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Salute e Benessere

Isidori (Siams): “Ipogonadismo per 1,5 mln over40 ma diagnosi tardiva”

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“In Italia ci sono 17 milioni di uomini con più di 40 anni di età: di questi il 6-8% ha una grave carenza di testosterone nel sangue, in pratica 1-1,5 milioni di maschi over 40 è afflitto da ipogonadismo, patologia spesso diagnosticata tardivamente perché i sintomi più specifici, tra cui quelli a carico della sfera sessuale, non vengono riportati spontaneamente dal paziente, per vergogna o ignoranza”. Lo afferma Andrea Isidori, professore ordinario di Endocrinologia al Policlinico universitario Umberto I di Roma e attuale presidente della Società italiana di andrologia e medicina della sessualità (Siams).

“Un po’ di responsabilità è anche dei medici che non lo indagano -ammette Isidori – dimenticando di chiedere ai pazienti ‘come va la tua vita sessuale?’. Così come si fa per il colesterolo, o il Psa, si dovrebbe controllare i livelli di testosterone in ogni uomo che ha problemi di obesità, diabete, anemia o osteoporosi. Purtroppo, l’ipogonadismo maschile è spesso sotto-diagnosticato e, anche quando individuato, risente di uno ‘stigma sociale’ che ne rende difficile l’emersione”. I sintomi più comuni sono: difficoltà di erezione, calo del desiderio, aumento di peso, stanchezza, perdita di motivazione.

“Molti uomini nel pieno della loro vita lavorativa, sessuale e di relazioni sociali – spiega l’endocrinologo – danno la colpa all’età o allo stress, e non associano quei segnali a veri e propri campanelli d’allarme di una condizione che, se non adeguatamente trattata, provoca osteoporosi, anemia, obesità, diabete mellito, aumento del rischio cardiovascolare e disturbi dell’umore”. Tra le cause, il “malfunzionamento del testicolo o della ghiandola (ipofisi) che controlla la produzione di testosterone – sottolinea Isidori – i farmaci assunti per infezioni (anti-fungine) o altre patologie croniche (antidolorifici, antiepilettici, oppiodi), e l’alcool in eccesso, interferiscono tutti con la produzione di testosterone. Inoltre, ci sono i tanti pazienti che sono guariti da un tumore. Infatti, la chemioterapia o la radioterapia possono provocare un abbassamento dei livelli di testosterone nel sangue che può perdurare per sempre”.

Le terapie oggi disponibili sono efficaci, e possono correggere tutte le conseguenze dell’ipogonadismo, ma “è fondamentale la continuità terapeutica” – avverte Isidori -. Abbiamo a disposizione diverse modalità di somministrazione, in prevalenza tramite gel cutanei o iniezioni intramuscolari. Tuttavia, le aziende farmaceutiche investono poco su questi prodotti. Risultato? Ci sono periodi in cui le terapie scarseggiano e la carenza di testosterone comporta interruzioni del trattamento. In questo modo viene negato ai pazienti un diritto sancito dalla costituzione e si rischia che anche quella piccola percentuale di ipogonadici che riesce a ricevere una diagnosi e iniziare una terapia sostitutiva, finisca per inabissarsi nel limbo di coloro che non si curano”.

Da qui l’appello all’Agenzia italiana del farmaco, che ha riconosciuto la rimborsabilità a carico del Servizio sanitario nazionale e del Servizio sanitario regionale del testosterone nelle persone affette da ipogonadismo maschile, “affinché renda rimborsabili tutte le preparazioni a base di testosterone, anche quelle di fascia C, che altrimenti costano al paziente anche 60 euro al mese”. Dal momento che questa terapia viene prescritta “solo da specialisti – conclude Isidori – e quindi il numero delle persone che ne hanno bisogno è noto, Aifa può costringere le aziende farmaceutiche a garantire in Italia la quantità necessaria per il fabbisogno dei pazienti. Solo in questo modo può garantire loro continuità terapeutica”.

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A luglio manifestazione medici e operatori Sis 118: “Non siamo fantasmi”

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Il presidente Balzanelli dal Congresso di Trani: "Saremo a Roma in divisa, a mani unite, davanti al Senato. Esistiamo e salviamo vite, ma lo Stato ci ha dimenticati"

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“Assistiamo ad una dimenticanza abissale da parte dello Stato nei confronti degli operatori dell’emergenza urgenza territoriale. Un silenzio assordante, con una sistematica capacità davvero singolare di volgersi dall’altra parte, facendo finta che noi non esistiamo. Invece esistiamo e salviamo vite: stiamo preparando perciò una manifestazione di protesta, composta ed educata. A luglio, per 15 minuti saremo in divisa, rivolti verso il ministero della Salute a Roma: con le mani unite manifesteremo per dimostrare che non siamo dei fantasmi”. Lo ha annunciato Mario Balzanelli, presidente della Sis 118, dal congresso nazionale, in corso a Trani, della Società Italiana Sistema 118, arrivato alla XX edizione.

“La riforma legislativa del Sistema di emergenza territoriale 118 – sottolinea Balzanelli – è urgente e necessaria. Dovrà andare in una unica direzione possibile, quella del potenziamento drastico di tutto il sistema, tenuto conto delle gravi criticità, sotto gli occhi di tutti durante la pandemia di Covid. Parallelamente è necessaria la valorizzazione – rimarca – di tutti i suoi operatori, medici, infermieri e autisti-soccorritori, che sono migliaia in tutto il Paese e che, di certo, non sono fantasmi o mere comparse. Il Governo non si giri dall’altra parte, come fatto sistematicamente negli ultimi decenni sino ad oggi. Sono oltre 7,5 milioni l’anno le richieste di soccorso a cui risponde il 118, oltre 5 milioni gli interventi effettuati”.

“Il Governo ci ascolti!”, è l’appello di Balzanelli. “Il Sistema 118 nazionale va promosso, per ciò che ha dato da trent’anni sino ad oggi al Paese, per aver letteralmente salvato l’Italia durante le fasi più drammatiche della pandemia da Covid-19, e non sistematicamente ignorato e, peggio, come si adombra in qualche distorta visione, addirittura declassato. La tutela della salute pubblica, e la vita di ciascuno di noi, quando minacciata da un malore o un trauma in grado di uccidere in pochissimo tempo – chiosa – saranno necessariamente dipendenti dalla qualità e dalla capacità prestazionale del 118 che si vorrà istituire. Altrimenti, a rischio è l’esistenza stessa del Sistema salvavita”.

Fra i punti chiave del progetto di riforma portato avanti da tempo dalla Sis 118, la configurazione dei Sistemi 118 in dipartimenti provinciali di Emergenza territoriale; l’assicurazione a tutta la popolazione nazionale di standard prestazionali di eccellenza con obbligo di adempimento da parte di tutti i territori regionali, per cui chi si trovi in una condizione di emergenza sanitaria (ossia in pericolo imminente di perdere la vita) deve essere soccorso dal 118 in tempi brevissimi, possibilmente entro 8 minuti dalla chiamata in area urbana, da un mezzo di soccorso con medico ed infermiere a bordo. Infine, il riconoscimento di indennità incentivanti di rischio ambientale e biologico per tutti gli operatori del 118: medici, infermieri, autisti e soccorritori.

“I medici del sistema 118 se ne stanno andando tutti. Stanno fuggendo perché si sentono, e sono, trattati in modo ignobile. Nei contratti non è nemmeno riconosciuta l’indennità di rischio, eppure rischiano in ogni momento la vita per salvare le vite altrui”, denuncia Balzanelli. “Soprattutto con le Usca e con altri tipi di impiego – segnala – i medici si sono visti raddoppiare lo stipendio, senza assumersi i rischi dei colleghi che fanno i turni sulle ambulanze e sulle automediche. Non è accettabile che il Governo abbia previsto un’indennità per incentivare i medici nei pronto soccorso degli ospedali e non per chi rischia davvero la vita su strada. La fuga dei medici del 118 va fermata. L’imprescindibile riforma del Sistema deve prevedere il riconoscimento di indennità incentivanti di rischio ambientale e biologico per tutti gli operatori del 118: medici, infermieri, autisti e soccorritori”. In gioco c’è la desertificazione del servizio di emergenza-urgenza territoriale.

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Salute e Benessere

Parolin: “Progetto San Bartolomeo risponde a bisogno di cure dei fragili”

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"Anche Papa Francesco si è espresso sulla ‘povertà di salute’ che in Italia sta assumendo proporzioni importanti"

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“Il progetto San Bartolomeo è un esempio positivo di un impegno che risponde al crescente bisogno di accogliere coloro che sono fragili e di prendersi cura di loro con umanità senza temere di percorrere strade nuove e avendo il coraggio di mettersi insieme per fare rete”. Lo ha detto il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato della Santa Sede intervenendo alla presentazione, all’Ospedale Gemelli Isola Tiberina, del progetto San Bartolomeo che ha l’obiettivo di fornire cure a persone in condizione di fragilità.

Parolin ha ricordato che più volte Papa Francesco si è espresso sul “ritorno della povertà di salute”, “che sta assumendo in Italia proporzioni importanti: ci sono persone che per scarsità di mezzi non riescono a curarsi e per i quali anche il pagamento di un ticket è un problema”, ha affermato. “Con questo orizzonte di attenzione – ha concluso – è stato accolto da voi questo invito del Papa al nuovo accompagnamento assicurando un’attenzione e una cura integrale che non trascuri anche l’assistenza spirituale e religiosa dei malati, delle loro famiglie e degli operatori perché anche questo risponde alle caratteristiche di una sanità cattolica”.

“Questo ospedale – ha poi sottolineato il cardinale – ha una tradizione che meritava di essere salvaguardata. Il Santo Padre è stato determinato e determinante in questo senso. Raccogliendo il suo appello molti si sono prodigati con tenacia e determinazione nell’opera di salvataggio del Fatebenefratelli Isola Tiberina. Ringrazio per il loro ruolo principale la Fondazione per la Sanità Cattolica della Santa Sede, la Fondazione Leonardo Del Vecchio che hanno messo a disposizione energie e fondi per realizzare l’impegnativo progetto. La Fondazione Policlinico Gemelli si è resa disponibile a partecipare alla seconda parte del progetto, ovvero la ristrutturazione e il rilancio dell’ospedale per riportarlo ad essere un punto di riferimento qualificato e di eccellenza come è sempre stato per la sanità della città di Roma”.

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Accesso a cure per fragili, inaugurato progetto al Gemelli Isola Tiberina

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Iniziativa in collaborazione con Comunità di Sant'Egidio, Deloitte e Fondazione Deloitte

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Ampliare e facilitare l’accesso ai servizi sanitari nei confronti delle persone con particolari fragilità, favorendo l’inclusione sociale e il diritto alla salute. È questo l’obiettivo del ‘progetto San Bartolomeo’, lanciato oggi dall’ospedale Gemelli Isola Tiberina, in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio, Deloitte e Fondazione Deloitte. L’iniziativa è stata presentata questa mattina presso l’Aula Magna dell’ospedale Gemelli Isola Tiberina alla presenza di: Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, Giovanni Leonardi, Segretario Generale del Ministero della Salute, Paolo Nusiner, Presidente del Gemelli Isola Tiberina, Daniele Piacentini, Amministratore delegato e Direttore Generale del Gemelli Isola Tiberina, Sergio Alfieri, Consigliere di amministrazione dell’Ospedale Gemelli Isola Tiberina, Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di Sant’Egidio, Giusi Lecce, medico referente del progetto della Comunità di Sant’Egidio, Fabio Pompei, CEO di Deloitte Italia, e Guido Borsani, presidente della Fondazione Deloitte.

L’iniziativa – dettaglia una nota – si fonda sui principi guida del diritto alla salute, l’equità nell’accesso alle cure, l’inclusione sociale e la solidarietà. L’obiettivo è quello di poter offrire ulteriori servizi clinico-assistenziali e aumentare la platea dei beneficiari. Al fine di garantire un’assistenza dedicata, i pazienti vengono accompagnati nelle fasi di individuazione del bisogno e prenotazione dell’appuntamento e facilitati grazie a un sistema di supporto che prevede anche servizi come la mediazione linguistica. La ‘fase pilota’ del progetto è iniziata nel gennaio 2023 e da allora più di 170 utenti hanno avuto accesso agli ambulatori di Ginecologia, Ostetricia, Senologia e Odontoiatria. I servizi clinici sono rivolti a persone provenienti da più di 30 Paesi (ad esempio Perù, Ucraina e Siria) colpiti da conflitti o da altre emergenze, persone per le quali è difficile, se non impossibile, accedere alle cure, e a cittadini italiani in condizioni di fragilità.

“Il ‘progetto San Bartolomeo – dichiara Paolo Nusiner – vuole essere l’espressione chiara dei valori di umanità, accoglienza e ospitalità che, da sempre, muovono coloro che operano nell’ambito della sanità cattolica, proprio perché sono alla base della missione che, nel corso dei secoli scorsi, ha portato numerosi e illuminati e coraggiosi cattolici ad impegnarsi per creare e gestire strutture di cura e assistenza ai malati. L’iniziativa nasce proprio con questa ambizione e, in tale contesto, si è rivelata fondamentale la collaborazione con due partner d’eccellenza come la Comunità di Sant’Egidio e Deloitte, con cui condividiamo uno dei principali valori che guida il progetto, ovvero quello dell’inclusione sociale”.

“Nell’ascolto delle persone che si sono rivolte ai centri della Comunità di Sant’Egidio – sottolinea Marco Impagliazzo – abbiamo rilevato un bisogno di informazione e di aiuto relativo alla salute: molti tra loro non avevano avuto accesso ai servizi sanitari da molto tempo e presentavano diverse patologie, anche gravi, non adeguatamente trattate. È quindi assolutamente necessario sostenere e accompagnare chi è più fragile nel suo percorso di cura. Il ‘progetto San Bartolomeo’, frutto di una positiva sinergia tra Sant’Egidio, il Gemelli Isola Tiberina e Deloitte, vuole essere una risposta solidale per difendere la salute, la prevenzione e l’accessibilità alle cure. Speriamo che iniziative simili si possano moltiplicare allargando il numero di persone che in questo modo potranno usufruire del diritto, che è di tutti i cittadini, alla salute”.

“Vogliamo affrontare le grandi sfide sociali del nostro tempo attraverso iniziative concrete – conclude Fabio Pompei, ceo di Deloitte Italia – Con la partecipazione al ‘progetto San Bartolomeo’ il nostro network ribadisce questo impegno, puntando a promuovere un equo accesso a cure di qualità per tutti, a prescindere dallo stato socio-economico, dal genere di appartenenza, dalla provenienza geografica. Già da tempo, a livello globale, stiamo sviluppando collaborazioni tra soggetti appartenenti a diversi settori per affrontare le disparità presenti nei sistemi sanitari nel mondo. Crediamo fortemente in questi progetti ad alto impatto sociale per continuare a essere attori protagonisti di un cambiamento imprescindibile”.

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Salute e Benessere

Mal di testa per 1 persona su 2, domani Giornata nazionale

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Promossa dai neurologi per fare il punto su ricerca, sui social video e curiosità legate a patologia

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Il mal di testa colpisce – secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità – una persona su 2 con episodi che si verificano almeno una volta l’anno. E al mal di testa è dedicata la Giornata nazionale che si celebra domani, 27 maggio. Promossa dai neurologi della Sin – Società italiana di Neurologia e della Società italiana per lo studio delle cefalee (Sisc), l’iniziativa ha come obiettivo quello di sensibilizzare la popolazione su questa patologia che riguarda anche i più giovani – dettaglia una nota – basti pensare che oltre il 40% dei ragazzi è colpito da cefalea mentre 10 bambini su 100 soffrono di emicrania, una forma comune di cefalea primaria.

In occasione della Giornata, Sin e Sisc faranno anche il punto sui progressi della ricerca scientifica in ambito diagnostico e terapeutico – prosegue la nota – nonché sui nuovi decreti attuativi della legge 81/2020 che ha riconosciuto l’emicrania cronica come malattia sociale. Inoltre, sui canali social Facebook, Instagram e Twitter delle due società scientifiche verranno pubblicati video divulgativi sulle principali curiosità legate al mal testa, realizzati in collaborazione con gli esperti che si occupano di questa malattia. Alcuni video prenderanno spunto dalle domande che sono arrivate direttamente dagli utenti tramite i social o via e-mail.

“In Italia il 12% della popolazione adulta soffre di emicrania, una forma di cefalea che si caratterizza per un dolore pulsante con intensità moderata-severa che, spesso, si localizza nella metà della testa e del volto – spiega Alfredo Berardelli, presidente Sin -. Una realtà che riguarda 6 milioni di persone nel nostro Paese che si trovano a convivere con una patologia talmente debilitante che è stata indicata dall’Oms come causa di maggiore disabilità nella fascia di età tra 20 e 50 anni, ossia nel momento della vita in cui siamo più produttivi”.

Fortunatamente, grazie alla scoperta del meccanismo che genera il dolore emicranico – prosegue la nota – sono ormai entrate nella pratica clinica nuove terapie a base di anticorpi monoclonali che stanno facendo registrare un importante cambio di passo nella prevenzione dell’emicrania poiché queste terapie riducono il numero di attacchi nella forma episodica risultando efficaci anche nell’emicrania cronica e in quella farmaco-resistente. A fronte di tutti questi benefici, inoltre, il numero di effetti collaterali è molto scarso. La più recente novità riguarda i pazienti con emicrania cronica che è stata riconosciuta come ‘malattia sociale’ dalla legge 18/2020.

“I decreti attuativi della legge 18/2020 emanati dal ministero della Salute – commenta Franco Granella, presidente Sisc – prevedono finanziamenti pari 10 milioni di euro, per il 2023 e il 2024, con l’obiettivo di realizzare progetti regionali per la sperimentazione di metodi innovativi di presa in carico dei pazienti. Entro la fine dell’anno le varie strutture sanitarie dovranno presentare alla rispettiva Regione le loro proposte progettuali per ottenere i finanziamenti e la Sisc sta cercando di aiutarle mettendo a punto procedure e format che possano favorire gli operatori nella realizzazione delle loro proposte”.

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Coronavirus

Come riconoscere il Long Covid, studio svela 12 sintomi

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Come capire se si ha il Long Covid? I ricercatori hanno provato a rispondere a questa domanda con un progetto scientifico che ha passato in rassegna tutte le possibili ‘spie rosse’ da tenere sotto controllo e ha identificato 12 sintomi distintivi per questa condizione, nota anche come Pasc (sequele post acute dell’infezione da Sars-CoV-2). Un problema di dimensioni significative, evidenziano gli esperti, se si pensa che oltre 650 milioni di persone in tutto il mondo sono state infettate da Sars-CoV-2.

Il Long Covid è caratterizzato da un’ampia gamma di sintomi che si presentano o persistono per più di 30 giorni dopo l’infezione. Per comprendere meglio la prevalenza e la gravità di questi sintomi, i National Institutes of Health (Nih) hanno lanciato ‘Researching Covid to Enhance Recovery’, con i ricercatori del Mass General Brigham che hanno guidato l’analisi statistica. I risultati dello studio ‘Recover’, uno dei più grandi studi Nih mai finanziati, chiariscono quindi la ‘rosa’ dei sintomi che più definiscono il Long Covid. I risultati, pubblicati su ‘Jama’, includono un nuovo sistema di punteggio per aiutare medici e ricercatori a definire meglio i casi che si trovano a seguire e studiare i trattamenti mirati per i pazienti.

“Ora che siamo in grado di identificare le persone con Long Covid, possiamo iniziare a fare studi più approfonditi per comprendere i meccanismi biologici in gioco”, ha affermato l’autore corrispondente Andrea Foulkes (Harvard Medical School e Massachusetts General Hospital). “Uno dei grandi risultati è stato mostrare l’eterogeneità: il Long Covid non è solo una sindrome; è una sindrome di sindromi”. Sono stati documentati finora un’ampia gamma di sintomi nei sistemi di organi, che colpiscono i pazienti dopo Covid. Recover-Adult, uno studio prospettico che ha iniziato ad arruolare partecipanti nell’ottobre 2021, ha cercato di armonizzare l’acquisizione dei dati e costruire una definizione per il Long Covid. I ricercatori hanno analizzato i risultati di un sondaggio sui sintomi distribuito in 85 ospedali, centri sanitari e organizzazioni in 33 Stati, Washington Dc e Porto Rico.

La survey ha incluso 37 diversi sintomi e le corrispondenti misure di gravità. Alla fine, tra i 12 emersi come segni distintivi del Long Covid, sono rientrati per esempio: malessere post-sforzo (stanchezza debilitante esacerbata dall’attività fisica o mentale), perdita o cambiamento dell’olfatto o del gusto, vertigini, annebbiamento del cervello, sintomi gastrointestinali, palpitazioni e tosse cronica. Alcuni di questi sintomi sono vissuti dalla maggior parte delle persone con Long Covid. Altri, come la perdita o il cambiamento dell’olfatto e del gusto, sono meno comuni ma comunque importanti per identificare le persone con la sindrome.

Un algoritmo sviluppato dai ricercatori valuta questi 12 sintomi per generare un ‘punteggio Pasc’ complessivo, ma gli autori sottolineano che un individuo con sintomi esclusi nel sistema di punteggio può comunque soffrire di Long Covid e merita in ogni caso cure di alta qualità.

Infine, riferiscono gli autori, i risultati dello studio suggeriscono che le reinfezioni, l’infezione con una variante pre-Omicron, e l’assenza di vaccinazione sono associate a una maggiore frequenza e gravità del Long Covid, ma allo stesso tempo viene puntualizzato che è necessaria una ricerca continua, anche per consolidare queste suggestioni. Studi futuri del Consorzio Recover analizzeranno i fattori di rischio per il Long Covid, compresi i determinanti sociali della salute. I ricercatori stanno anche esaminando per quanto tempo il Long Covid può manifestarsi nei bambini, negli adolescenti e nelle donne che erano in gravidanza durante l’infezione da Sars-CoV-2.

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Salute e Benessere

Istat, nel 2020 tumori e malattie cardiovascolari prime cause di morte

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Le cause di morte più frequenti nella popolazione si confermano nel complesso le malattie del sistema circolatorio (227.350 decessi) e i tumori (177.858). Il numero dei decessi per le prime è rimasto pressoché invariato (-117 casi) mentre per i tumori si è avuta una diminuzione (-1.755 casi). Lo rileva l’Istat nel report sulle cause di morte nel 2020 diffuso oggi.

Con riferimento alle altre cause di mortalità più frequenti nella popolazione, nel 2020 si è assistito a una crescita importante dei decessi per malattie del sistema respiratorio, il cui numero complessivo è risultato pari a 57.113, con un incremento di 6.345 morti rispetto alla media 2015-19. Anche il numero dei decessi per demenza e malattia di Alzheimer (37.768) è risultato in crescita (3.993 decessi in più), così come il numero dei morti per diabete mellito (25.739, 3.902 decessi in più). L’incremento nei decessi per il complesso delle restanti cause di morte rispetto al quinquennio precedente (che rappresentano circa il 19% del totale dei decessi nell’anno) è di 17.455 unità.

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Infettivologi, ‘in Emilia R. no allarme per rischio epidemie ma monitorare’

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“L’attuale situazione” sanitaria nelle zone colpite dall’alluvione “deve essere monitorata in maniera continua e costante, secondo un approccio già avviato grazie all’azione della Protezione civile”. Ma “il concetto importante da porre in evidenza è che al momento non vi è assolutamente un allarme che possa far prevedere la comparsa di epidemie. La situazione andrà monitorata attentamente, ma non ci devono essere allarmismi”. Lo dichiara Claudio Mastroianni, presidente della Simit, Società italiana di malattie infettive e tropicali. “In Emilia Romagna non c’è emergenza sanitaria”, rassicurano gli infettivologi, che raccomandano la vaccinazione antitetanica e invitano a seguire i consigli già diffusi dall’Ausl Romagna.

“Nelle zone alluvionate non si riscontrano i presupposti per parlare di emergenza sanitaria – afferma Pierluigi Viale, professore ordinario di Malattie infettive all’università di Bologna – Un rischio possibile è rappresentato dal tetano, per il quale è raccomandata la vaccinazione, soprattutto ai volontari che mettono le mani nel fango. Per facilitare la prevenzione, nuove dosi di vaccinazione antitetanica verranno messe a disposizione delle Asl dell’Emilia Romagna. Non vi sono invece ulteriori indicazioni sul rischio di malattie gastroenteriche”.

“Si può aggiungere che la regione del Delta del Po, quindi le aree settentrionali della Romagna, sono state aree di endemia per artropodi, che sono vettori di infezioni tropicali come Chikungunya e West Nyle”, ricorda Viale. Dunque “è possibile che le acque reflue attualmente stagnanti creino un microsistema favorevole a questi insetti. Tuttavia, per queste infezioni non esistono vaccinazioni – precisa l’esperto – quindi ci si può limitare ad allertare le strutture di igiene pubblica a monitorare eventuali sintomi sospetti”.

Gli infettivologi Simit rilanciano i consigli diramati dall’Ausl Romagna, ai quali è necessario “attenersi per evitare il diffondersi di eventuali infezioni”, avvertono. “L’abbigliamento raccomandato per chi sia impegnato in opere di rimozione e smaltimento del materiale e del fango” deve prevedere “guanti e stivali in materiale impermeabile, facilmente lavabili e disinfettabili; abbigliamento lavabile a 60°C (in alternativa tuta monouso o tuta in materiale facilmente lavabile e disinfettabile); se possibile, occhiali o visiera in materiale lavabile e disinfettabile”.

Quanto alle norme di comportamento, bisogna “evitare il contatto con le acque alluvionali per non contaminarsi con acqua o suolo inquinati. Quando questo è inevitabile, si invita a seguire i seguenti consigli: indossare stivali o calzatura robusta per protezione; indossare i guanti quando si prevede il contatto con fango/acqua alluvionale e lavare bene le mani con sapone e acqua corrente; evitare di toccare viso, bocca e occhi con le mani non pulite. Lavare sempre le mani dopo ogni contatto con acqua e terreno, compresi animali bagnati. Proteggere ogni lesione, escoriazione, ferita da taglio con medicazioni impermeabili. Evitare che i bambini giochino con il fango o con l’acqua alluvionata; qualora ciò avvenisse, provvedere subito a cambiare gli indumenti e fare una doccia ai bimbi con sapone e acqua corrente”.

“Per la gestione dei rifiuti – continuano gli infettivologi Simit, rammentando i consigli di Ausl Romagna – indossare dei guanti e al termine lavare bene le mani con sapone e acqua corrente. Prestare attenzione alla tipologia di rifiuto/materiale che si sta maneggiando, soprattutto se prodotti chimici o contenenti sostanze tossiche/pericolose, materiali e sostanze sconosciute. Per lo smaltimento dei rifiuti ingombranti, seguire le indicazioni fornite da Hera. Non ostruire le strade antistanti le abitazioni con rifiuti che possano ostacolare il corretto transito dei mezzi di soccorso e le attività di rimozione dei detriti”.

Infine, “i consigli per pulizia e disinfezione invitano a pulire le superfici dure come muri e pavimenti con acqua calda e detergenti. Se si tratta di superfici ruvide, bisogna strofinare con una spazzola rigida ricordando di proteggere le vie respiratorie dalle polveri. Se le cose sono rimaste bagnate per più di due giorni, si deve portare tutto il possibile in esterno per farlo asciugare. I materiali contaminati o ammuffiti e i detriti che sono stati contaminati con liquami, acqua o fango devono essere rimossi, così come ogni cosa fatta di cellulosa, legno o fibre naturali, che possono assorbire acqua e liquami, poiché possono diventare terreni di crescita di muffe pericolose per la salute, anche se non visibili. I vestiti contaminati da fango e liquami devono essere lavati in acqua calda”.

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Candida auris, morto a Milano uomo contagiato

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Si era infettato in Grecia dove era ricoverato da ottobre, da 10 giorni era stato trasferito al Sacco di Milano. Il responsabile della Rianimazione: "Quadro compromesso al di là delle infezioni"

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Un uomo contagiato dal ‘fungo killer’ Candida auris è morto a Milano. Il paziente, a quanto ha appreso l’Adnkronos Salute, era arrivato dalla Grecia ed era stato ricoverato all’ospedale Sacco del capoluogo lombardo. Dagli esami di laboratorio a cui è stato sottoposto sono risultate diverse positività, tra le quali quella alla Candida auris. L’uomo è morto stamattina. Essendo arrivato dalla Grecia, non sarebbe un caso autoctono, ma avrebbe il profilo del caso importato.

“L’uomo aveva 79 anni ed era ricoverato da almeno 8 mesi, dall’ottobre 2022, in ambiente intensivo in Grecia, per l’esito di una patologia cerebrale non ictus”, spiega all’Adnkronos Salute Antonio Castelli, responsabile della Rianimazione dell’ospedale Sacco di Milano. In questo contesto di rianimazione, “il paziente era dipendente da tutti i supporti artificiali – sottolinea lo specialista – con tutte le complicanze di una degenza così anomala e prolungata. Da 10 giorni circa, per volontà dei familiari, era stato riportato in Italia. All’ingresso del nostro ospedale il malato è stato testato, come usualmente si fa, per ogni tipo di germe di cui un paziente”, specie in queste condizioni, “può essere infetto o colonizzato. E’ risultato da subito portatore di Candida auris, ma anche di due altri germi non Candida, batteri altamente resistenti agli antibiotici”.

“Il quadro era estremamente grave sotto vari aspetti”, prosegue Castelli, evidenziando che la Candida auris da cui il 79enne era infetto “è stata testata ed è risultata fortunatamente sensibile a un antifungino della classe farmacologica normalmente più attiva verso questo tipo di germe. Abbiamo immediatamente iniziato la somministrazione”, ma la condizione del paziente “era globalmente compromessa”, a rischio di morte “a prescindere da qualsiasi insulto batterico o fungino. La causa del decesso – conclude il medico – non è stata la Candida auris, germe verso il quale avevamo adottato una precisa e mirata terapia”.

La Candida auris è un fungo descritto per la prima volta nel 2009, dopo essere stato isolato in Giappone dall’orecchio di una donna (ecco perché ‘auris’). In Italia il primo caso di infezione invasiva da Candida auris è stato identificato nel 2019, seguito da un focolaio che ha interessato le regioni del Nord nel periodo pandemico 2020-2021, si legge sul sito Epicentro dell’Istituto superiore di sanità (Iss). Dal 2019 sono stati descritti o notificati sia casi importati che casi autoctoni, per un totale di circa 300 casi – riporta ancora Epicentro – in un focolaio epidemico che ha coinvolto principalmente Liguria ed Emilia Romagna.

La Candida auris si sta diffondendo in maniera significativa per esempio negli Stati Uniti, dove i Cdc (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie) l’hanno definita “una minaccia urgente” per la sua antibiotico-resistenza. Negli anni della pandemia 2020-2021 le infezioni sono aumentate notevolmente nelle strutture sanitarie statunitensi, secondo i dati Cdc pubblicati sugli ‘Annals of Internal Medicine’: nel 2021, in particolare, sono triplicati i casi resistenti al farmaco più raccomandato e utilizzato per il trattamento delle infezioni da C. auris, le echinocandine. A livello nazionale, negli States i casi clinici sono passati da 476 nel 2019 a 1.471 nel 2021. I casi di screening sono triplicati dal 2020 al 2021, per un totale di 4.041. Secondo i Cdc, questo aumento è visibile anche nel 2022.

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Microplastiche trovate nello sperma umano, studio italiano

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Rintracciate in 6 campioni su 10, nuova conferma minaccia ambientale sulla fertilità

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Microparticelle di plastica nel seme umano. E’ quanto trovato da un team di ricercatori di diverse università italiane in 6 campioni su 10 di liquido seminale di uomini sani, non fumatori residenti in un’area ad alto impatto ambientale della Campania. I risultati – che confermano l’ulteriore minaccia ambientale per la riproduzione umana, già segnata da record sempre più negativi, in particolare sul versante maschile – sono contenuti in uno studio, pubblicato in preprint sulla rivista ‘Science of the Total Environment’, presentato in anteprima al congresso della Società italiana della riproduzione umana (Siru), in corso a Siracusa.

Già a gennaio 2023, sulla rivista ‘Toxics’, lo stesso gruppo aveva individuato per la prima volta microplastiche in urine di residenti dell’area nord di Napoli e Salerno. L’esatta composizione chimica delle microplastiche ritrovate nello sperma umano di questo studio fa riferimento a polipropilene (Pp), polietilene (Pe), polietilene tereftalato (Pet), polistirene (Ps), polivinilcloruro (Pvc), policarbonato (Pc), poliossimetilene (Pom) e materiale acrilico.

“L’origine di questi frammenti potrebbe essere varia e può comprendere cosmetici, detergenti, dentifrici, creme per il viso e il corpo, adesivi, bevande, cibi o anche particelle areodisperse nell’ambiente, per cui le vie di ingresso nell’organismo umano possono avvenire attraverso l’alimentazione, la respirazione ed anche la via cutanea” spiegano Oriana Motta e Maria Ricciardi dell’Università degli Studi di Salerno, ed Elisabetta Giorgini dell’Università Politecnica delle Marche.

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Alluvione Emilia Romagna, “rischio sanitario elevato: evacuare i residenti”

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Dall'azienda precisano: in campo "azioni preventive". Bassetti: "Evacuare residenti". I consigli dell'Iss

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“C’è stata” in Emilia Romagna dopo l’alluvione “una complessiva sottovalutazione del rischio sanitario, nel senso che già una settimana fa avevo avvertito del pericolo di una commistione tra acque reflue e fognarie, carcasse di animali morti e acqua piovana”. Così all’Adnkronos Salute Matteo Bassetti, direttore Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova.

“Non c’è più confine tra quella che è l’acqua delle fogne e il resto, quindi c’è una contaminazione e il rischio di infezioni. Sinceramente, dal punto di visto medico, credo che si dovessero evacuare i residenti di alcune zone, come accade con un terremoto. Il rischio sanitario ora è elevato, ci sono state le prime segnalazioni di ricoveri in ospedale per gastroenteriti e ce ne saranno molte altre. Non si deve avere contatto con l’acqua, anche se si indossano gli stivali o i guanti, è contaminata. Non è un’emergenza ma c’è il rischio che si creino dei focolai”, ha sottolineato l’esperto.

“Cosa va fatto? Le malattie infettive non sono tutte prevenibili con il vaccino, va bene fare il richiamo per il tetano e anche l’anti-epatite A, si può pensare di fare l’antitifica, ma – avverte – poi ci sono una serie di altre malattie infettive che si trasmettono per la via oro-fecale su cui non si può fare molto: Escherichia Coli, Shigellosi. O anche quelle trasmesse dagli animali come la leptospirosi o la giardiasi. Si deve fare molta attenzione”. ammonisce l’infettivologo.

Bere solo acqua potabile e sicura, gettare i cibi o le bevande potenzialmente contaminate, proteggersi con stivali e calzature robuste, usare repellenti e non lasciare esposte parti del corpo alla puntura di zanzare, tenere lontani i bimbi dalle acque stagnanti. Sono alcune delle indicazioni delle autorità sanitarie da seguire nelle zone alluvionate. A elencarle è l’Istituto superiore di sanità (Iss) in una nota a cura del Gruppo di esperti per la prevenzione delle malattie infettive.

Nel documento si evidenzia come in aree colpite da alluvioni come l’Emilia Romagna può aumentare il rischio di alcune infezioni dovute alla presenza di acque stagnanti. “I possibili rischi noti dalla letteratura scientifica e dalle esperienze precedenti riguardano soprattutto le infezioni gastrointestinali, la legionellosi e le arbovirosi come l’infezione da West Nile virus”, elencano gli esperti. Nelle zone in cui i sistemi fognari sono danneggiati, come ricorda anche un risk assessment dell’Ecdc (Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie), pubblicato in occasione delle alluvioni del 2021 nel centro Europa, “aumenta il rischio di trasmissione indiretta o diretta di diversi patogeni gastrointestinali, dall’E. coli all’epatite A”.

Come ridurre questi rischi? “La raccomandazione – scrivono gli esperti nella nota pubblicata anche online sul sito dell’Iss – è bere solo acqua potabile e sicura seguendo attentamente le indicazioni fornite dalla autorità sanitarie regionali sulla potabilità dell’acque dei rubinetti, e mangiare cibo che non sia stato in contatto con acque o fanghi derivati dall’alluvione, o con superfici che possono essere state in contatto con questi. Nel dubbio, gettare cibi o bevande potenzialmente contaminate”. Inoltre, si legge nella nota, “è opportuno evitare il più possibile il contatto con le acque stagnanti, ad esempio indossando stivali o calzature robuste”. Particolare attenzione va data ai bambini per i quali il contatto con l’acqua può essere visto come gioco, puntualizzano gli autori del documento. “Resta sempre l’indicazione di lavarsi le mani con acqua e sapone ed evitare di toccarsi gli occhi e la bocca con le mani sporche di fango”.

L’Iss spiega che, anche se “al momento non sono segnalate situazioni particolari di rischio sanitario”, vanno evitati alcuni comportamenti. Nel documento si passano in rassegna tutti i vari rischi segnalati dai dati scientifici per situazioni simili a quelle delle aree colpite dal maltempo di questi giorni e dalla grave alluvione. Per quanto riguarda la legionellosi, rilevano gli esperti, “alcuni studi hanno evidenziato che precipitazioni più abbondanti possono essere associate a un maggior rischio. Quando le precipitazioni sono aggravate dalle inondazioni, aumenta la probabilità che la Legionella si trasferisca dall’ambiente naturale (fiumi e laghi) alle tubature domestiche. È quindi importante, nei casi di polmonite, effettuare anche test diagnostici” specifici per questo batterio.

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