La gentrificazione del Bitcoin


A un certo punto della storia il denaro è diventato produttivo, capace di generare da sé altro profitto. Ha assunto un’identità simbolica che lo ha reso una quantità in grado di determinare i rapporti tra le persone ma è rimasto sempre ben presente in qualche posto. Tutto ciò fino a quando la sfera finanziaria non si è messa a scorporare, sottrarre, spostare il denaro fuori dell’economia reale per collocarlo in una zona confusa fatta di previsioni e di previsioni sulle previsioni, che da una parte lo ha reso un sapere per esperti e dall’altra lo ha allontanano dalle relazioni tra persone. 

 

Più di recente e in qualche zona o rete di esperienze il denaro ha ripreso un certo rapporto più diretto e personale, in un territorio compreso tra il privato e il politico, in un patto tra persone che si conoscono o che almeno condividono lo stesso stile di vita e di relazioni con un’appartenenza a geografia limitata. Basti pensare a certe valute complementari a carattere regionale o alle forme di baratto largamente presenti che aggirano anche in parte la mediazione della moneta: in alcuni Comuni, anche italiani, soprattutto per la crisi economica generata dalla pandemia si sta sperimentando il baratto amministrativo che comporta, per esempio, l’esonero dal pagamento dell’Imu e della Tari in cambio di ore di lavoro nella manutenzione del verde e di altri beni comunali. La stessa tecnologia sembrava o sembra, a un certo punto, offrire la sua potenza di calcolo a una strada nuova. Non è un caso che Bitcoin nasca in cima alla crisi finanziaria del 2008 che rischiò di mandare gambe all’aria il sistema bancario globale. E nasce come strumento peer-to-peer, con l’obiettivo dichiarato di fare a meno delle banche e delle autorità centrali. Anche ai non nerd, agli incapaci che non sanno mandare una mail collettiva senza mettere in copia conoscenza tutta la propria agenda di contatti, è sembrata da subito come l’isola dei pirati: una zona autonoma, con carattere temporaneo, in grado di tenere fuori le cannoniere inglesi e di godersi la vita in un attimo di festa. Certo, poi è arrivata la sua quotazione, sono arrivate le piattaforme per acquistare e vendere, le carte di credito, le speculazioni di grandi investitori e fondi d’investimento, lo sfruttamento capillare della tecnologia alla sua base, i media, i personaggi famosi, la gloria e le immancabili profezie nefaste. Fino all’annuncio che presto saranno disponibili le valute digitali nazionali, una sorta di cappello elegante che si viene a posare sopra la testa di tutti, bitcoiners e non. 

 

Ed è qui che riemerge il senso di quel concetto sociologico della gentrificazione che può essere definita “come processo di imborghesimento di aree urbane un tempo appannaggio della classe operaia, la quale è progressivamente rimpiazzata non potendo più economicamente sostenere i nuovi standard qualitativi del luogo di residenza”. Insomma, nel quartiere entrano persone più abbienti, le case salgono di valore e le persone che hanno vissuto la zona fino a quel momento fanno le valige. Perché una certa sensazione che la festa stia per finire anche per le criptovalute soffia nel vento. Ma dove si sposterà, se si sposterà, quel portato di libertà e di autonomia che la rete delle relazioni bit e dei coins hanno ospitato per oltre un decennio? Per molti è ancora quella l’isola dei pirati. Nemmeno ora che Bitcoin è diventato più che altro una riserva di valore, nemmeno ora che sta per essere sormontato dalla balena delle valute digitali nazionali perderà d’ispirazione. Per chi, invece, comincia a vedere all’orizzonte le cannoniere inglesi e pensa di trasferirsi in una nuova isola, qual è l’orizzonte che si apre davanti? Un’altra criptoevoluta valuta? Il ritorno allo stato di natura? La speranza nei computer quantici per generare nuove zone autonome oltre i codici binari? Il destino, comunque, dei pirati è quello di generare isole nella corrente, con una durata limitata e, anche per questo, aperte e peer to peer. 

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