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Sostenibilità

Sostenibilità, la ricerca: bene la familiarità meno i comportamenti

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Migliora la familiarità degli italiani verso la sostenibilità (+2% vs 2021) con un incremento importante e interessante che riguarda direttamente i giovani (+18% vs 2021, con il 39% degli intervistati che si definisce molto consapevole di cosa sia e cosa comporti essere sostenibili nella quotidianità). E’ quanto emerge da uno studio di Finish, in collaborazione con Ipsos, condotto in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua (22 marzo), istituita dalle Nazioni Unite nel 1992.  

Sui comportamenti personali in favore della sostenibilità le difficoltà si fanno più evidenti. A questo proposito, sebbene con percentuali di azione ancora molto elevate, tutti, o quasi, i comportamenti da attuare per vivere in maniera sostenibile hanno visto una flessione rispetto all’anno precedente: -2% di coloro che sono disposti a rinunciare a qualcosa oggi se ciò garantisce maggiori risorse ambientali per le generazioni future (62% nel 2022 vs 64% nel 2021), -5% tra coloro che dichiarano di provare a ridurre lo spreco di cibo (78% nel 2022 vs 83% nel 2021) e -3% tra coloro che dichiarano di provare a ridurre lo spreco d’acqua (74% nel 2022 vs 77% nel 2021). 

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Corridoi ecologici per le api europee

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(Adnkronos) – L’Ue sta sviluppando un piano per la creazione di una rete di corridoi ecologici per gli insetti impollinatori, che soffrono sempre di più per perdita di habitat e inquinamento. Un terzo delle specie di api, farfalle e sirfidi sono a rischio in Europa, e con loro anche l’agricoltura. La riproduzione dell’80% delle piante continentali dipende infatti dall’azione degli insetti impollinatori. Senza questi preziosi insetti si stima che la produzione agricola subirebbe un danno di almeno 5 miliardi di euro l’anno e che alcune colture subirebbero un calo della produzione del 50%. 

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Sostenibilità

La Francia in ritardo sulle energie rinnovabili

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(Adnkronos) – Secondo il report annuale di Observ’ER, la Francia non raggiungerà gli obiettivi di diffusione delle rinnovabili previsti per il periodo 2019-2023. Per quanto riguarda l’eolico onshore, l’obiettivo ufficiale di 24,1 gigawatt (GW) di capacità installata fissato per la fine del 2023 rimarrà fuori portata. Per il fotovoltaico invece, nonostante un aumento del tasso di crescita dal 2021, a settembre 2022 la Francia aveva 15,8 GW di capacità installata nei campi fotovoltaici, mentre dovrebbe raggiungere i 20,1 GW entro la fine del 2023. Al ritmo attuale, si arriverà solo a 19 GW. 

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Degradato più di un terzo della foresta amazzonica?

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(Adnkronos) – La conservazione della foresta amazzonica potrebbe essere vicina a un punto di non ritorno. Secondo uno studio pubblicato su Science, l’attività umana, gli incendi e la mancanza di acqua potrebbero aver degradato più di un terzo di questo ecosistema prezioso per il globo: questa ampia porzione di foresta, fino a 2,5 milioni di chilometri quadrati, è ora più secca e più vulnerabile di prima alle fiamme, ma anche meno in grado di regolare il clima, assorbendo carbonio e generando precipitazioni, fornire habitat alle specie animali e sostentamento alle popolazioni. 

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Eventi climatici estremi, il ruolo della variabilità

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(Adnkronos) – Il ruolo della variabilità nella frequenza e intensità degli eventi estremi. Uno studio condotto da due ricercatrici dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche di Bologna (Cnr-Isac) fornisce nuovi elementi per comprendere il complesso quadro di cambiamento degli eventi climatici estremi, evidenziando i fattori chiave responsabili della loro intensificazione.  

La ricerca, pubblicata su Nature Communications, chiarisce come la frequenza e l’intensità di tali eventi cambino per effetto del riscaldamento globale, e come tali cambiamenti dipendano dalle proprietà statistiche delle temperature giornaliere nelle diverse aree della Terra e dalla loro evoluzione nel tempo. In particolare, attraverso le più recenti simulazioni numeriche del clima passato e futuro, lo studio rivela il ruolo cruciale della variabilità accanto a quello dell’innalzamento delle temperature medie, quantificandone in modo rigoroso gli effetti sugli eventi estremi.  

“Gli eventi estremi aumentano in modo allarmante sia in numero che in severità dall’inizio della rivoluzione industriale, in un quadro di cambiamento altamente eterogeneo – spiega Claudia Simolo (Cnr-Isac), una delle autrici del lavoro – In alcune aree del pianeta gli eventi di caldo estremo si susseguono a ritmi senza precedenti, mentre in altre si manifestano in modo sempre più dirompente, con gravi conseguenze per l’uomo e gli ecosistemi: tuttavia, i fondamentali meccanismi di amplificazione sono ancora poco chiari, aggiungendo elementi di incertezza alle proiezioni future”.  

La variabilità naturale delle temperature giornaliere, ovvero l’ampiezza delle fluttuazioni attorno al valore medio, e i suoi possibili cambiamenti sono fattori fondamentali per comprendere e prevedere l’evoluzione degli eventi estremi con il riscaldamento globale, e la loro rapida intensificazione in vaste aree del pianeta. Ai tropici, in particolare, la limitata variabilità naturale è all’origine dello straordinario incremento degli episodi di caldo anomalo e spiega l’elevata vulnerabilità di questa regione al cambiamento climatico.  

“D’altra parte, in Europa e nel Mediterraneo, il rapido innalzamento delle temperature estive, a causa del progressivo inaridimento del suolo, è l’elemento determinante dei sempre più intensi e persistenti episodi di caldo estremo”, aggiunge Susanna Corti (Cnr-Isac).  

I risultati di questo studio stabiliscono un solido legame tra i cambiamenti negli eventi climatici estremi e il riscaldamento globale di origine antropica, e forniscono importanti prospettive per il miglioramento delle proiezioni dei modelli per i prossimi decenni. 

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I disastri naturali sono costati 313 miliardi di dollari

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(Adnkronos) – Secondo le stime del colosso assicurativo Aon, le catastrofi naturali, molte delle quali causate dai cambiamenti climatici, hanno causato nel 2022 perdite economiche per 313 miliardi di dollari. Il rapporto spiega come il 75% delle perdite assicurate a livello globale si sia verificato negli Stati Uniti, a causa dell’uragano Ian, che ha colpito la Florida nel settembre 2022, causando danni per 95 miliardi di dollari. Aon ha anche stimato che circa 31.300 persone sono morte a causa di eventi catastrofici naturali, due terzi delle quali per le gravi ondate di calore verificatesi in Europa tra giugno e luglio. 

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Stati Uniti e Sudafrica insieme contro il traffico di animali

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(Adnkronos) – Il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti e il governo Sudafricano hanno siglato un accordo per formare una task force che combatterà la finanza illecita legata al commercio illegale di animali selvatici, spesso a rischio d’estinzione. Questa iniziativa mira a incrementare la condivisione di informazioni tra le unità di intelligence dei due Paesi, aiutando così a preservare il patrimonio naturale del paese africano. Il crimine organizzato sudafricano usa spesso il commercio di animali esotici per finanziare altre attività illegali, come il traffico di droga e la corruzione. 

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Inquinamento, segnali preoccupanti dagli abitanti del mare

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(Adnkronos) – Delle 8 milioni di tonnellate di polimeri sintetici che ogni anno inquinano i mari, una parte consistente scompare. Il mistero è stato risolto da un gruppo di ricercatori, che, in un articolo recentemente comparso sulle colonne della rivista di settore “Marine Pollution Bulletin”, afferma che il Rhodococcus ruber, un batterio marino, è in grado di scomporre e digerire il polietilene (PE), tra le plastiche più diffuse in ambito commerciale. È una notizia che, evidentemente, fa temere il peggio per la sopravvivenza di molte specie che abitano l’ecosistema marino. 

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Mediterraneo, pesci ‘sentinella’ del clima

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(Adnkronos) – Si chiama ClimateFish ed è il primo database open access che fornisce informazioni sulla presenza nel Mar Mediterraneo di 15 specie di pesci considerate come ‘sentinella’ del cambiamento climatico. La ricerca, pubblicata su Frontiers, è stata realizzata dal biologo marino Ernesto Azzurro dell’Istituto per le Risorse Biologiche e le Biotecnologie Marine del Cnr, in collaborazione con esperti del Centro Ricerche Enea di Santa Teresa (La Spezia) e di altri istituti internazionali.  

Nel database figurano sette specie autoctone, selezionate per l’ampia distribuzione, la sensibilità alle condizioni di temperatura e per la facile identificazione, e otto specie esotiche del Mar Rosso. “Grazie a un campionamento durato 13 anni sono stati censiti oltre centomila esemplari delle 15 specie target, in oltre 3mila aree di sette Paesi del bacino del Mediterraneo. Le più rappresentate sono le specie autoctone donzella pavonina e salpa, anche se quest’ultima è andata registrando una diminuzione in quantità e in distribuzione geografica dovuta con tutta probabilità all’aumento delle temperature e alla competizione con erbivori tropicali”, spiega Federica Pannacciulli, responsabile del Laboratorio Enea di Biodiversità e Servizi Ecosistemici. Al momento, le specie esotiche sono ancora sottorappresentate nel database e la loro presenza è concentrata per lo più nel settore orientale del Mediterraneo dove il fenomeno del riscaldamento è particolarmente accelerato, come ad esempio l’area a sud di Creta (+1,65 °C). “Ma il loro numero è destinato a crescere nei prossimi anni a causa dell’aumento della temperatura provocato dai cambiamenti climatici”, aggiunge Pannacciulli.  

Con circa 700 specie ittiche e un tasso di riscaldamento circa tre volte più veloce di quello dell’Oceano, il Mediterraneo è un hot-spot sia di biodiversità sia del cambiamento climatico. Negli ultimi decenni parecchie specie si sono spinte verso i poli aumentando il rischio di estinzione, mentre l’arrivo di nuove specie esotiche erbivore come il pesce coniglio sta causando il fenomeno della desertificazione marina. Inoltre, diverse specie hanno ampliato la loro distribuzione geografica nel Mediterraneo: si tratta di un fenomeno, indicato come meridionalizzazione, che coinvolge diverse specie ittiche native, come il pesce pappagallo mediterraneo e la donzella pavonina, individuate verso nord rispetto alla loro originale distribuzione geografica. È stato poi rilevato il fenomeno della tropicalizzazione, vale a dire la presenza di pesci non autoctoni di origine tropicale che si prevede diventino sempre più presenti nel Mediterraneo per effetto del riscaldamento globale (nel 2002 erano 90, di cui 59 dal Mar Rosso, mentre nel 2020 le specie esotiche sono arrivate a 188 di cui 106 provenienti dal Canale di Suez, per un totale di 76 specie stabili).  

“Le prime prove dell’espansione verso nord di alcune specie ittiche risalgono agli anni ’90. Il fenomeno è avvenuto un decennio dopo la rilevazione di un netto aumento della temperatura e di importanti cambiamenti nella circolazione dell’acqua nel Mar Mediterraneo”, sottolinea Pannacciulli.  

Per conoscere i cambiamenti nell’ecologia marina del Mediterraneo, il team internazionale di ricercatori ha intervistato in 95 località di nove diversi Paesi europei oltre 500 pescatori, di età compresa tra i 28 e gli 87 anni, con più di 10 anni di esperienza individuale e oltre 15mila anni complessivi di osservazione del mare. Agli intervistati è stato chiesto di menzionare la specie che è aumentata in abbondanza o percepita come nuova, cioè mai osservata prima, nelle loro zone di pesca. Complessivamente, gli intervistati hanno menzionato principalmente 75 specie, sia autoctone che esotiche, adattate al caldo. I due terzi delle specie non autoctone rilevate sono stati il pesce palla maculato e il pesce flauto. Tra le specie autoctone maggiormente in espansione verso nord, il pesce serra e il barracuda mediterraneo.  

“Queste metodiche innovative ci consentono di monitorare in modo semplice e coordinato alcuni effetti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi costieri del Mediterraneo. Una delle parole chiave di questo approccio è collaborazione non solo tra istituti di ricerca ma anche tra ricercatori e comunità locali, in particolare pescatori e centri di immersione. Inoltre, l’approccio funziona bene sia a livello locale che per un’intera regione geografica come il bacino del Mediterraneo, considerato oggi un hot-spot del cambiamento climatico”, conclude Ernesto Azzurro dell’Istituto per le Risorse Biologiche e le Biotecnologie Marine del Cnr. 

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Parchi protagonisti di sviluppo sostenibile

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(Adnkronos) –
Cinque le parole chiave del X Congresso dei Parchi: Persone, Pianeta, Prosperità, Pace e Partnership  quali indicatori della stretta relazione  che esiste tra la tutela della biodiversità e lo sviluppo delle comunità territoriali e, soprattutto, la capacità delle aree protette di  essere modelli di riferimento per uno sviluppo sostenibile che  salvaguardi gli habitat e contribuisca alla mitigazione e all’adattamento  dei cambiamenti climatici.  

Nella relazione introduttiva della due giorni in programma a Roma, il presidente uscente della Federparchi, Giampiero Sammuri, ha ribadito l’importanza della tutela delle biodiversità sia animale che vegetale per la sopravvivenza dell’uomo e, in tale prospettiva, la funzione che svolgono le aree naturali protette, che in Italia ricoprono complessivamente il 22% del territorio e il 16% della superficie marina.  

Sammuri ha richiamato le recenti decisioni assunte alla Cop15 di Montreal con le indicazioni al 2030 e al 2050 in tema di tutela della natura e  degli ecosistemi. Di particolare rilievo l’obiettivo di portare al 30% le aree naturali protette in tutto il mondo, sia a terra che a mare, come l’impegno internazionale  sancito in Canada affinché  venga  interrotto e portato al 10% il tasso di specie minacciate. Gli obiettivi mondiali sono già parte integrante della Strategia Europea per la Biodiversità al 2030, che contempla impegni precisi per aumentare le superfici protette nei paesi della Ue. A tal proposito Sammuri ha ricordato come, in Italia, tale obiettivo è a portata di mano, almeno per le aree protette a terra. “Basterebbe iniziare dai parchi già pronti che aspettano solo in via libera definitivo, come quelli di  Portofino e del Matese, oppure quello della Val Grande, dove tutti i comuni chiedono l’allargamento”, dice Sammuri.  

Il presidente uscente di Federparchi ha sottolineato l’importanza dello strumento delle Liste Rosse della Iucn, “strumento scientifico rigoroso che dovrebbe guidare le politiche di conservazione. La priorità nella salvaguardia delle specie viene dal suo livello di  minaccia, se una specie è meno minacciata, come  nel caso del lupo, va sempre protetta ma è giusto concentrare gli sforzi su quelle a maggior rischio estinzione, anche se magari si tratta di specie meno simpatiche e accattivanti, come nel caso degli insetti. Serve più scienza e meno emotività”. 

Sammuri si è soffermato a lungo sui parchi  come modelli di sviluppo sostenibile, ricordando come, dopo la pandemia, sia di nuovo cresciuta la presenza turistica nelle aree protette. A tal proposito il presidente ha rimarcato l’importanza della Carta Europea del Turismo Sostenibile come strumento operativo per una gestione dei flussi all’insegna della sostenibilità e del rispetto per la natura nonché delle esigenze delle comunità territoriali.  

La relazione si è poi spostata sugli aspetti politico istituzionali che riguardano la gestione dei parchi. Sammuri ha ricordato i vuoti che si creano nelle governance, “quando gli enti restano senza vertici o con organismi monchi, ne risente l’efficacia di gestione, occorrono meccanismo rapidi e puntuali per le nomine degli organismi”. Così come, ha aggiunto, “occorre rivedere l’impostazione amministrativa per una buona gestione dei bilanci, per una ottimizzazione dell’uso del personale, dove si registra una carenza di professionisti specializzati”. Si è soffermato, inoltre, su una delle principali criticità degli enti parco: la mancata connessione fra  parchi nazionali e quelli regionali. “I due soggetti sino ad oggi si ignorano dal punto di vista istituzionale – ha affermato – ma la natura non conosce confini e differenze amministrative; è urgente riattivare il piano triennale per le aree protette previsto dalla legge 394 che consente di coinvolge anche le regioni”. 

Sammuri ha citato anche il Pnrr invitando il governo ad evitare distribuzioni a “pioggia” o a “scatola chiusa” dei fondi: “è necessario condividere le scelte, anche per le attrezzature e le tecnologie, con gli enti gestori per evitare sprechi.” 

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Sostenibilità

Gli Stati Uniti non rallenteranno le navi per salvare le balene

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(Adnkronos) – La National Oceanic and Atmospheric Administration statunitense ha respinto la richiesta delle organizzazioni ambientaliste di applicare restrizioni di velocità alle navi per salvare la balena franca nordatlantica dall’estinzione. Ogni anno questa specie, di cui rimangono appena 340 esemplari, viene decimata dalle collisioni con le navi. La proposta che non è stata accettata si basava sulla creazione di zone a bassa velocità durante l’inverno e la primavera, al largo della costa orientale. E’ in quel periodo infatti che le balene si spostano dalle zone meridionali di riproduzione verso le zone settentrionali ricche di cibo. 

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