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Esteri

Il rapporto 2021 su libertà di pensiero di Humanists International mette in luce discriminazioni religiose gran parte del pianeta

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A dir poco è preoccupante il quadro che emerge dalla nuova edizione, diffusa oggi, del Rapporto sulla libertà di pensiero nel mondo, promosso dall’Humanists International, di cui l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti fa parte. Ma vediamo in dettaglio di che si tratta. 

Atei e agnostici sono discriminati in 144 paesi del mondo: in 39 c’è una religione di Stato; in 35 la legislazione deriva, in tutto o in parte, dal diritto religioso; in 12 esponenti del governo o agenzie statali emarginano, molestano o incitano all’odio o alla violenza contro le persone non religiose; in 83 la blasfemia è un reato e in sei tra questi è punibile con la pena di morte; in 17 l’apostasia è un reato e in 12 tra questi è punibile con la morte; in 79 vige un discriminatorio sistema di finanziamento della religione; in 19 è possibile il ricorso a tribunali religiosi su questioni familiari o morali; in 26 è fatto divieto ai non religiosi di ricoprire alcuni incarichi; in 33 l’istruzione religiosa è obbligatoria nelle scuole statali senza un’alternativa laica; in 16 è difficile o illegale gestire un’organizzazione apertamente umanista. 

Ogni anno, un terzo di tutti i paesi del mondo viene esaminato nell’ambito di un ciclo continuo di aggiornamenti: partire da quest’anno poi, sono stati introdotti due nuovi parametri, che vanno ad aggiungersi a quelli utilizzati nelle edizioni passate. Il modo in cui l’influenza della religione nella vita pubblica mina il diritto all’uguaglianza e/o alla non discriminazione, colpendo in modo particolare i diritti delle donne e delle persone lgbti+. E il modo in cui la mancata regolamentazione dell’obiezione di coscienza si traduce nella negazione di servizi alle donne e alle persone lgbti+. 

Tra i focus da segnalare quelli sull’Afghanistan post ritiro truppe statunitensi; sul Ghana, con la discussione in corso su un progetto di legge che prevede una pena fino a cinque anni di reclusione per le persone lgbti+ e una pena fino a dieci anni per chiunque si impegni in attività di advocacy in materia; sul Myanmar, dopo il colpo di Stato del febbraio scorso; e sull’Uruguay, dove la Ley de Consideración Urguente, approvata nell’ottobre 2020, concede alla polizia maggiori poteri nell’uso della forza per sedare le proteste, frappone maggiori ostacoli alle manifestazioni e al lavoro dei sindacati, e criminalizza le critiche alla polizia.  

“Il Rapporto sulla libertà di pensiero di quest’anno offre, ancora una volta, una lettura cupa -dichiara il presidente di Humanists International, Andrew Copson- Questo diffuso e continuo disagio è fonte di dolore per tutti noi, ma quest’anno voglio anche esprimere una nota di soddisfazione: questa è la decima edizione annuale del Freedom of Thought Report. Dieci anni fa, pochissima luce illuminava la situazione globale degli umanisti e delle altre persone non religiose e la situazione globale in materia di diritti legali e umani, che ci riguarda, non era presa in considerazione. Negli ultimi 10 anni il nostro rapporto si è guadagnato una reputazione per la sua qualità solida e affidabile, per il suo approccio progressista e intersezionale rispetto ai diritti umani, e per essere un punto di riferimento indispensabile per politici, parlamentari e attivisti a livello internazionale”. 

“Il Rapporto sulla libertà di pensiero è uno strumento fondamentale per leggere il nostro presente -fa eco Roberto Grendene, segretario dell’Uaar- tanto più considerato che, nella drammatica situazione che viviamo, tra guerre e pandemia, una delle categorie maggiormente colpite è proprio quella dei non credenti, priva di protezione specifica, spesso e volentieri perseguitata a casa propria. Basti pensare al finanziamento vergognosamente limitato alle sole minoranze cristiane perseguitate, approvato nel nostro Paese nel 2019, che ammonta a 4 milioni di euro l’anno e che non ci risulta decaduto. L’Italia al solito si vanta di essere una democrazia contemporanea e pluralista quando poi, nei fatti, la stessa esistenza della nostra associazione dimostra come sia ancora necessario lottare per una completa pari dignità nella libertà di coscienza”.  

“Accolgo con favore la pubblicazione del Rapporto 2021 sulla libertà di pensiero -è il commento di Ahmed Shaheed, relatore speciale delle Nazioni Unite per la libertà di religione o di credo- Esso raccoglie le esperienze non solo di umanisti e non credenti di tutto il mondo, ma anche di coloro che, pur profondamente religiosi, sono dissenzienti, illuminando sia tendenze chiave, sia singoli casi che destano preoccupazione. Prendere di mira qualcuno con odio, violenze e discriminazioni basate sull’identità religiosa o di credo è contro il diritto internazionale e non ha posto in nessuna società”. 

Quest’anno il lancio del rapporto coincide con il 40.mo anniversario dell’approvazione della Dichiarazione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite sull’eliminazione di tutte le forme di intolleranza e di discriminazione basata sulla religione o sul credo (del 25 novembre 1981). 

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La Russia ha la guerra in casa, nuovo attacco ucraino ad aeroporto – Ascolta

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Ascolta “La Russia ha la guerra in casa, nuovo attacco ucraino ad aeroporto” su Spreaker.
 

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Ucraina Bucha, chiesta in Russia condanna esemplare per Yashin: denunciò abusi

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(Adnkronos) – L’accusa ha chiesto una condanna a nove anni di carcere per l’oppositore russo Ilya Yashin, accusato di aver diffuso informazioni false sulle forze armate, vale a dire, per aver denunciato lo scorso aprile, con un video sul suo canale youtube che ha 1,3 milioni di iscritti, gli abusi commessi nella città ucraina di Bucha. Il procuratore del processo in corso a Mosca ha definito i rapporti dell’Osce e dell’Onu sugli abusi a Bucha come “ostili, prevenuti e di parte”. Yashin, 39 anni, deputato dell’assemblea del distretto moscovita di Krasnoselsky, uno dei pochi oppositori rimasti in Russia, era stato arrestato lo scorso luglio. Il processo a suo carico è iniziato a novembre. La pena massima per il resto di cui è accusato, introdotto dopo l’inizio della guerra, sono dieci anni di carcere.  

 

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La nipote dello Shah: ”Il regime testa compromesso, ma la protesta continua”

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(Adnkronos) – La notizia dell’abolizione della polizia morale in Iran e la creazione di una commissione per valutare se rimuovere l’obbligo di indossare il velo islamico potrebbero essere ”un test” deciso da Teheran per ”vedere la reazione del popolo iraniano”. Un ”passo”, insomma, ”per verificare se i manifestanti si fermano” davanti a questa concessione, ”una proposta di compromesso”, seppur non confermata dal ministero degli Interni. Ma gli iraniani, soprattutto donne ma anche uomini, ”non è questo che vogliono, non stanno lottando e rischiando la vita per questo. Vogliono riappropriarsi delle loro libertà e dei diritti civili regolarmente calpestati”. Ne è convinta Yassmin Pucci, attrice e nipote dell’ultimo Shah, Mohammad Reza Pahlavi, che in un’intervista ad Adnkronos afferma che ”il regime islamico ha capito che ha le ore contate”. 

In Iran, prosegue, ”si sta scrivendo una pagina di storia importante” e i protagonisti sono i ragazzi della ”nuova generazione, cresciuta con un senso di ribellione, la voglia di essere come i loro coetanei del resto del mondo”. Un desiderio che li ha visti ”scendere in piazza a protestare con la consapevolezza che andavano a rischiare la loro vita”. Tutto questo ”è terribile, ma non credo si possa tornare indietro. Fermarsi ora non avrebbe alcun senso”. Neanche davanti alla ”notizia ambigua” dell’abolizione della polizia morale e del velo. ”Credo che il regime voglia sondare il terreno e vedere come gli iraniani potrebbero reagire a determinate concessioni. Ma non credo che possa bastare” e penso invece che ”le proteste continueranno”, aggiunge Pucci. ”Gli iraniani non stanno combattendo per queste due cause, ma per abolire il regime – prosegue – Quello che fa male è che il mondo si è dimostrato sì solidale, ma chi avrebbe potuto fare qualcosa di più concreto non lo ha fatto, forse per interessi economici o politici”. Di qui un appello ad ”aiutare un popolo in difficoltà, un Paese in difficolta”. 

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