Rivoluzione eco, startup FabricNano inventa processo e dimezza costi bioplastiche


Un modo nuovo di produrre bioplastiche a costi dimezzati, la promessa di lasciarsi presto alle spalle le ‘isole di plastica’ che soffocano i mari, l’orizzonte di accelerare concretamente la transizione ecologica. E’ la rivoluzione industriale green ‘working progress’ di FabricNano, la startup inglese fondata dai giovanissimi Grant Aarons, 30 anni ingegnere statunitense e Ceo dell’azienda, e Ferdinando Randisi, 32 anni fisico italiano e Cto della startup. L’invenzione messa a terra da Randisi e Aarons è una rivoluzione in cui già tanti investitori credono ed è basata su un complesso processo tecnologico di bioproduzione senza cellule in cui si immobilizzano gli enzimi su un tessuto di Dna. Per questa invenzione la startup nata a Londra ha appena conquistato un round di finanziamento di serie A da 12,5 milioni di dollari condotto dal fondo Atomico, con la partecipazione degli investitori Backed, Hoxton Ventures e Entrepreneur First. In questo round, a credere e finanziare FabricNano e la sua ‘rivoluzione bioplastiche’ sono stati anche importanti business angels internazionali tra cui il co-fondatore di Twitter, Biz Stone, l’attrice Emma Watson, ambasciatrice della sostenibilità delle Nazioni Unite, e l’ex Ceo di Bayer, Alexander Moscho.
 

“La nostra tecnologia industriale ha dimostrato vantaggi sia sotto l’aspetto ambientale che sotto l’aspetto economico e si può applicare a
molti prodotti che oggi derivano dal settore petrolchimico” sottolinea il fisico italiano Ferdinando Randisi, Co-founder e Cto di FabricNano, raggiunto telefonicamente a Londra dall’Adnkronos. Questa tecnologia, avverte, “può inoltre aprire la porta alla produzione su larga scala di nuovi biomateriali e consentire anche la produzione di nuovi farmaci o ‘ingredienti farmaceutici’ a costi più bassi”. “Insomma la nostra invenzione sembrerebbe rispondere all’obiettivo della tanto reclamata transizione ecologica” scandisce il ricercatore. I fondi raccolti in questo round con Atomico, conclusosi la settimana scorsa, serviranno a FabricNano per accelerare lo sviluppo della tecnologia FabricFlow che offre un’alternativa scalabile ai processi basati sul petrolio nella produzione di materiali sintetici come plastica e prodotti chimici. Randisi chiarisce che “la prospettiva del nostro processo tecnologico é di portare il costo delle bioplastiche dagli attuali 3 dollari al chilo a 1-1,5 dollari al chilo e di arrivare a prodotti per il mercato in poco più di un anno”. Nell’arco di tutto il 2021, assicura il fisico italiano, “ci concentreremo sull’efficienza ed i costi della nostra tecnologia FabricFlow”. “Siamo i primi al mondo a immobilizzare gli enzimi sul Dna in un processo industriale e con una precisione nanometrica” sottolinea Randisi spiegando così la tecnologia chiave uscita dai laboratori della startup.  

Lo scienziato-imprenditore italiano argomenta che “le plastiche di origine biologica, le biodegradabili, sono già una realtà e si producono attraverso la fermentazione da microrganismi specializzati (stesso processo da cui abbiamo la birra o il vino) e con un impatto ambientale molto minore rispetto alle plastiche derivate dal petrolio. Ecco che se rimpiazzassimo la plastica derivata dal petrolio con la bioplastica in tutti i prodotti che usiamo oggi, questo inquinamento diverrebbe un problema del passato”. Il fisico italiano osserva però che “purtroppo, nella maggior parte dei casi, le bioplastiche non riescono a rimpiazzare le plastiche inquinanti derivate dal petrolio proprio per il loro costo proibitivo: la plastica bio costa circa il doppio: 2-3 dollari al chilo contro 1-1,5 dollari al chilo di quella ‘tradizionale’. Un costo proibitivo per tantissimi prodotti di uso comune come posate o imballaggi di plastica”. “Con il nostro processo produttivo invece -indica quindi Randisi- aziende chimiche come Versalis, RadiciGroup, Basf o Solvay potrebbero produrre bioplastica a partire dalla glicerina grezza: oggi non si fa e noi abbiamo aperto la strada”. Inoltre, la glicerina grezza “viene prodotta in abbondanza come materiale di scarto dal processo produttivo del biodiesel. Per esempio in Brasile viene prodotta talmente tanta glicerina che spesso devono bruciarla pur di disfarsene”.  

Competenze tecniche, capitali privati, uno stato che aiuta le aziende e ottimismo è il poker d’assi che si è visto calare sul tavolo in Gran Bretagna il giovane fisico italiano. Randisi, andato a Oxford per un dottorato nel 2013, oggi si trova così al vertice di una rivoluzione industriale che promette una vero cambio di verso alla transizione ecologica. “Per sviluppare il nostro processo produttivo per le bioplastiche abbiamo vinto nel 2020 un bando del governo britannico da circa 400.000 sterline a fondo perduto e la stessa tecnologia si può applicare ai processi produttivi più disparati”. Dunque un investimento pubblico rapido, centrato ed ampio spettro. “Per esempio -chiarisce infatti Randisi- aziende farmaceutiche come Angelini, Sandoz, Menarini, AstraZeneca, Novartis spesso identificano degli enzimi per la produzione di un particolare farmaco, o ingrediente farmaceutico, ma il loro uso è troppo costoso per essere messo in produzione”. “Con la nostra tecnologia, questi processi possono invece diventare competitivi sul mercato, aumentando così la disponibilità di medicinali alla portata di tutti” evidenzia Randisi.  

“Non sono un ‘cervello in fuga’ dall’Italia ma -chiarisce il fisico romano- ho liberamente scelto di andare in Gb per ‘giocare in serie A’ e ‘con giocatori di serie A'”. “L’Italia – commenta- non ha nulla da invidiare al Regno Unito rispetto a competenze tecniche, anzi il nostro tessuto industriale è ancora più sviluppato”. Certo, ammette, “gli investitori in startup sono pochi in Italia ma i capitali privati si possono attrarre dall’estero. Quello che invece manca nel nostro Paese é un vero supporto pubblico alle imprese”. E in vista della governance del Pnrr italiano, Randisi rilancia sulla possibilità che il governo Draghi, con i fondi del Next Generation Eu, voglia e riesca a “implementare qualcosa di simile al sostegno governativo di cui godono le imprese britanniche: un passo che aiuterebbe grandemente nuove aziende come la mia”. Aziende “piccole ma capaci di diventare molto grandi e molto presto” indica. Il fisico romano pensa a sostegni pubblici come “crediti di imposta per la ricerca privata, bandi di finanziamento a fondo perduto” ma anche a “burocrazia snella, reattiva ed economica”, e soprattutto a “pochissime barriere alle imprese”. Non basta. Randisi suggerisce anche di “monitorare attentamente il ‘tessuto’ industriale generato per amplificare i programmi che funzionano, chiudere quelli carenti e iniziare nuovi progetti che possano migliorare sempre più il sistema Paese”. E “anche se può sembrare un’affermazione trita”, c’è “un ultimo aspetto di fondamentale importanza” che secondo il Co-founder di FabricNano manca in Italia : “Incoraggiare l’ottimismo e la voglia di farcela che da noi sono ormai tragicamente carenti”.
 

(di Andreana d’Aquino)  

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