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Iran, ancora studentesse intossicate: nuovi casi a Teheran e Ardabil

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Ancora notizie di studentesse intossicate in Iran. I nuovi casi, riportano i media ufficiali, riguardano alcune scuole superiori di Teheran e Ardabil, dove oltre 100 ragazze sono state portate in ospedale. Mentre le autorità assicurano che stanno indagando sui sempre più frequenti casi, iniziati a novembre, i misteriosi incidenti – tesi sostenuta anche dal vice ministro della Sanità Younes Panahi – potrebbero essere attacchi deliberati per impedire alle ragazze di avere un’istruzione.

Nelle scorse ore è stata segnalata un’ondata di nuovi casi, tra cui una serie di intossicazioni di studentesse delle scuole superiori nella capitale Teheran, secondo l’agenzia di stampa Fars. I servizi di emergenza sono stati inviati sul posto, mentre alcuni genitori hanno affermato che la causa dell’avvelenamento fosse uno spray.

Il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ha incaricato il ministro dell’Interno, Ahmad Vahidi, di condurre un’indagine approfondita per scoprire “il prima possibile” le cause della misteriosa ondata di intossicazioni, come riporta il sito di Press Tv, secondo cui Raisi ha chiesto di riferire i risultati dell’inchiesta in tempi rapidi per alleviare le preoccupazioni delle famiglie colpite.

Le indagini finora svolte non hanno evidenziato prove sull’utilizzo di alcun “elemento speciale”, ha sottolineato Vahidi nel corso di una conferenza stampa, durante la quale ha confermato che non sono stati effettuati arresti in relazione ai fatti. Il ministro ha precisato che le forze di sicurezza stanno cercando di appurare se le intossicazioni siano il risultato di “avventurismo personale” o “fattori esterni alle scuole”.

Il capo della polizia iraniana, Ahmad Reza Radan, ha dichiarato che nessuno è stato ancora arrestato. “La nostra priorità è trovare la causa dell’avvelenamento delle studentesse e fino ad allora non giudicheremo se sia intenzionale o meno”, ha dichiarato.

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Default Usa, raggiunto accordo sul tetto del debito

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Dovrà essere sottoposto al voto mercoledì per essere approvato prima del 5 giugno, data cruciale

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Scongiurata la possibilità di un default storico per gli Usa. La Casa Bianca e i repubblicani della Camera degli Stati Uniti hanno infatti raggiunto un accordo di principio per aumentare il tetto del debito per due anni e limitare la spesa. Lo ha confermato lo speaker della Camera Kevin McCarthy.

L’accordo di principio è stato raggiunto al telefono dal presidente Joe Biden e McCarthy e dovrà essere sottoposto al voto mercoledì per essere approvato prima del 5 giugno, data cruciale, secondo il segretario al Tesoro Janet Yellen dopo la quale gli Stati Uniti non saranno più in grado di pagare i conti.

“Dopo settimane di trattative, siamo giunti a un accordo di principio. Abbiamo ancora molto lavoro da fare, ma credo che questo sia un accordo di principio degno del popolo americano”, ha detto McCarthy durante un breve intervento con giornalisti. “L’accordo protegge le mie priorità e i risultati legislativi miei e dei Democratici al Congresso”, ha affermato Biden in una nota . “L’accordo rappresenta un compromesso, il che significa che non tutti ottengono ciò che vogliono. Questa è la responsabilità di governare”.

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Turchia, oggi il ballottaggio: l’appello di Erdogan, la promessa di Kilicdaroglu

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Resa dei conti per il presidente in carica, chi è lo sfidante e chi il 'terzo uomo' i cui voti sono l'ago della bilancia

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Il presidente in carica, Recep Tayyip Erdogan, ha lanciato ieri un ultimo appello ai suoi elettori a recarsi in massa alle urne oggi, giorno del ballottaggio presidenziale in Turchia, chiedendo “una grande vittoria”. In un tweet, Erdogan, che sfida il candidato dell’opposizione Kemal Kilicdaroglu, ha esortato a “iniziare il secolo della Turchia con i nostri voti”.

Secondo quanto riferito dall’agenzia Anadolu, i seggi resteranno aperti dalle 8 alle 17. Sono oltre 60 milioni i potenziali elettori, mentre il Consiglio elettorale supremo ha riferito che quasi 1,9 milioni di turchi hanno già votato all’estero.

Un funambolo che cammina sul filo del rasoio senza percezione del rischio. L’azione politica di Recep Tayyip Erdogan è sempre stata un continuo azzardo. E anche nel suo ultimo mandato è rimasto fedele alla linea, tra mediazioni ‘impossibili’ sull’Ucraina, lo scontro con la Nato sull’ingresso di Finlandia e Svezia e i preparativi per nuove operazioni militari contro i curdi in Siria.

E di temi ce ne sarebbero ancora decine per un leader da 20 anni al potere e che non smette mai di stupire. Un rilancio continuo il suo, in cui nuovi fronti (e scontri) si aprono, mentre altri si chiudono con una stretta di mano. Oggi, nonostante i problemi di salute manifestati in campagna elettorale, si prepara per il suo numero provato e riprovato di cui è campione assoluto: la vittoria delle elezioni. Sulla sua strada stavolta ha trovato un’opposizione agguerrita come non mai, che si è unita in blocco per sbarrargli la strada. Ma sono in molti a pensare che il suo nome uscirà a maggioranza dalle urne del ballottaggio.

Sul fronte internazionale Erdogan, una volta pompiere un’altra piromane, in questi ultimi anni ha giocato su più tavoli nello stesso tempo, con un sogno nel cassetto: ospitare sul suolo turco un incontro che sarebbe storico tra Putin e Zelensky. Far fare la pace ai due leader è cruccio e obiettivo dichiarato del Sultano che a marzo 2022 sfiorò il bersaglio grosso, ospitando ad Antalya i ministri degli Esteri dei due Paesi in guerra.

Il mediatore Erdogan ha raccolto però un grande risultato con la firma a Istanbul dell’accordo che sbloccò le esportazioni di grano dall’Ucraina, scongiurando una crisi alimentare mondiale. Un successo diplomatico che il presidente turco, al momento tra i pochi leader mondiali in grado di dialogare nello stesso tempo con Zelensky e Putin, ha replicato una settimana fa strappando l’ok alla proroga dell’intesa per due mesi. E nei suoi spericolati passaggi da un fronte all’altro, ha anche facilitato uno scambio di prigionieri tra le parti.

Ma la mano di Erdogan non può essere solo piuma. Sempre nel contesto ucraino, il leader turco ha ingaggiato una battaglia politica furiosa contro l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato. I due Paesi scandinavi, intimoriti dal bellicismo russo, hanno chiesto ospitalità all’Alleanza ricevendo messaggi di giubilo da tutti i membri. Tutti tranne due: l’Ungheria di Orban e, appunto, la Turchia.

Ankara, dopo aver concesso l’adesione di Helsinki, sta forzando la mano per farsi consegnare dalla Svezia alcuni personaggi legati al Pkk o alla rete Gulen, movimenti considerati alla stregua di gruppi terroristici. Un braccio di ferro, quello con Stoccolma, che per il momento non vede vincitori, ma l’unica certezza nella vita è che alla fine Erdogan otterrà qualcosa in cambio, come insegna anche il suo approccio alla crisi dei migranti condito dal ‘ricatto’ all’Ue.

Il presidente turco, intanto, tesse la sua tela regionale, creando nuove alleanze. Ha infatti fatto la pace con Emirati ed Israele e ha iniziato una “nuova era” nelle relazioni con l’Arabia Saudita dopo il gelo successivo alla morte atroce riservata dai sicari del Golfo al giornalista Jamal Khashoggi nel consolato del suo Paese a Istanbul. Un riavvicinamento sancito dalla visita di Erdogan nel regno di re Salman ricambiata da quella ad Ankara dell’erede al trono saudita, Mohammed bin Salman.

Sullo sfondo, ma neanche tanto, restano la nuova campagna nel nord della Siria contro i curdi che il presidente turco minaccia da tempo, ma che ora sembra essere stata accantonata in nome di una possibile riconciliazione con Assad, e lo scontro con la Grecia.

Ma la partita decisiva per le sue sorti politiche Erdogan la giocherà oggi. Primo ministro dal 2003 al 2014 e da allora capo di Stato, ha traghettato il Paese – attraverso un contestato referendum costituzionale nel 2017 – da un sistema parlamentare a uno presidenziale. Le urne stabiliranno se il Sultano avrà avuto ragione anche stavolta.

Kemal Kilicdaroglu, 74 anni, socialdemocratico, è l’uomo scelto dall’opposizione – non senza polemiche a dire la verità – per rivoluzionare la scena politica turca e mettere fine al ventennio al potere di Erdogan. Il leader del Partito Repubblicano del Popolo (Chp), la principale forza di opposizione in Turchia, è pronto per la sfida finale con il Sultano. Un’impresa difficile, visti i risultati del primo turno, ma non impossibile secondo il suo entourage, che ha battuto molto in questi ultimi giorni il tasto del rimpatrio dei siriani per conquistare consensi tra i nazionalisti.

Per diventare presidente, Kilicdaroglu ha messo su un cartello elettorale non proprio omogeneo dal punto di vista politico (si spazia da forze dichiaratamente di sinistra alla destra estrema) ed i cui leader all’inizio non erano tutti convinti di convergere sul suo nome. Anzi, l’annuncio della sua possibile candidatura aveva spaccato l’opposizione con l’uscita dal blocco del Buon Partito (Iyi), la seconda forza dopo il Chp, la cui leader Meral Aksener preferiva quella del sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, o in alternativa di quello di Ankara, Mansur Yavas. Il compromesso che ha salvato l’apparente unità dell’opposizione è che, in caso di vittoria, i due sindaci saranno i vice di Kilicdaroglu.

Da tanti anni ai ferri corti con Erdogan, come testimoniano anche le cause in tribunale da cui è sempre uscito sconfitto, il leader del Chp dal 2010 non ha grandi successi elettorali da opporre al Sultano nella sua carriera politica. Eletto deputato per la prima volta nel 2002, Kilicadorglu venne sconfitto alle elezioni amministrative di Istanbul nel 2009. Ciò nonostante, l’anno successivo fu eletto con un plebiscito alla guida del Chp.

Le elezioni del 2011 furono relativamente positive, in quanto il partito – seppur quasi doppiato dall’Akp di Erdogan – segnò un aumento dei consensi arrivando al 26%. Un risultato pressoché analogo lo raggiunse nel 2015, mentre alle elezioni del 2018 il candidato del Chp, Muharrem Ince (che quest’anno ha annunciato il ritiro a pochi giorni dal primo turno), superò di poco il 30%.

Nel 2016 uscì illeso dopo che l’auto su cui viaggiava nella provincia di Artvin, sul Mar Nero, era finita nel mezzo di uno scontro tra uomini armati e militari. Nello scontro, secondo il quotidiano Sabah, persero la vita due soldati. Un suo consigliere spiegò che non si era trattato di un attacco contro di lui.

Nel 2017 fece di nuovo parlare di sé i media internazionali mettendosi alla guida di una marcia pacifica da Ankara a Istanbul per chiedere una riforma del sistema giudiziario. A scatenare la protesta di Kilicdaroglu fu la condanna a 25 anni di carcere del giornalista e parlamentare del Chp, Enis Berberoglu, accusato di spionaggio e di avere fornito al quotidiano Cumhuriyet informazioni per uno scoop che mise in cattiva luce il governo. La marcia si concluse ad Istanbul con un grande comizio davanti a una folla oceanica.

In caso di vittoria, ha promesso ripetendolo come un mantra nei vari appuntamenti che hanno scandito la sua campagna elettorale, governerà la Turchia in modo più democratico rispetto a Erdogan. Uno dei momenti clou della sua campagna è stato sicuramente quando, rompendo un tabù, ha rivelato di essere di fede alevita. Questa minoranza, che osserva riti e regole diverse rispetto a quelli dell’Islam tradizionale, in Turchia è stata vittima di discriminazioni e massacri. Alcuni sunniti estremisti considerano ancora oggi gli aleviti come degli eretici e si rifiutano addirittura di mangiare un piatto cucinato da loro ritenendolo “impuro”. Se dovesse essere eletto, Kilicdaroglu ha promesso di mettere fine alle discriminazioni e a “contenziosi confessionali che hanno causato sofferenze”.

In politica estera il suo obiettivo è spostare il focus di Ankara dando priorità alle relazioni con l’Occidente piuttosto che al Cremlino. “Vogliamo entrare a far parte del mondo civilizzato – ha spiegato – Vogliamo media liberi e una magistratura totalmente indipendente. Erdogan non la pensa così. Vuole essere autoritario. La differenza tra noi ed Erdogan è come tra il bianco ed il nero”.

Della sua campagna saranno ricordati gli spot girati intorno al tavolo della sua cucina, con sullo sfondo i canovacci appesi ordinatamente. In uno di questi video è apparso con una cipolla in mano, avvertendo che i prezzi continueranno a salire se Erdogan rimarrà al potere.

Un ultranazionalista anti-immigrati con simpatie kemaliste. Sinan Ogan, 54 anni, è stata la sorpresa del primo turno delle presidenziali turche, dominato dallo scontro tra il presidente in carica e il leader dell’opposizione.

Nessuno dei due è riuscito a oltrepassare la fatidica soglia del 50% e, secondo tutti gli osservatori, il 5,17% ottenuto da Ogan con la sua coalizione Ata che prende il nome dal fondatore della Repubblica Mustafa Kemal Ataturk, sarà determinante al ballottaggio.

Con una mossa definita “sorprendente” dal quotidiano governativo Sabah, ma che non ha sorpreso molto gli osservatori, a inizio settimana Ogan ha annunciato che di sostenere Erdogan. Ne è nata una sorta di ‘faida’ all’interno del Partito Zafer (Vittoria), per il quale è stato candidato al primo turno, con l’ultranazionalista e leader del partito, Unit Ozdag, che ha invece comunicato il suo endorsement per Kilicdaroglu.

Ex esponente dell’Mhp, il partito nazionalista che è coalizzato con l’Akp di Erdogan, Ogan è laureato in economia aziendale presso l’Università di Marmara e ha completato un dottorato presso l’Istituto statale di Mosca per le relazioni internazionali.

Nel 2011 è stato eletto deputato a Igdir, la sua città natale nell’Anatolia orientale che vede una considerevole popolazione azera. Egli stesso ha radici azere. La sua uscita dall’Mhp risale al 2017, in occasione del contestato referendum costituzionale con cui Erdogan trasformò l’architettura politica del Paese da un sistema parlamentare a uno presidenziale. Ogan si oppose alla decisione dell’Mhp di appoggiare la riforma.

Ogan, dal portamento altero e dall’aspetto sempre impeccabile, ha detto di essere “molto a suo agio” nel ruolo di kingmaker e ha usato i soliti toni crudi per chiarire le sue condizioni in vista del ballottaggio: “Quello che voglio è chiaro, è la partenza dei siriani. Tutti i profughi devono tornare a casa”.

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Ucraina, attacchi con droni nella notte: un morto a Kiev

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Ucraina colpita in modo "massiccio" nella notte mentre le autorità regionali russe di Krasnodar hanno denunciato un tentativo di attacco da parte di Kiev. Zelensky chiede al Parlamento sanzioni all'Iran, che ha fornito i droni a Mosca, per 50 anni

Nuovo “massiccio” attacco all’Ucraina durante la notte, la Russia ha lanciato 54 droni iraniani ‘Shahed-136/131’ dalle regioni di Bryansk e di Krasnodar e le difese aeree dell’Ucraina sono riuscite ad abbatterne 52. “L’attacco notturno è stato diretto dal nemico contro installazioni militari e infrastrutture dello Stato nelle aree centrali del Paese, in particolare nella regione di Kiev. Qui, nell’area di pertinenza del comando aereo” Center, “la maggior parte dei droni d’attacco è stata distrutta”, ha riferito l’Aeronautica Militare Ucraina su Telegram.

Il sindaco di Kiev, Vitali Klitschko, ha informato inoltre della morte di un civile di 41 anni e del ferimento di una donna di 35 anni nel corso degli “attacchi massicci” con i droni russi sulla capitale ucraina.

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“Lukashenko ricoverato d’urgenza a Mosca dopo incontro con Putin”

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L'indiscrezione dell'oppositore Valery Tsepkalo

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Il presidente bielorusso Alexander Lukashenko è stato ricoverato d’urgenza in una clinica a Mosca dopo un incontro a porte chiuse con il presidente russo Vladimir Putin. A darne notizia con un tweet è l’oppositore Valery Tsepkalo, già candidato alla presidenza del Paese ed ex ambasciatore negli Stati Uniti.

“Secondo informazioni preliminari, soggette a ulteriore conferma, Lukashenko è stato trasportato d’urgenza all’Ospedale Clinico Centrale di Mosca dopo il suo incontro a porte chiuse con Putin – twitta -. Attualmente, rimane sotto cure mediche lì. I principali specialisti sono stati mobilitati per affrontare le sue condizioni critiche. Sono state condotte procedure di purificazione del sangue. Gli sforzi orchestrati per salvare il dittatore bielorusso miravano a dissipare le speculazioni sul presunto coinvolgimento del Cremlino nel suo avvelenamento”.

“Indipendentemente dal fatto che si riprenda o meno, i medici mettono in guardia sulla possibilità di ricadute” avverte. “In qualità di rappresentanti del Forum democratico bielorusso della Repubblica di Bielorussia, esortiamo vivamente i leader occidentali a convocare una sessione strategica nei prossimi giorni per discutere l’iniziativa “Elezioni” e altre misure che dovrebbero essere intraprese per garantire il periodo di transizione”.

Lukashenko era scomparso dalle scene pubbliche per circa una settimana dopo aver assistito a Mosca alla parata del 9 maggio. Il presidente bielorusso era rientrato rapidamente a Minsk senza partecipare al pranzo con altri presidenti delle repubbliche ex sovietiche. Il leader bielorusso è riapparso il 15 maggio, quando ha visitato il comando dell’aviazione. Pochi giorni fa, Lukashenko ha rilasciato dichiarazioni alla stampa affermando di aver avuto lievi problemi di salute legati ad un adenovirus: “Non sto per morire”, ha detto.

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Ucraina pronta ad attacco: “Ci riprendiamo tutto”

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Il consigliere presidenziale ucraino Mikailo Podoliak: "E' iniziata la controffensiva"

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“E’ tempo di riprenderci ciò che è nostro”. Queste le parole del comandante in capo delle forze armate dell’Ucraina, Valerii Zaluzhnyi, a commento di un video postato su Telegram che contiene una preghiera per la liberazione dell’Ucraina. “Benedici la nostra offensiva decisiva!”, ha scritto, secondo quanto riporta Ukrinform, che cita poi la pagina Facebook dello Stato Maggiore delle Forze Armate ucraine, secondo cui nell’ambito della “campagna di supporto informativo” per le Forze Armate è stato diffuso “uno spettacolare video”, dedicato alla liberazione dell’Ucraina dagli invasori russi.

In un’intervista alla Bbc, uno dei più alti responsabili della sicurezza in Ucraina, Oleksiy Danilov segretario del Consiglio nazionale di sicurezza e difesa, ha intanto annunciato che il Paese è pronto a sferrare la controffensiva, che potrebbe avvenire “domani, dopodomani o tra una settimana”. Il governo ucraino, aggiunge, “non può permettersi di commettere errori” sulla decisione perché si tratta di “un’opportunità storica” che “non possiamo perdere”.

Le operazioni preliminari hanno già iniziato a spianare la strada a una controffensiva contro le forze di occupazione russe. Lo ha detto consigliere presidenziale ucraino Mikailo Podoliak in un’intervista al Guardian, spiegando che si tratta di “un processo complicato e che non è una questione di un giorno o di una certa data o una certa ora”. “È un processo continuo di disoccupazione e in parte è già in atto, attraverso la distruzione delle linee di rifornimento o di depositi dietro le linee”.

“L’intensità sta aumentando, ma ci vorrà un periodo di tempo piuttosto lungo”, ha aggiunto il consigliere di Zelensky, prevedendo che man mano che la controffensiva prenderà slancio, ci saranno più incursioni in Russia da parte di gruppi ribelli russi, come il raid nella regione di Belgorod all’inizio di questa settimana.

“È la pace che lasceremo ai nostri figli e nipoti come eredità della presente generazione. Non abbiamo e non vogliamo altre alternative”. Lo ha scritto su Telegram il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. “Ma per trasmettere la pace in eredità, dobbiamo arrivare al giorno in cui potremo dire che stiamo ponendo fine a questa guerra con la nostra vittoria”.

Per raggiungere una pace “giusta e duratura”, l’Ucraina deve tornare a uno status “neutrale” e “rifiutarsi di aderire alla Nato e all’Ue”. Inoltre “vanno riconosciute le nuove realtà territoriali che si sono sviluppate a seguito della realizzazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione”. Lo ha dichiarato il vice ministro degli Esteri russo, Mikhail Galuzin, in un’intervista alla Tass.

Galuzin ha ribadito che gli obiettivi della cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina sono “la protezione degli abitanti del Donbass, la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina e l’eliminazione delle minacce alla sicurezza della Russia provenienti dal suo territorio”.

“Allo stesso tempo, siamo convinti che un accordo sia possibile solo se cessano le ostilità delle forze armate ucraine e la fornitura di armi occidentali”, ha aggiunto, chiedendo garanzie sui diritti dei cittadini di lingua russa e delle minoranze.

I Paesi occidentali sono ogni giorno sempre più coinvolti nel conflitto in Ucraina. Lo ha affermato Dmitry Peskov, portavoce del presidente della Federazione Russa, in un’intervista alla televisione russa. “Difficile dire dove sia il limite – ha detto Peskov -. Il limite, in teoria, dovrebbe guidare la mente dei paesi di tutto l’Occidente, ma, purtroppo, questo non accade. È ovvio che il grado di coinvolgimento diretto e indiretto dei Paesi dell’Occidente in questo conflitto sta crescendo ogni giorno”.

“Tutto ciò – ha detto ancora il portavoce del Cremlino – può allungare il conflitto nel tempo, ma non può cambiare radicalmente la situazione. Non può cambiare affatto la situazione. La Russia continuerà l’operazione militare speciale e garantirà i suoi interessi in un modo o nell’altro, e raggiungerà gli obiettivi dichiarati”.

La Russia ha avvertito che le forniture occidentali di armi all’Ucraina rischiano di intensificare la guerra a livelli mai visti finora. Andrei Kelin, ambasciatore della Russia nel Regno Unito, ha detto alla Bbc che il suo Paese ha “enormi risorse” e deve ancora “agire molto seriamente”. Kelin ha avvertito di una “nuova dimensione” nella guerra, insistendo che Mosca “non ha ancora iniziato ad agire” con tutto il suo potenziale, poiché “la Russia è 16 volte più grande dell’Ucraina”.

La durata del conflitto, ha detto, “dipende dall’escalation della guerra e dalle azioni intraprese dai paesi della Nato, in particolare dal Regno Unito. Prima o poi, ovviamente, questa escalation potrebbe assumere una nuova dimensione di cui non abbiamo bisogno e che non vogliamo. Possiamo fare la pace domani”.

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Ucraina, i Frati di Assisi: “Zuppi inviato in missione di pace può aprire canali”

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"Non ci sono vere iniziative diplomatiche, missione ci dà tanta speranza, se d’intesa con Segreteria Stato può attivare processo"

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Un dialogo sulle questioni umanitarie può contribuire ad aiutare – seppure siano piani diversi -anche quello politico. Ne è convinto fra Giulio Cesareo, portavoce dei Frati di Assisi, pensando alla missione di pace in Ucraina che il Papa ha affidato al cardinale Matteo Zuppi che nel suo background ha svolto con successo il compito di mediatore nel processo di pacificazione che portò alla fine della guerra civile in Mozambico.

“L’importante è cominciare a parlare. Siamo grati al Papa, alla Santa Sede, a Zuppi. Se si comincia a parlare di questioni umanitarie – osserva all’Adnkronos il portavoce del Sacro Convento di Assisi – ben venga. A parte il fatto che le persone vengono sempre prima. Il cardinale Zuppi ha tanta esperienza, penso al Mozambico. Se da questo si possono aprire canali, c’è speranza che si arrivi ad altro. L’annuncio di questa missione ci ha dato tanta speranza”.

Il francescano sottolinea poi l’importanza del fatto che l’azione dell’inviato del Papa sia fatta in sinergia con la Segreteria di Stato del Vaticano: “Ho in mente l’idea del sassolino, che può diventare una valanga. Un’azione sapiente, d’intesa con la Segreteria di Stato che ha una esperienza diplomatica seria, può attivare un processo. Poi, i frutti non saranno domani ma possono diventare importanti. E’ la politica dei piccoli passi”.

Quella del Vaticano, come ha spiegato il cardinale Parolin, non sarà tanto una mediazione in senso stretto quando un aiuto nel percorso per la pace: “Io – osserva il frate francescano – non vedo vere iniziative diplomatiche attorno a questa guerra. Quindi anche la più piccola cosa, se si crea una breccia, un piccolo pertugio, poi, come dire, con un ‘piede di porco’ si possono fare cose più grandi”.

I frati di Assisi, sulla rivista San Francesco patrono d’Italia hanno ospitato una intervista a padre Stanislav Kava, custode di Santa Croce in Ucraina, nella quale il superiore dei Francescani spiega il perché vengano equivocate o sempre non comprese, “a volte anche in ambito cattolico”, le parole del Papa quando parla di “sofferenza dei due popoli” riferendosi a russi e ucraini. Padre Kava dice anche che sarà “vittoria di pace e non militare”. Conclude fra Giulio Cesareo: “Stiamo dando poco spazio alla voce della Chiesa in Ucraina. Parliamo molto noi, anche come cattolici, ma non si ascoltano molte voci della Chiesa cattolica in Ucraina”.

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Ucraina, Zelensky e le trattative: “Pace solo con vittoria”

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Le condizioni di Mosca: "Stop adesione Kiev a Nato e Ue"

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La pace tra Ucraina e Russia arriverà, ma solo con la vittoria di Kiev. Questo il messaggio su Telegram del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, all’indomani della telefonata di Lula a Putin con l’obiettivo di aprire uno spiraglio sull’avvio di trattative tra i due Paesi in guerra.

“E’ la pace che lasceremo ai nostri figli e nipoti come eredità della presente generazione. Non abbiamo e non vogliamo altre alternative. Ma per trasmettere la pace in eredità, dobbiamo arrivare al giorno in cui potremo dire che stiamo ponendo fine a questa guerra con la nostra vittoria”, le parole di Zelensky, nel giorno in cui la Cina torna a ribadire che “compirà sforzi concreti per una soluzione politica alla crisi ucraina” e di essere “fermamente dalla parte della pace e del dialogo”.

E il dialogo per trovare la pace è, nella sostanza, il contenuto della telefonata che c’è stata ieri tra il presidente del Brasile Luiz Inácio Lula da Silva e il presidente russo Vladimir Putin. “Ho appena parlato al telefono con il presidente della Russia, Vladimir Putin”, ha fatto sapere Lula in un messaggio postato su Twitter. “L’ho ringraziato per l’invito a partecipare al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, e gli ho risposto che al momento non potevo andare in Russia, ma ho ribadito la disponibilità del Brasile, insieme a India, Indonesia e Cina, a dialogare con entrambe le parti in conflitto alla ricerca della pace”.

La Russia dal canto suo è aperta “al dialogo e al canale politico e diplomatico” per risolvere la crisi in Ucraina, avrebbe detto Putin nella chiamata avvenuta su iniziativa di Brasilia, secondo quanto riferito dal Cremlino. Dialogo e canali che “sono ancora bloccati da Kiev e dai suoi sponsor occidentali”, avrebbe sottolineato il presidente russo.

Il Cremlino ha riferito inoltre di un “colloquio dal carattere costruttivo e sostanziale”. Putin e Lula “hanno parlato di questioni relative al lavoro congiunto nell’ambito dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) e di altri formati multilaterali”, fa sapere ancora il Cremlino, aggiungendo che Lula ha condiviso con il presidente russo le sue valutazioni dopo il G7. I due presidenti hanno parlato anche delle “questioni attuali inerenti la partnership strategica Russia-Brasile” e “manifestato reciproco interesse per il suo ulteriore sviluppo” così come per “l’espansione della cooperazione concreta in vari settori”.

La Cina già ieri aveva affermato di promuove il ripristino della pace in Ucraina e sostenere “l’indipendenza strategica dei paesi europei”. Questo il messaggio portato dall’inviato cinese nei suoi incontri con i rappresentanti europei ieri a Bruxelles, secondo quanto si legge sul sito del ministero degli Esteri cinese. Il testo viene rilanciato dalla Tass. “La Cina ha sempre avuto una posizione equilibrata sulla questione ucraina e promuove attivamente il ripristino della pace e l’avanzamento dei colloqui di pace” – ha detto Li, secondo il sito del ministero degli Esteri cinese – la Cina sostiene l’indipendenza strategica dei paesi europei. Stiamo facendo sforzi per il bene della stabilità dell’Europa a lungo termine”.

Secondo Li vi sono “diverse somiglianze nelle posizioni ” europee e cinesi sull’Ucraina. “La Cina – si legge ancora – è pronta a unire le forze con la parte europea per mettere in pratica l’importante consenso raggiunto fra la Cina e la leadership europea”. Infine, afferma Li, la Cina cerca di assicurare la stabilità nei rapporti sino-europei e di “contrastare l’incerta situazione nell’area internazionale”

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov in risposta ha “ribadito” ieri l'”impegno” di Mosca per una “soluzione politico-diplomatica” del conflitto in Ucraina, dopo l’invasione russa iniziata il 24 febbraio dello scorso anno, rende noto il ministero degli Esteri di Mosca dopo il colloquio tra Lavrov e Li Hui, che a metà maggio era stato a Kiev. “Lavrov ha espresso gratitudine alla Cina per la posizione equilibrata sulla crisi ucraina, ha apprezzato molto la disponibilità di Pechino a svolgere un ruolo positivo – ha fatto sapere il dicastero – Il ministro degli Esteri ha ribadito l’impegno di Mosca a una soluzione politico-diplomatica del conflitto, rilevando i grandi ostacoli posti dalla parte ucraina e dai suoi curatori occidentali per la ripresa dei colloqui di pace”.

Per raggiungere una pace “giusta e duratura”, l’Ucraina deve tornare a uno status “neutrale” e “rifiutarsi di aderire alla Nato e all’Ue”. Inoltre “vanno riconosciute le nuove realtà territoriali che si sono sviluppate a seguito della realizzazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione”. Lo ha dichiarato il vice ministro degli Esteri russo, Mikhail Galuzin, in un’intervista alla Tass.

Galuzin ha ribadito che gli obiettivi della cosiddetta “operazione militare speciale” in Ucraina sono “la protezione degli abitanti del Donbass, la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina e l’eliminazione delle minacce alla sicurezza della Russia provenienti dal suo territorio”.

“Allo stesso tempo, siamo convinti che un accordo sia possibile solo se cessano le ostilità delle forze armate ucraine e la fornitura di armi occidentali”, ha aggiunto, chiedendo garanzie sui diritti dei cittadini di lingua russa e delle minoranze.

“La mediazione della Santa Sede è già stata rifiutata: anche oggi ho visto sulla stampa che uno dei consiglieri più ascoltati di Zelensky ha detto che non ‘ci sarà nessuna mediazione, a meno di un ritiro totale delle truppe russe dai territori occupati, non siamo disposti a cedere di un millimetro del nostro territorio’. Quindi, capisce, che è difficile parlare di mediazione dopo queste prese di posizione. Tuttavia, dobbiamo tentare in tutti i modi di creare le condizioni, un’atmosfera che possa portare a qualche passo in avanti. Questo è il senso della missione”. Così all’Adnkronos il Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato di Sua Santità, a margine della presentazione nella sede dell’Ospedale Gemelli Isola Tiberina del ‘progetto San Bartolomeo’ per facilitare l’accesso alle cure a persone con fragilità.

“Con il cardinale Zuppi – sottolinea Parolin – stiamo ragionando sulle tecnicità, i tempi e i modi. Ma bisogna tener conto della disponibilità degli interlocutori, che in generale c’è. Non escludiamo nessun interlocutore, ci sono i cinesi, gli americani ma si tratterà di vedere. In un primo momento ci sarà un approccio con le due capitali poi si vedrà da questo primo passo cosa potrà nascere. La pace non la esclude nessuno, ma non c’è nulla di concreto” conclude.

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Panico in aereo, apre portellone in volo: “Voglio scendere”

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Paura in Corea del Sud, apre il portello a 200 metri dal suolo

“Voglio scendere”. E apre il portellone dell’aereo prima dell’atterraggio. Panico sul volo della Asiana Airlines diretto da Jeju a Daegu, in Corea del Sud. Prima dell’atterraggio, nella fase finale del volo ad un’altitudine di 200 metri, un uomo di circa 30 anni si è alzato e ha aperto il portellone perché si sentiva “a disagio”. Qualche passeggero ha cercato di bloccare l’uomo, che è riuscito ad aprire parzialmente il portello. Gli altri viaggiatori si sono aggrappati ai sedili, nella cabina sferzata da potentissime raffiche di vento. Nove persone sono state trasportate in ospedale per problemi respiratori e sono state dimesse nel giro di due ore. L’uomo che ha aperto il portellone è stato arrestato. Alla polizia, secondo i media sudcoreani, ha spiegato che intendeva semplicemente ”scendere” dall’aereo. Il giovane, a quanto pare, avrebbe manifestato segni di stress dopo aver perso il lavoro recentemente.

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Russia, attacco droni contro sede oleodotto di Pskov

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Esplosione di un edificio amministrativo nella regione

Un’esplosione ha danneggiato questa mattina un edificio amministrativo in territorio russo, nel distretto di Nevelsky, regione di Pskov. A riferirne è stato il governatore Mikhail Vedernikov. “Una sede amministrativa competente per il vicino oleodotto nei pressi dell’insediamento di Litvinovo, distretto di Nevelsky, è stato danneggiato da un’esplosione questa mattina presto. Nessuno è rimasto ferito”, ha scritto su Telegram. “Secondo le prime informazioni, l’edificio è stato danneggiato dall’attacco di due droni. Le conclusioni finali saranno disponibili dopo che gli inquirenti avranno fornito i loro risultati”, ha concluso Vedernikov, citato dalla Tass.

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Ucraina pronta a controffensiva: “Tempo di riprendere ciò che è nostro”

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Parlano i responsabili di forze armate e sicurezza di Kiev: "Domani, dopodomani o tra una settimana, non possiamo commettere errori". 007 Gb: "Forze Wagner ridispiegate da Bakhmut in altre regioni"

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“E’ tempo di riprenderci ciò che è nostro”. Queste le parole del comandante in capo delle forze armate dell’Ucraina, Valerii Zaluzhnyi, a commento di un video postato su Telegram che contiene una preghiera per la liberazione dell’Ucraina. “Benedici la nostra offensiva decisiva!”, ha scritto, secondo quanto riporta Ukrinform, che cita poi la pagina Facebook dello Stato Maggiore delle Forze Armate ucraine, secondo cui nell’ambito della “campagna di supporto informativo” per le Forze Armate è stato diffuso “uno spettacolare video” dedicato alla liberazione dell’Ucraina dagli invasori russi.

In un’intervista alla Bbc, uno dei più alti responsabili della sicurezza in Ucraina, Oleksiy Danilov segretario del Consiglio nazionale di sicurezza e difesa, ha intanto annunciato che il Paese è pronto a sferrare la controffensiva, che potrebbe avvenire “domani, dopodomani o tra una settimana”. Il governo ucraino – ha aggiunto – “non può permettersi di commettere errori” sulla decisione perché si tratta di “un’opportunità storica” che “non possiamo perdere”.

Le forze armate ucraine – ha precisato Danilov – sferreranno l’assalto quando i comandanti avranno calcolato che “possiamo ottenere il miglior risultato” in quella precisa fase della guerra. E alla domanda se le forze armate ucraine fossero pronte per l’offensiva, ha risposto: “Siamo sempre pronti. Così come eravamo pronti a difendere il nostro paese in qualsiasi momento. E non è una questione di tempi”. “Dobbiamo capire che questa occasione storica che ci è stata data – da Dio – al nostro paese non possiamo perderla, così potremo davvero diventare un grande paese europeo indipendente”, ha aggiunto.

“Potrebbe succedere domani, dopodomani o tra una settimana”, ha continuato. “Sarebbe strano – ha poi osservato – se dovessi fornire le date di inizio di quello o quegli eventi. Non si può fare… Abbiamo un compito di grande responsabilità rispetto al nostro paese. E comprendiamo che non abbiamo il diritto di commettere errori”.

Quanto alle voci su una controffensiva già in corso, Danilov ha lasciato intendere che non hanno fondamento: “La demolizione dei centri di controllo russi e delle attrezzature militari russe” è compito delle forze armate ucraine dal 24 febbraio dello scorso anno. Non abbiamo giorni liberi in questa guerra”.

L’intervista alla Bbc in cui Danilov ha parlato dell’annunciata controffensiva ucraina per liberare i territori occupati dalle forze russe è stata interrotta da un messaggio telefonico con cui il presidente Volodymyr Zelensky convocava Danilov ad un incontro dedicato proprio alla prevista operazione militare ucraina. E’ quanto riporta l’emittente britannica sul suo sito.

Durante l’intervista, Danilov ha anche confermato che parte dei mercenari di Wagner si stanno ritirando dalla città di Bakhmut, precisando però che si stanno “raggruppando in altre tre località”. Quindi il ritiro “non significa che smetteranno di combattere con noi”. Quanto all’inizio del dispiegamento di armi nucleari russe in Bielorrusia, Danilov si è mostrato tranquillo: “Per noi non è una novità”, ha affermato.

I mercenari di Wagner hanno verosimilmente iniziato a ritirarsi da alcune delle loro postazioni intorno a Bakhmut e verranno probabilmente utilizzati per altre operazioni offensive nella regione del Donbass. A scriverne è l’intelligence britannica nel suo ultimo rapporto quotidiano sulla situazione al fronte divulgato dal ministero della Difesa di Londra.

“Le forze del gruppo Wagner – vi si legge – hanno probabilmente iniziato a ritirarsi da alcune delle loro posizioni intorno alla città di Bakhmut, nel Donetsk. Il 25 maggio scorso, il capo di Wagner, Yevgeny Prigozhin, ha dichiarato che il ritiro delle sue forze da Bakhmut era iniziato e che il passaggio delle posizioni al Ministero della Difesa russo sarebbe proseguito fino al primo giugno. Anche il viceministro della difesa ucraino ha confermato l’avvicendamento di forze alla periferia della città”.

“A partire dal 24 maggio – prosegue il rapporto – le cosiddette forze della Repubblica popolare di Donetsk sono probabilmente entrate in città per avviare le operazioni di sminamento. Nelle ultime settimane, elementi della 31ma brigata delle forze aviotrasportate russe si sono spostate dall’area di Svatove-Kreminna per andare a rafforzare i fianchi di Bakhmut”.

“Al 16 maggio le forze ucraine – conclude – avevano preso 20 chilometri quadrati alla periferia di Bakhmut. È probabile che la rotazione delle forze di Wagner continui per fasi in modo da prevenire il collasso nelle sacche intorno alla città. Nonostante le divergenze tra Prigozhin e il ministero della Difesa russo, le forze di Wagner saranno probabilmente utilizzate per ulteriori operazioni offensive nel Donbass”.

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