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Cronaca

Il pentito Mutolo: “Nell’ultimo interrogatorio Borsellino era molto preoccupato”

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“Vidi per l’ultima volta Paolo Borsellino nella notte del 17 luglio, due giorni prima di essere ucciso nella strage di via D’Amelio. Era molto preoccupato. Me lo ricordo perfettamente. Ed era anche in pensiero per la figlia Fiammetta, in vacanza in Indonesia, che non sentiva da diverse ore. Quello fu l’ultimo interrogatorio”. A ricordare il giudice Paolo Borsellino, a 29 anni dalla sua uccisione, in una intervista esclusiva all’Adnkronos, è il pentito Gaspare Mutolo, ex trafficante di droga e braccio destro di Totò Riina. Una vita movimentata, quella di Mutolo. Nel 1965 finisce in carcere all’Ucciardone a Palermo, dove conosce Totò Riina, diventerà uno dei fedelissimi al dogma della mafia corleonese. Dall’inizio degli anni Settanta fino all’85 fu il più importante ‘broker’ di eroina del pianeta. “E’ stata mia moglie a illuminarmi il cervello, quando i corleonesi facevano le stragi – racconta dalla località segreta dove vive e dipinge – Mi disse: ‘Siete pazzi, basta’. Lei è stata una guida per me. Ora è morta…”. 

“Quella sera del 17 luglio – ricorda Mutolo – quello che ho potuto concepire, parlando con il giudice, era la sua grande preoccupazione. Mai come quella sera”. E racconta anche un altro aneddoto: “Era anche preoccupato per la figlia Fiammetta, che era lontana, in viaggio con amici di famiglia. E io lo rassicurai, dicendogli che anche io avevo una figlia che andava spesso a ballare e che non si faceva sentire. Mi colpì molto quell’amore infinito per i figli. Un amore viscerale. Era davvero preoccupato. Quando ne parlava aveva il sorriso molto dolce. Ma preoccupato”. E ribadisce: “Certamente era preoccupato anche per se stesso”.  

E ricorda che “dopo la strage di Capaci, aveva insistito perché voleva essere ascoltato dalla Procura di Caltanissetta. Quello era il periodo di Tinebra a Caltanissetta, di Giammanco a Palermo. E poi c’era Contrada. Erano personaggi che a Borsellino non calavano, come Arnaldo La Barbera. Io volevo parlare solo con lui e Borsellino lo sapeva”.  

“Dopo la morte di Borsellino, mi venne a trovare alla Dia il giudice Gioacchino Natoli. Era preoccupato e mi disse: ‘Gaspare, ora che intenzione hai? Che vuoi fare?’ E io dissi: ‘Adesso ho un motivo in più per collaborare’. Il giudice Falcone era morto e Borsellino pure. Non mi interessava più con chi parlare e ho mantenuto quella promessa. Ho continuato a parlare con i magistrati”.  

Il primo luglio 1992, 18 giorni prima della strage di via D’Amelio, Mutolo fu interrogato ancora da Borsellino. Quel giorno, il giudice antimafia dovette interrompere l’interorgatorio per recarsi al Viminale, dove si insediò l’allora neo ministro dell’Interno, Nicola Mancino. “Ricordo che il giudice ricevette una telefonata dal Viminale – dice – e dovette andare via. Quel giorno abbiamo messo a verbale diverse cose, ma non tutto. Le cose più importanti non le scriveva. Io gli dicevo: ‘Signor giudice, io desidero vedere la mafia arrestata e poi parliamo dei politici e dei personaggi dello Stato”. 

Alla domanda su cosa non scrisse il giudice Borsellino, Gaspare Mutolo risponde: “Qualcosa che intravedeva al di là”. “Io facevo i paragoni – dice – A Palermo, ad esempio, avevamo i Cavalieri del Santo Sepolcro, la tessera numero uno l’aveva il conte Arturo Cassina, che aveva fatto tanti lavori in città. E il suo di fiducia sa chi era? Giovanni Teresi, il sottocapo della famiglia del boss Bontade”. “Borsellino non ci è mai arrivato a mettere per iscritto cosa volesse dire…”. “Il primo luglio, è stata come una barzelletta – dice ancora Mutolo – c’era questo incontro segreto, anche se molto affaticato molto travagliato. Non so perché, qualcuno non voleva che io parlassi con Borsellino. L’ho capito dopo che avevano trovato dei file sul computer di Giovanni Falcone, con cui avevo già parlato, spiegandogli qualcosa. Io avevo iniziato a collaborare in maniera diverse da Buscetta o Contorno, io volevo tagliare questo cordone ombelicale. C’era la mafia e la politica, ma anche il mondo imprenditoriale”.  

“Io dissi a Falcone: ‘non mi muovo dall’Italia, così quando i giudici mi vogliono vedere, devo essere a portata di mano’. Così abbiamo avuto il primo colloquio con il dottor Borsellino, grazie a De Gennaro (ex capo della Polizia ndr), che organizzò l’incontro alla Dia. Ma doveva essere segreto. Invece lo sapevano tutti. Al Viminale lo sapevano, Contrada lo sapeva”. E ricorda quanto già raccontato in alcuni processi: “Dopo avere parlato con Mancino e Contrada, era talmente agitato che addirittura aveva una sigaretta in bocca e ne accese un’altra. Io glielo feci notare, talmente era pensieroso. Dopo quel giorno ci siamo visti diverse altre volte”. 

“Io gli dicevo ‘Dottore, la mafia ha una potenzialità che non potete neppure immaginare. E lui logicamente restava basito – racconta ancora Mutolo – Sembrava una esagerazione, io gli dicevo se dobbiamo andare d’accordo prima dobbiamo mettere in galera tutti i mafiosi. E lui mi diceva: ‘sono d’accordo con lei’, ma aveva anche premura perché sapeva che sotto sotto c’era qualcuno che stava lavorando in maniera diversa da come lavorava lui”. “Lo so, perché in quel periodo c’erano alcuni mafiosi che si incontravano – aggiunge – alcuni si erano accordati per quella che venne chiamata ‘trattativa’. C’era contrasto tra alcuni personaggi e Borsellino lo capiva. C’erano già stati dei segnali”. 

E Gaspare Mutolo ribadisce che “dentro lo Stato c’erano tre correnti: alcune persone che se la facevano addosso per paura, altri che cercavano di rimediare, e altri che volevano combattere. Io, ringraziando Dio, sono tra quelle persone che avevano intenzione di combattere”. Il collaboratore di giustizia si dice convinto che “ancora oggi continuano i depistaggi sulla strage di via D’Amelio”. “Al centro per cento”, spiega. “Così come la trattativa tra Stato e mafia, prosegue ancora, altro che”. Ma chi depista? “Questa è una domanda maliziosa – dice Mutolo – quelle persone che dopo le stragi avevano interesse a farle, perché la trattativa continua ancora oggi”.  

Ci tiene anche a spiegare che la scarcerazione di Giovanni Brusca, dopo 25 anni di carcere, nonostante le decine di omicidi, tra cui quello di Giovanni Falcone e il piccolo Giuseppe Di Matteo, “va accettata”. “Brusca ha fatto una cosa orribile – dice – ha ucciso quel bambino e il giudice più caro a tutti noi. Però, Brusca, ha spezzato un ingranaggio, un sistema. Quello era un periodo in cui i mafiosi erano disposti anche a uccidere i propri figli, i fratelli, la moglie”.  

“Ci sono persone che sono entrate in galera a 25 anni e hanno 60 anni, almeno Brusca ha collaborato e ha fatto arrestare persone, mentre ci sono persone che hanno fatto più omicidi di Brusca e la legge li vuole mettere fuori. Questa non è una trattativa?”. Mutolo parla dell’ergastolo ostativo. “Il governo dovrebbe dire: ‘Siete pazzi, queste persone non dovrebbero uscire. Mai”. “A meno che non collaborino – dice – allora sarebbe giusto”. E approfitta per “lanciare n appello ai mafiosi”. “Pentitevi – dice – perché avrebbero tante cose da dire”. Ma chi? “Ad esempio i Madonia, Nino e Salvuccio, personaggi importanti che non hanno mai collaborato. Io li conosco da ragazzi, sanno tutto. Tutto”. E i Graviano? “Più di quello che hanno detto, cosa altro dovrebbero dire? Chi non vuole capire non capisce. Non possono dire di più perché si creerebbero delle antipatie”. Ma da parte di chi? “Non glielo posso dire perché ci sono processi in corso…”. E sulla sua vita dice: “Io ho portato aperto la strada a tutti i collaboratori. La mia vita ormai è dipingere, sono vedovo, l’unico rimpianto che ho che non ho saputo dare quello che meritava mia moglie. E’ stata lei che mi ha guidato e ha illuminato”. (di Elvira Terranova) 

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Anche un pezzo di Ucraina nel presepe di piazza S. Pietro

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(Adnkronos) – C’è anche un pezzo di Ucraina nel presepe che stasera sarà inaugurato in piazza San Pietro, in concomitanza con l’accensione dell’abete. Tra gli artigiani che hanno realizzato le statue c’è infatti un artista di origini ucraine. Il presepe arriva dalla Carnia; la culla del Bambino Gesù, fa sapere il team di maestri, è stata realizzata con il legno della radice di un albero sradicato dalla tempesta Vaia, nel 2018.  

Il presepe profuma di legno di cedro e ha 18 statue a grandezza naturale, disposte su una superficie di 116 metri quadrati, illuminate da 50 punti luce: lo ha realizzato un team di artisti ed artigiani del legno da decenni attivi a Sutrio – il borgo di poco più di 1200 abitanti, adagiato alle pendici del Monte Zoncolan – e in tutto il Friuli Venezia Giulia. Si tratta degli scultori Stefano Comelli, direttore artistico del progetto, Padre Gianni Bordin, Andrea Caisutti, Corrado Clerici, Paolo Figar, Arianna Gasperina, Isaia Moro, Martha Muser, Hermann Plozzer, Renato Puntel e l’artista ucraino Oleksander Shteyninher, in Italia dal 1999. Sutrio vanta una radicata tradizione dell’artigianato del legno ed è esso stesso un “paese – Presepe”. 

Sotto la Natività i visitatori troveranno un intarsio dedicato alla Pace, che reca la scritta Pax realizzato dai marmisti Giuliano e Massimo Borchi con le pietre del Friuli Venezia Giulia.  

   

Per tutto il periodo di esposizione del Presepe sarà diffusa una colonna sonora con brani natalizi e tradizionali, alcuni dei quali realizzati dal Coro Polifonico di Ruda e da altri artisti.Complessivamente, il Presepe pesa 16,8 tonnellate. L’estensione della superficie della Grotta, sotto la cupola alta 5,65 metri, sarà di 41 metri quadrati. La superficie del palco sottostante sarà di ulteriori 75 metri quadrati.  Hanno sostenuto il progetto del Presepe di Sutrio la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia e PromoTurismoFVG, d’intesa con l’Arcidiocesi di Udine.   

Il Presepe di Sutrio è stato concepito con grande attenzione ai valori della sostenibilità: nessun albero è stato abbattuto per fornire la materia prima: la struttura complessiva è stata realizzata con 24 metri cubi di legno di larice, proveniente dalle risorse dei giardini pubblici o privati del comprensorio.  

L’ispirazione degli scultori riflette poi la cura per i valori etici e spirituali e la vicinanza agli ultimi di cui ha parlato oggi Papa Francesco: i sentimenti di umanità, fratellanza, solidarietà sociale e inclusione sono stati il riferimento primario per la realizzazione della Sacra Famiglia, e degli altri personaggi del Presepe che dalle 17 si vedranno in Piazza San Pietro. Come nel caso del Gruppo di figure composto dall’uomo che aiuta un altro uomo a risollevarsi, per rimettersi in cammino verso la grotta, incarnando le speranze di futuro di ogni essere umano, ad ogni latitudine del pianeta. 

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Di Meglio (Gilda): “L’autonomia è un attentato alla scuola pubblica”

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(Adnkronos) – “Un attentato alla scuola pubblica statale voluta dai nostri padri costituenti”. Così Rino Di Meglio, coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti, commenta il progetto di Autonomia differenziata caldeggiato dal ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli. Il ddl, ancora in fase di “appunti di lavoro”, è stato presentato il 17 novembre alla Conferenza Stato-Regioni e continua ad essere al centro dello scontro politico. 

“Soltanto la scuola pubblica statale può garantire il pluralismo tra visioni e posizioni diverse. Sono in atto pericolose tendenze disgregatrici e la scuola pubblica statale rappresenta un caposaldo dell’unità nazionale”, sottolinea il numero uno della Federazione Gilda-Unams. 

Per Di Meglio “la regionalizzazione rischia di aprire ancora di più la strada ai soggetti privati, interessati a investire nel settore dell’istruzione, e di moltiplicare i centri di costo, provocando quindi un aumento della spesa pubblica, come dimostra l’esperienza della sanità”. 

“La regionalizzazione del sistema dell’istruzione è una questione estremamente delicata e non può essere affrontata con semplici accordi tra Stato e Regioni che poi vengono votati a scatola chiusa dal Parlamento e diventano legge. Un processo di trasformazione di tale portata deve passare attraverso un confronto aperto e coinvolgere tutti i soggetti interessati”, avverte il coordinatore della Gilda. 

“L’istruzione, in particolare modo quella della scuola dell’obbligo, è un diritto fondamentale che va garantito in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale. Dalle Alpi alla Sicilia, tutte le cittadine e tutti i cittadini devono poter godere degli stessi diritti di cittadinanza e delle stesse pari opportunità di formazione. Una condizione che la regionalizzazione, così come è stata concepita, mette a repentaglio, rischiando di creare un’Italia di serie A e un’Italia di serie B”. Per Di Meglio è dunque “fondamentale sostenere la campagna in difesa del carattere unitario e nazionale del sistema pubblico di istruzione e per evitare la frammentazione dei diritti e l’ampliamento delle disuguaglianze e dei divari territoriali”. 

La Gilda lancia dunque “un appello a tutti gli italiani affinché partecipino alla raccolta firme per la legge costituzionale di iniziativa popolare, promossa dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale assieme alla Federazione Gilda-Unams, la Flcgil e la Uil Scuola, con cui chiediamo la modifica degli articoli 116 (comma 3) e 117 (commi 1, 2, 3) della Costituzione”. E’ possibile sottoscrivere la proposta attraverso una piattaforma digitale, collegandosi al link https://raccoltafirme.cloud/app/user.html?codice=CDC muniti di Spid. 

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Il lavoro come condanna, diritto, utopia: aperta la V edizione del Festival del Classico del Circolo dei Lettori di Torino

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(Adnkronos) – Perché Adamo fu condannato a lavorare? Perché aveva ceduto al desiderio di attingere all’albero della conoscenza. È con questa scena che ha inizio la storia umana, secondo una tradizione che ha rischiato di imporsi come verità storica. Proprio il lavoro, dall’antichità al futuro, è al centro del Festival del Classico alla sua V edizione -ideato dalla Fondazione Circolo dei Lettori di Torino.  

La manifestazione, presieduta da Luciano Canfora e curata da Ugo Cardinale, si svolge nel capoluogo piemontese fino a domenica 4 dicembre con letture, lezioni, incontri e performance con grandi nomi del mondo della cultura dello spettacolo, come Anna Bonaiuto, Ascanio Celestini, Eva Cantarella, Christian Greco, Francesca Mannocchi, Ivano Dionigi, Gian Luigi Beccaria, Maurizio Bettini, Massimo Cacciari e molti altri.  

Gli argomenti esaminati ruotano tutti intorno al lavoro come condanna, diritto e utopia. Nelle sue declinazioni drammatiche e nelle spinte creative e costruttive, esso è il campo di riflessione del Festival che riannoda le nostre radici più antiche al presente con grandi ospiti, e grazie alla presenza di studenti e studiosi, alunni e accademici che danno voce ai testi classici, rendendoli attuali, in un confronto aperto con la cultura e la società di oggi.  

Il tema del lavoro è affrontato perciò da diversi punti di vista: filosofico, filologico, storico, sociale, politico, linguistico. Rivolto ai giovani, liceali, universitari, fruitori privilegiati e protagonisti del progetto, ai docenti dei licei e delle università, ai cultori del mondo antico e a un pubblico non specialistico, la manifestazione si propone di riaccendere i riflettori sui bisogni più urgenti della contemporaneità, con un’analisi ancorata alla memoria del passato, ma aperta alle sfide future. 

In questa scena archetipica confluiscono due concetti oscurantistici: la conoscenza va preclusa, il lavoro è un disvalore, anzi una condanna. Per fortuna gli umani hanno accettato la sfida e hanno seguito un cammino opposto: hanno lottato per conquistare sempre maggiore conoscenza e hanno molto faticosamente restituito dignità al lavoro. Questo è stato il cammino più lungo e doloroso. L’illusionistica immagine, dura a morire, di un’età classica armonicamente divisa tra la creazione artistica e il ‘mestiere di cittadino’ nasconde, o lascia in ombra, la realtà più sconvolgente di quel mondo: il lavoro come destino di chi ha perso la libertà personale o non l’ha mai avuta.  

“Di qui la nascita di utopie -spiega il presidente Canfora- che talora tratteggiano o vagheggiano un’età dell’oro, un mondo senza lavoro; di qui anche l’esplosione di ribellioni di rara asprezza; di qui infine la crisi della coscienza, e della fiducia in se stessi, che erode dall’interno le classi egemoni. Un cammino accidentato al termine del quale parvero –ma solo parvero– ricongiungersi la libertà e il lavoro”. 

“Gesto creativo primordiale, vocazione umana per eccellenza -commenta Elena Loewenthal, direttrice della Fondazione Circolo dei lettori- ma anche segno di quella fatica di vivere cui non è dato sfuggire, il lavoro è un tema affascinante. Per questoè al centro di dialoghi e incontri che attraversano epoche e universi culturali, in un caleidoscopio di interpretazione unite dalla volontà di sfatare luoghi comuni e portare miti antichi nel nostro presente, senza mai rinunciare a una visione originale”.  

“Parleremo del diritto, dell’emancipazione degli schiavi antichi e moderni e della dignità del lavoro -commenta Ugo Cardinale, curatore del Festival del Classico- Affronteremo il tema anche nella dimensione utopistica, dal rimpianto di un mondo senza lavoro del Paese di Cuccagna e dell’Isola dei beati ai progetti di una città ideale , come l’Utopia di Tommaso Moro, esatto contrappunto della città reale, dove si lavora meno e si lavora tutti, un obiettivo auspicato anche per il presente della Great Resignation”  

Novità di questa edizione è il contest “Leggilo e raccontalo”, ideato sul modello dei Ted Talk e realizzato in collaborazione con l’Ufficio Scolastico Regionale del Piemonte, il Polo del ‘900, il Liceo Classico D’Azeglio e la Scuola Holden. Gli studenti del quarto e quinto anno delle scuole superiori del Piemonte e della Valle d’Aosta sono invitati a leggere e poi commentare, in video di tre minuti, un testo di narrativa dedicato al mondo del lavoro. Una giuria selezionerà le prime tre squadre, tra le finaliste che si sfideranno dal vivo.  

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