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Salute e Benessere

Reumatologo Caporali: “Artrite reumatoide sotto controllo nostro obiettivo”

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“La remissione clinica nell’artrite reumatoide è l’obiettivo principale che ciascun reumatologo dovrebbe porsi insieme al proprio assistito perché è il momento in cui il paziente sta bene, è privo di sintomi. È lo stato di malattia che ci permette di raggiungere i migliori risultati possibili a medio e lungo termine. Se un paziente è in remissione ovviamente ‘pesa’ meno sul bilancio della sanità: avrà meno probabilità di progredire radiologicamente, svilupperà meno complicanze articolari nel lungo corso della patologia”. Così Roberto Caporali, direttore del Dipartimento di Reumatologia e Scienze mediche Asst Pini-Cto di Milano, commentando i risultati di uno studio pubblicato su ‘Advances in Therapy’, dai quali emerge che raggiungere la remissione clinica nell’artrite reumatoide comporta benefici economici, con risparmi tra il 19% e il 52% dei costi medici diretti e tra il 37% e il 75% dei costi indiretti.  

“Il raggiungimento di alte percentuali di remissione già dall’inizio del ciclo di trattamento – prosegue – può aiutare i pazienti a mantenere la funzionalità articolare e evitare la disabilità a lungo termine. Questa pubblicazione ha raccolto nuove osservazioni sui benefici anche economici del raggiungimento del controllo della malattia. Tali risultati evidenziano l’importanza della strategia treat-to-target nel raggiungimento della remissione nell’artrite reumatoide”.  

“Tutti noi reumatologi – spiega Caporali – siamo sempre stati convinti che se un paziente raggiunge la remissione ovviamente rappresenta un risparmio per il Servizio sanitario nazionale: necessiterà di un minore numero di visite diverse da quella reumatologica, potrà effettuare meno visite dal reumatologo e soprattutto non avrà bisogno di cambiare farmaci in continuazione per raggiungere la remissione”.  

“Non solo: se un paziente raggiunge la remissione con un farmaco – prosegue il reumatologo – questo consente un risparmio nel breve periodo perché avremo un paziente che ha meno bisogno di accedere ai servizi del Ssn. Oltre al fatto che non dovrà assentarsi dal posto di lavoro a causa della malattia. Un dato importante è che se la remissione persiste nel tempo, il paziente avrà meno probabilità di dover accedere a misure quali l’invalidità piuttosto che essere costretto a lasciare il lavoro e a dover chiedere gli assegni che gli permetterebbero di vivere una volta perso il lavoro. È molto importante aver dimostrato nero su bianco questi risultati perché tutto ciò permette di confermare un’opzione che noi abbiamo sempre pensato”.  

In futuro, secondo Caporali “dobbiamo continuare a lavorare in questo ambito – sostiene l’esperto -. Da un lato incrementando il numero di pazienti che va incontro alla remissione che, va detto, oggi non riusciamo a raggiungere nel 50% dei pazienti. Come? Con la diagnosi precoce e grazie ai nuovi farmaci che abbiamo a disposizione”. Inoltre, “ulteriori dati sul fatto che il paziente in remissione rappresenta un risparmio potrebbero essere molto utili anche a coloro che controllano la spesa sanitaria nelle nostre strutture per capire se quel poco che spendiamo in più per un farmaco rispetto ad un altro ci garantisce nel medio e lungo periodo un maggior risparmio in termini di raggiungimento di remissione e tutto quello che ne consegue” conclude.  

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Coronavirus

Covid, l’italiano nel team di Fauci: “E’ più endemia che pandemia ma resta un problema”

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(Adnkronos) – E’ arrivato il momento di declassare Covid dallo status di emergenza sanitaria pubblica di interesse internazionale? “Sono cauto. Sicuramente, se fotografiamo la situazione oggi, è più endemia che pandemia. Non mi stupirebbe se gli esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità dicessero che non è più un’emergenza globale, ma spero non lo dicano in questi termini. Non possiamo tirare per le lunghe un’emergenza quando non è effettivamente più un problema impellente e acuto. In questo momento Covid è un problema cronico e va riconosciuto come tale, ma non è che non sia importante per questo motivo. Non so che termini useranno, ma sarà importante dal punto di vista della comunicazione come verrà presentata” questa valutazione in arrivo. A spiegarlo all’Adnkronos Salute è Stefano Bertuzzi, Ceo dell’American Society for Microbiology e braccio destro di Anthony Fauci in quella che è stata la task force anti-Covid della Casa Bianca, oggi ospite di un evento nella sede milanese dell’università Cattolica, l’ateneo in cui si è laureato (nel polo di Piacenza).  

Bertuzzi ha vissuto la pandemia fin dalle fasi più dure negli Usa: “avrò dormito 2 ore in 6 mesi”, sorride. Allora c’erano problemi con i test Covid e i reagenti che mancavano e decisioni cruciali da prendere. E ammette: “La situazione, dal mio punto di vista, è indubbiamente cambiata. Vedremo quali sono le raccomandazioni degli esperti Oms, che sicuramente valuteranno tutto questo nel modo più attento e responsabile possibile”, oggi nel meeting del Comitato che dovrà decidere se Covid rappresenta ancora una minaccia mondiale. “Io spero che il messaggio sia che Covid rimane una patologia a cui prestare estrema attenzione. Per esempio, il long Covid è un problema molto serio e di cui sappiamo tutto sommato abbastanza poco”. E poi ci sono “i fragili” e “il fatto che non sappiamo cosa accadrà. Insomma non è che sia tutto a posto. Secondo me sarà importante rendere più chiaro possibile alla popolazione che non è una cosa da prendere alla leggera, ma che è possibile condurre una vita in gran parte normale, con certe precauzioni. E comunque, sempre attenti: la cosa può cambiare”.  

“Anche dal punto di vista di come le persone si approcciano – ragiona Bertuzzi – se tutto è un’emergenza a un certo punto nulla diventa più un’emergenza e quindi potrebbe essere molto preoccupante”. Certo, precisa, “noi siamo qui adesso di persona a un evento, 1 o 2 anni fa sarebbe stato impensabile, saremmo stati tutti bidimensionali su uno schermo. Dall’altro lato, sono arrivato qui in metropolitana e sui mezzi pubblici la mascherina la porto ancora. Insomma, è molto diverso da prima. La vera emergenza era quando non avevamo i vaccini e non avevamo un’immunizzazione da guarigione. Dalle pandemie si esce con l’immunizzazione, che sia poi vaccinale o naturale, è comunque così”.  

Oggi Covid, analizza, “sta diventando una situazione endemica, ma il fatto che una forma virale sia endemica non vuol dire che non sia un problema. E’ solo diverso. Anche l’influenza stessa è una malattia pericolosa da tenere seriamente in considerazione – ragiona – Dire ‘è solo un’influenza’ è sbagliato, perché è una cosa seria, ha una mortalità superiore all’1% ed è significativa. Ma non è che quando inizia la stagione influenzale noi smettiamo di viaggiare o non ci incontriamo più, riusciamo a condurre una vita tutto sommato abbastanza normale. Ecco, secondo me sta veramente succedendo anche col Covid in questo momento, grazie appunto ai vaccini e al fatto che la popolazione in generale è immunizzata”.  

“Rimangono due problemi”, puntualizza Bertuzzi. “Il primo sono quei frammenti di popolazione, piccoli ma non trascurabili, rappresentati dalle persone immunocompromesse e fragili che hanno un sistema immunitario che non è in grado di rispondere. Questo è un problema, rimane un’emergenza seria. E la seconda cosa è che non sappiamo cosa accadrà. Non pensiamo che basti che noi diciamo che Covid è endemico, il problema è se il virus è d’accordo con noi. Le sue capacità virali sono state fantastiche. E’ giusto essere ancora preoccupati”, come ha ammesso il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus. “Non sappiamo quali varianti possono emergere, potrebbero arrivarne di nuove che ricreano una situazione diversa”.  

I test a chi arriva dalla Cina – “E’ un problema difficile quello dei test Covid su chi arriva da un determinato Paese – ragiona Bertuzzi – Da un punto di vista pratico è molto difficile avere queste forme di sorveglianza perché si possono fare con certezza sui voli diretti, meno sui collegamenti. Per cui non so quanto possa effettivamente funzionare. Se il concetto è quello di prevenire nuove varianti non funziona, se è finalizzato a fare sorveglianza allora sì, ed è importante averlo. Però dal punto di vista dell’implementazione è una misura difficile, come è abbastanza difficile comprendere il fatto che si prendano” in considerazione “solo alcuni Paesi. Io non sono contrario alle misure” di questo tipo, precisa, “però bisogna essere consapevoli anche del limite di questo approccio”.  

Il richiamo di Kraken – “Negli Usa si sta prestando molta attenzione” alla variante di Sars-CoV-2 battezzata Kraken sui social, cioè XBB.1.5, “perché effettivamente sembra che abbia delle mutazioni che rendono alcune cose più complesse. La patogenicità non sembra aumentata al momento, questa è la cosa positiva. Ma – avverte Bertuzzi – più la trasmissione aumenta”, come appare essere il caso di Kraken, “più il virus circola e più può mutare. Quindi è semplicemente un po’ un richiamo a ricordarci che non ne siamo fuori dal problema Covid. Il virus circola in modo abbondante – avverte – e può sempre riservare delle sorprese. Quindi questi studi” che monitorano le varianti di Sars-CoV-2 “sono molto importanti e vanno continuati con grande attenzione, perché potrebbero verificarsi risultati indesiderati significativi”.  

Il futuro dei vaccini – Guardando al futuro, i vaccini anti-Covid saranno annuali? “Non so esattamente quale potrà essere il quadro e il metodo di vaccinazione Covid che diventerà poi standard – riflette Bertuzzi – Ma, dal punto di vista della ricerca scientifica, mi entusiasmano particolarmente gli studi che si stanno facendo per esempio su vaccini ‘pan-coronavirus’. Cioè riuscire ad avere vaccini che possano avere uno spettro più ampio, come si sta facendo anche per l’influenza. Sono vaccini difficili” da ottenere, “però non è impossibile e in ultima analisi, se si riuscisse ad avere un vaccino pan-influenza e un vaccino pan-coronavirus, addirittura potrebbe anche non essere annuale, ma magari avere una cadenza più lunga”. La scienza ci sta lavorando, “non sono prodotti disponibili in questo momento – tiene a precisare -. E si lavora anche ai vaccini mucosali. Quello che sta succedendo adesso è che il virus sembra avere una fantastica capacità di replicazione nelle vie nasali e respiratorie superiori, nelle mucose” di naso e bocca, “mentre è molto più lento nei polmoni. Infatti, vediamo principalmente infezioni delle vie superiori anche per quei casi in cui c’è una rottura della barriera immunitaria. E di conseguenza si ritiene che i vaccini spray, come per l’influenza, potrebbero essere particolarmente significativi. Purtroppo non si sono ancora trovati sistemi per generare una risposta immunitaria stabile sufficiente. Però la trovo una via da esplorare”.  

“Non rilassiamoci” – Tornando al presente, “l’Italia ha delle percentuali di immunizzazione” contro Covid “eccezionali, che negli Usa ci sogniamo – dice Bertuzzi – Vanno fatti veramente i complimenti alle autorità sanitarie, alla popolazione, a tutte le persone che sono riuscite a collaborare in questa direzione. Sono un po’ scettico su questo rilassamento generale perché, ripeto, dobbiamo veramente trovare il modo di convivere con il virus, di condurre vite normali, però non scordiamoci che non è passato”. Il
Paese “ha avuto inizialmente una risposta alla pandemia di Covid-19 molto difficile, perché è stato il primo ad essere colpito”, dopo la Cina. “Ma una volta passata questa prima fase, un po’ confusa per tutti, la sua è stata una risposta fantastica. Sono stato veramente molto impressionato dai sistemi messi in piedi dal Paese per la vaccinazione”.
 

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Salute e Benessere

Sima, ‘attacco a vino non ha nulla di scientifico, numeri smentiscono allarmi’

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(Adnkronos) – “L’attacco al vino italiano a cui stiamo assistendo in questi giorni non ha nulla di scientifico, e a confermarlo sono i numeri ufficiali degli istituti di ricerca”. Lo afferma la Società italiana di medicina ambientale (Sima) che smentisce gli allarmi in tema sanitario correlati al consumo di prodotti vinicoli e – con una nota – interviene sulla decisione irlandese di affiggere sulle bottiglie avvertenze per la salute come quelle sui pacchetti delle sigarette. 

“Non si comprende perché voler affrontare il problema della cancerogenicità per l’etanolo – spiega il presidente Sima, Alessandro Miani – e nascondere ipocritamente sotto il tappeto le polveri sottili che popolano la quotidianità delle nostre città, con l’Agenzia europea per l’ambiente (Eea) che nell’ultimo report sulla qualità dell’aria ha citato espressamente la pianura padana come uno dei luoghi con l’aria più malsana d’Europa”. E “pensare – aggiunge Miani – che il particolato atmosferico (polveri sottili, Pm10, Pm2.5 e via di seguito) è responsabile, secondo l’Eea, di oltre 400.000 decessi prematuri ogni anno in Europa, con l’Italia che svetta in classifica con 80.000 morti annui, oltre 4 volte il numero di decessi correlato al consumo di alcol che provoca, secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità, circa 17.000 morti l’anno in Italia tra cirrosi epatica, tumori, malattie cardiovascolari e incidenti stradali correlati al bere”. 

Questo “non significa voler sottovalutare il problema dell’alcol – tiene a precisare Miani – che deve essere affrontato non tanto attaccando la produzione vinicola italiana, quanto contrastando ad esempio il consumo di superalcolici sempre più diffusi soprattutto tra i giovanissimi. I dati Istat mostrano come i superalcolici siano in aumento e costituiscano la stragrande maggioranza dei prodotti alcolici consumati dai giovanissimi”. Quello “che serve, semmai, è una vera campagna contro il consumo di alcol da parte dei giovani, ricordando che la prima causa di morte dei nostri ragazzi tra i 14 ed i 24 anni non è il cancro, ma sono gli incidenti stradali alcol-correlati”, conclude.  

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Coronavirus

Allarme psichiatri, ‘cure a rischio, serve Agenzia salute mentale’

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(Adnkronos) – “E’ fondamentale istituire al più presto un’Agenzia nazionale per la salute mentale”. Un’azione da intraprendere con urgenza perché “la gravissima carenza di finanziamenti e di personale sanitario mette a serio rischio il futuro dei pazienti e delle loro famiglie”. E “se non sarà al più presto riorganizzata tutta l’area della salute mentale, in pochi anni non saremo più in grado di curare i pazienti”. A lanciare l’allarme sono Claudio Mencacci e Matteo Balestrieri, riconfermati co-presidenti della Società italiana di neuro-psico-farmacologia (Sinpf) al termine del 24esimo Congresso nazionale Sinpf, che si chiude oggi dopo 3 giorni di lavori nelle due sedi di Milano e Venezia-Mestre. 

“I servizi di psichiatria in Italia sono in grandissima difficoltà da molti anni, nonostante le nostre denunce e richieste di ascolto”, afferma Balestrieri, ordinario di Psichiatria all’Università di Udine. Sono “in calo i dipartimenti (da 183 a 141) – spiega – e i posti letto (-400, quindi il 10%)” ed è “in fuga il personale (tra 2 anni mancheranno mille psichiatri e circa 10mila tra infermieri e altro personale). Sul territorio, infatti, ne manca circa il 30%. Senza parlare delle risorse, ormai da Paesi ‘a basso reddito’, che restano ampiamente sotto la media europea (2,9% del Fondo sanitario invece del 10% indicato in sede comunitaria)”. Secondo i vertici Sinpf, “nessuna area medica in Italia è oggi in queste condizioni”.  

Sono “in calo anche gli utenti, dagli 850mila del 2017 ai 730mila del 2020, e non certo per la diminuzione delle patologie mentali – precisa Balestrieri – Anzi, i problemi di salute mentale sono in crescita costante”, un trend al quale “il Covid ha offerto una sponda ancora più forte. Riguardano non solo adulti, ma sempre più gli adolescenti e i giovani adulti, che richiedono interventi urgenti, visite mediche specialistiche e cure specifiche. Non dimentichiamo che i bambini e gli adolescenti di oggi saranno gli adulti di domani”. 

“La Sinpf per sua natura cerca di creare alleanze con le altre società scientifiche, al fine di migliorare la risposta ai disturbi di salute mentale nel nostro Paese – spiega Mencacci, direttore emerito di psichiatria all’Ospedale Fatebenefratelli di Milano – Propone per questo una riorganizzazione delle risorse, la creazione progressiva di una spinta verso azioni di prevenzione e di screening universali soprattutto nella fascia di popolazione più sensibili (adolescenti, giovani adulti, donne e anziani). Inoltre la Sinpf, insieme alla Società italiana di psichiatria, alla Società di neuropsichiatria infantile e alla Federazione dei dipartimenti delle dipendenze, è stata la prima a lanciare l’idea di una Agenzia nazionale per la salute mentale. C’è un bisogno estremo di coordinare le risorse di indirizzarle in maniera adeguata secondo criteri di evidenza scientifica, di avere omogenei in tutte le regioni i protocolli diagnostico-terapeutici e di infondere il concetto di prevenzione in tutta la popolazione”. 

Al meeting Sinpf hanno partecipato 2mila tra psichiatri, neurologi, farmacologi, psicologi, pediatri, neuropsichiatri infantili, medici di medicina generale e infermieri delle diverse specialità. Trecento gli speaker per 200 tra sessioni e simposi su due sedi, collegate costantemente in diretta tra loro.  

“Un esempio di medicina del futuro, multi-specialistica e multi-professionale”, evidenzia la società scientifica. “Al centro dell’attenzione di questo primo ‘congresso diffuso’ – riassume una nota – tutte le novità farmacologiche delle neuroscienze, affiancate da temi dedicati alla prevenzione e all’assistenza ai pazienti che soffrono di malattie mentali”. Infine “il congresso, elettivo ogni 4 anni, ha visto la riconferma all’unanimità della dirigenza uscente e dei due co-presidenti”. 

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Salute e Benessere

Ostetriche, ‘non toccare rooming-in ma colmare carenze organico’

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(Adnkronos) – “La condivisione del letto fra una madre vigile e un neonato sano, messo in una posizione di sicurezza, è un fatto naturale, pratico, indiscutibile. La carenza cronica a livello nazionale del personale ostetrico, pesantemente sofferta, non deve indurre a proposte di modelli organizzativi abbandonati da anni in quanto ritenuti inappropriati ed insicuri sia dalle ricerche scientifiche che dalle donne stesse”. Lo sottolinea il comitato centrale della Federazione degli Ordini della professione ostetrica che, facendo alcune considerazioni dopo la tragedia accaduta all’ospedale Pertini di Roma, dove un neonato è morto nel letto con la mamma che si era addormentata dopo averlo allattato, chiede di non tornare indietro sul rooming-in. E di “garantire dei servizi alla maternità sempre più accessibili ed accettabili e al passo con i tempi che mutano”.  

“La moderna organizzazione dei Punti nascita attualmente prevede l’assistenza congiunta di madre e neonato, il cosiddetto rooming-in appunto, che deve essere proposto – puntualizzano le ostetriche – anche garantendo un numero adeguato di professioniste ostetriche al fine di esprimere al meglio la qualità delle prestazioni assistenziali da erogare e il necessario sostegno pratico ed emotivo alla nuova famiglia”.  

Per la Fnopo, infatti, “il modello del rooming-in, introdotto in Italia a partire dagli anni ’80, implementando le raccomandazioni di Oms e Unicef, risulta vantaggioso per la creazione della nuova diade (triade, se consideriamo anche la presenza dell’altro genitore) e per la promozione dell’allattamento al seno e dell’accudimento precoce, quando le nuove famiglie sono state adeguatamente informate, coinvolte e supportate dai professionisti sanitari in grado di offrire un’assistenza per quanto possibile individualizzata ed empatica”.  

“Accreditate linee guida e raccomandazioni cliniche assistenziali identificano la sicurezza attraverso il legame assistenziale ed organizzativo che si viene a creare tra i professionisti sanitari e la donna-coppia”, evidenziano le ostetriche facendo presente che “la variabile fondamentale è il numero di ostetriche disponibili nel Ssn per garantire la continuità assistenziale, la personalizzazione dell’assistenza e l’individuazione tempestiva di fattori di rischio bio-psico-sociali, causa di esiti di eventi indesiderati evitabili”.  

“La recente pubblicazione dei dati Ocse ha evidenziato una carenza di circa 8.300 ostetriche collocando la situazione italiana, rispetto al panorama europeo, al di sotto della media europea di 14,2 ostetriche ogni 100.000 abitanti – denuncia la Fnopo – Pertanto, è un dovere del Servizio sanitario nazionale e regionale migliorare l’organizzazione dei Punti nascita sia attraverso l’utilizzo di tecnologie, strumentazioni e strutture che rispettino le comuni norme di sicurezza, sia attraverso l’aumento del numero di ostetriche affinché possano essere nelle condizioni di poter offrire con continuità lo standard assistenziale qualificato e sicuro”.  

“Esprimendo commossa vicinanza ai genitori e familiari colpiti dall’evento luttuoso e a tutte le professioniste ostetriche e professionisti ostetrici e a tutti sanitari”, i vertici Fnopo rimarcano infine come “queste questioni non siano più rinviabili e debbano essere prioritarie nell’agenda politica dei prossimi mesi affinché le donne e le famiglie possano ricevere un’assistenza ostetrica e cure appropriate, accessibili ed essere sostenuti nel loro ruolo genitoriale”. 

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Coronavirus

Covid oggi Lazio, 708 contagi e 2 morti. A Roma 433 nuovi casi

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(Adnkronos) – Sono 708 i nuovi contagi da Coronavirus oggi 27 gennaio 2023 nel Lazio, secondo i dati Covid dell’ultimo bollettino della Regione. Da ieri ci sono stati 2 morti nella Regione. Nelle ultime 24 ore sono stati processati 1.662 tamponi molecolari e 6.120 antigenici con un tasso di positività al 9%. I ricoverati sono stati 532, 5 in meno di ieri, le terapie intensive occupate sono 22 e 1.129 i guariti da ieri. I casi a Roma città sono a quota 433. 

Si registra un’ulteriore diminuzione del totale dei casi su base settimanale, -30%. L’incidenza scende a 98 ogni 100 mila abitanti, il valore Rt è stabile a 0.81. 

Nel dettaglio, questa la situazione nelle ultime 24h. Asl Roma 1: sono 154 i nuovi casi e 0 i decessi. Asl Roma 2: sono 189 i nuovi casi e 1 decesso. Asl Roma 3: sono 90 i nuovi casi e 0 i decessi. Asl Roma 4: sono 29 i nuovi casi e 0 i decessi. Asl Roma 5: sono 42 i nuovi casi e 1 decesso. Asl Roma 6: sono 85 i nuovi casi. Nelle province si registrano 119 nuovi casi. Asl di Frosinone: sono 35 i nuovi casi. Asl di Latina: sono 64 i nuovi casi. Asl di Rieti: sono 6 i nuovi casi. Asl di Viterbo: sono 14 i nuovi casi. 

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Coronavirus

Covid oggi Italia, 38.168 contagi e 345 morti: bollettino ultima settimana

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(Adnkronos) – Sono stati 38.168 i contagi da Coronavirus in Italia nel bollettino settimanale di oggi con i dati Covid dal 20 al 26 gennaio della Protezione Civile e del ministero della Salute. Numeri in calo del 26,5% rispetto alla settimana precedente, quando erano 51.897. Si registrano, inoltre, altri 345 morti in calo del 30,3% rispetto alla settimana precedente quando erano 495. 

Nell’ultima settimana il tasso di positività per Covid in Italia è al 6,3%, con una variazione di 1,3 punti percentuali in meno rispetto alla settimana precedente (quando era al 7,6%). Calano anche i test eseguiti in 7 giorni: il bollettino riporta infatti un totale di 608.732 tamponi, pari all’11,4% in meno rispetto alla settimana precedente in cui erano 687.233.
 

LAZIO – Sono 708 i nuovi contagi da Coronavirus oggi 27 gennaio 2023 nel Lazio, secondo i dati Covid dell’ultimo bollettino della Regione. Da ieri ci sono stati 2 morti nella Regione. Nelle ultime 24 ore sono stati processati 1.662 tamponi molecolari e 6.120 antigenici con un tasso di positività al 9%. I ricoverati sono stati 532, 5 in meno di ieri, le terapie intensive occupate sono 22 e 1.129 i guariti da ieri. I casi a Roma città sono a quota 433.Si registra un’ulteriore diminuzione del totale dei casi su base settimanale, -30%. L’incidenza scende a 98 ogni 100 mila abitanti, il valore Rt è stabile a 0.81.Nel dettaglio, questa la situazione nelle ultime 24h. Asl Roma 1: sono 154 i nuovi casi e 0 i decessi. Asl Roma 2: sono 189 i nuovi casi e 1 decesso. Asl Roma 3: sono 90 i nuovi casi e 0 i decessi. Asl Roma 4: sono 29 i nuovi casi e 0 i decessi. Asl Roma 5: sono 42 i nuovi casi e 1 decesso. Asl Roma 6: sono 85 i nuovi casi. Nelle province si registrano 119 nuovi casi. Asl di Frosinone: sono 35 i nuovi casi. Asl di Latina: sono 64 i nuovi casi. Asl di Rieti: sono 6 i nuovi casi. Asl di Viterbo: sono 14 i nuovi casi. 

LOMBARDIA – Sono stati 5.341 i contagi da Coronavirus nell’ultima settimana, dal 20 al 26 gennaio, secondo i dati Covid dell’ultimo bollettino della Lombardia, in calo rispetto ai 6.099 della settimana precedente (13-19 gennaio). Negli ultimi 7 giorni ci sono stati 48 morti nella Regione. Il bilancio totale da inizio pandemia è di 45.190 decessi. Nell’ultima settimana monitorata i tamponi sono stati 92.655, per un tasso di positività del 5,8%, in calo rispetto al 6,2% della settimana precedente.  

Negli ospedali, secondo il bollettino regionale aggiornato al 26 gennaio, ci sono 26 ricoverati Covid in terapia intensiva, rispetto ai 25 della settimana precedente, e scendono i ricoverati in area medica, a quota 340, dai 442 del precedente bollettino.  

ABRUZZO – Sono 1.831 (di cui 996 reinfezioni) i nuovi contagi da Covid registrati tra il 21 e il 27 gennaio in Abruzzo, che portano il totale dall’inizio dell’emergenza – al netto dei riallineamenti – a 647.542 (di cui 35462 reinfezioni). Il bilancio dei pazienti morti registra 18 nuovi casi (di età compresa tra 75 e 98 anni, di cui 6 risalenti a periodi precedenti e comunicati solo questa settimana dalle Asl) e sale a 3895.Lo comunica l’Assessorato regionale alla Sanità precisando che nel totale dei casi positivi sono compresi anche 632469 dimessi/guariti (+2913 rispetto a venerdì scorso). 

Gli attualmente positivi in Abruzzo sono 11178 (-1100 rispetto a venerdì scorso). Di questi, 111 pazienti (-44 rispetto a venerdì scorso) sono ricoverati in ospedale in area medica; 4 (-4 rispetto a venerdì scorso) in terapia intensiva, mentre i restanti sono in isolamento domiciliare. Nell’ultima settimana sono stati eseguiti 3666 tamponi molecolari (2573809 in totale dall’inizio dell’emergenza) e 10116 test antigenici (4777753). 

Del totale dei casi positivi, 130877 sono residenti o domiciliati in provincia dell’Aquila (+215 rispetto a venerdì scorso), 186275 in provincia di Chieti (+969), 154433 in provincia di Pescara (+440), 153637 in provincia di Teramo (+226), 13194 fuori regione (invariato) e 9126 (-19) per i quali sono in corso verifiche sulla provenienza. 

TOSCANA – Sono 278 i nuovi contagi da covid in Toscana secondo il bollettino di oggi, 27 gennaio. Non si registrano invece nuovi decessi. 46 i nuovi casi confermati con tampone molecolare e gli altri 232 con test rapido. Il numero dei contagiati rilevati nella regione dall’inizio della pandemia sale dunque a 1.581.670. I nuovi casi sono lo 0,02% in più rispetto al totale del giorno precedente. I guariti crescono dello 0,1% (1.965 persone) e raggiungono quota 1.511.736 (95,6% dei casi totali). I dati, relativi all’andamento della pandemia, sono quelli accertati oggi sulla base delle richieste della Protezione civile nazionale. 

Al momento in Toscana risultano pertanto 58.466 positivi, -2,8% rispetto a ieri. Di questi 233 (9 in più rispetto a ieri) sono ricoverati in ospedale: 8 (1 in più) si trovano in terapia intensiva. 

Dall’ultimo bollettino quotidiano sono stati eseguiti 365 tamponi molecolari e 3.104 tamponi antigenici rapidi: di questi l’8% è risultato positivo. Sono invece 457 i soggetti testati, escludendo i tamponi di controllo: il 60,8% di questi è risultato positivo. Oggi non si registrano nuovi decessi. Restano quindi 11.468 i deceduti dall’inizio dell’epidemia. 

CALABRIA – Sono 142 i nuovi contagi da covid in Calabria secondo il bollettino di oggi, 27 gennaio. Si registrano inoltre altri 3 morti. 1.923 i tamponi effettuati, +301 guariti, sale a 3.294 il totale dei decessi. Il bollettino, inoltre, registra -162 attualmente positivi, -1 ricoveri (per un totale di 130) e, infine, terapie intensive stabili (per un totale di 10).  

BASILICATA – Sono stati 275 i contagi da Coronavirus nella settimana dal 20 al 26 gennaio secondo i dati Covid dell’ultimo bollettino della Regione. Da ieri ci sono stati 2 morti nella Regione. Nell’ultima settimana sono stati processati 2.838 tamponi, tra molecolari e antigenici. Il tasso di positività è in calo, 10%, rispetto al 12% della precedente settimana. Nello stesso report sono state registrate 587 guarigioni.  

I ricoverati per Covid-19 sono 28, 21 in meno rispetto alla settimana precedente, di cui nessuno in terapia intensiva. Nel complesso gli attuali positivi residenti in Basilicata sono 8.194. 

 

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Coronavirus

Covid, Fda sospende uso mix anticorpi: “Non è attivo su nuove varianti”

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(Adnkronos) – Il mix di anticorpi monoclonali anti-Covid Evusheld* (tixagevimab-cilgavimab) “non è più autorizzato per l’utilizzo negli Stati Uniti fino a nuovo avviso”. Lo ha comunicato l’Agenzia americana del farmaco Fda, che ha rivisto l’autorizzazione all’uso di emergenza Eua del prodotto – impiegato anche in Italia contro Sars-CoV-2, sia in terapia sia in profilassi – decidendo di “limitarne l’uso a quando la frequenza combinata di varianti non sensibili” al mix “è inferiore o uguale al 90%”. I dati, spiega infatti la Fda, indicano come “improbabile” che Evusheld sia attivo contro alcune varianti di Sars-CoV-2 che si prevede siano responsabili di oltre il 90% delle attuali infezioni Covid registrate negli Usa. 

Il provvedimento della Fda “impedisce di esporre i pazienti a possibili effetti collaterali di Evusheld come reazioni allergiche, che possono essere potenzialmente gravi, in un momento in cui meno del 10% delle varianti circolanti negli Stati Uniti sono suscettibili al farmaco”, sottolinea l’ente regolatorio Usa.  

Dati di laboratorio indicano che “Evusheld non neutralizza le sottovarianti di Omicron BQ.1, BQ.1.1, BF.7, BF.11, BA.5.2.6, BA.4.6, BA.2.75.2, XBB e XBB .1.5”, conferma in una nota l’anglosvedese AstraZeneca, azienda produttrice del medicinale che quindi non risulterebbe efficace contro i nuovi sottolignaggi di Sars-CoV-2 fra cui quelli ribattezzati Kraken, Cerberus e Centaurus. “La Fda ha notificato ad AstraZeneca – informa inoltre il gruppo farmaceutico – che l’agenzia prenderà una decisione sul ripristino dell’autorizzazione di Evusheld se la prevalenza nazionale delle varianti resistenti scendesse al 90% o meno”. Alla luce di questa eventualità futura, “il governo americano – precisa AstraZeneca – raccomanda che tutti i prodotti Evusheld vengano tenuti e conservati correttamente”. Il farmaco resta autorizzato in altri Paesi, inclusi Ue e Giappone.  

REPORT AIFA – In Italia continua a calare l’utilizzo degli anticorpi monoclonali anti-Covid come terapia, alla luce della perdita di efficacia sulle nuove varianti di Sars-CoV-2, mentre prosegue l’aumento delle prescrizioni del mix Evusheld* (tixagevimab-cilgavimab) in profilassi. 

Dall’ultimo report dell’agenzia italiana Aifa sull’impiego di anticorpi monoclonali anti-Covid, il numero 69, emerge che in 7 giorni (19-25 gennaio) le richieste di farmaco diminuiscono di oltre il 44% per sotrovimab (Xevudy*) e di più del 28% per Evusheld come trattamento precoce, ma crescono di oltre un quarto (+24,4%) per lo stesso mix somministrato in profilassi. Complessivamente, salgono a 91.874 gli italiani che hanno ricevuto anticorpi monoclonali contro Covid-19 dal 10 marzo 2021 – quando questi farmaci sono stati autorizzati in via emergenziale nel nostro Paese – al 25 gennaio, indica il rapporto Aifa sul monitoraggio delle prescrizioni che avvengono in 297 strutture di tutto il territorio. Rispetto all’ultima rilevazione, di 2 settimane fa, i pazienti che hanno ricevuto questi medicinali sono praticamente stabili (+0,9%). Sul totale di 91.874, sono 77.837 (+0,5%) quelli che hanno ricevuto monoclonali usati in terapia, e 14.037 (+3,3%) quelli trattati in profilassi con Evusheld.  

In numeri assoluti, Lazio, Veneto e Campania sono in testa per maggiore utilizzo di monoclonali in terapia, mentre Lombardia, Piemonte e Lazio guidano le prescrizioni di Evusheld in profilassi. 

 

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Salute e Benessere

Lo studio, mancanza sonno e ‘social jetlag’ peggiorano performance adolescenti

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(Adnkronos) – Bravi in campo il lunedì e poi sempre meno sino al venerdì. Una nuova dimostrazione del ruolo chiave del sonno per le prestazioni fisiche e cognitive arriva da una ricerca dell’Università di Pisa pubblicata sul Journal of Biological Rhythms. L’equipe di Sonnolab del Dipartimento di ricerca traslazionale e delle nuove tecnologie in medicina e chirurgia ha studiato un campione di 93 studenti tra i 13 e i 17 anni, atleti di società sportive di pallacanestro della provincia di Pisa (Asd Polisportiva Nicosia, Gmv Ghezzano, Dream Basket). L’obiettivo era proprio valutare gli effetti della mancanza di sonno cronica e del ‘social jetlag’ (cioè il disallineamento tra gli orari preferiti di sonno, definiti su base biologica, e quelli effettivi dovuti ad impegni sociali come il dover andare a scuola) sull’apprendimento motorio e le prestazioni fisiche e cognitive degli adolescenti. 

“Nell’uomo, così come in altri animali, la transizione dall’infanzia all’adolescenza si accompagna a uno spostamento in avanti degli orari del sonno, ma questo può entrare in conflitto con la necessità di svegliarsi presto per esempio per andare a scuola – spiega Simone Bruno, dottorando in Scienze cliniche e traslazionali dell’ateneo pisano – e così il ‘social jetlag’ e la privazione di sonno cronica possono avere conseguenze negative su vari aspetti della fisiologia dei più giovani, come il rendimento scolastico e sportivo e l’apprendimento di nuove competenze”. 

Durante la ricerca i ragazzi dovevano eseguire sessioni multiple da 10 tiri liberi sia durante le vacanza estive, sia mentre andavano a scuola: nel complesso sono stati raccolti i risultati di quasi 8.000 tiri liberi. Da quanto è emerso, le conseguenze del debito di sonno non sarebbero uguali per tutti: ad accusarne maggiormente gli effetti sono infatti i cosiddetti ‘gufi’, cioè coloro che hanno un cronotipo serotino e quindi una tendenza spiccata ad andare a letto tardi. “I risultati ottenuti supportano l’idea che gli orari della scuola non corrispondano alla biologia del ritmo del sonno degli studenti – sottolinea Ugo Faraguna, docente del Dipartimento di ricerca traslazionale e delle nuove tecnologie in medicina e chirurgia dell’Università di Pisa e direttore del Sonnolab – e che posticipare l’orario di inizio delle lezioni potrebbe garantire loro numerosi benefici, non solo in ambito sportivo”. 

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Coronavirus

Covid, Maruotti (Lumsa): “Ci stiamo avvicinando alla fine”

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(Adnkronos) – “Siamo ormai vicini a una fase di convivenza con il Covid ampiamente gestibile. La discesa dei parametri è molto rapida e siamo tornati sul trend pre-natalizio. Mi pare evidente che monitorare l’incidenza ha poco senso perché le persone non si tamponano più, è importante invece osservare la diminuzione degli accessi in terapia intensiva e nei reparti ordinari perché sono gli indicatori più robusti dell’endemia. Addirittura, l’incidenza dell’influenza è maggiore di quella del Covid in questa settimana. Insomma, ci siamo avvicinano alla fine ma c’è sempre un però legato alle varianti”. Così all’Adnkronos Salute Antonello Maruotti, ordinario di Statistica dell’Università Lumsa e co-fondatore dello StatGroup19, gruppo interaccademico di studi statistici sulla pandemia di Covid 19, commenta i dati del monitoraggio settimanale della Cabina di regia Iss-ministero della Salute.  

“Abbiamo notato che alcune ricombinazioni di varianti passate sono più infettive del loro ceppo originale e questo potrebbe far ripartire ma al momento non ci sono varianti registrate che ci fanno temere una ripresa del Covid”, precisa. Ma sulla possibilità che si arriverà a zero casi Covid, Maruotti è chiaro: “Non ci sarà la fase zero-Covid, la riduzione dei contagi e dell’occupazione dei posti letto non sarà infinita – conclude – Ci sarà un certo numero di casi ma molto basso”.  

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Coronavirus

Covid Italia, da incidenza a ricoveri: tutti i dati in discesa

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(Adnkronos) – Nuovi dati, tutti in discesa, sul covid in Italia nel monitoraggio settimanale diffuso oggi da Istituto Superiore di Sanità e ministero della Salute. Incidenza in calo a 65 casi ogni 100mila abitanti, quindi, ma anche Rt in diminuzione a 0,73, tasso di occupazione delle terapie intensive in discesa al 2,1% e quello in aree mediche che scende al 6,4%. Nessuna regione o provincia, inoltre, a rischio alto. 

INCIDENZA – Continuano a migliorare i numeri Covid in Italia. E’ “in calo l’incidenza settimanale a livello nazionale: 65 ogni 100.000 abitanti (20-26 gennaio) contro 88 ogni 100.000 abitanti (13 -19 gennaio)”, sottolinea il report. 

INDICE RT – L’indice di trasmissibilità Rt questa settimana (4 –17 gennaio) “è in diminuzione rispetto alla settimana precedente e sotto la soglia epidemica, pari a 0,73”, spiega il report. L’indice di trasmissibilità basato sui casi con ricovero ospedaliero “è in diminuzione e rimane sotto la soglia epidemica Rt=0,70 (0,67-0,72) al 17 gennaio contro Rt=0,78 (0,76-0,81) al 10 gennaio”, precisa il report. 

RICOVERI – I ricoveri in terapia intensiva Covid sempre più sotto controllo. “Il tasso di occupazione in terapia intensiva è in calo al 2,1% (rilevazione giornaliera ministero della Salute al 26 gennaio) contro il 2,3% (rilevazione al 19 gennaio)”, evidenzia ancora il report. Scendono anche i ricoveri Covid in ospedale: “Il tasso di occupazione in aree mediche a livello nazionale scende al 6,4% (rilevazione giornaliera ministero della Salute al 26 gennaio) contro il 7,9% (rilevazione giornaliera al 19 gennaio)”. 

REGIONI – “Nessuna Regione e provincia autonoma è classificata a rischio alto. Tre sono a rischio moderato e diciotto classificate a rischio basso”, continua il report, che aggiunge: “Nove Regioni riportano almeno una allerta di resilienza. Tre Regioni riportano molteplici allerte di resilienza”. 

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