Proteste in Iran per Mahsa, la scrittrice Nemat: “Molti giovani moriranno”


(Adnkronos) – “Purtroppo queste proteste saranno schiacciate e tanti giovani iraniani finiranno per essere arrestati, torturati e uccisi”. Non si fa illusioni Marina Nemat, l’autrice di ‘Prigioniera di Teheran’ e ‘Dopo Teheran. Storia di una rinascita’, che dal Canada osserva in un’intervista ad Aki-Adnkronos International la nuova ondata di proteste nel suo Paese d’origine, dal quale fuggì all’inizio degli anni ’90 dopo aver vissuto sulla pelle la tortura nel famigerato carcere di Evin. 

Da sei giorni consecutivi disordini e proteste stanno agitando le principali città dell’Iran, compresa la capitale Teheran. A innescarla è stata la morte, in circostanze tutte ancora da chiarire, della 22enne di origini curda Mahsa Amini, finita in coma mentre si trovava in custodia della polizia religiosa iraniana. “L’Iran è sotto un’autocrazia religiosa rigida e fanatica dal 1979 e, con il passare degli anni, le frustrazioni di chi non supporta il regime, il cui numero è in aumento, si sono moltiplicate”, spiega la scrittrice. 

Negli anni ’80, “quando ero rinchiusa nella prigione di Evin”, l’Iran usava “la scusa” della guerra con l’Iraq per “reprimere brutalmente qualsiasi protesta e imprigionare, torturare e persino giustiziare i dissidenti, molti dei quali ventenni”, ricorda Nemat, secondo cui la cosiddetta ‘Guerra imposta’ – così come è definita nella retorica iraniana – ha dato agli ayatollah “l’opportunità di rafforzare internamente il pugno di ferro e di accusare tutti i suoi critici di essere collusi con Saddam Hussein”.  

Da allora, l’Iran ha vissuto diversi momenti di proteste popolari, la più eclatante della quali è stata nel 2009 la rivolta dell’Onda Verde contro la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, che “sono state tutte messe a tacere con brutalità e omicidi”.  

E mentre “il regime ed i Guardiani della Rivoluzione” restano “estremamente corrotti” e “si arricchiscono”, l’inflazione alle stelle, con cui il Paese combatte da anni, ha fatto in modo che gli iraniani di ceto medio o basso trovino sempre più difficoltà a “mettere il cibo in tavola”. Basta unire questo quadro economico alle donne ed ai giovani che vengono “picchiati e persino uccisi” per aver protestato o semplicemente per essere “immorali” e “si avranno maggiore disillusione pubblica, che porta a più proteste”, evidenzia la scrittrice. 

Nemat ribadisce quindi che “anche se vorrei che queste manifestazioni portassero presto alla fine della Repubblica Islamica, dubito fortemente che ci riusciranno. L’Iran – sostiene – è un Paese molto diviso e queste proteste non hanno un leader chiaro. La maggior parte dei manifestanti vuole che la Repubblica Islamica crolli, ma cosa prenderà il suo posto? Chi guiderà l’Iran verso un futuro migliore e come sarà questo futuro in termini pratici? Queste domande non hanno ancora risposte”. 

La scrittrice ritiene quindi la situazione dei diritti umani nella Repubblica islamica non sia cambiata di molto dalla presidenza riformista di Hassan Rohani a quella attuale del conservatore Ebrahim Raisi. “I presidenti iraniani hanno poteri limitati. Le loro decisioni possono subire il veto della Guida Suprema. Rohani ha concesso alle persone alcune libertà molto limitate e superficiali e Raisi le ha portate via. Niente di nuovo – conclude – Il sistema della Repubblica Islamica è di natura autoritaria secondo le sue leggi medievali”. 

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