Iran, la moglie del ricercatore Djalali, condannato a morte: “Chiediamo intervento Italia”


Per Ahmad Reza Djalali devono muoversi “le autorità italiane”. E’ l’appello che lancia dalla Svezia Vida Mehrannia, la moglie dell’ex ricercatore presso il Centro di medicina dei disastri (Crimedim) dell’Università del Piemonte Orientale, condannato a morte in Iran il 21 ottobre 2017 e da allora chiuso in una cella minuscola, nonostante le pressioni internazionali.  

Lontano dalla sua famiglia, oggi Djalali compie 50 anni e ora che si avvicina al sesto anno di reclusione “la sua situazione non sta migliorando poiché abbiamo sentito che soffre sia dal punto di vista fisico che psicologico, soprattutto dopo la morte della madre”, spiega Vida in un’intervista ad Aki-Adnkronos International. 

La donna lamenta l’assenza di “azioni concrete da parte dei governi” ed evidenzia che “Ahmad Reza è anche continuamente minacciato di morte e gli viene detto che sarà giustiziato se l’Ue non agisce. Gli viene ancora negato di avere contatti con noi”. 

Vida chiede quindi “l’intervento delle autorità italiane per Ahmad Reza, che era residente in Italia al momento del suo arresto”.  

“La situazione di Ahmad Reza è critica poiché è costantemente minacciato di esecuzione – conclude – L’unico modo in cui può essere liberato è se i leader dell’Ue intraprendono un’azione chiara e si schierano contro la violazione dei diritti umani in Iran”. 

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