Migranti, Casarini: “Da Stati geopolitica della morte”


Una “geopolitica della morte”. Luca Casarini, capomissione di Mediterranea Saving Humans, definisce così la politica messa in atto per ‘gestire’ il fenomeno migratorio. “Mentre facciamo la solita, terribile conta dei morti in mare, dalla Manica al Mediterraneo, fino ai boschi polacchi, dobbiamo ricordare che non si tratta di incidenti o fatalità – dice all’Adnkronos -. Numeri così alti, casi che coinvolgono ormai ogni zona di frontiera in Europa e nel mondo, e sistematicità di questi eventi tragici che caratterizzano un’intera epoca, non possono essere ascritti all’eccezionalità”. Al contrario, scandisce, sono gli effetti di “una ‘geopolitica della morte’, che non è un ‘piano’ di qualche centrale occulta dei potenti del mondo, ma la risultante di tante scelte dal fiato e dalla vista corta, fatte giorno per giorno e sulla base di convenienze di mercato oggi per l’indomani”. La geopolitica della morte, infatti, per Casarini è ‘just in time’. “La pandemia, invece che far cambiare strada e farci riflettere sul medio lungo periodo – puntualizza -, è stata utilizzata al contrario: fare soldi sui vaccini, invece di utilizzarli per fornire a tutti gli esseri umani una protezione adeguata, anche perché tre quarti del mondo nemmeno se li può permettere, visto che Big Pharma ne possiede e sfrutta i brevetti. Questo modo di fare, di non gestire niente e di imporre lo stato di cose presenti per poi amministrarne i disastri, risulta egemone nelle scelte di governi e istituzioni”. 

Il capomissione di Mediterranea Saving Humans punta il dito contro un “vuoto, strategico e di visione”, che è “il prodotto dell’esaurimento definitivo del rapporto tra sviluppo e pace, che aveva a parole caratterizzato tutto il dopoguerra. Sviluppo oggi, in senso capitalistico, è guerra: la vendita di armamenti aumenta ogni anno e si aggiunga, a proposito di migranti, il business dei sistemi di controllo ipertecnologici delle frontiere”. La riflessione è inevitabilmente più ampia. “Guerra è anche quella contro il pianeta vivente – avverte -: il bla bla bla sul climate change dei potenti del mondo è ormai un dato di fatto, mentre si continua a disboscare l’Amazzonia, mentre i ghiacciai si sciolgono e mentre milioni di persone sono costrette a spostarsi perché non possono più vivere dove sono nate. La fine dei ‘pilastri’ concettuali sui quali si era ricostruito il mondo dopo Yalta fa sì che gli Stati dichiarino guerra contro i diritti umani: sovranità nazionale contro diritto internazionale, in un mondo dove tutto è globalizzato se si tratta di mercato e finanza, e tutto diventa ‘a discrezione’ di questo o quel governo se si tratta di persone, esseri umani”.  

A questa ‘geopolitica della morte’, che “provoca quello che vediamo tutti i giorni a Calais come nel Mediterraneo”, si contrappone per Casarini “una lotta quotidiana, durissima ma instancabile: quella di donne, uomini e bambini che non accettano di dover morire per decreto. Non si fermano, non riescono a fermarli e a fermare la speranza, il desiderio, la pretesa di voler vivere, di muoversi per poterlo fare, di spostarsi per avere altre chances. Queste donne e questi uomini vengono uccisi, torturati, stuprati da milizie e polizie di tutto il mondo. I bambini vengono lasciati morire di freddo nei boschi o venduti come schiavi in Libia. Il costo di questa lotta continua per poter vivere è altissimo. Ma non c’è alternativa”. “Gli arrivi continueranno e aumenteranno, nonostante i campi di concentramento in Libia e soldi e motovedette per catturare e deportare gente in mare. Per questo le persone che hanno attraversato la Manica sono dieci volte tanto quelle del 2019, nonostante ogni 48 ore a Calais faccia irruzione la polizia francese e distrugga le baracche, bruci le coperte nel tentativo di farli desistere per il freddo e la pioggia. Ma questa lotta va forse considerata come un’altra geopolitica rispetto a quella degli Stati: una geopolitica della vita, con gli esseri umani protagonisti e incentrata sulla solidarietà, non sul business e sulle guerre. Quei migranti che sono sui barconi, o a bordo delle navi del soccorso civile che aspettano per giorni un porto di sbarco sicuro, quelli che sono al confine polacco e a Calais, quelli stanno già costruendo una nuova Europa, un mondo nuovo”, conclude Casarini. 

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