Silvia Ussai: Immuni è l’occasione perduta del tracciamento digitale


La Dr. Silvia Ussai rivela i dati del tracciamento digitale tramite l’applicazione governativa: è un punto di partenza per un metodo che va migliorato 

Milano, 24 Giugno 2022. Mentre in Italia i contagi da COVID-19 tornano a salire, in particolare sotto la spinta della variante Omicron, importanti evidenze si sono rese disponibili riguardo Immuni, l’app di tracciamento digitale introdotta in Italia nel 2020 con lo scopo di supportare gli ospedali nel contact tracing tradizionale. 

Silvia Ussai, medico farmacologo, specializzata in International Healthcare Management alla SDA Bocconi, è primo autore di una prestigiosa pubblicazione su International Journal of Environmental Research and Public Health proprio sul tema (IJERPH). 

Silvia Ussai: forte pressione sugli ospedali evitabile
 

Sin dalle prime fasi dell’attuale pandemia, in Italia è stata introdotto il tracciamento digitale dei
contatti (Digital Contact Tracing, DCT) tramite la app Immuni al fine di supportare ed integrare il tracciamento manuale che ha determinato una forte pressione sugli ospedali a cause dell’elevato numero di positivi. 

Secondo i dati del 31 dicembre 2021, però, Immuni ha identificato 44.880 casi di COVID-19, valore che corrisponde a meno dell’1% dei casi totali segnalati in Italia nello stesso periodo (5.886.411), generando complessivamente 143.956 notifiche.  

“In via generale, Immuni ha avuto una scarsa adozione nella popolazione italiana e il recente aumento del suo download è probabilmente legato alla certificazione Green Pass obbligatoria per lo svolgimento della maggior parte delle attività quotidiane che può essere ottenuta, fra l’altro, tramite l’applicazione”, spiega la Dr. Silvia Ussai. 

Immuni: cosa è andato storto secondo gli studi di Silvia Ussai
 

Un sondaggio nazionale ha rivelato che quasi il 40% dei cittadini è riluttante a usare Immuni e le ragioni sono varie: 

● Problemi di privacy; 

● Il rischio di incorrere in quarantene non necessarie generate da falsi positivi;  

● Difficoltà tecniche, come l’incompatibilità dell’app con alcuni i dispositivi e il fatto che la fascia più a rischio della popolazione, gli anziani, non usino uno smartphone (fenomeno conosciuto come digital divide); 

● La mancanza di fiducia nella tecnologia del governo. 

Il sentimento di diffidenza si è acuito nel momento in cui è emerso che le ASL, responsabili dell’erogazione delle cure, non hanno integrato Immuni nei propri sistemi informativi, determinando un’interruzione del ciclo dei dati. 

“Poiché il tracciamento dei contatti rimane una componente cruciale della risposta al COVID-19, il DCT dovrebbe essere rivisto
e migliorato per essere efficace in Italia, in particolare considerando le sfide attuali e future dovute alla rapida diffusione della variante Omicron, che ha determinato una condizione di estrema pressione sul tradizionale sistema di tracciamento dei contatti operato dagli ospedali. Si tratta davvero di un’occasione perduta se pensiamo che le operazioni di tracciamento manuale richiedono circa 12 ore e, in media, tre unità di personale specializzato”, commenta Silvia Ussai. 

Ne consegue che con i soli sistemi tradizionali la gestione dei tracciamenti grava enormemente sulle risorse della sanità pubblica.  

“Le app per dispositivi mobili come i cellulari possono offrire risultati promettenti nella risposta pandemica integrata, soprattutto se si considera la velocità e la scala necessarie affinché il tracciamento risulti tempestivo e quindi efficace. Tuttavia, l’app dovrebbe essere presentata come parte delle misure nazionali contro il coronavirus anziché come un’applicazione autonoma offerta al pubblico. Infine, è anche necessario un periodo di studio per valutare l’accettabilità sociale delle nuove tecnologie, un aspetto a cui nel caso di Immuni non è stata data sufficiente importanza”, conclude la Dr. Silvia Ussai. 

Responsabilità editoriale: TiLinko.it – Img Solutions srl 

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