Inflazione, la ‘tassa’ peggiore per i redditi bassi


Sulle tasse ci si divide, da sempre. C’è chi le vorrebbe più progressive, e chi le taglierebbe il più possibile, per tutti. Di fronte all’inflazione all’8%, come non avveniva dal 1986, c’è però poco da dividersi: è la ‘tassa’ più iniqua, perché pesa di più su chi ha di meno. Riduce il potere di acquisto, in maniera insostenibile per i redditi più bassi e in maniera quasi impercettibile per i redditi più alti. In mezzo, un impatto che decresce insieme all’aumentare degli stipendi e della ricchezza accumulata.  

L’inflazione ha anche un’altra caratteristica che la rende difficile da gestire. Richiede interventi che inevitabilmente vanno a pesare sulla spinta alla crescita, in un dilemma, quello tra controllo dei prezzi e sostegno all’economia, che agita le banche centrali che devono muovere le leve della politica monetaria e interroga i governi che devono muoversi cercando un difficile equilibrio. 

Quando l’inflazione alta si lega alla crescita bassa, si entra nel terreno melmoso della stagflazione, l’approdo peggiore delle crisi economiche. Nella fase attuale, ci sono fattori esterni che si aggiungono a una spinta che arriva da lontano. In particolare, guardando alla componente energetica dell’inflazione, quella che pesa di più, le conseguenze della guerra in Ucraina, e delle tensioni sul gas e sul petrolio, si sommano all’incremento dei prezzi che ‘naturalmente’ stava seguendo i passi avanti nella trasformazione verso un sistema prevalentemente alimentato dalle rinnovabili.  

Il problema ulteriore è che ormai l’inflazione non è solo legata all’energia. C’è stata una contaminazione a tutti gli altri settori, in parte dovuta alla carenza di materie prime e al costo dei trasporti e in parte anche a una quota di speculazione.  

I dati dicono quello che la vita di tutto i giorni sta mostrando con grande evidenza a tutti. I prezzi salgono rapidamente, soprattutto per i prodotti che si acquistano quotidianamente. A giugno è salito ancora il costo del carrello della spesa. Stando ai dati provvisori sui prezzi al consumo diffusi oggi dall’Istat, accelerano i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona (da +6,7% a +8,3%) e quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +6,7% a +8,4%).  

Significativa anche la contestualizzazione storica del dato dell’inflazione di giugno. E’ salita ancora a un livello (+8,0%) che non si registrava da gennaio 1986 (quando fu pari a +8,2%). L’Istat spiega anche che il ritorno al passato riguarda anche la componente extra energia. “Le tensioni inflazionistiche continuano a propagarsi dai beni energetici agli altri comparti merceologici, nell’ambito sia dei beni sia dei servizi”. Pertanto, i prezzi al consumo al netto degli energetici e degli alimentari freschi (componente di fondo; +3,8%) e al netto dei soli beni energetici (+4,2%) “registrano aumenti che non si vedevano rispettivamente da agosto 1996 e da giugno 1996”.  

Che si parli di un ritorno alla metà degli anni ’80, o alla metà degli anni ’90, quello che conta è il peso che i prezzi hanno in relazione al potere di acquisto degli italiani, visto anche che i salari non crescono e, anzi, calano. Sono ancora i numeri a fornire la spiegazione migliore. L’Italia è l’unico Paese Ocse in cui i salari sono diminuiti negli ultimi trent’anni, complice la stagnazione di Pil e produttività: -3%, mentre la Germania segna +34%, la Francia +31% e la Spagna +6%. 

In questo scenario, l’inflazione è senza dubbio la tassa peggiore che ci possa essere per i redditi più bassi. 

(di Fabio Insenga) 

 

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