Giorda (Asl Torino5): “Gli specialisti possono fare la differenza nella prevenzione vaccinale”


“La pandemia Covid è stata una rivoluzione sull’organizzazione, necessariamente le risorse sono state dirottate per la gestione dei ricoveri e per la campagna vaccinale. È stato giusto così, però oggi vediamo che la normale assistenza alle malattie croniche ne ha risentito e così gli interventi chirurgici programmabili”, dichiara Carlo Giorda, responsabile della Rete Endocrino-Diabetologica della Regione Piemonte e direttore della Struttura complessa di Diabetologia territoriale dell’ASL Torino 5. “Non è una situazione facilmente risolvibile, e non si tornerà rapidamente alla situazione pre-pandemia, anche perché il personale infermieristico e medico è allo stremo. Ci sono state nuove assunzioni ma questo non basta per garantire tutti i servizi, poiché molti sono dirottati sui pazienti Covid e non c’è un adeguato turn-over rispetto ai pensionamenti”.  

A ciò si aggiunga la percezione di un’ansia generalizzata nell’opinione pubblica e anche nei pazienti in terapia, subissati di informazioni a volte contraddittorie su tematiche che fino a due anni fa non erano di pubblico dominio. “Prima della pandemia Covid non c’era particolare resistenza da parte dei pazienti a rischio nel farsi vaccinare, oggi tentennano non tanto perché siano dei no-vax, quanto per il flusso di notizie che li disorienta – nota il diabetologo -. Si sottopongono al vaccino contro la Sars-Cov-2 mentre sono meno propensi alle altre vaccinazioni, che rimandano a tempi più tranquilli.”  

Ma sono in primis i pazienti fragili i primi interessati dalle iniziative di prevenzione dalle malattie infettive, che possono manifestarsi in modo particolarmente grave. “Prima della pandemia Covid non si sentiva questa difficoltà a vaccinare, ma non lo attribuisco alle posizioni dei no-vax, quanto al bombardamento di informazioni cui le persone sono sottoposte – continua Giorda -. Per questo il dialogo medico-paziente va molto curato ed è importante fare formazione continua per gli specialisti, che ora devono dedicare più attenzione nel far comprendere quanto i vaccini siano importanti come strumento di prevenzione. Si può indicare di recarsi al centro vaccinale, ma ad esempio se si propone la co-somministrazione si nota una certa resistenza, che ha diverse cause.”  

Il clinico nota che prima della pandemia Covid “c’era più disponibilità ad affrontare il tema delle vaccinazioni raccomandate come strumento di prevenzione. Ora dobbiamo puntare ancora di più sul rapporto fiduciario, perché non basta la spiegazione strettamente scientifica per superare la barriera  

dell’ansia diffusa. L’abbiamo visto anche in piena emergenza: il servizio di diabetologia dell’ASL TO5 è stato uno dei pochi in Piemonte che ha direttamente vaccinato i suoi pazienti contro il Sars-Cov-2 ed è stato più agile rispetto a dirottare persone a rischio in altri centri. Certo, dal punto di vista delle risorse sarebbe meglio convogliare tutto in un hub grande, però si perde il rapporto con i pazienti, sulla lunga distanza il nostro approccio paga di più. In futuro la mono-vaccinazione non complessa potrebbe essere fatta dai servizi per le malattie croniche, senza costringere le persone a girare per tanti reparti. Torniamo però al punto di partenza: per farlo, serve personale.”  

Oltre che al paziente, l’invito è soprattutto ai clinici. “Serve un meccanismo condiviso per far si che ogni paziente, dopo la visita specialistica, riceva indicazioni sui centri vaccinali, dove ricevere gratuitamente la somministrazione raccomandata per il caso specifico. Stiamo valutando come snellire le procedure burocratiche ed evitare la dispersione logistica tra reparti. Se escludiamo l’emergenza Covid, agendo così miglioreremmo la continuità delle coperture. Anche perché i medici di famiglia possono farsi carico totalmente di questo impegno, mentre lo specialista ha un rapporto tale con il paziente che l’aspetto della prevenzione è ben integrato nella gestione delle fragilità. E da questa pratica ci sarebbe una ricaduta in tempi relativamente brevi anche sui medici di medicina generale.”  

Il riferimento normativo più recente è il protocollo approvato il 23 aprile scorso dalla Regione Piemonte per la prevenzione delle malattie batteriche invasive causate da batteri, la cui comparsa è difficile da prevedere e che originano focolai epidemici con un’elevata frequenza di casi gravi.  

In attesa di dati che fotografino la fase dell’emergenza e possano dare un quadro preciso sull’eventuale rallentamento delle somministrazioni previste dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale, il sentore è comunque che qualcosa si sia rallentato. Il rischio è che si possano presentare criticità per malattie estremamente gravi, come la meningite. “Teniamo conto che pure l’accesso nelle strutture sanitarie con questa emergenza è piuttosto complesso e per alcuni pazienti, che magari non hanno molta autonomia di movimento, tutto è diventato più complicato – rimarca il diabetologo -. Vedremo i dati per fare un’analisi anche sul fronte dell’herpes zoster e del pneumococco. Di certo occorre che gli specialisti invitino i propri pazienti a vaccinarsi contro le malattie prevenibili. E siccome in medicina gli interventi più efficaci sono quelli di cui il medico è convinto, si continui a formare, in modo che questa pratica si integri nella gestione del paziente e nel protocollo di cura”.  

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