Ragazza pakistana come Saman: ”Anche io costretta a sposarmi”


“Anche io, come volevano fare con Saman, sono stata costretta dai miei genitori a sposarmi in Pakistan, con un cugino che non avevo mai visto, che era molto più grande di me. Avevo venti anni. E lui trenta. Dopo il matrimonio rimasi a vivere in Pakistan, ma dovetti tornare in Italia perché mio padre ebbe un brutto incidente. E lui mi raggiunse a Brescia. E’ stato un inferno. Venivo picchiata e maltrattata da mio marito. Finalmente due anni fa ho chiesto il divorzio. Anche se lui ancora si fa trovare qualche volta sotto casa…”. Tania è una ragazza pakistana di 25 anni arrivata in Italia quando aveva appena 4 anni. Parla benissimo l’Italiano e veste all’occidentale. La storia di Saman l’ha molto colpita. Perché le ricorda il suo passato. Anche se Tania, dopo qualche anno, è riuscita a liberarsi e adesso è una donna libera. “Ma è stata dura, molto dura”, racconta in una intervista esclusiva all’Adnkronos.  

“Quando ero piccola, i miei genitori, soprattutto mia mamma – ricorda – decise che mi sarei dovuta sposare con un cugino che viveva in un villaggio in Pakistan. Io non volevo andare nel mio paese. E per un periodo riuiscii a non partire. Poi, però, con un inganno i miei genitori mi convinsero ad andare in Pakistan perché dovevo mettermi l’apparecchio ai denti e in Italia era troppo caro, così mi dissero che in Pakistan avremmo pagato molto meno. Io, ignara delle reali intenzioni, partii per il mio villaggio. Ma qui trovai la brutta sorpresa”. Era il 2017. “Venne a trovarmi mia zia e cominciò a farmi tanti complimenti e così organizzarono il mio matrimonio- racconta – Mio padre non poteva tirarsi indietro perché per la mia famiglia era un questione d’onore. Quindi, senza dirmi nulla, un giorno venne a casa mia lo sposo con la madre e un imam. Così mi sono ritrovata sposata in pochi minuti”. 

“Il giorno dopo il mio papà ha detto ‘preparati i documenti’, e rimasi in Pakistan per tre anni, un incubo – racconta ancora Tania all’Adnkronos – Poi, mio padre ebbe un brutto incidente e io sono dovuta tornare in Italia per aiutarlo perché i miei genitori non parlano una parola di italiano. Così tornai in Italia, a Brescia. Ma mio marito iniziò a minacciarmi. E dovetti tornare in Pakistan per sistemare i suoi documenti e chiedere il visto in ambasciata per farlo venire. L’ho portato in Italia ai primi mesi del 2019. Subito dopo ha iniziato a chiedermi di avere il permesso di soggiorno. Subito”. “Io e mio padre gli dicevamo che prima doveva trovarsi un posto di lavoro, perché non potevamo dormire a casa dei miei genitori – racconta visibilmente scossa – Secondo la nostra cultura il marito non può stare sotto lo stesso tetto dei genitori o dei suoceri. Quindi, il mio papà gli ha chiesto di trovarsi una casa in affitto. Ma lui non voleva perché i soldi che guadagnava in un ristorante li mandava ai suoi genitori in Pakistan. Alla fine la casa gliela pagava mio padre. Siamo stati insieme per un anno e mio marito in quel periodo mi ha maltrattata, mi picchiava, mi chiedeva continuamente i soldi da mandare al paese, ai suoi. Nel frattempo, poco prima che arrivasse la pandemia io ho perso il lavoro da cameriera. Secondo i miei genitori non dovevo lavorare ma lui voleva i soldi e lo stipendio lo mandava giù a sua mamma. E voleva che io li chiedessi ai miei genitori. E’ stato un periodo terribile”.  

“Poi le cose si sono aggravate, continuava a trattarmi malissimo, è stato un vero inferno – dice – ho raccontato tutto al mio papà, che mi diceva: ‘Prova ad andare avanti’. Ma era dura per me. Lui pensava di vivere ancora nel villaggio, non aveva mai visto un cellulare, non aveva mai visto la tv, pensava che il suo comportamento fosse giusto, che picchiarmi fosse giusto”. Nel frattempo il papà di Tania ha comprato alla coppia un piccolo appartamento. Intestato, però, non ai due giovani, ma al fratello della ragazza. “Così mio marito non poteva accampare alcuna pretesa, e per fortuna abbiamo fatto così”, dice oggi. Dopo un anno la ragazza, stanca delle continue angherie, ha deciso di fare il grande passo e di chiedere il divorzio. “In Pakistan se una donna chiede il divorzio viene ripudiata – dice Tania – nel mio villaggio dicono che io sia una poco di buono. E’ stato mio papà a insistere e portarmi dal divorzista, per fortuna”. “La madre di mio marito, ovviamente non voleva, lui non voleva e così l’ho portato da un avvocato. E un mese fa ho avuto il divorzio. Pensavo che fosse finita, invece poco tempo fa l’ho trovato sotto casa mia”. Nel frattempo Tania è tornata dai suoi genitori. 

Tempo fa, quando la ragazza viveva ancora con il marito, è arrivata anche la Polizia, chiamata dai vicini di casa per le grida dopo l’ennesima lite tra i due. “I poliziotti mi hanno chiesto la data del matrimonio, ma hanno capito subito che era un matrimonio combinato. Così mi hanno lasciato un numero di telefono per chiamarli in caso di necessità”. Nel frattempo la giovane si è rivolta ad alcune amiche, che l’hanno indirizzata alla Presidente di Mete Onlus, Giorgia Butera, di Palermo, che da anni si occupa di donne maltrattate, di ‘Spose bambine’. Ha fatto anche diverse campagne internazionali. “L’intervento a tutela delle spose bambine e delle giovani ragazze costrette ad unioni forzate, con la conseguenza di diventare schiave sessuali, nasce nel 2014. Ho sempre osservato il mondo, e quando all’interno delle comunità straniere affrontavo il contrasto alla violenza di genere, per immediata rete associativa si parlava di matrimoni forzati – dice Giorgia Butera all’Adnkronos – Ideologia e concretezza, non ho/abbiamo mai smesso di parlare di matrimoni precoci e forzati, il messaggio deve essere diffuso sempre. L’aiuto offerto trova risposta. È un lavoro discreto e sommerso. Lavoro ed impegno ripagato da ragazze che riescono a ribellarsi, fidandosi di persone come noi, impegnate nella tutela e libertà umana”. 

Ma oggi come sono i rapporti di Tania con il padre? “Sono migliorati, anche se lui non sta bene per l’incidente che ha avuto. Però proprio ieri parlando del caso di Saman si è molto arrabbiato perché ha detto: ‘Come può una madre fare uccidere una figlia? Non è possibile’. Lui non lo avrebbe mai fatto con me. Mio padre non mi ha mai fatto del male, ma in Pakistan il vero pericolo sono i parenti…”. Proprio come nel caso di Saman. “Secondo me Saman è stata uccisa, ma non dai genitori, loro lo hanno chiesto sicuramente ai loro fratelli. Perché in Pakistan se a uccidere la figlia è il genitore perde la reputazione, invece se lo fa un parente non succede nulla. Anche mio zio materno, che vive in Pakistan, quando ho divorziato, ha avuto una brutta reazione”. Tania ha una sorella di 24 anni, e tre fratelli. “Dopo quello che i miei genitori hanno fatto con me – dice – non impongono nulla a mia sorella, hanno fatto decidere lei anche sulla scelta del fidanzato. E ora mia sorella sta frequentando un ragazzo. Un pakistano, ma lo ha scelto lei. Ed è felice…”. (di Elvira Terranova) 

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