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Esteri

Ucraina, mogli combattenti Azov: “Per noi sono supereroi, aiutateli a evacuare”

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“Salvate i militari di Mariupol, salvate l’Ucraina”: è l’appello che si è levato da piazza Duomo, a Milano, dove al flashmob organizzato per chiedere corridoi umanitari per la “città martire” hanno partecipato anche le mogli e le fidanzate dei soldati del reggimento Azov.  

“Io e mio marito vivevamo a Leopoli, dove lui studiava medicina. Poteva avere una vita pacifica, ma quando è scoppiata la guerra, il 24 febbraio, è tornato a combattere per difendere l’Ucraina, come già aveva fatto in passato”, racconta all’Adnkronos Alina, 21 anni e militare anche lei, dal 23 marzo rifugiata a Milano con il figlio di appena sei mesi. Il marito, invece, sta combattendo nel Sud dell’Ucraina tra le fila del reggimento Azov, senza riuscire a raggiungere Mariupol, dove si trovano invece il cognato e gli amici di Alina. I contatti sono sporadici: “Di mio cognato, che non vedo da dicembre, non ho nessuna notizia. Mio marito invece ogni tanto mi scrive, ma raramente chiama, perché non ce la fa fisicamente a farlo. Ieri però ha telefonato e mi ha detto di preoccuparmi solo per la mia salute e quella di nostro figlio”.  

Cosa impossibile per la 21enne: “Sono tanto orgogliosa di mio marito, ma sono anche molto preoccupata per lui. Non riesco più a mangiare, sapendo che loro laggiù non hanno cibo; e non riesco nemmeno a dormire, perché passo le notti attaccata al telefono, alla disperata ricerca di notizie. Quando le trovo, le posto sui social e taggo i leader mondiali, per fargli capire quello che sta succedendo”. 

Le mogli e le fidanzate di chi è rimasto a difendere Mariupol e il Sud-Est dell’Ucraina sono molto unite tra loro. “I nostri mariti sono bloccati lì, senza alcuna possibilità di uscire, come anche i civili. Hanno bisogno di essere evacuati. Noi come mogli e fidanzate di tutti questi militari ci siamo unite e vogliamo insieme fare appelli per la loro evacuazione, anche all’Onu”, dice Margherita, di 32 anni. Il suo fidanzato, che sta per compierne 37, è asserragliato nelle acciaierie Azovstal, insieme agli ultimi difensori di Mariupol. Si chiama Viktor, che nonostante “sia un nome piuttosto comune in Ucraina, per me è un segno che deve per forza ottenere la vittoria”, osserva la fidanzata, che con gli occhi che le brillano ripete più volte che per lei “è un Supereroe”. 

“Ci sentiamo al telefono più o meno una volta alla settimana, ma parlare è molto difficile. Quando mi chiama, cerca di rassicurarmi, mi dice che va tutto bene, ma tramite il marito di mia sorella ho scoperto che Viktor è stato anche ferito e che a volte bevono l’acqua dei caloriferi zuccherata, perché gli manca il cibo. Sono molto preoccupata e allo stesso tempo tanto orgogliosa di lui”, dice Margherita.  

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Coronavirus

Covid Cina oggi, polizia usa dati cellulari per rintracciare manifestanti

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(Adnkronos) – Le autorità cinesi stanno utilizzando i dati dei cellulari per rintracciare i manifestanti che hanno partecipato alle proteste contro le severe restrizioni anti-Covid introdotte dal governo a Pechino. Lo riferisce la Cnn citando una telefonata registrata tra un manifestante e la polizia cinese. In particolare il manifestante ha detto alla Cnn di aver ricevuto una telefonata da un agente di polizia, che ha rivelato di averlo rintracciato perché il segnale del suo cellulare è stato registrato nelle vicinanze del luogo della protesta. L’agente di polizia ha chiesto al manifestante se domenica sera fosse andato al fiume Liangma, dove si è svolta una grande protesta. Quando l’uomo ha negato di essere stato lì, il poliziotto ha chiesto: “Allora perché il tuo numero di cellulare è stato registrato lì?”. 

Al manifestante è stato detto di presentarsi a una stazione di polizia per essere interrogato e firmare un verbale. L’agente ha spiegato che si trattava di “un ordine dell’Ufficio municipale di pubblica sicurezza di Pechino”, secondo la registrazione citata dalla Cnn. Alcuni manifestanti hanno spiegato all’emittente di aver usato il telefono in modalità aereo per non essere rintracciati durante le proteste. 

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Esteri

Spagna: ‘rivoluzione’ negli spot per giocattoli in vigore codice anti-stereotipi

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(Adnkronos) – Da oggi in Spagna entra in vigore un codice deontologico per la pubblicità dei giocattoli che si propone di combattere le discriminazioni di genere sin dall’infanzia. Declinata in ben 64 punti, la norma definisce quali sarebbero le condotte e le pratiche pubblicitarie da adottare nella comunicazione verso i piccoli: così da oggi in Spagna sono vietati stereotipi come ad esempio pubblicità che indichino esplicitamente o implicitamente abbinamenti giocattolo-sesso, come ad esempio la classica bambola e la macchinina per il bambino, così come il rimando di genere nei colori. Niente più giocattoli rosa per le bambine e azzurri per i bambini dunque, nella norma voluta in primis dal ministro spagnolo delle Imprese Alberto Garzón, e attenzione alla rappresentazione degli stereotipi nelle pubblicità rivolte ai più piccoli, dove gli spot da oggi in Spagna dovranno mantenere un “linguaggio inclusivo e rivolgersi a tutti senza distinzione di genere”. Una regolamentazione “non sessista”, così la definisce il legislatore spagnolo emanata al fine “di evitare che i bambini, soprattutto quelli nella fascia 0 -7 anni, crescano riproducendo ruoli imposti”.  

Il provvedimento ovviamente fa discutere l’industria della comunicazione che si divide tra favorevoli e contrari: “Questa norma mi sembra estrema – così esordisce il noto pubblicitario italiano Cesare Casiraghi – e persino controproducente in rapporto all’obiettivo che si prefiggerebbe. E’ assurdo pensare di poter vietare nella comunicazione riferimenti o richiami rispetto al sesso del fruitore della pubblicità stessa, che peraltro per quanto riguarda le primissime fasce di età è il genitore medesimo, cui dovrebbe essere preservata la potestà di educare i figli secondo quanto egli ritenga. L’inclusione – sottolinea il pubblicitario – è un tema molto importante, tirarlo per i capelli sino a ‘normare’ se io pubblicitario o azienda possa o meno utilizzare il rosa o l’azzurro o una voce femminile o maschile nello spot, lo banalizza o lo forza a sovrastrutture innaturali perché imposte, peraltro da un legislatore. Domandiamoci fino a che punto in nome dell’inclusione o equità di genere arriveremo a spingerci: nel prossimo presepe dovremmo quindi iniziare a liberare po’ di spazio per una ‘Gesù bambina’? – provoca il pubblicitario Casiraghi – D’altronde perché no?”. 

“Come Associazione siamo pienamente d’accordo per l’adozione di un codice deontologico per la promozione pubblicitaria dei giocattoli per l’infanzia come è stato fatto in Spagna – commenta Marianna Ghirlanda, presidente di Iaa Italy – International Advertising Association, l’associazione dei pubblicitari internazionali – Le discriminazioni e gli stereotipi di genere si formano già in età precoce ed è corretto che già nei primi anni di vita dei bambini si intervenga per evitare la classica stereotipizzazione che vede la bambola come giocattolo per le bambine e i robot per i bambini. Ma non solo – rilancia la presidente di Iaa Italy – un codice di condotta andrebbe adottato non solo per l’advertising ma per tutta la filiera produttiva dei giocattoli, perché se è giusto che i giocattoli negli spot siano presentati come gender free, è altrettanto giusto che i prodotti stessi siano realizzati nello stesso modo”. 

“Riteniamo fondamentale che questa cultura deontologica vada affermandosi anche in tutta Europa così come in Spagna – commenta Stefania Siani presidente di Adci – Art Directors Club Italiano, l’associazione dei pubblicitari italiani – è vero infatti che sin dall’infanzia la stereotipìa filtra attraverso giochi e rappresentazioni associate al maschile e femminile. Sradicare questi aspetti significa non solo intervenire sulla comunicazione ma sui prodotti, su come sono concepiti, sulla filiera produttiva e culturale tutta”. 

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Esteri

Assange, parlamentari brasiliani scrivono a Biden e Pelosi

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(Adnkronos) – I parlamentari del Brasile hanno approvato una risoluzione che esorta le autorità americane a ritirare le accuse contro Julian Assange. In una lettera inviata al Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e alla Speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, i parlamentari esprimono la loro contrarietà all’estradizione di Assange, da processare in territorio nordamericano, e “avvertono che questo fatto creerebbe un precedente negativo per la libertà di espressione e il libero esercizio della stampa in tutto il mondo”. 

Il sostegno al giornalista si è manifestato in una riunione dei banchi della Federazione, alla Camera dei Deputati, alla quale hanno partecipato il caporedattore di WikiLeaks, Kristinn Hraffsson, e Joseph Farrell, ambasciatore di WikiLeaks.  

Ecco il testo della lettera: “Vi scriviamo come parlamentari brasiliani per esprimere la nostra preoccupazione collettiva per la richiesta statunitense di estradizione del giornalista ed editore, Julian Paul Assange, dal Regno Unito agli Stati Uniti”, sostengono nella missiva in spagnolo, che poi sottolinea l’influenza che “il precedente di questa estradizione creerebbe per la libertà di espressione e di stampa in tutto il mondo”. (segue) 

La natura politica del reato ne vieta l’estradizione 

“La natura politica del reato vieta l’estradizione -aggiungono quindi- L’accusa emessa contro Assange il 24 giugno del 2020 contiene 18 accuse, tutte relative esclusivamente alle pubblicazioni di documenti del governo degli Stati Uniti del 2010. Le accuse da 1 a 17 sono state avanzate in base alla legge americana di Spionaggio che risale al 1917, nonostante il fatto che lo spionaggio sia ampiamente riconosciuto come reato politico ai sensi del diritto internazionale”.  

“Il trattato di estradizione Regno Unito-Usa, che ha costituito la base della richiesta di estradizione, vieta specificamente all’estradizione per i reati politici. Così come la Convenzione Europea sull’Estradizione del 1957 e la Convenzione Europea sui Diritti Umani o il Modello di Trattato di Estradizione delle Nazioni Unite, la Costituzione dell’Interpol e altri trattati bilaterali ratificati dagli Usa. Anche questo principio è sancito nel Sistema interamericano dei diritti umani”. 

Assange, secondo i brasiliani, “adotta pratiche che sono essenzialmente del giornalismo investigativo, che includono la ricezione di informazioni classificate da una fonte all’interno del governo, quando pubblicare queste informazioni è un fatto di pubblico interesse. Le accuse contro di lui criminalizzerebbero queste pratiche, che sono protette dal Primo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti”. Quindi viene ricordata la posizione di Obama che aveva ragione, quando “ha rifiutato di perseguire Assange per spionaggio, perché è una criminalizzazione dell’esercizio del giornalismo”.  

(di Rossella Guadagnini) 

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