non di quello clinico in ragione di una valida protezione che i vaccinati, tanto più con terze dosi, hanno di fatto acquisito. Come dire, se ancora ce ne fosse bisogno, che a forte rischio di ammalarsi – e non solo per effetto della variante Omicron – rimangono elettivamente i soggetti non vaccinati”. Lo sottolinea all’Adnkronos Salute l’immunologo Mauro Minelli, responsabile per il Sud-Italia della Fondazione per la Medicina personalizzata, commentando i primi dati che stanno arrivando da Israele e che mostrerebbe, come ha detto il ministro della sanità israeliano Nitzan Horowitz, che con 3 dosi di vaccino Pfizer si è protetti dalla variante Omicron.  

“Io credo sia il caso di non confondere la lettura epidemiologica dell’attuale quadro Covid con quella clinica e immunologica – prosegue Minelli -. Per cui può essere utile una precisazione che parta da una considerazione basica: la più gran parte delle mutazioni che hanno generato la variante Omicron sono localizzate su una frazione strutturalmente composita dell’ormai famosa proteina spike, chiamata subunita S1, che è esattamente quella che permette al Sars-Cov-2 di legarsi agli altrettanto celebri recettori Ace2, porta d’ingresso del virus nelle cellule umane. E’ per questo che la Omicron viene considerata più trasmissibile rispetto alle varianti che l’hanno preceduta”. 

“Ma la subunità S1 non è l’unica parte della spike sulla quale agisce l’immunoprotezione indotta dal vaccino. In quella proteina esiste un’ulteriore subunità, chiamata S2, sulla quale le dinamiche immunologiche attivate dal vaccino esercitano un’efficace azione neutralizzante. Come dire che, pur mutato, il Sars-Cov-2 in diverse sue componenti è ancora uguale a quello di Wuhan”, precisa l’immunologo. 

Quindi secondo Minelli, “è ipotizzabile che la nuova variante sudafricana, pur sostituendosi alla Delta per essere rispetto a questa oramai più diffusibile per le ragioni suddette, potrà non determinare la comparsa di quadri clinici severi o più severi rispetto al passato proprio grazie all’efficace azione neutralizzante generata dal vaccino. E la cosiddetta terza dose potrà in questo senso risultare ancora più proficua rispetto alle due precedenti perché in grado di incrementare l’immunoprotezione certamente verso la subunità S2 della Spike, ma – conclude – addirittura verso determinanti antigenici eventualmente non ancora mutati della subunità S1”.  

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