Ucraina, i costi enormi della guerra del grano


Qualsiasi previsione economica, che si parli di pil, di produzione industriale o di commercio internazionale, non può prescindere da un’incognita: la durata della guerra in Ucraina. Se il conflitto dovesse proseguire ancora a lungo salterebbero, una a una, tutte le stime e tutte le previsioni. C’è però un’altra guerra, quella del grano, che sta già producendo una grandissima quantità di danni, e di morti per fame, a livello globale. Difficilmente in passato un conflitto ha avuto una conseguenza tanto immediata, e devastante, con pochissime possibilità di adottare contromisure.  

Quando si dice che l’Ucraina è il granaio del mondo, non si usa una similitudine utile a enfatizzare una tesi ma si afferma quello che i dati non solo confermano ma descrivono con estrema precisione. L’Ucraina nel 2021 è stata il primo esportatore mondiale di grano, insieme alla Russia copre il 28 per cento del mercato, ed è anche il primo produttore di semi di girasole. Più di cinquanta paesi, e tra questi Egitto, Sudan e Nigeria che sono le porte per sfamare l’Africa, ma anche Eritrea, Somalia, Madagascar, Tanzania e Congo, dipendono dall’Ucraina e in parte dalla Russia per buona parte del proprio fabbisogno.  

Oggi il granaio del mondo è di fatto completamente inaccessibile. Il 98% dei cereali prodotti in Ucraina in tempo di pace viene esportato attraverso il porto di Odessa ma ora lo scalo è completamente fermo e i silos di tutto il Paese sono pieni di 25 milioni di tonnellate, tra cereali (grano, orzo e mais) e semi di girasole, destinati all’estero.  

Le navi sono ferme dal 24 febbraio e di fatto non esiste alcuna alternativa all’apertura di un corridoio sicuro via mare. Non è possibile dirottare il trasporto su rotaia, non solo per i danni che ha subito la rete in Ucraina, ma soprattutto perché le rotaie, che risalgono all’ex Unione Sovietica, sono compatibili con quelle della Federazione russa ma non con quelle di tutti gli altri paesi confinanti. E sembra impossibile pensare di trasbordare tonnellate di merce al confine. Per utilizzare il trasporto su gomma, servirebbero una flotta sterminata di tir, decine di migliaia di autisti, e una quantità spropositata di gasolio.  

Mario Zappacosta, economista senior divisione mercato e commercio della Fao, interpellato dall’Adnkronos, fa una sintesi efficace: “Il problema dei porti è stato il primo fattore perché dal Mar Nero si originano una grande quantità di cereali, in particolare di grano, che è stato già raccolto. I porti sono inagibili e quel po’ che si riesce a spedire ha costi altissimi di spedizione e assicurazione, praticamente improponibile. La maggior parte delle esportazioni ora funziona su ferro, su gomma o per via fluviale, tre metodi che non hanno la capacità di far uscire dal Paese tonnellate di grano con la stessa velocità con cui uscivano dal Mar Nero: ci sono file lunghissime sulle strade e sulle ferrovie, con veicoli e vagoni in coda per 2, 3, 4 settimane per poter uscire dal Paese”. 

L’assenza del grano ucraino viene solo in parte compensata da quello russo, che esporta soprattutto verso l’Iran, la Turchia e l’Asia. Non solo. Sono sempre più frequenti le denunce di parte ucraina sul furto di grano nelle zone occupate dai russi. Insieme alle armi convenzionali, missili, bombe e carri armati, anche i cereali diventano per Putin una potente arma di ricatto. Perché l’altro effetto perverso delle conseguenze dell’invasione dell’Ucraina è che l’efficacia delle sanzioni internazionali finisce lì dove la dipendenza, come nel caso del gas, o l’assoluta mancanza di alternative da poter percorrere rapidamente, come nel caso del grano, mette Mosca in una posizione di forza. Una posizione che solo una soluzione del conflitto che porti a una pace per quanto possibile sostenibile e duratura potrebbe ridimensionare. La ministra degli Esteri tedesca, Annalena Baerbock, ha esplicitamente accusato Mosca di aver posto in essere una “strategia intenzionale” per creare “basi per nuove crisi così che la cooperazione internazionale possa essere ridotta”.  

Non aiutano neanche le scelte protezionistiche che stanno arrivando e che potrebbero innescare una spirale autarchica. L’India, che è il secondo produttore al mondo, ha bloccato le esportazioni di grano a causa dell’aumento dell’inflazione annuale, salita all’8,38 per cento, con i prezzi al dettaglio che, nel mese di aprile, hanno toccato il massimo storico da otto anni.  

Altri dati aiutano a descrivere la dimensione del problema. A tre mesi dall’inizio, stima Coldiretti, la guerra è già costata oltre 90 miliardi di dollari a livello globale solo per l’aumento dei prezzi del grano, che sono balzati del 36% ma effetti a cascata si sono fatti sentire su tutti i prodotti alimentari. Le quotazioni del grano oscillano attorno ai 12 dollari per bushel (27,2 chili), determinando una situazione che nei paesi ricchi ha generato inflazione ma in quelli poveri provoca carestia e rischi di rivolte, con ben 53 Paesi a rischio alimentare secondo l’Onu. A guadagnare, denuncia invece Coldiretti, è stata invece la speculazione sulla fame che si sposta dai mercati finanziari in difficoltà ai metalli preziosi come l’oro fino ai prodotti agricoli, dove le quotazioni dipendono sempre meno dall’andamento reale della domanda e dell’offerta e sempre più dai movimenti finanziari e dalle strategie di mercato che trovano nei contratti derivati ‘future’, uno strumento su cui chiunque può investire acquistando e vendendo solo virtualmente il prodotto. 

Con il granaio del mondo chiuso, non si sa ancora per quanto, la distanza tra chi deve pagare un costo più alto e chi non ha disponibilità per cercare un’altra soluzione, è destinata ad allargarsi. E anche il grano, come il gas, diventa un fattore in grado di stravolgere gli equilibri geopolitici.  

(di Fabio Insenga) 

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