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Esteri

Mariupol, Zelensky: “Non è ancora persa, ma situazione difficile”

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La città Ucraina di Mariupol non è ancora del tutto persa, ma la situazione lì è “grave e difficile”. Lo ha detto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, contraddicendo gli annunci di Mosca, secondo cui la città portuale dell’Ucraina orientale oggi sarebbe caduta nelle mani dell’esercito russo. Notizia confermata anche dal leader ceceno, Ramzan Kadyrov, con un messaggio su Telegram. 

“La situazione è difficile, la situazione è grave”, ha detto Zelensky ai giornalisti a Kiev, sottolineando tuttavia che ci sono ancora diversi modi per liberare la città. “C’è un modo militare e ci stiamo preparando”, ha detto Zelensky, sostenendo che per riuscirci è necessario l’aiuto dell’Occidente. 

Un’altra soluzione sarebbe quella diplomatica e umanitaria, ha detto Zelensky, elencando diverse proposte che Kiev ha già proposto a Mosca, compreso uno scambio di “feriti”. “Ci aspettano giorni decisivi, la battaglia decisiva per il nostro Stato, per il nostro Paese, per il Donbass ucraino”, ha sottolineato Zelensky. 

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Libia, il politico di Tripoli: “Bene visita Meloni ma non si schieri con nessuno”

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(Adnkronos) – Con la sua visita a Tripoli Giorgia Meloni vuole far capire che l’Italia “sta tornando sullo scenario per lei strategicamente più importante”, ma allo stesso tempo deve passare “il messaggio che non significa legittimare qualcuno o schierarsi con qualcuno”. Ashraf Shah, ex consigliere politico dell’Alto consiglio di stato libico e grande conoscitore delle dinamiche politiche a Tripoli, commenta così con l’Adnkronos la missione in Libia della premier, che sarà accompagnata dal ministro degli Esteri Antonio Tajani e dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Una missione che avviene mentre sul piano politico la situazione è di totale “stallo”, in attesa della riunione a Washington di metà febbraio tra gli inviati di Francia, Stati Uniti, Italia, Germania e Regno Unito, con Egitto e Turchia. 

“Meloni – sottolinea Shah – doveva fare il primo passo per far capire che l’Italia sta tornando su quello scenario, dovrà enunciare una visione più chiara e concreta per mantenere una posizione strategica, in particolare dopo che i francesi hanno perso la scommessa su Haftar”. Ma quel che è più importante, secondo il politico libico, è che la premier italiana chiarisca che “questo non significa dare legittimità a un governo piuttosto che a un altro, che la sua visita non significa schierarsi con una parte piuttosto che con un’altra”. Meloni, secondo Shah, deve far passare il messaggio che “non fa bene alla Libia ed al suo popolo continuare ad avere istituzioni divise e che bisogna che si tengano le elezioni entro il 2023”.  

La riunione di Washington del mese prossimo sarà cruciale da questo punto vista, perché in quell’occasione l’inviato dell’Onu Abdoulaye Bathily dovrebbe presentare una prima bozza della roadmap che sta negoziando da tempo con le parti per avviare il processo che porti al voto, mentre il piano finale dovrebbe arrivare per la fine di febbraio. “L’obiettivo – spiega Shah – non è dare vita a un nuovo governo, ma creare le basi per convocare le elezioni entro l’anno”, presidenziali e parlamentari. Ma, allo stesso tempo, avverte, deve essere chiaro che se per qualche motivo non si potranno tenere le une o le altre non si dovrà bloccare tutto il processo. 

Il politico tripolino esclude poi che tra le figure attuali sulla scena ci possa essere qualcuno con chance di riunire il Paese dietro di sé: “Il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk Aquila Saleh e il presidente dell’Alto consiglio di stato libico Khaled al Mishri sono i principali ostacoli al voto perché sarebbero i primi a essere bocciati, il premier del governo di unità nazionale Abdul Hamid Dbeibah ha capito di non aver alcun futuro politico, perché dietro non ha alcun consenso”.  

E poi ci sono il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, che “per l’età e le condizioni di salute ha ormai uno spazio di manovra ridotto, con i figli che, seppure posti in posizioni di comando al vertice dell’Esercito nazionale libico, non sono nulla senza il padre”. Per finire, conclude Shah, con Fathi Bashagha, il misuratino passato con Haftar, nominato premier del governo di stabilità nazionale, “il grande perdente, diventato un giocattolo nelle mani del generale, con un consigliere incapace come il suo ministro degli Esteri, l’ex ambasciatore a Roma, Hafez Gaddur”.  

Si tratta di personaggi tutti arrivati al potere grazie “ad accordi dietro le quinte tra poche persone”, che non dovranno più ripetersi dopo le elezioni, conclude l’esponente politico Tripoli. Che infine sottolinea il nuovo attivismo americano, dimostrato dalla visita nelle settimane scorse del capo della Cia William Burns, con effetti su turchi ed egiziani e conseguenza della presenza russa in Libia: “Tutti questi elementi costringeranno prima o poi attori interni ed esterni ad arrivare ad un accordo”.  

 

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Libia, Varvelli (Ecfr): “Meloni non si fa illusioni, crisi endemica”

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(Adnkronos) – La Libia resta importante per l’Italia, ma non come in passato, il nuovo governo “non si fa illusioni, ha capito che la crisi è ormai diventata endemica”. Arturo Varvelli, presidente dell’European council on foreign relations (Ecfr) di Roma, parla di “un ribilanciamento dell’interesse italiano” per il Paese nordafricano alla vigilia della missione a Tripoli di Giorgia Meloni, esortando piuttosto l’Unione Europea “a rimettere in moto la macchina sul fronte sud” dopo la distrazione provocata dalla guerra russa in Ucraina. 

“La Libia è stata quasi sempre il luogo dove sono avvenute le prime visite dei capi di governo italiani – sottolinea Varvelli, parlando con l’Adnkronos – Per la prima volta vediamo che non è così e anzi Meloni è andata prima in Algeria, importante dal punto di vista delle forniture energetiche. Il nuovo governo ha capito che la crisi libica è endemica, che la soluzione non è una gitarella della Meloni e tutto l’apparato istituzionale italiano è consapevole di questo. Bisogna andare a Tripoli, ma anche agire su altri terreni”.  

Premesso questo, l’esperto dice di aspettarsi dall’Italia “un supporto vero agli sforzi delle Nazioni Unite” per mettere a punto una nuova roadmap, mentre l’Ue “dovrebbe rimettere in moto la macchina sul fronte sud: è vero che c’è il conflitto in Ucraina, ma il mondo non finisce lì, le questioni energetiche hanno dimostrato l’importanza anche di quella regione, motivo per cui l’Europa dovrebbe guardare con maggiore interesse alla stabilizzazione di quelle aree”.  

Varvelli non azzarda poi previsioni sulle prospettive di un accordo politico in Libia: “Mi sembra che navighiamo a vista e io non sono mai stato un grande tifoso delle elezioni, che penso dovrebbero tenersi solo dopo una serie di passaggi chiave”. Il capo dell’Ecfr ritiene fondamentale prima la messa a punto di una roadmap che “assicuri quando si arriverà al voto il risultato sia accettato da chi perde e che chi vince non instaurerà una dittatura, che avvenga in un contesto controllato, senza violenze e soprusi”. Un contesto che per ora Varvelli non ritiene plausibile: “Tutto questo si concilia molto poco con la presenza dei miliziani russi del Wagner Group o delle milizie e delle truppe turche”.  

E proprio in particolare l’influenza di Mosca ha fatto rientrare in gioco gli americani, ora “maggiormente interessati alla Libia, perché hanno cominciato a percepire la rilevanza della presenza russa: cosa succederebbe se ci fosse un attacco a un’infrastruttura energetica di quel Paese? E se gli algerini si facessero convincere dai russi a ridurre le forniture di gas all’Occidente?”. 

Varvelli non considera più neanche un problema la rivalità tra la Turchia, sponsor dell’ovest, e l’Egitto sponsor dell’est: “Ankara e il Cairo si parlano, non credo siano loro l’ostacolo ad un accordo in Libia, quanto la presenza russa, oltre naturalmente alle questioni interne ed ai conflitti interpersonali”. 

 

 

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Russia, fuggiti da mobilitazione: bloccati da mesi in aeroporto Seul

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(Adnkronos) – Cinque russi, fuggiti dalla mobilitazione parziale ordinata da Putin per la guerra in Ucraina, sono bloccati da mesi, in attesa dello status di rifugiati, all’aeroporto internazionale di Seul-Incheon. A raccontare la loro storia è la Cnn, che ha intervistato l’avvocato Lee Jong-chan. 

Secondo il legale, tre russi sono arrivati all’aeroporto lo scorso ottobre e due a novembre. Dopo il rifiuto opposto dal ministero della Giustizia sudcoreano alla loro domanda per lo status di rifugiati, i cinque si sono trovati bloccati nella sala partenze dello scalo, in attesa della sentenza d’appello. 

“Gli viene fornito un pasto al giorno, il pranzo, e per il resto della giornata vivono di pane e bevande. Possono fare la doccia ma devono lavarsi i vestiti a mano e non possono lasciare le aree di partenza e duty-free”, ha dichiarato Lee. “Hanno un accesso limitato alle cure mediche ma nessun supporto per la loro salute mentale, il che è importante considerando la loro situazione precaria”, ha aggiunto. 

Un comunicato stampa emesso il mese scorso da un gruppo in difesa dei diritti umani della Corea del Sud ha chiesto al governo di accettare le loro domande sulla base del fatto che i cinque russi si rifiutano di diventare uno “strumento di omicidio” e se tornano a casa, “è molto probabile che vengano arrestati o arruolati con la forza”. 

Il ministero della Giustizia della Corea del Sud, Paese dove la leva è obbligatoria, ha respinto le loro domande in quanto “non meritevoli di valutazione”, sulla base del fatto che il rifiuto della coscrizione “non è un motivo per il riconoscimento dello status di rifugiato”, secondo Lee. L’avvocato, invece, sostiene che la decisione di non prestare il servizio militare “dovrebbe essere riconosciuto come una motivazione politica” considerando la condanna internazionale della guerra in Ucraina. 

I cinque russi hanno presentato ricorso contro la decisione e la sentenza per tre di loro è attesa per il 31 gennaio. Il giudice dovrà stabilire se il loro caso è “degno di valutazione”. In caso di pronunciamento a loro favore, il ministero della Giustizia dovrà esaminare le loro domande. 

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Razzi da Gaza, caccia israeliani colpiscono postazioni Hamas nella Striscia

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(Adnkronos) –
Razzi contro la parte meridionale di Israele sono stati lanciati a partire da Gaza alle prime ore di oggi. Nello stesse ore i caccia israeliani hanno effettuato raid sulla Striscia, mentre le tensioni tra le due parti restano altissime a seguito del raid a Jenin, in Cisgiordania, dove sono morti 9 palestinesi. A riferirne sono i media israeliani. Almeno tre razzi sono stati lanciati da Gaza intorno alle 3:30 di oggi, riporta Times of Israel. Quasi in contemporanea i jet israeliani hanno colpito siti considerati appartenenti al gruppo terroristico Hamas come rappresaglia per un attacco missilistico compiuto ore prima. 

Uno dei razzi è stato intercettato dal sistema di difesa aerea Iron Dome, un altro è atterrato in un campo aperto e un terzo è caduto al di qua del confine, ha riferito l’esercito, dopo che l’allarme è scattato nelle città di Nir Oz, Ein Habesor e Magen. 

Gli attacchi missilistici sono avvenuti mentre i caccia israeliani effettuavano una serie di bombardamenti nel centro della Striscia di Gaza in risposta al precedente lancio – intorno alla mezzanotte – di due razzi in direzione di Ashkelon. Entrambi sono stati intercettati da Iron Dome. 

L’esercito ha annunciato di aver preso di mira una struttura sotterranea per la fabbricazione di razzi nel campo profughi di Maghazi, nel centro di Gaza. Il sito – ha denunciato – si trovava in un’area circondata da edifici residenziali e a 180 metri da un deposito gestito dall’Unrwa. 

Ieri almeno dieci palestinesi sono rimasti uccisi nei violenti scontri che si sono registrati in Cisgiordania con le forze di difesa israeliana. Gli scontri nel campo profughi di Jenin sono scoppiati dopo un raid dell’esercito israeliano. Il bilancio definitivo della giornata di tensioni e violenze è stato diffuso dal ministero della Sanità dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) che ai nove morti di ieri mattina a Jenin, tra cui una donna di 60 anni, ha aggiunto in serata il decesso di un 22enne ferito nella città di A-Ram, a nord di Gerusalemme. Tra i venti feriti negli scontri al campo profughi c’è anche un bambino. 

L’Autorità nazionale palestinese ha annunciato la sospensione della sua cooperazione con Israele in materia di sicurezza, citando le misure adottate unilateralmente da Israele in Cisgiordania e gli incidenti a Jenin.  

GUTERRES – Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha espresso “forte preoccupazione” per la possibilità di un peggioramento della violenza in Cisgiordania. 

“Il segretario generale è profondamente allarmato per l’escalation di questa situazione nella Cisgiordania occupata, da ultimo per quanto accaduto oggi a Jenin”, ha spiegato il portavoce di Guterres, Stéphane Dujarric, in conferenza stampa. 

“È molto preoccupato per la possibilità di un peggioramento della violenza in Cisgiordania e, oltre alla Cisgiordania, a Gaza”, ha aggiunto. “Penso che, come abbiamo detto, sia fondamentale fare tutto il possibile per ridurre le tensioni, per allentare la tensione”, ha aggiunto Dujarric, assicurando che questo è il punto centrale del lavoro del coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente, Tor Wennesland. 

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Ucraina, azienda italiana pronta a salvare gratis patrimonio archivi di Kiev

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(Adnkronos) – Un’azienda italiana è pronta a salvare gratuitamente l’ingente patrimonio archivistico dell’Ucraina. In una lettera all’ambasciatore ucraino in Italia Yaroslav Melink, il presidente della Csa Documents ha sottolineato “lo straordinario sforzo del direttore generale degli archivi di Stato ucraini Anatolii Khromov” e ha messo a disposizione dell’Ucraina la capacità di digitalizzare gratuitamente manoscritti, documenti storici e atti del governo di Kiev che rischiano di andare per sempre distrutti dalla guerra. Nella lettera indirizzata a S. E. Yaroslav Melink, il presidente di Csa, Gian Marco Di Domenico, scrive che l’azienda sarebbe onorata “di offrire gratuitamente le competenze” di Csa sottolineando che “da sempre” l’azienda italiana considera “la scienza archivistica un paradigma fondamentale nell’approccio documentale” e che ha “maturato una profonda esperienza nella gestione e digitalizzazione di archivi di grande valore storico”.  

“Gentile Eccellenza – scrive nella lettera a Yaroslav Melink il presidente di Csa, Gian Marco Di Domenico – le scriviamo dopo aver letto su ‘La Repubblica’, dello straordinario che il direttore generale degli archivi di Stato Ucraini Anatolii Khromov, sta compiendo per mettere in salvo il vostro patrimonio archivistico”. “La nostra azienda- si legge ancora – è leader in Italia della digitalizzazione della pubblica amministrazione, da sempre, consideriamo la scienza archivistica un paradigma fondamentale nell’approccio alla gestione documentale”. “Abbiamo, inoltre, maturato una profonda esperienza nella gestione e digitalizzazione di archivi di grande valore storico” scrive inoltre il presidente di Csa Di Domenico. “Saremmo onorati di offrire gratuitamente le nostre competenze alla direzione generale degli archivi di stato Ucraini, sarebbe il nostro modo di dare un contributo alla eroica resistenza del vostro popolo” si legge nella lettera. (Andreana d’Aquino)
 

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Sanremo, Zelensky ospite a notte fonda – Ascolta

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(Adnkronos) –
Ascolta “Sanremo, Zelensky ospite a notte fonda” su Spreaker.
 

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Nato, Marsili: “Erdogan alza prezzo prima del voto ma Svezia entrerà”

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(Adnkronos) – Bruciare il Corano davanti all’ambasciata turca a Stoccolma ha irrigidito ulteriormente la posizione del presidente Recep Tayyip Erdogan e “gli ha consentito di alzare il prezzo” del suo veto all’ingresso della Svezia nella Nato, come dimostra l’annunciato stop ai negoziati. Ingresso che, malgrado viva ora una fase di “stallo” dovuta anche alle elezioni politiche che dovrebbero tenersi il 14 maggio in Turchia, “in una prospettiva più lontana” avverrà. E’ quanto sostiene in un’intervista all’Adnkronos l’ex ambasciatore italiano in Turchia, Carlo Marsili, secondo cui il rogo del Corano “forse poteva essere evitato” o “dirottato” in un altro luogo che non fosse l’ambasciata turca. In ogni caso, Erdogan, che era “in difficoltà” nel convincere Stoccolma a farsi consegnare un certo numero di attivisti curdi, ha colto la palla al balzo e – ragiona Marsili – sta sfruttando il tema per propri interessi elettorali. 

“Si tratta di episodi che vanno visti alla luce della politica interna turca. Siamo di fatto entrati in campagna elettorale ed elementi nazionalisti e religiosi premono su Erdogan perché si dimostri adamantino sulle richieste che ha fatto – è la chiave di lettura dell’ambasciatore – A maggior ragione dopo un episodio che è visto come un oltraggio negli ambienti religiosi turchi”. 

Secondo Marsili, il rogo del Corano ha consolidato uno “stallo” tra Ankara e Stoccolma da cui “diventa sempre più difficile uscire”, ma in “prospettiva più lontana non credo che la Turchia vorrà bloccare veramente l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato”. Sui tempi, l’ambasciatore ritiene “molto difficile” che possa avvenire prima del voto “a meno che non ci siano veramente passi da parte svedese che consentano a Erdogan di togliere il veto, quindi la consegna di un numero rilevante di elementi ritenuti terroristici da Ankara”, mentre “dopo le elezioni il discorso cambia” perché Erdogan, se dovesse vincere, “avrebbe le mani molto più libere”. 

Marsili evidenzia quindi come la questione del rogo del Corano e dell’ingresso dei due Paesi scandinavi nella Nato abbia “un certo peso” nella campagna elettorale in Turchia, dove la politica estera, a differenza di quanto accade in Occidente, “conta di più perché subentra l’elemento nazionalista”. 

Anche il contenzioso con la Grecia o la questione siriana vengono presentate come temi di difesa nazionale, conclude l’ambasciatore, secondo cui “a questa dimensione si aggiunge il fattore religioso che pesa su un certo tipo di elettorato. Poiché le elezioni sono assolutamente in bilico, con il presidente dato in recupero, Erdogan gioca molto sulla questione”. 

 

 

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Iceberg gigante si stacca in Antartide, Esa: “E’ 5 volte più grande di Malta”

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(Adnkronos) – Si è staccato dalla piattaforma di ghiaccio Brunt dell’Antartide l’iceberg gigante la cui crepa aveva iniziato ad aprirsi nel 2012. E, secondo i glaciologi, il distacco non sarebbe avvenuto per effetto dei cambiamenti climatici. A vedere il distacco sono stati i satelliti Sentinel del programma europeo Copernicus dell’Esa e l’Agenzia Spaziale Europea ha annunciato che le immagini satellitari confermano che un enorme iceberg, circa cinque volte più grande di Malta, si è finalmente distaccato dalla piattaforma di ghiaccio Brunt dell’Antartide. L’Esa ha riferito oggi che il nuovo berg – che secondo l’osservatorio britannico Bas si sarebbe staccato domenica scorsa 22 gennaio – è stimato ampio circa 1.550 chilometri quadrati e con uno spessore di circa 150 metri, ha ceduto quando la crepa, nota come Chasm-1, si è estesa completamente verso nord, recidendo la parte occidentale della piattaforma di ghiaccio. La crepa che ha provocato il distacco dell’iceberg era stata rilevata per la prima volta nel 2012 dopo essere rimasta inattiva per alcuni decenni. Dopo diversi anni in cui la massa di ghiaccio è rimasta come ‘aggrappata’ alla piattaforma Brunt adesso i dati delle immagini delle missioni Copernicus Sentinel hanno confermato ‘visivamente l’evento del parto’, ha annunciato l’Esa. 

Erano anni che i glaciologi monitoravano l’iceber gigante tanto che l’Agenzia Spaziale Europea parla addirittura di ‘parto’ e spiega che la tempistica del distacco, “sebbene inaspettata, era stata a lungo anticipata. I glaciologi hanno monitorato per anni le numerose crepe e voragini che si sono formate nella spessa piattaforma di ghiaccio di Brunt, che confina con la costa di Coats Land nel settore del Mare di Weddell in Antartide. Era solo una questione di tempo prima che Chasm 1, che era rimasto dormiente per decenni, incontrasse Halloween Crack, avvistato per la prima volta ad Halloween 2016”. L’Esa sottolinea che si prevede che il nuovo iceberg si chiamerà A-81 con il pezzo più piccolo a nord probabilmente identificato come A-81A o A-82. Gli iceberg, spiega ancora l’Esa, sono tradizionalmente identificati da una lettera maiuscola che indica il quadrante antartico in cui sono stati originariamente avvistati, seguita da un numero sequenziale, quindi, se l’iceberg si rompe in pezzi più piccoli, da una lettera minuscola sequenziale. La divisione è stata segnalata per la prima volta dal Bas-British Antarctic Survey come avvenuta il 22 gennaio scorso tra le 19:00 e le 20:00 Utc durante una marea primaverile. La stazione di ricerca Halley VI di Bas, dove i glaciologi hanno monitorato il comportamento della piattaforma di ghiaccio, non è stata influenzata dall’evento di distacco. L’Esa ricorda che la stazione di ricerca è stata trasferita nel 2017 in un luogo più sicuro dopo che la piattaforma di ghiaccio è stata ritenuta non sicura. La stazione si trova attualmente a circa 20 km dalla linea di rottura e ci sono attualmente 21 persone che lavorano sulla stazione per mantenere gli alimentatori e le strutture che mantengono operative le esperienze scientifiche per tutto l’inverno. 

“Il distacco dell’iceberg finalmente è avvenuto” scandisce il ricercatore ed esperto di ghiacci Mark Drinkwater dell’Agenzia Spaziale Europea che ha accolto così la notizia dell’avvenuto distacco dell’iceberg gigante, grande 5 volte Malta e l’evento secondo il glaciologo Dominic Hodgson della British Antarctic Survey “non è legato al cambiamento climatico”. Drinkwater sottolinea in post su esa.int che “dopo diversi anni di monitoraggio del ‘parto’ dell’iceberg, la tanto attesa separazione dell’iceberg Brunt A81 è finalmente avvenuta”. “La propagazione verso nord di Chasm 1 e la tempestiva decisione di Bas di spostare la base di Halley su un terreno più sicuro sono state accompagnate da quello che è stato forse l’esame più dettagliato e di più lunga durata degli eventi che hanno portato al distacco naturale da una piattaforma di ghiaccio antartica” spiega lo scienziato. “Grazie a Copernicus, unito alle misurazioni in situ e aeree effettuate dal British Antarctic Survey, la sicurezza della base di Halley è stata preservata. Nel frattempo – prosegue Drinkwater- la combinazione delle immagini estive di Sentinel-2 e la disponibilità del monitoraggio durante tutto l’anno e invernale da parte del radar Sentinel-1 ha posto sotto il microscopio pubblico mondiale il modello di deformazione e propagazione di una frattura della piattaforma di ghiaccio”. 

Per Dominic Hodgson, glaciologo Bas, “questo ‘parto’ era previsto e fa parte del comportamento naturale della piattaforma di ghiaccio di Brunt. Non è legato al cambiamento climatico. I nostri team scientifici e operativi continuano a monitorare la piattaforma di ghiaccio in tempo reale per garantire che sia sicura e per mantenere la consegna della scienza che intraprendiamo ad Halley. Gli scienziati dell’0Esa e di Bas riferiscono che “il distacco degli iceberg da una piattaforma di ghiaccio è seguito da un aggiustamento del flusso di ghiaccio nella piattaforma di ghiaccio”. “Se Brunt ora sperimenta un’accelerazione, potrebbe influenzare il comportamento di altre crepe nell’area” aggiungono infine.  

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Fondazione Med-or, firmata lettera di intenti con la Giordania

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(Adnkronos) – La Fondazione Med-Or ha sottoscritto oggi una lettera di intenti con il regno hascemita di Giordania, per cooperare in diversi settori della formazione accademica e professionale nonché in progetti atti allo sviluppo delle capacity building di questo geograficamente piccolo ma fondamentale paese del vicino Oriente. Il documento è stato siglato dal presidente di Med-Or, Marco Minniti e dall’ambasciatore della Giordania In Italia, Kais Abu Dayyeh, a nome del ministero degli Esteri. 

Molti i settori in cui la Fondazione Med-Or potrà collaborare con la Giordania, tra i più importanti la formazione nei settori tecnologici avanzati come la cybersecurity e l’intelligenza artificiale, l’agricoltura di precisione, la medicina e la gestione della sanità, le energie rinnovabili e le risorse idriche, nonché iniziative per la promozione e la tutela dei beni culturali. In questi ultimi due ambiti vi sono già contatti sia a livello governativo locale sia di cooperazione internazionale per avviare progetti che mirano a far diventare il Regno di Giordania un punto di riferimento a livello regionale. 

L’accordo corona una già fattiva collaborazione tra MedOr e la Giordania che ha visto la Fondazione elargire il finanziamento di 80 corsi on-line di lingua italiana tramite il consorzio ICoN (Italian Culture on the Net) e l’Ambasciata per studenti e studentesse della Jordan University ad Amman, con il fine di ottenere la certificazione di lingua italiana – con la collaborazione dell’Ambasciata d’Italia – necessaria all’accesso dei corsi universitari in Italia. Inoltre la Fondazione ha assegnato una borsa di studio ad una ricercatrice giordana designata dal Ministero dell’Economia Digitale e Imprenditoria per il Corso Executive Artificial Intelligence and Cybersecurity in a Global Digital Age della Luiss School of Government, tenutosi lo scorso ottobre. Infine, tramite il memorandum recentemente siglato tra MedOr e l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, la Fondazione offrirà ai laureati giordani borse di studio per attività di ricerca e formazione presso l’Ingv. 

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Ucraina, tank Leopard 2 e Abrams: le news di oggi – Diretta ultime notizie

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(Adnkronos) – La Germania dice sì all’invio di tank Leopard 2 all’Ucraina. Gli Stati Uniti si preparano a inviare carri armati Abrams a Kiev. Le news relative alla possibile svolta nella guerra provocano la reazione della Russia. Le ultime notizie di oggi: 

14.46 – Potrebbe arrivare già oggi l’annuncio di Joe Biden della decisione degli Stati Uniti di inviare in Ucraina decine di carri armati Abrams. Lo scrive Nbcnews, citando “tre alti funzionari dell’amministrazione”, che comunque sottolineano che “la decisione non è ancora finalizzata e potrebbe cambiare”.  

La decisione costituisce un brusco cambio di posizione da parte dell’amministrazione, che fino alla scorsa settimana si è opposta all’invio in Ucraina dei tank avanzati. Comunque, avvisano ancora le fonti citate dall’emittente, gli Abrams non saranno subito disponibili ma saranno necessari molti mesi prima che gli Abrams arrivino in territorio ucraino, senza contare che l’addestramento delle truppe ucraine all’utilizzo del mezzo high-tech potrebbe durare mesi. 

14.28 – Anche la Spagna è pronta a inviare carri armati Leopard all’Ucraina e ad addestrare i militari ucraini al loro mantenimento, ha reso noto la ministra della Difesa, Margarita Robles, confermando quanto anticipato dalla stampa oggi, e spiegando che il governo “è favorevole a discutere di tutto ciò che può essere necessario nel quadro di un coordinamento con gli alleati”. La Spagna ha 108 carri armati Leopard 2A4 e 239 Leopard 2E, una versione modificata del modello 2A6 prodotta in Spagna. 

14.06 – “Forniremo all’Ucraina i carri armati Leopard”. La conferma della decisione della Germania è arrivata al Bundestag dal cancelliere tedesco Olaf Scholz, che ha sottolineato come sia stato opportuno non lasciarsi semplicemente “travolgere”. “Non c’è alcuna base matematica per queste decisioni, ci siamo mossi passo dopo passo, e questo vale anche per quest’ultima decisione”. La fornitura di armi – ha sottolineato il cancelliere – rappresenta una “rottura” rispetto ad una “pratica in corso da decenni” nel paese. “E ora possiamo dire che in Europa siamo noi e il Regno Unito a fornire la maggior parte delle armi all’Ucraina”. 

13.51 – Potrebbero servire circa tre mesi perché i carri armati di fabbricazione tedesca Leopard 2 siano operativi nei teatri di guerra in Ucraina. Lo ha sottolineato davanti ai giornalisti il ministro tedesco della Difesa, Boris Pistorius, precisando che prima dell’invio dei carri armati a Kiev sarà necessario addestrare le forze ucraine all’uso dei mezzi. 

13.43 – L’invio dei carri armati Leopard 2 all’esercito di Kiev ”in questo momento critico della guerra della Russia può aiutare l’Ucraina a difendere se stessa, a vincere e a prevalere come nazione indipendente”. Lo ha dichiarato il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg dicendo su Twitter di ”accogliere con favore” la decisione della Germania di inviare in Ucraina i carri armati Leopard 2. 

13.27 – Il Portogallo si prepara a inviare quattro carri armati Leopard 2 all’Ucraina. Lo scrive il quotidiano locale Correio da Manha citando proprie fonti ben informate. “Il Portogallo si sta preparando a inviare quattro carri armati Leopard 2 in Ucraina”, scrive la pubblicazione, citando una fonte vicina al governo. 

13.09 – “Forniremo all’Ucraina i carri armati Leopard”. La conferma della decisione della Germania è arrivata al Bundestag dal cancelliere tedesco Olaf Scholz, che ha sottolineato come sia stato opportuno non lasciarsi semplicemente “travolgere”. “Non c’è alcuna base matematica per queste decisioni, ci siamo mossi passo dopo passo, e questo vale anche per quest’ultima decisione”. 

12.51 – L’Olanda è pronta a inviare i carri armati Leopard all’Ucraina se necessario. Lo ha sottolineato il primo ministro Mark Rutte alla tv pubblica Rtl. “Se un contributo dai Paesi Bassi aiuta, siamo pronti a darlo”, ha detto Rutte, precisando che i Paesi Bassi potrebbero optare per l’acquisto dei carri armati che attualmente ha preso in affitto dalla Germania e fornirli all’Ucraina. 

12.24 – I carri armati stranieri consegnati all’Ucraina “andranno in fiamme come il resto”, ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov deplorando che la situazione in Europa e nel mondo “è estremamente tesa” a causa delle politiche occidentali. “Al momento non ci sono prospettive per una soluzione diplomatica del conflitto”, ha aggiunto. 

12.06 – Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki plaude all’approvazione ufficiale della Germania per l’invio di carri armati Leopard in Ucraina, tanto da considerarla “un grande passo per fermare la Russia”. “Insieme siamo più forti”, ha scritto su Twitter, ringraziando il cancelliere tedesco, Olaf Scholz per la decisione. 

Il portavoce dell’esecutivo Scholz, Steffen Hebestreit, ha spiegato che la Germania consegnerà 14 Leopard 2A6 che sono nell’arsenale delle forze armate tedesche, dopo giorni di speculazioni sulla posizione che Berlino avrebbe adottato. La Polonia ha chiesto il via libera alla Germania per l’invio dei Leopard in suo possesso. 

11.55 – La Germania invia all’Ucraina 14 Leopard 2A6 dalle riserve della Bundeswehr, ha annunciato il portavoce del governo, Steffen Hebestreit. 

11.23 – Il Cremlino ha descritto il piano internazionale di inviare carri armati in Ucraina come “piuttosto fallimentare”, anche perché rappresenta “una chiara sopravvalutazione” del potenziale che può comportare per la guerra. Il portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov, ha avvertito in dichiarazioni ai media che i carri armati Usa “bruceranno come tutti gli altri” e ha sostenuto che saranno i cittadini a sostenere i costi di queste decisioni politiche, secondo l’agenzia di stampa Interfax. 

10.19 – La Marina russa ha testato con successo il suo nuovo missile ipersonico Zirkon mediante simulazione al computer durante una manovra nell’Oceano Atlantico. Ad annunciarlo è stato il ministero della Difesa di Mosca, precisando che il test è avvenuto durante un’esercitazione della fregata Ammiraglio Gorshkov nella parte occidentale dell’Oceano Atlantico. La simulazione ha avuto successo, ha riferito il comandante Igor Kromal in un video diffuso dal ministero. 

9.53 – L’ex ambasciatore ucraino in Germania, ora viceministro degli Esteri del governo di Kiev, Andriy Melnyk, considera un via libera di Berlino alla consegna di tank solo l’inizio, al quale dovranno seguire forniture di aerei da combattimento Tornado ed Eurofighter, navi da guerra e sottomarini. Ad una domanda sui tank Leopard, parlando con ‘Rtl/Ntv’ Melnyk ha detto che si dovrebbe trattare “solo di un primo passo”. 

9.27 – La Svezia attualmente non ha in programma una consegna di carri armati Leopard 2 all’Ucraina, anche se non lo esclude per il futuro. A dichiararlo al quotidiano Svenska Dagbladet è stato il ministro della Difesa Pal Jonson. Già venerdì scorso il ministro aveva sottolineato parlando con la radio svedese che non c’erano obiezioni di massima all’invio di carri armati in Ucraina. 

9.13 – “L’italia è parte integrante della Ue e della Nato e di conseguenza lavoriamo con gli alleati per difendere l’indipendenza dell’Ucraina. Il parlamento ha prolungato il decreto per cui saranno inviate armi, ma per adesso si parla soltanto di sistemi di difesa aerea”. Lo ha detto a ‘Non stop news’ su Rtl Antonio Tajani, aggiungendo che “continueremo a inviare aiuti per la popolazione e materiale elettrico e a sostenere il piano per la neutralità della centrale di Zaporizhzhia”.  

“Cina, Usa, Turchia e Vaticano – ha affermato il ministro degli Esteri -possono fare un gioco da protagonisti per una soluzione positiva del conflitto. L’ingresso della Finlandia e della Svezia nella Nato non acuirebbe le tensioni”. 

8.02 – “La Russia si sta preparando a una nuova ondata di attacchi con le forze che può mobilitare. Gli occupanti stanno già aumentando la pressione a Bakhmut, Vuhledar e in altre direzioni. E vogliono aumentare la pressione su scala più ampia. Per non riconoscere l’errore dell’aggressione, la Russia vuole impiegare più persone e attrezzature nei combattimenti”. Lo ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
 

7.34 – Gli Stati Uniti stanno per deliberare l’invio di circa 30 carri armati Abrams in Ucraina. Lo rende noto la Cnn, aggiungendo che la decisione dell’amministrazione Biden potrebbe essere ufficializzata già questa settimana. I tempi sulla consegna effettiva dei tank non sono ancora chiari e normalmente ci vogliono diversi mesi per addestrare le truppe a utilizzarli in modo efficace, hanno detto funzionari Usa all’emittente, aggiungendo che sarà inviato anche un piccolo numero di veicoli di recupero, cingolati utilizzati per la riparazione di carri armati sul campo di battaglia o per la loro rimozione.
 

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