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E’ in rotazione in radio e disponibile in tutti gli store digitali Egualmente Colpevoli, il nuovo singolo di Raffaele Poggio. Un lavoro ricercato che lancia un messaggio ben specifico, proprio come il cantante ci ha svelato in questa intervista, dove ha parlato anche della sua passione per la recitazione, che presto lo porterà in una fiction Rai.
Intervista a cura di Roberto Mallò.
Raffaele, lo scorso 6 marzo è uscito Egualmente Colpevoli, il tuo nuovo singolo. Il videoclip è abbastanza particolare. Come ti è venuta l’idea?
“Nel videoclip volevo raccontare le emozioni provate e non i personaggi della storia. Nel brano si parla di un argomento scomodo, ossia il tradimento, che non è solo quello fisico, capace di scatenare varie dinamiche. Volevo descrivere in modo simbolico e artistico le emozioni provate dai personaggi coinvolti. Non a caso, il videoclip è suddiviso in capitoli, dove ogni emozione ha un determinato titolo. Parlo di un tradimento con una persona del proprio sesso perché la storia è incentrata su un uomo e una donna che hanno poi delle dinamiche con un altro uomo e un’altra donna. Ho pensato dunque che il modo più semplice per fare apprendere alle persone ciò di cui stavo parlando fosse quello di utilizzare un linguaggio universale, come lo sono appunto le emozioni e gli stati d’animo. Aspetti che le persone possono recepire meglio, a differenza di una cosa, magari, troppo trasgressiva o forte. Ho cercato, così come è il mio modo generale di comunicare, di analizzare l’essere umano secondo quei punti là, evitando di esagerare. Si toccano vari punti, come la demascolinizzazione dell’uomo da parte della donna, che porta la coppia protagonista del video ad allargare le loro dinamiche. Un lavoro che è stato diretto da Gianfranco Busanca”.
L’idea del video è completamente tua o è stata studiata insieme a Busanca?
“Le storyboard di ogni video sono sempre mie; la storia la creo sempre io, anche se ovviamente Busanca dà il suo apporto per strutturarla tramite le immagini”.
Come ti sei avvicinato al mondo della musica? So che è cominciato tutto quanto in un periodo non proprio felice della tua vita…
“Sì, esatto. Fondamentalmente, la musica c’è sempre stata. Nel momento in cui attraversavo una frase di depressione a casa da solo senza più alcun punto di riferimento, quando si sono verificati sulla mia persona dei fenomeni di bullismo e così via, la musica era un modo per viaggiare lontano. In seguito, quando ho iniziato ad essere artista e a creare note e parole, quella è stata una cosa diversa e consapevole perché volevo parlare di argomenti che potessero arrivare a persone che avevano bisogno di una voce o, più semplicemente, di qualcuno che parlasse di loro. Si può trattare un argomento, come la violenza in casa o sulle donne passando per il bullismo o la depressione, ma non si capisce mai fino in fondo cosa si prova se non lo si è vissuto in prima persona. Se lo si vive personalmente, le cose cambiano”.
Però è vero che si può parlare di un argomento anche attraverso dei lavori di ricerca, no? Non si deve per forza vivere tutto quanto…
“Certo, anche se le mie canzoni sono un po’ più impegnate, come Egualmente Colpevoli. Non narro sempre un argomento. Tendo, attraverso le strofe, ad essere un po’ ermetico, in modo tale che quella strofa possa voler dire una cosa, ma anche un’altra. Così facendo, posso arrivare a più persone diverse, perché dipende da come ciascun ascoltatore la interpreta”.
Hai avuto dei modelli di riferimento cantautoriali ai quali ti sei ispirato?
“Come tendenze musicali, sono cresciuto con la musica pop classica degli anni ’80 e ’90. Amo il mondo latino e i suoi vari generi, come il reggaeton e la bachata. La produzione che sto portando avanti, da un anno a questa parte, è prevalentemente latina. Lì lo scrivere si basa molto sulla ritmica, bisogna fare molta attenzione a questo aspetto. Gli artisti che generalmente apprezzo sono tanti; nel reggaeton cito sicuramente Maluma. Tuttavia, nello scrivere, visto che nei brani parlo prevalentemente di me, non ho mai preso ispirazione da altri, perché dovevo raccontare ciò che ho vissuto a modo mio”.
Lo scorso anno hai rilasciato il singolo Quedate conmigo, che è andato molto bene ed è stato ai primi posti della classifica europea delle etichette indipendenti.
“E’ un singolo che è nato da un incontro con Angelo Divino, un cantautore cubano che mi ha aiutato a scrivere la parte del brano in spagnolo. Questa è una cosa a cui tengo parecchio: facendo musica latina, voglio che si respiri il vero cuore latino. Purtroppo, in Italia il reggaeton viene spesso storpiato. Invece, avere un ragazzo che, con la chitarra, butta giù la musica latina vera, com’è, è un’altra cosa. Si respira l’aria di quei paesi lontani. Poi è logico che si aggiungono anche tutti quegli elementi moderni per rendere il brano più appetibile e commerciale. In passato, io e Angelo abbiamo anche cantato un brano insieme, Te Estoy Amando. In genere, i miei brani sono quasi sempre italo-spagnoli, che posso scrivere grazie alla collaborazione con Angelo, ed Egualmente Colpevoli è un’eccezione. Volevo fare un testo italiano anche perché me ne serviva uno da presentare a tutti gli eventi collaterali di Sanremo”.
A proposito di Sanremo, come è andata l’esperienza lì?
“E’ stata un’esperienza carica di energia; attraverso le interviste ho avuto modo di fare arrivare meglio la mia percezione, il mio bisogno di comunicazione, oltre che le mie canzoni”.
Lì ti sei presentato con un look decisamente particolare…
“Esatto. Il look aveva un significato ben preciso, perché volevo fare in modo che l’artista venisse visto come un uccello che vuole prendere il volo verso il suo sogno, per arrivare con la musica in modo planetario alle persone. Per questo ho indossato delle piume. Tuttavia, bisogna tenere conto delle varie problematiche che si creano. In primis, i problemi economici nell’autofinanziarsi quando si è degli artisti indipendenti. Ostacoli che ho concretizzato poi con delle catene che mi avvolgevano. Ecco perché avevo una giacca con queste piume di uccello ed ero incatenato. Avevo, infine, un cielo di plastica, che è legato al video. La plastica era intesa come il soffocamento. Nel videoclip di Egualmente Colpevoli, se ci pensi, la plastica soffoca la relazione a quattro; ma può soffocare anche l’artista. Tra l’altro, c’è anche tutta una problematica ambientale legata alla plastica”.
Sono previste delle date in cui porterai la tua musica in giro?
“In questo momento, io ed Angelo stiamo lavorando su una scaletta di brani latini, dove porteremo i miei, i suoi brani e i classici latini che tutti conoscono. Dobbiamo ancora capire se fare un progetto solo acustico o se mettere insieme una band”.
Che feedback hai da chi segue la tua musica?
“Chi mi segue da anni, e questo mi fa piacere, è sempre più affezionato ai brani un po’ più introversi. Quelli che magari sono meno commerciali ma che parlano più di me, delle cose forti, e che collegano a loro. La canzone che è piaciuta maggiormente è quella dedicata a mia mamma, Cuore Rosa, scomparsa nel 2017. In fondo, tutti nella vita abbiamo provato il lutto per una persona cara. E in un testo, dove non parli di cose molto specifiche, tutti possono riconoscersi. Le persone che mi seguono sanno come ragiono, conoscono il mio modo d’espressione. Anche se non disdegnano dei brani dove magari si balla e ci si diverte. Per anni ho sperimentato, spaziando tra la pop, la dance, il reggaeton. Ultimamente mi piace esprimermi con il genere latino; chissà in futuro che cosa accadrà”.
Forse non tutti sanno che sei anche un attore; ci sono dei progetti legati a quest’altra professione?
“Sono impegnato nelle riprese di una serie Rai. Non posso dire nello specifico di che cosa si tratta, ma ne sentirete presto parlare”.
Com’è alternarsi tra il lavoro di cantante e quello dell’attore, visto che sono due professioni diverse?
“Diciamo che nella musica non ho bisogno di un lavoro di ricerca, nel senso che c’è lo studio, ma quello che esce da me si concretizza nella musica. Nella recitazione, invece, mi arriva il copione con il personaggio, devo capire la storia, analizzarla. E, dopo, devo immaginare come Raffaele vivrebbe quello che sta vivendo quel personaggio per essere il più vero possibile e non interpretare qualcun altro. Diciamo che c’è un lavoro ulteriore perché devi andare a scavare dentro di te, dentro i tuoi stati d’animo, gli atteggiamenti corretti da poter applicare e portare poi in scena, sia che sia davanti alla camera, sia che sia sul palco di un tetro. Inoltre, ho sempre due sogni nel cassetto: vorrei essere in un film di Ferzan Ozpetek, perché anni fa avevo fatto un casting ma non avevo ancora nessuna esperienza. Sono stato mandato a Roma all’improvviso, senza aver studiato. Mi sono ritrovato da solo, con Ferzan, nel suo ufficio. E’ stata un’esperienza fantastica. E vorrei fare anche un reality, perché a me piacciono le dinamiche delle persone. Mi piace provocare e smuovere le coscienze, poiché spesso le persone sono limitate. E sarebbe pure un modo per farmi conoscere ulteriormente”.
Da cosa nasce questo interesse per i reality?
“Spesso guardando programmi come l’Isola dei Famosi o il Grande Fratello Vip, così come la televisione in generale, mi rendo conto che ci sono dei punti di vista superficiali, di coscienze dormienti. Visto che lavoro molto su me stesso, penso che se le persone conoscessero di più riuscirebbero ad affrontare meglio le sfide che possono capitare. Mi viene in mente, ad esempio, la filosofia orientale, con il lavoro che una persona può fare su se stessa per migliorare e apprendere di più consapevolmente la vita. Si dovrebbe parlare pure di questo, ma c’è poca conoscenza, che forse è voluta. Non la considero però giusta: in un mondo ci devono essere delle voci differenti che spiegano i diversi modi di affrontare e vivere la vita, di passare le giornate. Chi guarda la tv può dunque restare incuriosito da una cosa che non conosceva e che magari potrebbe essere il suo tassello di svolta come è stato con me”.
La tua è una riflessione personale, giusto?
“Esatto. Quando io stavo male ed ho vissuto una depressione che mi ha portato ad usare degli psicofarmaci, ero nel baratro più profondo. Se un mio amico non mi avesse fatto leggere i libri di Osho, non avrei mai approfondito quel mondo lì. E non avrei avuto in mano degli strumenti che, successivamente, sono stati vitali per risolvere cose molto grosse. A volte basta che ci sia qualcuno che ti parli di qualcosa affinché tu possa avere uno switch”.
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