Taiwan: Sisci, ‘Pechino e la carta iraniana, rischio aumento tensioni’/Adnkronos


Taiwan, che Pechino considera una ‘provincia ribelle’, è una questione esistenziale per il Partito comunista cinese. L’isola che un tempo fu rifugio per i nazionalisti di Chiang Kai-shek, sconfitti dalle truppe di Mao Zedong, rappresenta una questione annosa che riguarda anche gli Stati Uniti, come pure Giappone e Corea del Sud. E non solo. Pechino vuole da sempre ricongiungerla alla “madrepatria”. Nel Grande Gioco, nel mezzo delle tensioni con gli Usa e di un crescendo di tensioni con Taiwan, sembra sia stata messa sul tavolo la “carta iraniana” con il rischio di un ulteriore aumento delle tensioni. Francesco Sisci, sinologo, professore di geopolitica alla Luiss, parla di Taiwan facendo un salto indietro allo scorso sabato, un salto fino a Teheran. 

E’ da lì che quel giorno è stata annunciata la firma dell’accordo di cooperazione della durata di 25 anni tra la Cina e l’Iran, il primo di così lunga durata sottoscritto dalla Repubblica Islamica con una grande potenza mondiale, siglato poco dopo le scintille tra Pechino e Washington ai colloqui in Alaska, mentre resta l’incertezza sul futuro dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano, che rischia il tracollo definitivo dal ritiro degli Stati Uniti dall’intesa nel 2018. Quello di Taiwan, sottolinea Sisci, è “uno dei tanti problemi che stanno sul tavolo del rapporto tra Cina e Stati Uniti, Cina e regione” e “non si può discutere in modo isolato”. 

Ma perché l’accordo Cina-Iran interessa Taiwan? “In questo momento – spiega Sisci – si stanno naturalmente rafforzando le difese di Taiwan per l’eventualità di un’invasione da parte di Pechino e Pechino da parte sua cerca di spaventare Taiwan con sorvoli che violano lo spazio aereo dell’isola. Lo possono fare perché lo stato di Taiwan è ambiguo: ufficialmente è parte di ‘un’unica Cina’ anche se di fatto indipendente. E queste violazioni creano ulteriore nervosismo da parte di Taiwan in una spirale naturalmente pericolosa”. Ed è qui che subentra l’accordo Cina-Iran. Secondo Sisci questo “programma di aiuti cinesi all’Iran” potrebbe essere in qualche modo “legato al problema di Taiwan”.  

“Oltre 20 anni fa – ricorda – uno studioso cinese del Medio Oriente Zhang Xiaodong aveva scritto un saggio in cui proponeva a Pechino di aiutare l’Iran per avere una moneta di scambio con gli Stati Uniti riguardo Taiwan. E adesso che la Cina ha annunciato questo mega programma di aiuti economici all’Iran nel momento in cui aumentano le tensioni con Taiwan, sembra effettivamente un’applicazione di questa teoria”. “La Cina – osserva – teme che Taiwan possa approfittare della tensione con gli Usa per rendersi sempre più indipendente e allontanare la prospettiva della riunificazione, estremamente importante per la Cina”. 

Oggi, prosegue, “se una Cina ostile prendesse il controllo di Taiwan questo metterebbe sotto schiaffo ulteriore Giappone e Corea del Sud”. Avrebbe come conseguenza un rafforzamento del fronte anti-cinese nella regione. Ma, continua Sisci, “è un circolo vizioso”. Perché “la Cina pensa che se il Partito comunista rinunciasse a Taiwan, rinuncerebbe a un elemento importante della sua legittimità a governare la Cina”. E in questo circolo vizioso “molto pericoloso”, il gigante asiatico “sta giocando la carta dell’Iran”. E Sisci afferma di temere che, “data la tensione generale, questa carta iraniana in funzione taiwanese rischi di aumentare ulteriormente la tensione, estendendo il problema di Taiwan fino al Medio Oriente, aumentando le preoccupazioni intorno alla Cina”. 

“Siamo lontani dalla guerra”, sottolinea. Ma è possibile una soluzione con una confederazione in ‘salsa cinese’? “In teoria tutto è possibile – dice – ma per discutere bisognerebbe riuscire a mettersi intorno a un tavolo e adesso la situazione è ben lontana da quest’ipotesi”. Anche perché a Taiwan il timore è quello di fare la fine di Hong Kong, l’ex colonia britannica sempre più nell’orbita di Pechino.  

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