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Sostenibilità

Rinnovabili, in Sicilia arriva il più grande parco...

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Rinnovabili, in Sicilia arriva il più grande parco fotovoltaico d’Italia

A realizzarlo sarà la spagnola Iberdola: energia verde pari al fabbisogno di 140.000 famiglie

Pannelli solari - Canva

Senza investimenti, non si va da nessuna parte. Lo ha ribadito Mario Draghi ieri, parlando ai presidenti delle commissioni dell’Eurocamera riuniti sul dossier competitività, sul quale l’ex premier è stato incaricato di compilare un report.

Il che è ancora più vero in un settore in forte espansione come quello della transizione energetica, dove Italia e Ue necessitano di grandi risorse per evitare di essere estromessi dalla partita.

Proprio nello stesso giorno in cui Draghi lanciava il suo monito all’Ue, il gruppo spagnolo Iberdrola annunciava la firma di un accordo con IB Vogt costruire in Sicilia orientale Fenix, il più grande parco fotovoltaico in sviluppo in Italia. L’inizio dei lavori è previsto per marzo. Un’opera che dovrebbe creare occupazione diretta a livello locale per circa 500 lavoratori durante la fase di costruzione e più di 100 posti di lavoro stabili durante la fase di funzionamento commerciale.

Il progetto Fenix in Sicilia

Fenix cuberà 245 Mw e, secondo le stime, dovrebbe essere in grado di fornire energia verde a circa 140.000 famiglie, una popolazione analoga a quella della città di Catania. All’impianto potrebbero sommarsi altri 60 MW, portando il totale a 305 Mw.

Numeri imponenti se si pensa che, secondo le stime della società spagnola, ad oggi solo 60 impianti fotovoltaici sul territorio nazionale superano i 10 Mw di capacità e che la media nazionale è di 26 Mw.

Con i suoi 424.638 moduli fotovoltaici, Fenix genererà circa 400 GWh all’anno ed eviterà l’emissione di 119mila tonnellate di CO2 nell’atmosfera.

Gli altri progetti

La società iberica, molto attiva in Sudamerica e Usa, ha già investito in Italia. Nel 2022 ha messo in funzione in Italia il suo primo impianto fotovoltaico da 23 MW a Montalto di Castro, nel Lazio, regione in cui, nel 2023, la società ha completato il suo secondo impianto solare da 7 MW a Montefiascone e ha iniziato la costruzione di un altro impianto solare da 32 MW a Tarquinia. Ma è il 2024 l’anno in cui Iberdrola investirà con più decisione nella penisola.

Oltre al progetto Fenix, infatti, altri due impianti solari, nella prima metà del 2024 inizierà la costruzione di altri due progetti: Limes 10 e Limes 15, rispettivamente da 18 Mw e 36 Mw, mentre altri tre progetti sono previsti per la seconda metà dell’anno e dispongono già di tutte le autorizzazioni necessarie.

“Questi sono i passi già compiuti. Ma la crescita di Iberdrola in Italia non si ferma», ha commentato Valerio Faccenda, country manager di Iberdrola Renovables in Italia, che sottolinea come l’azienda “abbia indubbiamente gettato solide basi per il raggiungimento degli obiettivi 2030 e 2035, con un portafoglio 100% rinnovabile di oltre 115 progetti eolici, fotovoltaici e di accumulo in fase avanzata di sviluppo per una capacità totale di 5 Gw”.

Il 2023 delle rinnovabili

Le energie rinnovabili costituiscono l’essenza della transizione energetica e nel 2023 il settore ha registrato un incremento del 50% a livello globale. Un’accelerazione che offre concrete prospettive per raggiungere l'ambizioso obiettivo di triplicare la capacità globale di generare elettricità da fonti rinnovabili entro il 2030, come fissato durante la Cop28 di Dubai.

I dati presentati nel rapporto annuale sul mercato delle rinnovabili dell'Agenzia Internazionale dell'Energia rivelano che la capacità complessiva di energia rinnovabile dei sistemi energetici ha raggiunto quasi 510 gigawatt a livello mondiale nello scorso anno.

In questo scenario, un ruolo di particolare rilievo ce l’ha proprio l’energia fotovoltaica che costituisce da sola circa i 3/4 dell’incremento! Se i numeri globali fanno ben sperare in ottica di transizione, quelli particolari non sorridono all’Ue e in generale all’Ue. È stata infatti la Cina ad aver giocato un ruolo chiave nel boom delle rinnovabili del 2023: il Paese guidato da Xi Jinping ha attivato una quantità di impianti fotovoltaici equivalente a tutta la capacità mondiale del 2022.

D’altronde la sfida climatica non aspetta e con questo ritmo le energie rinnovabili supereranno il carbone come principale fonte di produzione di energia elettrica su scala globale già all'inizio del 2025.

A trainare la transizione energetica saranno l’energia solare fotovoltaica ed eolica che insieme rappresentano il 95% del “green boom”.

Un boom in cui l’Italia e l’Ue rischiano di ricoprire un ruolo del tutto marginale.

Il ruolo degli investimenti

Sul fronte economico, la partita va giocata nel campo degli investimenti privati come sottolineato ancora da Mario Draghi: “C’è un immenso bisogno di investimenti", dice l’ex presidente del Consiglio riferendosi all’Ue. “Una delle cose, probabilmente la più importante – sottolinea Draghi – è la capacità di mobilitare i risparmi privati”. Tasto particolarmente dolente in Italia, vittima di tassazione molto elevata e della burocrazia.

Un problema di cui, però, non manca la consapevolezza nel Belpaese: per Termo, azienda italiana attiva nel settore della transizione energetica, banche e investimenti sono al centro della transizione.

Con strumenti come green bond, green loans e sustainibility linked loans gli istituti bancari sono, infatti, degli attivatori di sostenibilità per privati e aziende. Per Termo ci sono quindi pochi dubbi: nel 2024 le banche svolgeranno un ruolo chiave nel processo di transizione energetica, nell’ambito del quale sarà per loro strategico poter contare sul supporto di operatori nella gestione dei progetti sostenibili.

L’impianto Fenix in Sicilia non è tra dei più grandi impianti al livello mondiale, tra cui si registrano quello di Al Dhafra, ad Abu Dhabi, inaugurato a novembre 2023 poco prima di Cop28: una installazione da 2 Gw che dispone di quasi 4 milioni di pannelli solari bifacciali disposti su un’area di venti chilometri quadrati ricavata in mezzo al deserto. Insomma, numeri lontani anni luce da quelli dello Stivale (Fenix conterà 424.638 moduli fotovoltaici).

Dati alla mano, l’impianto siciliano rappresenta comunque uno scatto per il Belpaese nel settore delle energie rinnovabili. La nota negativa è che, ancora una volta, il progetto viene lanciato sul territorio italiano da aziende che trovano la loro base fuori all’estero. C’è ancora margine per le istituzioni e gli investitori italiani riconoscere le opportunità offerte dalla conformazione del proprio territorio per far andare di pari passo il progresso ambientale e quello economico.

Un team di giornalisti altamente specializzati che eleva il nostro quotidiano a nuovi livelli di eccellenza, fornendo analisi penetranti e notizie d’urgenza da ogni angolo del globo. Con una vasta gamma di competenze che spaziano dalla politica internazionale all’innovazione tecnologica, il loro contributo è fondamentale per mantenere i nostri lettori informati, impegnati e sempre un passo avanti.

Sostenibilità

Smart Agrifood, tra carbon farming e digitalizzazione: a...

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La ricerca dell’Osservatorio Smart AgriFood fornisce una panoramica sullo stato del carbon farming e della tracciabilità

AgriFood - - Canva

Innovazione digitale e agroalimentare italiano. Queste le tematiche al centro dell’evento di presentazione della Ricerca condotta dall’Osservatorio Smart AgriFood della School of Management del Politecnico di Milano. Tenutosi negli scorsi giorni, il 15 marzo, presso l’Aula Magna della Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Brescia, l’evento intitolato “Smart Agrifood: il dado e tratto! Ora la sfida è la maturità digitale” è stata un’occasione per riflettere sul ruolo che hanno i principali attori del settore nell’impiego delle tecnologie digitali nel settore del carbon farming.

Il Carbon Farming

I fattori di contesto manifestatisi negli ultimi tre anni hanno messo alla prova tutti i comparti industriali, compreso quello agroalimentare. Proprio in questo settore nel 2023, a fronte di una graduale mitigazione di alcune criticità, si è assistito a un significativo impatto degli effetti del cambiamento climatico e degli eventi meteorologici (in alcuni casi estremi). In questo contesto, si è confermata la sostanziale fiducia degli operatori della filiera agroalimentare nei confronti delle soluzioni tecnologiche. Particolare attenzione è stata destinata a quella che è una rivoluzione nel settore: il carbon farming.

Dall’analisi di 214 progetti di carbon farming identificati all’interno del comparto agroalimentare internazionale, è emerso che più dell’80% dei progetti si concentra in Nord America ed Europa. Considerando il numero di crediti erogati, è invece la Cina a detenere il primato, seguita dagli Stati Uniti. Il digitale ha assunto un ruolo rilevante all’interno della “filiera” del carbon farming, potendo supportarne ogni fase: per questo, gli attori dell’offerta di soluzioni digitali dell’Agricoltura 4.0 sono sempre più interessati ad entrare in questo settore.

Un ruolo rilevante viene giocato dalle startup, spesso coinvolte nelle progettualità legate a questo settore, in particolare in Nord America ed Europa: i due continenti ospitano il 78% delle startup mondiali specializzate nell’offerta digitale per il carbon farming. Tra le soluzioni maggiormente proposte, oltre ai software e ai gestionali (78%), ci sono le soluzioni per l’analisi di dati e Big Data (61%), i sistemi di mappatura basati su immagini e dati satellitari (40%) e le soluzioni basate sull’intelligenza artificiale e il machine learning (39%).

Nonostante la forte rilevanza del tema, l’adozione di pratiche di carbon farming risulta ostacolata da diverse criticità. In primis, la diffusa mancanza di conoscenza: secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio, in Italia, solo il 22% delle aziende agricole del campione dichiara di conoscere le pratiche di carbon farming e il 9% anche di adottarle. A seguire, ci sono i limiti delle risorse finanziarie e tecnologiche (45%), l’assenza di supporto tecnico e di una consulenza specializzata (43%) e gli alti costi per la realizzazione dei progetti (38%).

Con il termine carbon farming si fa riferimento all’insieme di pratiche, metodi agricoli, che mirano a immagazzinare carbonio nel suolo, nelle radici delle colture, nel legno e nelle foglie. Il termine tecnico per questo è “sequestro del carbonio”. L’obiettivo generale dell’agricoltura del carbonio è creare una perdita netta di carbonio dall’atmosfera, obiettivo imposto per la salvaguardia dell’ambiente, anche tra i goal europei.

Tracciabilità

In Italia, il 2023 ha segnato un nuovo aumento nell’offerta di soluzioni digitali per la tracciabilità alimentare: 225, +22% rispetto al 2022. Il primo motivo che spinge le aziende a implementare soluzioni digitali per la tracciabilità di filiera è la necessità di garantire in maniera diretta al consumatore finale la qualità, l’origine e i metodi produttivi. Diventa sempre più forte, inoltre, il legame tra tracciabilità e sostenibilità.

La tracciabilità ha il ruolo di ridurre la distanza con il consumatore e valorizzare le produzioni. Queste soluzioni consentono di digitalizzare le varie fasi del processo di tracciabilità e sono abilitate da diverse tecnologie: Internet of Things (23%), Mobile App (23%), Cloud (20%) e tecnologie Blockchain & Distributed Ledger (17%). La maggior parte delle soluzioni (57%) è trasversale a più settori, ma cresce la quota di soluzioni specificatamente dedicate al mondo agricolo. Queste includono anche una componente orientata alla valorizzazione dei dati dal campo, dalle pratiche agricole e dai macchinari ai fini della tracciabilità, cercando, quindi, di rispondere al bisogno crescente di reale integrazione dei dati dal campo alla tavola.

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Sostenibilità

Greenwashing, ok del Parlamento Ue alla Direttiva Green...

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La posizione sarà vincolante anche per la prossima legislatura

Greenwashing - Canva

Con la direttiva Green Claims, l’Ue fa un ulteriore passo verso un’informazione trasparente e veritiera nell’ambito delle comunicazioni sostenibili.

Il voto favorevole dell’Europarlamento alla Direttiva Green Claims (“Dichiarazioni ambientali”) contro il greenwashing è avvenuto martedì 12 marzo con un ampio margine di consenso (467 favorevoli, 65 contrari e 74 astensioni).

La nuova posizione mira a porre fine alla diffusione di dichiarazioni ecologiche fuorvianti e a promuovere pratiche di sostenibilità autentiche. Con questo voto, l’Europarlamento invia un chiaro segnale alle imprese affinché assumano un approccio più responsabile e trasparente nei confronti dei consumatori, in modo che la transizione verso un’economia verde e sostenibile non sia solo di facciata.

Cosa prevede la direttiva Green Claims

La proposta presentata un anno fa dalla Commissione Europea ha messo in luce un problema diffuso: la presenza di dichiarazioni green fuorvianti da parte di molti operatori economici.

Ecco cosa prevedono le nuove norme approvate dall’Europarlamento:

- Nessuna etichetta senza prova: sicuramente la novità più impattante del testo. Le scritte come “biodegradabile”, “meno inquinante” o “a risparmio idrico” non saranno più ammesse a meno che le aziende non possano fornire prove scientifiche e verificate da enti terzi indipendenti circa la loro veridicità. Non solo: le aziende dovranno fornire queste prove prima di poter commercializzare i propri prodotti con le relative “dichiarazioni green”;

- Tempi certi: le autorità nazionali avranno 30 giorni per valutare le dichiarazioni ambientali e le relative prove, con la possibilità di procedure semplificate per i casi più semplici;

- Limiti al “carbon neutral”: le aziende non potranno fare dichiarazioni ecologiche basate esclusivamente sugli schemi di compensazione delle emissioni di anidride carbonica. Le imprese potranno utilizzare tali schemi solo dopo aver ridotto al minimo le proprie emissioni. In particolare, i crediti di carbonio degli schemi dovranno essere certificati, come già stabilito dal Carbon Removals Certification Framework;

- Sostanze pericolose: le dichiarazioni verdi sui prodotti contenenti sostanze pericolose saranno permesse temporaneamente, ma la Commissione valuterà se debbano essere vietate del tutto.

Sotto il profilo sanzionatorio, le aziende che utilizzano dichiarazioni ambientali non verificate potrebbero essere soggette a multe fino al 4% del fatturato annuale o all’esclusione da appalti pubblici o sussidi per un anno. La direttiva Green Claims prevede che le microimprese (meno di 10 dipendenti e fatturato annuo al di sotto dei 2 milioni di euro) siano esentate dalle nuove norme, mentre le Pmi (meno di 250 dipendenti e fatturato annuo inferiore ai 50 milioni di euro o bilancio inferiore ai 43 milioni di euro) avranno un anno in più per adeguarsi.

Quanto è diffuso il greenwashing

Come riporta economiacircolare.com, già dal 2014 almeno il 75% dei beni sul mercato conteneva dichiarazioni green. Tuttavia, secondo la Commissione Ue, nel 2020 almeno il 53,3% delle informazioni su ambiente e clima presenti in etichetta su un campione esteso di prodotti era ingannevole, il 40% completamente prive di fondamento. Tipica fattispecie di greenwashing.

Nel 2022, sono stati identificati 18 casi di greenwashing che hanno coinvolto importanti brand internazionali.

L’uso di affermazioni ambientali da parte delle aziende per promuovere un’immagine di sostenibilità che non corrisponde alla realtà è cresciuto di pari passo con la maggiore sensibilità dei consumatori verso la sostenibilità dei prodotti e servizi acquistati.

Le dichiarazioni di greenwashing più frequenti riguardano l’uso improprio di termini come “sostenibile”, “eco-friendly”, “verde”, o l’abuso di certificazioni ambientali poco chiare o ingannevoli. Queste affermazioni possono variare dalla presunta neutralità carbonica di un’azienda, all’utilizzo di materiali riciclati o biologici nei loro prodotti, fino a promesse di contributi alla riduzione dell’inquinamento o alla conservazione della biodiversità, che in realtà non trovano riscontro nelle pratiche aziendali.

La consapevolezza dei consumatori riguardo al greenwashing è in crescita, grazie all’aumento dell’attenzione mediatica e alla diffusione di informazioni tramite organizzazioni ambientaliste e piattaforme di divulgazione. Questo ha portato a una maggiore vigilanza da parte dei consumatori, che si mostrano sempre più critici e informati riguardo alle affermazioni ambientali delle aziende.

Il green hushing

La crescente consapevolezza dei consumatori può anche generare un effetto paradossale: il green hushing, quando le aziende non comunicano il proprio impegno sostenibile per paura di cadere nel…greenwashing.

Le aziende possono “optare” per il green hushing per il timore di essere criticati o accusati di greenwashing se le azioni sostenibili non sono sufficienti o coerenti con il settore di appartenenza; l’incertezza sull’efficacia e sulla misurabilità delle proprie politiche ambientali; la scarsa consapevolezza o importanza attribuita al tema della sostenibilità, considerato come un costo e non come un investimento; la volontà di mantenere un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti, evitando di rivelare le proprie strategie e i propri risultati.

Eppure, il green hushing è una (non) scelta che non fa bene a nessuno: le aziende perdono l’opportunità di migliorare la reputazione e la fiducia dei consumatori, mentre le buone pratiche e i benefici che la sostenibilità può portare in termini di efficienza, risparmio, qualità e differenziazione restano celati. È innegabile, infatti, che le politiche responsabili adottati da aziende più o meno grandi, spesso diventino un modello da seguire per le altre imprese del settore, contribuendo così a creare uno standard migliore per la sostenibilità.

Competitività leale e prossimi step

Il focus della Direttiva Green Claim è, chiaramente, la protezione dei consumatori, perché mira a fornire informazioni più accurate e affidabili per permettere agli utenti di effettuare scelte consapevoli.

Il provvedimento, però, non mira solo a proteggere i consumatori da affermazioni ingannevoli, ma anche a realizzare una competizione leale tra le imprese che adottano effettivamente pratiche sostenibili.

Con l’evolversi del contesto normativo e sociale, adottare pratiche ambientali trasparenti e verificabili non solo è in linea con le richieste dell’Ue, ma potenzia anche la fiducia dei consumatori nell’autenticità delle dichiarazioni di sostenibilità.

L’iter della Direttiva Green Claim non è ancora concluso, ma il voto dello scorso 12 marzo sarà legalmente vincolante anche per la prossima legislatura. Dopo l’elezione degli eurodeputati del 6-9 giugno, i nuovi rappresentanti riprenderanno il testo da questo punto per passare al trilogo con Consiglio e Commissione, dopo che anche i rappresentanti dei governi nazionali avranno approvato la propria posizione negoziale presso il Consiglio.

Nel frattempo, il relatore della commissione Ambiente dell’europarlamento Cyrus Engerer (S&D) ha evidenziato la natura del provvedimento: “La nostra posizione – ha spiegato a margine del voto – pone fine alla proliferazione di dichiarazioni ecologiche fuorvianti che hanno ingannato i consumatori per troppo tempo. Faremo in modo che le aziende dispongano degli strumenti giusti per adottare pratiche di sostenibilità autentiche. I consumatori europei vogliono fare scelte sostenibili. Tutti coloro che offrono prodotti o servizi devono garantire che le loro dichiarazioni siano verificate scientificamente”.

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Sostenibilità

Volvo corre con la EX30, il Suv elettrico che combina...

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Ha l'impronta di carbonio più bassa del brand, alluminio e acciaio riciclati e si potrà riutilizzare al 95%. Ottima accoglienza a livello globale, in Italia è fra le bestseller aspettando gli incentivi

Volvo corre con la EX30, il Suv elettrico che combina performance e sostenibilità

Dalla casa più ambiziosa in termini di sostenibilità (con il target di essere climate neutral per il 2040) arriva la vettura più riciclabile del mercato: Volvo ha infatti annunciato le prime consegne in Italia della EX30, l’auto più compatta e sostenibile mai realizzata dal marchio svedese. A fine vita (che si annuncia lunga, come da tradizione Volvo), infatti, questo Suv compatto sarà riciclabile al 95%, in pratica senza lasciare dietro di se' scarti pericolosi o ingombranti. La percentuale di materiali riciclati nell'EX30 è la più alta di tutte le Volvo prodotte fino ad oggi: circa un quarto dell'alluminio e quasi un quinto dell'acciaio sono costituiti da materiale riciclato. Inoltre, circa il 17% di tutte le plastiche presenti nell'auto, dai componenti interni ai paraurti, proviene da fonti riciclate.

Ma le cose - dal punto di vista ambientale - vanno ancora meglio nel suo ciclo di vita: infatti la EX30 vanta l'impronta di carbonio più bassa di qualsiasi altra Volvo completamente elettrica prodotta finora, pari a 23 tonnellate per 200.000 km, ovvero circa il 60% in meno rispetto alla XC40 con motore termico (a benzina). La valutazione dell' 'impronta' - che per la EX30 include ricariche effettuate grazie a energia elettrica di origine eolica- identifica i principali materiali e processi che contribuiscono alle emissioni dell'auto.

Concentrandosi esclusivamente sulle emissioni di gas a effetto serra, il rapporto analizza il ciclo di vita dell'auto, a partire dall'estrazione e dalla raffinazione delle materie prime fino al termine del suo utilizzo. E - dopo avere prodotto la sua auto più 'pulita' - Volvo non si ferma, visto che ha in programma un'ulteriore riduzione dell'impatto di CO2 dell'EX30 attraverso un'ampia collaborazione con i fornitori dell'intera catena del valore. Ad esempio, entro il 2025 i suo fornitori di batterie si impegnano a ridurre del 20% le emissioni derivanti dalla produzione della batteria LFP e del 46% nel caso della batteria NMC.

Potenza di 272 cv già nella versione 'base' ma in gamma è disponibile una Dual Motor da 0-100 in 3,6 secondi

Ma i dati di sostenibilità non devono naturalmente far perdere di vista le qualità 'funzionali' del Suv Volvo, che traduce in pratica ed evolve la filosofia del marchio svedese.La EX30 resta infatti una vettura gradevole da vivere - con un bagagliaio di 320 litri e interni spaziosi, nonostante una lunghezza di 4,23 metri, ed eleganti nel minimalismo di stile scandinavo - e da guidare, con una estrema stabilità in marcia e una progressione interessante, anche nella versione di partenza.

In gamma la prima ad arrivare (e chiaramente la best seller) è infatti la versione a motore unico, trazione posteriore e autonomia normale oppure Extended Range: con i suoi 200 kW (272 CV) e una coppia di 343 Nm assicura una accelerazione 0-100 km/h in 5,3 secondi, ma con velocità massima autolimitata a 180 km/h. L'autonomia stimata può andare da 350 fino a 480 km ( nel ciclo WLTP) ma si sa che il dato è fortemente condizionato dalle condizioni di utilizzo e dallo stile di guida. Per gli intenditori, invece la versione Twin Motor Performance, a trazione integrale: la batteria NMC da 69kWh accoppiata a una potenza di 315 kW (428 CV) e una coppia esuberante di 543 Nm le permette uno 0-100 da 3,6 secondi, mai visto su una Volvo stradale.

Sul fronte ricarica servono dalle 6 a 8 ore a casa (con AC da 11 kW) mentre il tempo necessario per passare dal 10 all'80% oggi è poco sotto i 30 minuti in DC fast charging a 175kW ma si aspettano i frutti delle partnership su batterie e sistemi ricariche: cruciale, ad esempio, l'accordo con Breathe, che permette al brand svedese di utilizzare l'ultima versione del software di ricarica brevettato, che sulle Volvo completamente elettriche di nuova generazione, potrà abbattere ridurre fino al 30% il tempo necessario per passare dal 10 all'80%.

Ottima accoglienza livello globale, in Italia è fra le bestseller aspettando gli incentivi

L'arrivo della EX30 - che è stata finalista al Car of the Year e ha già raccolto una serie di riconoscimenti internazionali - cade in un momento in cui a parità di vendite (più di 50 mila gli esemplari venduti a livello globale a febbraio) la quota di modelli elettrificati è, proprio grazie al Suv compatto, la più alta di sempre, il 44%, mentre le BEV sono il 22 % del totale (con un balzo in Europa del +31%).

Nei primi due mesi dell'anno sono state vendute 5.863 unità di EX30, ma con consegne ai clienti iniziate solo in Europa, Giappone e Brasile. Facile prevedere che questo Suv possa entrare nella top tre dei modelli Volvo più venduti a livello globale, come già avvenuto nel nostro Paese: dopo le 2.050 unità di prevendità del 2023 sono già più di 600 gli ordini ricevuti da inizio 2024 con la previsione di 4.550 consegne a pieno anno, il 20% del totale.

Al momento gli esemplari venduti sul nostro mercato sono prodotti da un impianto cinese ma - come ha spiegato l'ad di Volvo Jim Rowan - "vista la forte domanda nei confronti di questo modello" dal prossimo anno la EX30 inizierà ad essere prodotta anche in Europa, per l'esattezza nell'impianto belga di Gent, da cui già escono XC40 e C40. L'origine cinese - con una qualità, inutile dirlo, inconfondibile rispetto ai modelli 'continentali' - ha comunque permesso di mantere il listino a livelli competitivi per il settore. Si parte da 35.900 euro, ma l'obiettivo - quando finalmente gli incentivi 2024 saranno ufficializzati - di potere offrire il Suv a meno di 25 mila euro. E a questi prezzi, e con queste qualità, l'elettrico per molti automobilisti cominciare a diventare una certezza e non solo una possibilità.

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