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Salute e Benessere

Malattie rare, tappa a Roma per ‘Smania di gusto’ con ricette per disfagia

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Continua il suo viaggio in Italia, e arriva oggi a Roma, “Smania di gusto on the road”, progetto per promuovere il gusto della buona tavola nonostante la disfagia – ovvero la difficoltà nella deglutizione di cibi solidi e liquidi che può colpire le persone che convivono con malattie neuromuscolari, come l’Atrofia muscolare spinale (Sma). Oggi il Bambino Gesù e Biogen coinvolgeranno la comunità di persone che convivono con la patologia e le loro famiglie in un incontro a loro dedicato, con la partecipazione degli esperti di Sma e nutrizione dell’ospedale pediatrico e dello chef Roberto Dormicchi, che proporrà gli “Gnocchi di patate e porro con vellutata di casciotta di Urbino e salmone”, una ricetta semplice, ma dal tocco gourmet, adatta alle esigenze e ai bisogni particolari di chi convive con questa problematica.  

L’idea di fondo che ha ispirato Biogen a trattare il tema dell’alimentazione per persone con disfagia – dettaglia una nota – nasce proprio dal fatto che il cibo è molto più che una semplice fonte di sostentamento per il nostro corpo: è anche espressione di amicizia, amore e, spesso, un momento di condivisione fondamentale che rafforza le relazioni affettive e sociali, capace di creare emozioni e di far tornare alla mente ricordi lontani. Ma il tema dell’alimentazione è anche particolarmente caro a tutti i professionisti della salute e della cura: una gestione non adeguata della dieta può infatti avere – in chi convive con una malattia neuromuscolare – ricadute anche gravi sulla qualità di vita e, per esteso, sull’intero nucleo famigliare, sia dal punto di vista fisico, che relazionale ed emotivo.  

“Smania di gusto” è pensato, dunque, non solo per lanciare il messaggio che è possibile continuare a godere del piacere del gusto, ma anche per offrire risposte pratiche. L’iniziativa si inserisce, infatti, all’interno del più ampio progetto Soft Food: il piacere di mangiare a portata di click! Una serie di video-tutorial e video-ricette consultabili su https://www.togetherinsma.com/
 

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Da Roma a Napoli per operare l’ernia in un centro d’eccellenza ma l’équipe è stata trasferita

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(Adnkronos) – Nell’Italia che si avvia verso l’autonomia differenziata in sanità ci sono centri di eccellenza nel servizio pubblico al Sud che vengono scelti anche da pazienti fuori regione per la qualità della chirurgia messa in campo. Peccato che poi succeda che, al momento della chiamata per l’operazione all’ernia, “tutto venga rimandato di mesi perché l’équipe è trasferita in un ospedale più piccolo dove è difficile recuperare le liste d’attesa”. A raccontare all’Adnkronos Salute la sua “odissea sanitaria” è Benedetto Di Gasparro, residente nel Lazio, ma di origine napoletane, che ha scritto una lettera-appello al presidente della Campania De Luca: “Se si vuole che anche dal resto d’Italia i pazienti vengano in Campania, questi problemi vanno affrontati e risolti subito – chiede – invece di aggravarli, mettendo in gravi difficoltà le persone valide che abbiamo la fortuna di avere”. 

Ma partiamo dall’inizio. “Ho scoperto di avere un’ernia inguinale destra nel maggio 2022 – racconta Di Gasparro – ho cercato di informarmi su dove potermi operare e ho scoperto, con un certo orgoglio, che a Napoli il dottor Angelo Sorge e la sua équipe presso le strutture San Giovanni Bosco e Ospedale del Mare effettuavano questo tipo d’intervento senza ricorrere ai punti di sutura, annullando quindi, quasi del tutto, i rischi di dolore e anche di recidiva grazie a una rete autoassorbente da loro adattata. Ho letto commenti entusiastici da pazienti da tutta Italia che erano stati operati in Day surgery e che ritornavano a casa in giornata e potevano riprendere le loro attività nel giro di pochi giorni. Quindi prenoto la visita e il 13 settembre 2022 vengo visitato dal dottor Sorge che definisce la mia situazione clinica come ‘una bella ernia’. Mi viene detto che entro 2, massimo 3 mesi sarei stato chiamato”. 

Poi la sorpresa. “Sono passati 5 mesi e, siccome la mia ernia è quasi triplicata, ho ricontattato lo staff di Sorge, che mi informa che sono 91esimo nella lista d’attesa, dopo 5 mesi – rimarca il paziente – Non solo mi viene detto che ci sono circa 400 pazienti in attesa, ma cosa ancora più grave che l’équipe da lunedì prossimo (6 febbraio) sarà costretta a ritornare al San Giovanni dove i lavori di ristrutturazione non sono stati completati e questo costringerà a ridurre ancora di più i giorni d’intervento, allungando ulteriormente i tempi per smaltire la lunga lista d’attesa. Mi chiedo – denuncia Di Gasparro – per quale motivo si riduce l’operatività di questa équipe rimandandola nell’ospedale dove i lavori non sono stati effettuati?”.  

Per il paziente ora il problema è se potrà aspettare o se peggiorerà e dovrà recarsi in un pronto soccorso. “Sono un cittadino come tanti altri che ha pagato le tasse per una vita – continua Di Gasparro – ho 70 anni, ho il diritto di essere curato nel pubblico e nei tempi stabiliti, inoltre vengo da Roma da una altra regione. Se si vuole che anche dal resto d’Italia i pazienti vengano in Campania, questi problemi vanno affrontati e risolti subito invece di aggravarli mettendo in gravi difficoltà le persone valide che abbiamo la fortuna di avere”.  

“Il governatore De Luca – conclude il paziente – non si deve poi lamentare se i campani vanno a operarsi in altre regioni, oppure si devono svenare nel privato. Perché non fornire il personale e le strutture? Chiedo a De Luca di non trasferire l’équipe del dottor Sorge al San Giovanni prima che si siano completati i lavori. E di metterla in grado, piuttosto, di aumentare i giorni d’intervento per poter smaltire questa vergognosa lista d’attesa”.  

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Cancro raro di 2 chili nel torace, intervento d’urgenza a Palermo

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(Adnkronos) – Un tumore raro di oltre 30 centimetri e del peso di circa 2 chili – ancora più eccezionale considerando che a ospitarlo era una donna di appena 35 kg – è stato asportato con un intervento d’urgenza eseguito agli Ospedali Riuniti Villa Sofia-Cervello di Palermo su una paziente di 70 anni. La neoplasia, un cosiddetto tumore fibroso solitario della pleura, di origine mesenchimale, le occupava per intero la cavità pleurica destra, comprimendole il polmone. Per questo la signora è arrivata da un altro ospedale siciliano con una grave insufficienza respiratoria, è stata trasferita in Rianimazione e operata il mese scorso dall’équipe di Chirurgia toracica del Villa Sofia-Cervello, diretta da Giuseppe Agneta, con la collaborazione dei dirigenti medici Fabio Lupo e Mariano Di Martino.  

Dall’ospedale raccontano di “un risultato frutto di una sinergia di squadra e che ha evidenziato ulteriormente – soprattutto nell’ambito di casistiche operatorie di altissima complessità, complicate come in questa circostanza da una delicata condizione cardiorespiratoria della paziente – il ruolo fondamentale anche dei medici anestesisti-rianimatori”. L’équipe anestesiologica in sala era costituita da Giovanni Milone e da giovani assistenti in formazione, si legge in una nota. L’immediato post-operatorio è stato gestito dall’Unità operativa complessa di Rianimazione del presidio Villa Sofia, diretta da Paolino Savatteri, e un secondo step ha visto l’impegno dell’Uoc di Lungodegenza diretta da Isabella Nardi, che ha ultimato il percorso di “recupero pieno delle funzioni metaboliche e motorie” della donna, garantendole “una dimissione a 25 giorni dall’intervento con la ripresa di una piena autonomia”. 

“La patologia neoplastica in oggetto – spiega Agneta – ha un’incidenza inferiore al 2% delle patologie pleuriche ed è caratterizzata da un andamento subdolo poiché paucisintomatica. Viene infatti svelata generalmente quando comincia a causare disturbi di tipo respiratorio con affanno e facile affaticamento, ovvero dolore gravativo (caratterizzato da un senso di peso doloroso) dell’emitorace interessato. Solo in pochissimi casi si apprezza con diagnosi precoce e spesso il riscontro è occasionale, ovvero connesso a indagini radiologiche eseguite per altre ragioni”.  

“Le dimensioni e il peso del caso trattato presentano un aspetto di eccezionale riscontro in senso assoluto – sottolinea il chirurgo – e ancor più in senso relativo in relazione alle caratteristiche antropomorfiche della paziente: estremamente magra, con un peso corporeo di circa 35 kg. Oggi questa persona è tornata alla sua vita, ma questo risultato evidenzia anche l’importanza di centri altamente qualificati e attrezzati con dotazioni chirurgiche adeguate e team multidisciplinari idonei al trattamento e alla gestione appropriata del management post-operatorio, che è delicatissimo soprattutto nelle prima fasi, almeno quanto lo è quello strettamente chirurgico di questi pazienti”. 

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Alimentazione, chi segue una dieta sana spreca meno cibo

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(Adnkronos) – Chi segue le linee guida per una sana alimentazione butta via meno cibo e aiuta il pianeta, oltre a mangiare meglio. E’ quanto emerge dai risultati del progetto Fao Waste, finanziato dal ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), ideato e coordinato dall’Osservatorio su eccedenze, recuperi e sprechi alimentari (Oersa) del Crea Alimenti e Nutrizione, con un’indagine-studio sul rapporto tra gli indicatori Aidgi (Adherence to Italian Dietary Guidelines Index, un indice che misura quanto vengono seguite le raccomandazioni nutrizionali) e Hfwbs (Household Food Waste Behaviours, un indice che misura quanto i comportamenti dei consumatori sono attenti alla riduzione e prevenzione dello spreco alimentare).  

Dai risultati dello studio, condotto dalle ricercatrici del Crea Laura Rossi e Federica Grant su un campione di 2.869 maggiorenni in leggera maggioranza femminile (52%), è emerso che circa il 30% degli italiani mostra una scarsa adesione alle raccomandazioni nutrizionali, il 21,5% medio-bassa, il 25,5% bassa e il 24% elevata. Tra i sottogruppi di popolazione, una bassa aderenza è stata riscontrata tra gli uomini (34,4), i giovani (40%) e chi vive in famiglie numerose (42,3%), mentre un’alta aderenza tra le donne (29,6%), i più anziani (34,9%) e chi vive in famiglie con due componenti (29,3%).  

Una successiva analisi più approfondita ha stabilito che esiste un rapporto direttamente proporzionale tra un’elevata conformità alle raccomandazioni (alto Aidgi) e una positiva propensione dei consumatori ad attuare comportamenti che mirano a una riduzione dello spreco alimentare (alto Hfwb). In particolare, circa il 35-40% del campione con maggiore adesione alle raccomandazioni sembra avere anche elevate abilità nel programmare la spesa e l’utilizzo del cibo, nel valutare bene le quantità da cucinare, nell’evitare acquisti di impulso e nel riciclare gli avanzi, prolungando la shelf-life di un prodotto mediante una cucina creativa. Al contrario, chi ha dimostrato di seguire poco o nulla le raccomandazioni sembra non aver ricevuto alcun tipo di educazione a prevenire lo spreco alimentare.  

“Dai dati risulta evidente che chi ha a cuore la sostenibilità alimentare e le raccomandazioni nutrizionali è attento anche a quella ambientale e sociale”, commenta Rossi, coordinatrice del progetto, dirigente di ricerca del Crea Alimenti e Nutrizione.  

“Ma nel prossimo futuro è necessario identificare i sottogruppi di popolazione con minore attenzione a questi temi e pensare a campagne di sensibilizzazione tarate ad hoc su di loro – propone – per accrescere il tasso di adesione a stili di vita più sani e aumentare la consapevolezza in termini generali di sostenibilità”. 

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Sondaggio, per 1 italiano su 2 il cancro verrà sconfitto entro il 2050

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(Adnkronos) – Quasi un italiano su due è convinto che il cancro sarà vinto entro il 2050. E’ un sentimento di fiducia verso la ricerca e l’innovazione scientifica quello che emerge da un sondaggio su un campione rappresentativo della popolazione adulta del nostro Paese, condotto da Ipsos per conto di Janssen Italia, azienda farmaceutica del gruppo americano Johnson & Johnson, in occasione del World Cancer Day che si celebra il 4 febbraio. Il 47% degli italiani pensa che in 24 anni si potranno sconfiggere i tumori, seconda causa di morte a livello globale per l’Organizzazione mondiale della sanità. L’indagine mostra però quanto ci sia ancora da fare sul fronte prevenzione: ancora in troppi non aderiscono alle campagne di screening. 

Benché il 69% del campione sia consapevole che il 40% dei casi di cancro e il 50% delle morti oncologiche potrebbero essere evitati intervenendo sulla riduzione dell’esposizione ai fattori di rischio, sull’adozione di stili di vita sani e sull’adesione ai programmi per la diagnosi precoce, la maggioranza degli intervistati si rivolge ai medici solo in presenza di sintomi e non aderisce alle campagne di screening. In particolare, sono le persone dai 46 ai 59 anni che risultano in proporzione meno attente alla propria salute: soltanto il 46%, contro una media nazionale del 52%, si è sottoposta a un check-up medico nell’ultimo anno.  

“Leggendo questi dati, solo un italiano su due si è sottoposto a un controllo medico nel corso degli ultimi 12 mesi e ancora in minor misura nel caso di screening oncologico (14%) – afferma Alessandra Baldini, direttore medico di Janssen Italia – Si rende necessario pertanto un percorso in stretta collaborazione con partner scientifici di eccellenza, le istituzioni, le associazioni dei pazienti e i mezzi di informazione, per promuovere, oltre il 4 febbraio, nuovi programmi di screening oncologici e campagne di informazione sull’importanza della prevenzione”. 

Sempre secondo il campione intervistato, oggi solo il 45% delle persone con un tumore sopravvive in media a 5 anni dalla diagnosi. Il dato indica una paura ancora grande nei confronti del cancro, considerando che nella realtà, grazie alla disponibilità di terapie sempre più avanzate ed efficaci, la sopravvivenza a 5 anni è del 65%.  

“Il timore per la propria salute e per quella dei propri cari, con gli inevitabili effetti economici, risente anche dell’attuale complessa situazione economica che il Paese vive – osservano i promotori del sondaggio – Infatti l’indagine mostra che il carovita e l’inflazione sono considerati preoccupanti quanto un eventuale peggioramento del proprio stato di salute: quasi quattro italiani su 10 hanno più paura rispetto a qualche anno fa di potersi ammalare di tumore e, al contempo, la stessa percentuale teme maggiormente l’eventualità di dover fronteggiare una spesa imprevista e quindi di non potersi permettere le cure mediche necessarie per sé o per un proprio familiare”. 

La fotografia scattata da Ipsos permette di stilare una classifica degli aspetti che gli italiani ritengono prioritari nella vita: al primo posto c’è la salute, sia fisica per l’86% sia mentale per l’87%; seguono altri aspetti quali la famiglia (83%), l’amore (70%), il lavoro (69%), il benessere economico (65%), il divertimento (44%) e da ultimo il successo, importante solo per il 27% degli intervistati. “La pandemia – si legge in una nota Janssen – è stata sicuramente complice nel rafforzare la centralità del sistema salute e delle tematiche correlate negli aspetti della vita delle persone: l’82% delle persone dice di avere piena fiducia nella scienza e nella sua applicazione in campo medico, seppure si riscontrino carenze e aree da migliorare, tra cui la riduzione dei tempi di attesa per sottoporsi a visite e esami a livello regionale”. 

Quello che vede gli italiani confidare in una prossima sconfitta del cancro è per Baldini “un dato interessante che conferma una grande fiducia nei progressi della ricerca e nei nuovi trattamenti in fase di sviluppo in ambito onco-ematologico”. Tuttavia, come ricorda il tema di questa Giornata mondiale contro il cancro ossia ‘Close the Care Gap’, “tutti meritano di aver accesso ai programmi di prevenzione, assistenza e di cura del cancro e per questo motivo – sottolinea l’azienda – è fondamentale insistere su iniziative e progetti di sensibilizzazione e sull’importanza della prevenzione, parlando anche ai giovani, come si propone di fare il progetto ‘Fattore J’, promosso da Janssen Italia e Fondazione Mondo digitale e rivolto alle scuole superiori di tutta Italia”. 

“Creare un futuro migliore in cui le malattie siano un ricordo del passato è la missione di Janssen – dichiara ancora Baldini – una direzione ambiziosa verso traguardi eccezionali che i progressi scientifici sanno raggiungere. Pensiamo ad esempio allo sviluppo nelle terapie avanzate e innovative, come le Car-T o la terapia genica. Il nostro impegno nella ricerca di farmaci innovativi per il trattamento dei tumori solidi e del sangue va avanti da oltre 30 anni con l’obiettivo di arrivare a processi di intercettazione precoce della malattia e a poter avere in campo oncologico terapie sempre più mirate ed efficaci”. 

“In Janssen – conclude il direttore medico – riteniamo fondamentale la cooperazione con le istituzioni, a livello nazionale e regionale, per favorire un accesso sempre più equo alle cure su tutto il territorio italiano e per questo ci adoperiamo con tutti gli interlocutori del sistema, dagli enti pubblici a quelli privati, per mantenere alti gli investimenti nel settore e nel Paese, in ricerca e in innovazione tecnologica, per porre le basi per un futuro migliore e sostenibile per le nuove generazioni”. 

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Disuguaglianze killer, il 32% morti per cancro in Europa sono poveri e poco istruiti

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(Adnkronos) – In Europa il 32% delle morti per cancro negli uomini e il 16% nelle donne sono legati alle disuguaglianze socioeconomiche, in particolare a bassi livelli di istruzione e reddito. Le persone meno istruite e più povere, infatti, adottano stili di vita scorretti, eseguono con scarsa frequenza gli screening, non accedono ai sistemi sanitari e troppo spesso arrivano alla diagnosi di tumore in fase già avanzata. Queste disparità, però, sono meno evidenti nei Paesi che presentano sistemi sanitari universalistici come il nostro, in grado di garantire le cure a tutti. A tracciare il quadro è l’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom) durante il convegno ‘Close the Care Gap’, evento organizzato a Roma alla vigilia della Giornata mondiale contro il cancro, che si celebra domani proprio per sensibilizzare i cittadini sulle differenze nell’accesso alle cure.  

“In tutto il pianeta, ogni anno, si stimano 18 milioni di nuovi casi di tumore e sono quasi 10 milioni i decessi”, afferma Saverio Cinieri, presidente Aiom. E il rischio di morire di cancro aumenta progressivamente al diminuire del livello socioeconomico. “Le neoplasie che più risentono del gradiente sociale – evidenzia – sono quelle a polmone, stomaco e cervice uterina. Più si comprendono i processi biologici, i fattori di rischio e i determinanti della salute che favoriscono l’insorgere dei tumori, più efficaci diventano la prevenzione, la diagnosi e il trattamento. Vanno contrastati i principali fattori di rischio, tenendo conto di tutti i determinanti della salute, tra cui istruzione e status socioeconomico. Serve una visione a 360 gradi – sottolinea Cinieri – che includa anche le condizioni di disagio dei cittadini, per non lasciare indietro nessuno”.  

E se, in generale, in Europa circa un terzo delle morti per tumore negli uomini è associato a disuguaglianze socioeconomiche, si arriva a quasi la metà nell’Europa dell’Est. E per le donne questa proporzione passa da una a sei a una su quattro nell’Europa dell’Est. 

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Studio italiano, antidiabetici ritardano Parkinson di 6 anni

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(Adnkronos) –
I farmaci anti-diabete ritardano l’insorgenza del Parkinson. Una ricerca condotta su 8mila pazienti dal Centro Parkinson e parkinsonismi dell’Asst Gaetano Pini-Cto di Milano, con il contributo delle Fondazione Grigioni per il morbo di Parkinson, ha mostrato che questa patologia si manifesta mediamente 6 anni dopo nei pazienti che assumono farmaci contro il diabete. La ricerca, pubblicata sul ‘Journal of Neurology’, getta le basi per lo sviluppo di nuove terapie neuro-protettive. Si stima che in Italia le persone affette dal morbo di Parkinson siano circa 450mila, e in costante aumento (erano 230mila nel 1990). 

“Lo studio suggerisce una proprietà neuro-protettiva dei farmaci anti-diabetici e apre alla prospettiva di somministrare medicinali anti-diabete, come la metformina, che possono essere assunti anche da chi non è affetto da questa patologia, in persone predisposte a sviluppare la malattia di Parkinson con l’obiettivo di ritardarne l’insorgenza – osserva Gianni Pezzoli, primo autore della ricerca, presidente della Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson e dell’Associazione italiana Parkinsoniani – I dati raccolti sono molto significativi e spingono a indagare non solo la capacità preventiva dei farmaci anti-diabetici ma anche il loro ruolo nel ridurre la progressione del Parkinson quando è già insorto”.  

La ricerca, basata su un’indagine su oltre 8.000 pazienti visitati al Centro Parkinson tra il 2010 e il 2019, ha fatto emergere che nei pazienti con diabete, che assumono farmaci per questa patologia, l’insorgenza del Parkinson avviene dopo i 66 anni, mentre nei non diabetici il Parkinson si manifesta intorno ai 60 anni. 

La ricerca è stata possibile grazie alla banca dati del Centro Parkinson e parkinsonismi dell’Asst Gaetano Pini-Cto di Milano in Regione Lombardia, in cui sono presenti oggi 37mila pazienti. La ricchezza e la qualità della casistica raccolta hanno consentito di estrarre i dati significativi sull’interazione tra diabete e Parkinson. “Questa pubblicazione getta le basi per l’avvio in futuro di studi clinici comparativi molto solidi in cui somministrare i medicinali anti-diabetici alle persone che presentano i fattori di rischio del Parkinson, come la presenza della malattia in famiglia, oppure sintomi antecedenti all’esordio del morbo come ‘l’agitazione notturna’, la riduzione dell’olfatto, e anche ‘segni’ ancora più generici come la stipsi e una lieve depressione”. afferma Ioannis Isaias, direttore del Centro Parkinson e parkinsonismi dell’Asst Gaetano Pini-Cto di Milano 

Lo studio è stato condotto su 8.120 pazienti parkinsoniani visitati al Centro Parkinson tra il 2010 e il 2019. “E’ stato osservato che i 413 pazienti con diabete, che assumevano farmaci per questa patologia, hanno manifestato il Parkinson mediamente dopo i 66 anni. Nelle 7.707 persone non diabetiche il morbo insorgeva invece poco dopo i 60 anni – rimarcano i ricercatori – I numeri suggeriscono pertanto un ruolo dei farmaci anti-diabetici nel ritardare l’insorgenza del Parkinson e sono in linea con altre pubblicazioni presenti in letteratura scientifica sulle capacità neuro-protettive, osservate su modelli animali, della metformina (farmaco che potrebbe essere assunto dai non diabetici)”. In tale senso lo studio del Centro Parkinson “è una solida base” per indagare con ulteriori ricerche le proprietà neuro-protettive dei farmaci antidiabetici (ad esempio quelli che in genere si definiscono ‘sostituti del glucagone’), “oltre che la loro capacità di ridurre la progressione naturale della malattia di Parkinson”, concludono gli scienziati.  

 

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Coronavirus

Covid Italia, ancora dati in discesa

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(Adnkronos) – Covid in Italia, dati ancora in discesa nel report con il monitoraggio settimanaledella Cabina di regia Iss-ministero della Salute. Cala infatti l’incidenza – ora a 58 casi su 100mila abitanti -, in diminuzione anche l’indice Rt a 0,68, mentre l’occupazione delle terapie intensive scende al 1,8% e scendono anche ricoveri in aree mediche (al 5,8%). Infine, una sola provincia autonoma è classificata a rischio alto mentre due regioni sono a rischio moderato e 18 tra regioni e province sono a rischio basso. 

INCIDENZA – Continua la discesa dell’incidenza dei casi Covid in Italia: “Sono 58 casi ogni 100.000 abitanti (27 gennaio-2 febbraio) contro 65 ogni 100.000 abitanti (20-26 gennaio)”, evidenzia il report. 

INDICE RT – L’indice di trasmissibilità (Rt) dei casi Covid “nel periodo 11 –24 gennaio è stato pari a 0,68 (range 0,64-0,78), in diminuzione rispetto alla settimana precedente e sotto la soglia epidemica anche nel range inferiore”, sottolinea quindi il report. “L’indice di trasmissibilità basato sui casi con ricovero ospedaliero è in lieve aumento e rimane sotto la soglia epidemica: Rt=0,78 (0,74-0,83) al 24 gennaio contro Rt=0,70 (0,67-0,72) al 17 gennaio”, si precisa. 

TERAPIE INTENSIVE E AREA MEDICA – Scendono ancora questa settimana i ricoveri Covid nelle terapie intensive e nei reparti. “Il tasso di occupazione in terapia intensiva è in calo all’1,8% (rilevazione giornaliera ministero della Salute al 02 febbraio) contro il 2,1% (rilevazione al 26 gennaio). Il tasso di occupazione in aree mediche a livello nazionale scende al 5,8% (rilevazione 2 febbraio) contro il 6,4% (rilevazione al 26 gennaio)”. 

REGIONI E PROVINCE A RISCHIO – “Una regione è classificata a rischio alto per molteplici allerte di resilienza. Due sono a rischio moderato e diciotto classificate a rischio basso”, sottolinea ancora il report con il monitoraggio settimanale dei dati Covid. “Dieci regioni e province autonome riportano almeno una allerta di resilienza – si legge nel report – Sei regioni e province autonome riportano molteplici allerte di resilienza”. 

Ad essere classificata a rischio alto per Covid-19 è la provincia autonoma di Bolzano; Puglia e Toscana sono a rischio moderato, mentre tutte le altre regioni/pa sono a rischio basso.
 

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Salute e Benessere

L’Italia scivola al 40° posto per prevenzione femminile

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(Adnkronos) – La percezione della salute delle donne in Italia scende di quattro posizioni in un anno – dal 2020 al 2021 – secondo il Global Women’s Health Index. Per la prevenzione femminile, il nostro Paese scivola dunque al 40° posto in classifica (era al 36esimo). Non è tutto: solo il 12% delle donne italiane si è sottoposto a screening di prevenzione del cancro lo scorso anno. È quanto emerge da uno degli studi più significativi al mondo sulla salute delle donne, creato da Hologic, azienda innovatrice nel campo della tecnologia medica globale, e da Gallup, leader mondiale nelle analisi. 

Per realizzare l’Indice, giunto alla sua seconda edizione, sono state intervistate 66.000 donne di età superiore ai 15 anni in 122 Paesi del mondo. Dall’analisi – si legge in una nota – si evince che, nel corso di un anno, la maggior parte delle donne italiane non si è sottoposta a screening per cancro, malattie cardiache, diabete o malattie/infezioni sessualmente trasmissibili. In Italia, la ricerca è stata condotta su mille donne ed è stata realizzata nei mesi di agosto e settembre 2021.  

I dati raccolti si sono basati sull’indagine di cinque dimensioni interconnesse: cura preventiva, salute emotiva, opinioni su salute e sicurezza, i bisogni di base e salute individuale. Insieme, tali dimensioni spiegano più dell’80% della variazione nell’aspettativa di vita delle donne in tutto il mondo. I numeri dello studio, raccolti in Italia, hanno mostrato una realtà particolarmente preoccupante. Ad esempio, nonostante il trend globale sul punteggio complessivo della prevenzione sia in miglioramento, l’Italia ha diminuito il suo punteggio da 20 a 17 punti. 

Anche i risultati su scala globale non hanno fornito un quadro felice della situazione. È emerso che l’85% delle donne intervistate crede nel valore delle visite regolari con un professionista della salute. Tuttavia, meno del 59% si è recata da un medico o da uno specialista nell’ultimo anno. Inoltre, solo il 12% ha dichiarato di essersi sottoposta a un test per il cancro. 

“Come medico che ha lavorato per decenni con pazienti provenienti da diversi angoli del mondo – afferma Susan Harvey, vicepresidente di Global Medical Affairs di Hologic, commentando lo scenario evidenziato dalla ricerca – ho visto di persona come la diagnosi precoce della malattia costituisca una differenza fondamentale nella durata della vita e nella qualità della vita delle donne. Quando devono scegliere tra l’assistenza sanitaria per sé stesse e la ricerca di un pasto per le loro famiglie, è probabile che non diano la priorità alla loro salute. Pertanto, i politici devono considerare l’assistenza preventiva come parte di un insieme multidimensionale e reciprocamente dipendente di fattori che dovrebbero essere affrontati insieme”. 

In questo contesto, il panorama italiano è fra i più complicati tra i Paesi ad alto reddito. L’analisi ha infatti evidenziato una netta diminuzione delle cure preventive, in generale solo il 36% delle donne italiane ha dichiarato di essersi sottoposta a esami (nel 2020, il 43%) relativi a malattie specifiche. In particolare, solo il 12% ha dichiarato di aver fatto controlli per il cancro e il 13% per il diabete. Per quanto riguarda le infezioni sessualmente trasmissibili, solo il 6% delle donne ha effettuato un check-up. 

“L’Hologic Global Women’s Health Index dimostra l’impegno di Hologic nel migliorare la vita delle persone, in particolare delle donne, attraverso lo sviluppo di prodotti concreti e innovativi – conclude Giacomo Pardini, Country Manager di Hologic Italia -. La nostra missione è continuare a sostenere la salute delle donne in tutto il mondo, sviluppando soluzioni adeguate e affidabili per i professionisti”.  

I Paesi e territori con il punteggio più alto, secondo il Global Women’s Health Index, sono Taiwan, Lettonia, Austria, Danimarca, Estonia, Svizzera, Germania, Repubblica Ceca, Israele e Norvegia. I Paesi e i territori con il punteggio più basso, invece, Afghanistan, Congo, Venezuela, Turchia, Libano, Togo, Benin, Ecuador, Perù e Gabon. Con un punteggio di 57 l’Italia si colloca al 40° posto, gli Usa con un punteggio di 61, sono in 23° posizione. 

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In Cina clonate 3 ‘super mucche’ altamente produttive

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(Adnkronos) – Gli scienziati cinesi hanno clonato con successo tre ‘super mucche’ che possono produrre una quantità eccezionalmente elevata di latte. Lo hanno riferito i media statali, salutando la notizia come una svolta per l’industria lattiero-casearia cinese per ridurre la sua dipendenza dalle razze importate. 

I tre vitelli sono stati clonati da vacche altamente produttive della razza frisona Holstein, originaria dei Paesi Bassi. Gli animali scelti sono in grado di produrre 18 tonnellate di latte all’anno, o 100 tonnellate di latte nel corso della loro vita. Questa è quasi 1,7 volte la quantità di latte prodotta da una mucca media negli Stati Uniti nel 2021, secondo il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti. 

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Da dieta mediterranea a farmaci, Fimmg e Andi incontrano Lollobrigida e Gemmato

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(Adnkronos) – Dalla dieta mediterranea all’antibiotico resistenza, passando per un sistema di decontribuzione che consenta a medici di medicina generale e odontoiatri di essere sempre più una risorsa per il sistema sanitario e per il Paese. Sono solo alcuni dei temi sui quali la Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg) e l’Associazione nazionale dentisti italiani (Andi) si sono confrontati con il ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste Francesco Lollobrigida, alla presenza del sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato.  

Medici di medicina generale e odontoiatri hanno espresso pieno accordo rispetto alle posizioni di Governo nel voler tutelare e valorizzare un’alimentazione naturale, che punti al recupero di tutte le caratteristiche che fanno della dieta mediterranea un elemento di longevità e salute. Diffidenti, al contrario, rispetto a modelli alimentari che ad oggi lasciano aperti diversi punti interrogativi e sono da verificare in termini di efficacia ed efficienza a lungo termine sulla salute. Si è parlato poi di antibioticoresistenza.  

“Ho sottolineato la necessità che si ragioni anche su progetti interministeriali rispetto all’antibiotico resistenza per il controllo nell’uso degli antibiotici e per l’eventuale contaminazione degli alimenti attraverso l’uso dei concimi o delle acque reflue”, ha sottolineato Silvestro Scotti, segretario nazionale della Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg).  

“È ben noto quanto le patologie di origine dentale possano influire nella prescrizione di antibiotici. Si tratta di un tema che coinvolge in una stretta intesa odontoiatri e medici di famiglia, che insieme possono agire nel territorio per ridurre l’uso e l’abuso di tali farmaci”, evidenzia Carlo Ghirlanda, presidente nazionale Andi. 

A latere di questa discussione Fimmg e Andi hanno poi affrontato la questione del sostegno ai professionisti della salute che lavorano con partita Iva, sia rispetto al caro energia, sia rispetto alla possibilità di generare nuove risorse per il Pil del Paese in forma diretta e indiretta. “Serve una politica di Governo che elabori con un intervento interministeriale – ribadiscono Scotti e Ghirlanda – progetti ad hoc su modelli di semplificazione, defiscalizzazione su investimenti dei professionisti e decontribuzione sulle assunzioni di personale da applicare ad aree professionali sanitarie come quelle rappresentate da Fimmg e Andi. Interventi che riguardino quei professionisti, insomma, che partecipano al soddisfacimento dei Lea per consentire che il sistema tenga e diventi sempre più efficiente”. 

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