Poliziotto che arrestò Patrizia Reggiani, ‘mi deve restituire il giaccone’


Gli occhiali da sole a nascondere lo sguardo e un poliziotto, solo in giacca, che con una mano sulla spalla la scorta all’uscita degli uffici della Criminalpol in piazza San Sepolcro a Milano. E’ questa l’ultima immagine di Patrizia Reggiani, arrestata come mandante dell’omicidio del marito Maurizio Gucci, prima di varcare la porta del carcere dove sconterà 17 anni dei 26 anni di condanna. Era il 30 gennaio 1997, ma nessuno sa che quel cappotto che la protegge dal freddo è di Carmine Gallo, l’ispettore capo che bussò alla porta del suo lussuoso appartamento, le notificò l’ordine di custodia cautelare e fece naufragare il suo piano criminale. “Voleva andare in carcere con una pelliccia che costava milioni, le dissi che non era il caso e le offrii il mio giaccone verde. Promise di restituirmelo, non è stato così, ma poco importa”, svela all’Adnkronos.  

Alla Reggiani, l’uomo allora esperto di criminalità organizzata e sequestri di persona, ci si imbatte per caso, ma poi l’intuito e il mestiere portano a risolvere una storia “degna di un film”. E la saga dei Gucci, ora, sta davvero diventando una pellicola con la regia di Ridley Scott. “Pochi giorni fa sono sceso per prendere un caffè, l’ufficio dove lavoro è vicino piazza del Duomo, e ho visto Lady Gaga nei panni della Reggiani, devo dire che le somiglia tanto. Ammiro il talento del regista e so che nel cast c’è Al Pacino, spero sia lui a interpretarmi”, dice scherzando. Al Pacino sarà Aldo Gucci, primogenito del fondatore del marchio di moda internazionale, ma nessun dubbio sulla bravura di chi interpreterà il poliziotto che ha risolto, non senza fortuna, il delitto del 27 marzo 1995.  

“Una sera veniamo contattati telefonicamente fa un informatore: ‘se vi interessa so molte cose sull’omicidio Gucci’. Lo incontro in un in bar in zona Lambrate e mi racconta che il portiere dell’albergo a ore in cui alloggia ha partecipato, insieme a una donna, alla fase organizzativa del delitto. Lui deve ripartire, noi gli chiediamo di restare. Riporto la notizia al pm Carlo Nocerino che indaga sul caso. Siamo scettici, la pista che si segue è un’altra ma ci concede fiducia”. Il portiere è Ivano Savioni, l’uomo che fa da tramite con i killer, lei, diranno le indagini, è Giuseppina Auriemma, amica della vedova. 

“L’omicidio è volontà della Reggiani, vuole Gucci morto ma non vuole mollare il cognome, riferisce l’informatore”. La notizia che s’indaga su persone vicine alla famiglia ha gli effetti sperati. “Auriemma che si trova a Napoli annuncia a Savioni il suo arrivo, devono parlare. Mettiamo una microspia in macchina e le parole della donna non lasciano dubbi: ‘ci dobbiamo preoccupare? Non è che la signora si lascia scappare qualcosa?'”, racconta Gallo. Quella che sembra una pista balorda è quella giusta. “All’informatore, accento colombiano e nervi saldi, abbiamo chiesto di continuare a estorcere informazioni. Si era presentato come pericoloso criminale e Savioni gli continua ad aggiungere particolari sulla macchina verde usata per raggiungere via Palestro, la pistola usata e la reazione del portiere rimasto ferito nell’agguato”.  

Le indagini portano dritto a Benedetto Ceraulo che ha sparato e a Orazio Cicala che ha fatto da autista. I due, preoccupati dalle notizie di stampa, chiedono altri soldi e in caso di rifiuto sono pronti a uccidere la Reggiani. “Viene organizzato un incontro in albergo e gli diciamo che siamo disposti a fare il lavoro sporco, abbiamo le armi ma useremo le mani”. Tra pedinamenti e intercettazioni, l’identikit fatto dal testimone, il quadro è chiaro e prima di possibili colpi di testa il gip Maurizio Grigo decide per gli arresti.  

“Fino alle 2 di notte la Reggiani era al telefono, abbiamo suonato alla sua porta in corso Venezia intorno alle 5, ma visto che dormiva e non apriva siamo stati costretti a sfondarla. Era in vestaglia, non si è allarmata o scomposta, ci ha solo chiesto ‘voi chi siete?’. Si e seduta sul divano, ha letto l’ordinanza in cui la si accusava di concorso in omicidio e detto ‘è stato un incidente, chiarirò tutto'”, racconta chi eseguì l’arresto. “Con lei c’erano la madre e le figlie, Patrizia Reggiani non è mai stata scomposta, non ha mai inveito o urlato. La madre era ostile, sebbene educata, ha sempre creduto alla figlia ed è venuta anche lei negli uffici in piazza San Sepolcro”, racconta Gallo all’Adnkronos. Le manette aprono più di una bocca e si risale anche ai pagamenti per l’omicidio su commissione mai confessato dalla vedova Gucci.  

“Se l’informatore fosse ripartito l’indomani senza chiamarci sarebbe stato difficile, se non impossibile, risolvere il caso e lei l’avrebbe fatta franca. Il sospetto che si trattasse di non professionisti c’era perché avevano ferito ma non ucciso il testimone oculare, ma le indagini tradizionali difficilmente avrebbero portato al portiere di un albergo a una stella visto che il modo Gucci era fatto di lusso e sfarzo”, spiega l’uomo che ha indossato a lungo la divisa. “Diciamo che per me che ero abituato alle indagini di ‘ndrangheta, ai sequestri Soffiantini e Sgarella seguire la Gucci è stato come stare quasi due mesi in vacanza. Dall’Aspromonte a Saint-Tropez è stato un bel cambiamento, è stata una bella inchiesta e la signora Reggiani, che non è mai stata sgarbata, non mi ha mai fatto paura visto che ho stretto le manette ai maggiori esponenti delle famiglie Barbaro e Papalia”, conclude Carmine Gallo oggi amministratore delegato di una società che si occupa di fornire consulenze a grandi fondi che vogliono investire ma senza incorrere in rischi reputazionali.  

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