Referendum, Guzzetta: “Sconfitta drammatica senza vincitori, la parola è al Parlamento”


“Il risultato è molto chiaro e deve essere riconosciuto innanzitutto da chi lo ha promosso e sostenuto. La cosa più complessa è individuare le cause di questo esito e quindi la vera domanda non è tanto chi ha perso, che mi pare chiaro, ma chi può dire di avere vinto quando l’80% dei cittadini decide di non esercitare il proprio diritto costituzionale”. Ad intervenire con l’Adnkronos sul flop referendum è Giovanni Guzzetta, professore di Diritto pubblico all’Università di Roma Tor Vergata nonché difensore dei cinque quesiti referendari sulla giustizia in Corte costituzionale, che commenta: “Le cause di questo fallimento sono tante, antiche e recenti. Dovranno essere indagate per decidere se questo istituto ha ancora senso nella nostra democrazia e se quindi va riformato oppure no. Chi si accontenta di una sola causa determinante (l’astensionismo fisiologico o la scarsa informazione per alcuni, la complessità dei questi, per altri, ad esempio) non ha capito l’enormità dell’evento che non ha vincitori. Cerca solo un alibi per le proprie ragioni di parte”. 

Guzzetta ricorda che non è questo referendum che segna il picco negativo, ma un trend di anni molto chiaro in questa direzione: “Dal ’95 a oggi solo una volta si è raggiunto il quorum, tra l’altro su referendum altrettanto difficili sulla carta, come quello sull’abrogazione parziale delle tariffe idriche del 1995 (Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito – ndr) che ha avuto il 54% di partecipazione. Non era un referendum semplice ma i cittadini lo hanno votato”. E’ infatti significativo che il trend negativo non riguardi solo il referendum ma anche le altre elezioni, che registrano un ulteriore calo della partecipazione: “Se ci fosse stata la stessa regola dei referendum – osserva il costituzionalista – alcune elezioni amministrative sarebbero state non valide. Quindi c’è da riflettere”. 

La riforma sulla Giustizia ne esce rafforzata? “L’invalidità del referendum per mancato raggiungimento del quorum non ci consente di dire nulla da questo punto di vista. L’astensione è un atteggiamento che non ha un verso, chi si astiene non dice perché e non dice cosa vorrebbe, come chi vota sì o no. E’ vero che è un voto ma non ha un indirizzo, perché non contiene una indicazione. Se mi astengo non vuol dire che voto per la riforma o per il suo contrario”, risponde il professore di Tor Vergata apprezzando in quest’ottica la demarcazione del risultato sul quesito 1 (per il quale l’affluenza è stata del 20,95% ed i sì registrati sono stati il 54,01%): “Questa è l’unica notizia positiva. Indica il pluralismo delle posizioni dei cittadini che sono andati a votare, non schematizzabili in modo netto, perché ognuno ha fatto la propria riflessione. Rispecchia un approccio laico, non ideologico. Sicuramente si individua un tema di fiducia e preoccupazione dei cittadini nella capacità repressiva dello stato – aggiunge Guzzetta – Ma il quesito sulla Severino non si può ridurre solo a posizioni giustizialiste e garantiste anche se c’è quell’elemento”. 

Il tema su cui interrogarsi è “la tendenza all’astensionismo, imperante ancora in queste elezioni anche sul versante di organi rappresentativi prossimi ai cittadini come i comuni ed il rischio che ci sia sempre più una democrazia della delega gravante su politica e organi rappresentativi e di tramonto degli istituti di partecipazione diretta dei cittadini. La responsabilità del fallimento del referendum è determinata da una serie di concause difficili da valutare a caldo: è fisiologico che un 20-40% non voti; è certo che questo forte astensionismo sia stato incrementato da una mancata informazione ed anche da un problema di comunicazione dei partiti. Ma l’80% dei cittadini che non vota è un dato drammatico e molto significativo che impedisce sia ai sostenitori del sì che a quelli del no di appellarsi ad una sola ragione risolutiva che li conforti”, considerandosi vincitori. 

C’è da chiedersi se il referendum sulla cannabis, bocciato dalla Consulta lo scorso febbraio, avrebbe favorito l’affluenza, portando la chiamata alle urne su questioni meno tecniche: “Erano temi di altro impatto simbolico che avrebbero accentuato l’interesse. Ma perché si possa votare un referendum è necessario che la Consulta lo ammetta e in questo caso – conclude Guzzetta – non è successo”. 

(di Roberta Lanzara) 

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