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Esteri

Nobel, a Mosca in corso udienza per sequestro beni Memorial

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Il direttore della Biblioteca di Memorial Boris Belenkin questa mattina era in aula al tribunale Tverskoi di Mosca, dove è in discussione l’ordine del sequestro dei beni dell’organizzazione da parte delle autorità russe, spiegano all’Adnkronos fonti dell’organizzazione. Per questo, non ha ancora appreso la notizia del Premio Nobel per la pace assegnato quest’anno anche all’organizzazione fondata, fra gli altri, da Andrei Sakharov nel 1987. 

Memorial nei giorni scorsi aveva denunciato il tentativo di sequestrare gli uffici della Karetny Ryad di Mosca, spazi regolarmente acquistati nel 2005. Dopo la chiusura imposta dalle autorità, per violazioni della legge sugli agenti stranieri, l’organizzazione aveva donato il suo quartier generale al Centro di informazione e ricerca Memorial, in modo da poter continuare ad “aiutare la gente a raccogliere informazioni significative sulle vittime delle persecuzioni del terrore di stato”.  

Lo scorso 12 settembre Belenkin e la direttrice dell’organizzazione, Elena Zhemkova – i due diretti interessati dalla donazione- erano stati convocati in tribunale per il caso relativo al “riconoscimento come non valido di transazioni, attuazione delle conseguenze di tale invalidità e conversione della proprietà e recupero dei fondi da parte del fisco russo”. Due giorni dopo i conti correnti di Belenkin e Zhemkova sono stati congelati.  

Insieme agli uffici viene sequestrato anche il contenuto degli spazi: vale a dire l’archivio raccolto da Memorial sulle vittime delle persecuzioni, il museo e la biblioteca. Frutto di più di trent’anni di lavoro di migliaia di volontari e dei familiari delle vittime delle repressioni, l’archivio è nato insieme all’organizzazione alla fine degli anni Ottanta, mano a mano che le persone inviavano spontaneamente materiale, fotografie e memorie autografe, racconti in prima persona, o di familiari e amici detenuti nel gulag o comunque colpiti dal terrore e dalle altre ondate di repressione. Prima dell’inizio della guerra, gli attivisti avevano lavorato per scannerizzare i documenti.  

Nonostante il Premio Nobel, la situazione dell’organizzazione è questa, denunciano gli attivisti, ricordando quello che è accaduto a Novaya Gazeta dopo il Premio assegnato dal Comitato per il Nobel novervese. 

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Esteri

Ucraina, Kiev chiede sottomarino a Germania. Russia: “Più armi più escalation”

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(Adnkronos) –
Più armi all’Ucraina più escalation, senza che questo porti alla fine dell’operazione militare speciale. Il portavoce del Cremlino Dimitry Peskov ha risposto così ai giornalisti che gli chiedevano un commento sulla richiesta di Kiev alla Germania – per bocca del viceministro degli Esteri ed ex ambasciatore a Berlino, Andriy Melnyk – di inviare un sottomarino e in generale di armi più potenti all’Occidente.  

“L’Ucraina ha chiesto più armi e più nuove. L’Occidente ha incoraggiato queste richieste, la sua disponibilità a fornire queste armi. Questo è stato uno stallo, che ha portato a una grande escalation, con i Paesi della Nato sempre più coinvolti direttamente in questo conflitto – ha affermato Peskov – Tuttavia, questo non può e non cambierà il corso degli eventi, poiché l’operazione militare speciale continuerà”. 

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Esteri

Il drone cinese che sa nuotare e volare

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(Adnkronos) – I tecnici dell’ateneo pechinese di Beihang, in Cina, hanno messo a punto un drone che non solo è in grado di volare, ma anche di nuotare, immergendosi in acqua, e di attaccarsi alle superfici, grazie ad alcune ventose. Per realizzare il sofisticato congegno, gli esperti si sono ispirati al martin pescatore, un uccello dalla straordinaria agilità, e al pesce remore, noto come “l’autostoppista del mare”, per le ventose che gli permettono di attaccarsi agli altri pesci e di farsi trasportare. 

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Esteri

Memoriali per strage Dnipro continuano a spuntare in Russia

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(Adnkronos) –
Memoriali in ricordo dei morti di Dnipro continuano a spuntare in numerose città russe, a oltre due settimane dal bombardamento russo del 14 gennaio che ha ucciso 46 residenti di un condominio della città ucraina. Sono almeno 50 le città russe dove i cittadini hanno cominciato a portare candele, fiori, giocattoli, foto di Dnipro e scritte con il nome della città sotto monumenti di poeti ucraini o che hanno qualche relazione con l’Ucraina. E più le autorità li portano via, più la gente torna con i fiori. Lo scrive Moscow Times, parlando “di una delle più prolungate espressioni pubbliche di opposizione all’invasione dell’Ucraina”.  

Memoriali smantellati sono stati ripristinati a Mosca e San Pietroburgo, così come a Krasnodar e a Kazan, capoluogo del Tatarstan, nota il sito web Activatica. E a San Pietroburgo ieri si contavano ben sette di questi memoriali, aggiunge il sito. Almeno tre persone sono state arrestate nel weekend per picchetti anti guerra a San Pietroburgo, Krasnoyarsk e Saratov. L’attivista Yekaterina Varenik è stata intanto condannata a 12 giorni di carcere, dopo essere stata arrestata lunedì scorso accanto ad un memoriale a Mosca.  

 

 

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Esteri

Iran, esperto Tel Aviv: “Israele dietro attacco droni, ma guerra in Ucraina non c’entra’

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(Adnkronos) – “E’ molto probabile che Israele sia responsabile” dell’attacco con i droni a Isfahan. A dirlo all’Adnkronos è l’esperto israeliano Meir Litvak, secondo il quale il fatto che “fonti americane” abbiano subito fatto sapere che è stato Israele “è un messaggio agli iraniani: non fatte una rappresaglia contro di noi o paesi del Golfo persico. Gli americani non hanno indicato Israele senza ragione”. 

Per Litvak, docente di Storia del Medio Oriente ed esperto d’Iran dell’università di Tel Aviv, è improbabile che l’attacco sia legato ai droni iraniani forniti a Mosca per la guerra in Ucraina.  

“Dubito veramente che Israele si preoccupi del sostegno iraniano alla Russia, lo è di più per la cooperazione tecnologica russo-iraniana che può aiutare l’Iran a migliorare le sue già impressionanti capacità – ragiona Litvak – Gli iraniani stanno facendo un grande sforzo per trasformare i loro missili balistici in missili ad alta precisione. Dato il loro vasto numero potrebbero porre una sfida oltre le capacità israeliane d’intercettarli una volta che vengono lanciati”. 

“La grande domanda è se vi sarà una rappresaglia iraniana”, sottolinea Litvak, aggiungendo di non poter dare “una risposta chiara”. “Potrebbero farlo, ma dubito che cerchino una grande escalation. Potrebbero attaccare obiettivi israeliani in qualche paese asiatico, africano o latino americano, o lanciare qualche drone su Israele, ma sto solo facendo speculazioni”, afferma il professore universitario.  

“L’Iran – spiega Litvak – è molto sensibile agli attacchi al suo territorio. Potrebbe ‘inghiottire il boccone’ di attacchi israeliani a convogli che passano attraverso la Siria portando armi alla milizia sciita libanese Hezbollah o alle sue basi militari in Siria, presumibilmente perché si rende conto che Israele gode di un vantaggio vicino al proprio confine. Ma gli attacchi al territorio iraniano sono umilianti e le dittature non possono tollerare le umiliazioni”.  

Infine Litvak si dice convinto che l’arrivo oggi a Gerusalemme del segretario di Stato americano Antony Blinken, così come le recenti manovre congiunte israelo-americane Juniper Oak siano solo una “coincidenza”. “Queste operazioni – argomenta – richiedono lunghi preparativi e probabilmente Israele ha cercato il momento giusto dal punto di vista militare. La visita di Blinken non è stata preparata da molto tempo”.  

 

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Coronavirus

Brevetti di vaccini e linee aeree, i due casi Usa

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(Adnkronos) – Negli Stati Uniti proprio in questi giorni ha ripreso forte vigore la polemica intorno ai brevetti sui vaccini contro il Covid 19 quando tre senatori democratici molto noti e popolari (Elisabeth Warren, Peter Welch e Bernie Sanders – ex candidato dem alla Presidenza contro Biden – ) hanno attaccato prima Pfizer poi Moderna per la loro annunciata decisione di portare il costo della singola dose vaccinale sul libero mercato (quando saranno esauriti i contratti in essere con il governo USA e i vari governi mondiali, UE compresa) a 130 dollari. Sanders ha sottolineato che il costo stimato di produzione della singola dose è di circa 2,85 dollari quindi il prezzo di vendita annunciato sarebbe di oltre 45 volte quello di produzione. Un’enormità. Pfizer non ha proprio risposto alle critiche, Moderna ha ricordato i grandi costi sostenuti per ricerca e sviluppo e che comunque il suo prodotto anche dopo la fine dei contratti pubblici “sarà disponibile gratuitamente per la stragrande maggioranza delle persone negli USA”. 

Il dibattito sulla gestione dei brevetti sui farmaci salva vita viene da lontano e ha avuto sviluppi molto significativi durante la pandemia da Covid. Ricordiamo che al margine dell’ultima Assemblea generale dell’ONU prima della guerra russo ucraina, il Presidente USA Biden volle un vertice mondiale virtuale per la lotta al Covid. Vi parteciparono i leader di 30 Nazioni ad alto reddito per presentare “impegni per la donazione dei vaccini”. In questo contesto gli Usa annunciano che avrebbero donato fino a 1,1 miliardi di dosi per i paesi più poveri. Peraltro nessuno dei partecipanti al Summit menzionò nulla che riguardasse la tutela brevettuale dei vaccini e l’annuncio fatto dallo stesso Biden nel maggio 2021 al WTO di “non voler proteggere la proprietà intellettuale per i vaccini” è rimasto lettera morta. All’epoca la presa di posizione di Biden era sembrata addirittura epocale mettendo un punto fermo, con tutta l’autorevolezza del Governo Usa, nella disputa annosa tra chi ritiene che la salute pubblica faccia premio su ogni altra tutela e chi sottolinea che senza la protezione assicurata dall’esclusività brevettuale si bloccherebbe l’innovazione e la spinta del sistema a produrre nuovi farmaci. Come si è visto, però, non se ne è fatto sostanzialmente nulla e ciò per diversi motivi di natura sia economica sia politica ma forse anche perché la strada proposta dagli USA (sospensione “sic et simpliciter” dei brevetti) era quella tecnicamente più semplice ma, non necessariamente, la più adeguata. Meglio sarebbe stato, forse, puntare sulle licenze obbligatorie (deroghe ai brevetti su pronuncia di un’autorità giuridica o amministrativa che ne fissa condizioni e durata) come prevede lo stesso accordo multilaterale TRIPS. Ciò detto, lo stato dell’arte ad oggi è che, nella sostanza, nulla è cambiato rispetto a tre anni fa, prima della pandemia, e il tema resta, quindi, attualissimo ed irrisolto. 

LINEE AEREE. Molte compagnie aeree mondiali stanno cercando di seguire l’esempio dell’Alaska Airlines che per prima ha applicato il software di ultra avanguardia Flyways che studia e definisce rotte più efficienti e meno dispendiose anche e soprattutto in termini di consumo di carburante. Non è un esercizio semplice: le infrastrutture di IT non sono facilissime da installare in quanto una linea aerea non può semplicemente chiuderne una ed aprirne un’altra. Tali sistemi vanno, infatti, integrati progressivamente e con molta attenzione perché il tutto avviene con i voli in corso e si rischiano problemi anche molto seri (come peraltro accaduto pochi giorni fa proprio negli USA dove, sembra, un errato upgrade di un sistema informatico della FAA l’agenzia federale del volo ha causato un blackout di molte ore bloccando al suolo migliaia di voli). Ne vale comunque la pena: Alaska Airlines ha ottenuto nell’ultimo anno notevoli successi sia in termini di risparmio di carburante che di raggiungimento di ambiziosi target di sviluppo sostenibile lanciando nell’olimpo dei supermanager il suo CEO, l’italo-americano Ben Minicucci. 

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Esteri

Iran, attacco droni contro fabbrica munizioni a Isfahan

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(Adnkronos) – Un attacco di droni ha provocato un’esplosione in una fabbrica di munizioni a Isfahan, nel centro dell’Iran. Un comunicato della Difesa iraniana, citato dall’agenzia Irna, afferma che l’attacco “non ha avuto successo”, con uno dei droni abbattuto dalla contraerea e altri due esplosi grazie a “trappole” predisposte a difesa dell’impianto. Il comunicato aggiunge che vi sono stati “danni minori” al tetto della fabbrica e che nessuno è rimasto ferito. Sui media iraniani è stato diffuso un video dell’esplosione, dove si sente un forte boato.  

Le autorità iraniane non hanno al momento accusato nessuno dell’attacco, malgrado in passato sia stato puntato il dito contro Israele. Nel frattempo un importante incendio si è sviluppato in una raffineria di petrolio nella città settentrionale di Tabriz, ma non vi sono per ora indicazioni di un collegamento fra i due fatti.  

L’attacco dei droni avviene in un momento di forte tensione in Iran, dove sono in corso da mesi proteste popolari contro il regime. Nel frattempo i negoziati sul rinnovo dell’accordo sul nucleare sono ad un punto morto e Teheran viene accusata di fornire alla Russia droni usati negli attacchi in Ucraina.  

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Ucraina, meglio Zelensky a Sanremo o Putin nella propaganda quotidiana? La differenza c’è

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(Adnkronos) – Di Zelensky a Sanremo si è parlato e si parlerà ancora tanto. Della
disinformazione che giustifica Putin si parla solo quando la mistificazione della realtà diventa sufficientemente scomposta da fare notizia, pensiamo alla deriva di qualche nostalgico dell’Unione sovietica o al narcisismo mitomane di qualcun altro.  

C’è una differenza sostanziale. Il presidente dell’Ucraina, da un anno, da quando il suo Paese è stato invaso dalla Russia, ha colto tutte le occasioni disponibili per utilizzare il megafono dei media, e del grande pubblico, per tenere alta l’attenzione su una guerra che in più fasi ha rischiato di stancare per assuefazione.  

Si può discutere se tutti i palcoscenici siano adatti alla stessa recita ma è difficile negare che tutto sia in chiaro, lineare e trasparente. Una persona parla, una platea ascolta, un messaggio passa: aiutateci a resistere. Quello che succede con la propaganda filorussa, generalmente infiltrata da istanze antiamericane e da pulsioni complottiste, è invece quasi sempre obliquo, salvo poche eccezioni che fanno da porta bandiera, anonimo e seriale.  

Non è un caso che il sostegno a Putin percorra spesso le stesse strade già battute dalla narrazione no vax. Basta seguire il percorso sui social di un qualunque articolo che riaffermi il principio di partenza, ovvero che c’è uno Stato aggredito e c’è uno Stato aggressore, per ritrovare gli stessi schemi. Piovono obiezioni preconfezionate, attacchi sistematici a chi scrive e a un mestiere, quello del giornalista, che viene associato alla falsificazione delle informazioni. Quelle vere, quelle libere, arrivano sempre da un’altra parte. Non solo. Il sistema viene alimentato con metodo. Lo stesso pezzo, ciclicamente, riprende vita. Perché qualcuno lo posta nella chat giusta, dove ci sono, sempre pronti, i leoni da tastiera con i profili improbabili e le verità rivelate.  

La realtà è più complessa. Una guerra sanguinosa lunga un anno è, come tutte le guerre, il modo peggiore per far prevalere gli interessi di una parte sull’altra e, a catena, quelli di altre parti che si schierano. Che finisca prima possibile è auspicio di tutte le menti sane, e non solo di quelle che si ispirano al fondamentalismo pacifista. Né può essere etichettato come guerrafondaio chi preferisce un Capo di Stato che parla a Sanremo, e che prova a fare quello che al suo posto farebbe chiunque, alla quotidiana opera di indottrinamento a getto continuo che fa danni prima, durante, e dopo Sanremo. (di Fabio Insenga)  

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Razzante; “Allarma pista anarchica, pericolosamente vicina a terrorismo”

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(Adnkronos) – “La pista anarchica sta diventando pericolosamente vicina a quella eversiva e terroristica, peraltro mai abbandonata dalla nostra intelligence sin dagli anni di piombo. Devono preoccupare le diramazioni internazionali, perché purtroppo intorno a queste idee è facile raccogliere disagio sociale e interessi eversivi di matrice politica e, perché no, anche economica”. E’ la riflessione di Ranieri Razzante, direttore del Centro di ricerca sulla sicurezza e terrorismo, che commenta all’Adnkronos gli attacchi alle sedi diplomatiche italiane a Barcellona e Berlino. 

Attacchi definiti “senza senso in un mondo in cui ormai dovrebbe prevalere il dialogo e soprattutto le differenze di opinioni dovrebbero essere manifestate in modo legittimo. Non si possono tollerare minacce alla stabilità dello Stato quando si hanno idee anarchiche, cioè fondate sull’assenza di regole e sull’inutilità di ordinamenti democratici”, ammonisce Razzante, esprimendo infine “stupore per il marcato antieuropeismo, in un periodo in cui le minacce internazionali sono sempre più invasive”. 

 

 

 

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Iran, Reza Pahlavi al Tg5: “Prima rivoluzione guidata da donne, mondo ci ascolti”

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(Adnkronos) – ”Non sono proteste”, ma è una vera e propria ”rivoluzione” quella in atto in Iran, ”la prima rivoluzione della storia guidata dalle donne”. Ne è convinto Reza Pahlavi, erede dello Scià deposto 43 anni fa dal regime degli Ayatollah ed esiliato in Occidente, che in un’intervista rilasciata al Tg5 negli Stati Uniti, parla di un Iran che ”è in miseria, i prezzi aumentano, il valore della moneta è crollato. E mentre il regime si riempie le tasche, la gente ha fame”. Nell’intervista che sarà diffusa nelle prossime edizioni del Tg5, Pahlavi non risparmia accuse contro il governo di Teheran parlando di ”regime islamico totalitarista, razzista e fascista. Eppure alcuni continuano a trattare con loro nella speranza che diventino bravi ragazzi rispettosi dei diritti civili”. Di qui l’appello alla comunità internazionale, perché ”è ora che il mondo dica basta”, afferma Pahlavi, sottolineando che ”le proteste continuano e la gente è disposta a morire” e che ”il popolo, per le strade e dietro le sbarre mentre aspetta la propria esecuzione, inneggia alla libertà”. 

“Non aspiro a nessun incarico. Non voglio far parte di nessun apparato di Stato”, precisa Pahlavi, che dice si essere ”in gioco dall’inizio” perché ”voglio continuare solo a stare dalla parte della mia gente e al loro fianco. Perché credo che costruire le istituzioni sia la garanzia per un ordine democratico duraturo”. Per farlo, è necessario ”sensibilizzare tutti i governi, quello inglese, francese e quello italiano. Oggi Biden e domani chiunque sarà alla Casa Bianca. Lo capiscono tutti a Riad, a Gerusalemme, a Tel Aviv, che un Iran democratico sarebbe un elemento di stabilità per il mondo”.  

L’erede dello Scià fa poi una riflessione su ”l’asse di complicità dell’Iran con la Russia, quello che succede in Ucraina, l’avvento del radicalismo, lo spargersi del terrorismo e Dio solo sa che altro. Tutto questo sparirebbe istantaneamente nel momento in cui il regime iraniano diventasse un governo democratico”. 

In merito al programma nucleare iraniano, Pahlavi ricorda come l’Iran abbia ”un territorio sismico” e quindi poco adatto al nucleare. ”Ci sono altre tecnologie come l’energia solare dove investire e che produrrebbero più lavoro per il Paese. Il mondo dipende dagli approvvigionamenti energetici e l’Iran sarebbe un’ottima risorsa per tutti”, dichiara, affermando che ”invece di spaventare il mondo e i nostri vicini con la minaccia nucleare, potremmo dire che l’Iran ha abbastanza gas naturale almeno per l’Europa, che così ogni inverno non dovrebbe più subire il ricatto di Putin”.  

Sui rapporti con Israele, infine, Pahlavi ritiene che ”è questo regime che ha creato il problema, non il popolo iraniano”. E ricorda che tra Israele e Iran vi ”è un legame che risale a 25 secoli fa, da quando ogni Shabbat il nome di Ciro il Grande viene invocato nelle preghiere ebraiche. Gli iraniani lo sanno e lo sanno anche gli israeliani. Perché ci dovrebbe essere animosità fra noi?”, conclude. 

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Libia, il politico di Tripoli: “Bene visita Meloni ma non si schieri con nessuno”

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(Adnkronos) – Con la sua visita a Tripoli Giorgia Meloni vuole far capire che l’Italia “sta tornando sullo scenario per lei strategicamente più importante”, ma allo stesso tempo deve passare “il messaggio che non significa legittimare qualcuno o schierarsi con qualcuno”. Ashraf Shah, ex consigliere politico dell’Alto consiglio di stato libico e grande conoscitore delle dinamiche politiche a Tripoli, commenta così con l’Adnkronos la missione in Libia della premier, che sarà accompagnata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Una missione che avviene mentre sul piano politico la situazione è di totale “stallo”, in attesa della riunione a Washington di metà febbraio tra gli inviati di Francia, Stati Uniti, Italia, Germania e Regno Unito, con Egitto e Turchia. 

“Meloni – sottolinea Shah – doveva fare il primo passo per far capire che l’Italia sta tornando su quello scenario, dovrà enunciare una visione più chiara e concreta per mantenere una posizione strategica, in particolare dopo che i francesi hanno perso la scommessa su Haftar”. Ma quel che è più importante, secondo il politico libico, è che la premier italiana chiarisca che “questo non significa dare legittimità a un governo piuttosto che a un altro, che la sua visita non significa schierarsi con una parte piuttosto che con un’altra”. Meloni, secondo Shah, deve far passare il messaggio che “non fa bene alla Libia ed al suo popolo continuare ad avere istituzioni divise e che bisogna che si tengano le elezioni entro il 2023”.  

La riunione di Washington del mese prossimo sarà cruciale da questo punto vista, perché in quell’occasione l’inviato dell’Onu Abdoulaye Bathily dovrebbe presentare una prima bozza della roadmap che sta negoziando da tempo con le parti per avviare il processo che porti al voto, mentre il piano finale dovrebbe arrivare per la fine di febbraio. “L’obiettivo – spiega Shah – non è dare vita a un nuovo governo, ma creare le basi per convocare le elezioni entro l’anno”, presidenziali e parlamentari. Ma, allo stesso tempo, avverte, deve essere chiaro che se per qualche motivo non si potranno tenere le une o le altre non si dovrà bloccare tutto il processo. 

Il politico tripolino esclude poi che tra le figure attuali sulla scena ci possa essere qualcuno con chance di riunire il Paese dietro di sé: “Il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk Aquila Saleh e il presidente dell’Alto consiglio di stato libico Khaled al Mishri sono i principali ostacoli al voto perché sarebbero i primi a essere bocciati, il premier del governo di unità nazionale Abdul Hamid Dbeibah ha capito di non aver alcun futuro politico, perché dietro non ha alcun consenso”.  

E poi ci sono il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, che “per l’età e le condizioni di salute ha ormai uno spazio di manovra ridotto, con i figli che, seppure posti in posizioni di comando al vertice dell’Esercito nazionale libico, non sono nulla senza il padre”. Per finire, conclude Shah, con Fathi Bashagha, il misuratino passato con Haftar, nominato premier del governo di stabilità nazionale, “il grande perdente, diventato un giocattolo nelle mani del generale, con un consigliere incapace come il suo ministro degli Esteri, l’ex ambasciatore a Roma, Hafez Gaddur”.  

Si tratta di personaggi tutti arrivati al potere grazie “ad accordi dietro le quinte tra poche persone”, che non dovranno più ripetersi dopo le elezioni, conclude l’esponente politico Tripoli. Che infine sottolinea il nuovo attivismo americano, dimostrato dalla visita nelle settimane scorse del capo della Cia William Burns, con effetti su turchi ed egiziani e conseguenza della presenza russa in Libia: “Tutti questi elementi costringeranno prima o poi attori interni ed esterni ad arrivare ad un accordo”.  

 

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