Gas, come e quando saremo indipendenti dalla Russia?



Quando e come saremo veramente indipendenti dal gas russo? Più va avanti la guerra in Ucraina, più si infittisce il rebus normativo del pagamento delle forniture da Mosca in doppia moneta, euro e rubli, più la domanda assume peso e trova risposte discordanti. Se è chiaro a tutti che l’ipotesi di un embargo avrebbe conseguenze insostenibili per molti Paesi europei, a partire dalla Germania e dall’Italia che sono i principali acquirenti del metano di Putin, è molto meno lineare il percorso che, in un modo o nell’altro, deve portare a ridurre la dipendenza energetica da un solo paese fornitore.  

Il premier Mario Draghi, nella sua informativa in Parlamento, ha dato un’indicazione che deve valere come riferimento. “Le stime del governo indicano che potremmo renderci indipendenti dal gas russo nel secondo semestre del 2024: i primi effetti di questo processo si vedranno già alla fine di quest’anno”. Nella seconda parte del suo ragionamento, il presidente del Consiglio introduce l’altro elemento chiave: non ci si deve chiedere solo quando ma anche come si possa arrivare a proclamare l’indipendenza dal gas russo. “Durante la mia visita a Washington ho condiviso con il presidente Biden la strategia energetica italiana e siamo d’accordo sull’importanza di preservare gli impegni sul clima che l’Italia intende mantenere”. Ridurre la dipendenza dal gas, e in particolare da quello russo, vuol dire necessariamente trovare il modo per sostituirlo e le conseguenze delle scelte che saranno fatte avranno ripercussioni sulla velocità e sulla qualità della transizione energetica.  

Un esempio eloquente di quanto sia aperto il dibattito è arrivato durante l’evento ‘Pnrr: priorità e futuro dell’Italia’ promosso da Aepi e Adnkronos. Carlo Calenda, leader di Azione, ha detto quello che in molti preferiscono non dire: “Credo che le rinnovabili non bastino, sono intermittenti, per arrivare a indipendenza dal gas russo dobbiamo dotarci di due rigassificatori e fare un lavoro ricorrendo anche al carbone, seppur per un tempo breve”. Quando si nomina il carbone, in Italia, le forze politiche si dividono facilmente, muovendosi in sintonia con la sensibilità dei rispettivi bacini elettorali. E infatti Francesco Boccia, ex ministro e responsabile enti locali del Pd, ha immediatamente replicato. “Calenda auspica un ritorno al carbone, io non voglio più sentirne parlare. La decarbonizzazione è una conquista, non vanno fatti passi indietro. Mi viene la pelle d’oca…”. Boccia ha dato anche un altro spunto utile a fotografare la situazione. Sul prezzo europeo al tetto del gas l’Ue “non ha avuto coraggio. Il tetto noi lo abbiamo chiesto prima dello scoppio della guerra in Ucraina”. Un altro pezzo della discussione l’ha introdotto il coordinatore nazionale di Forza Italia, Antonio Tajani, partendo dal piano RePowerEu. “Si potrà utilizzare una parte dei soldi del Pnrr per sostenere la nostra autonomia energetica. Questo è un passo in avanti importante perché dobbiamo assolutamente arrivare a una autosufficienza, ma questo deve essere fatto prima di tagliare la fornitura di gas dalla Russia. Perché oggi come oggi l’Italia, come la Germania, non è in grado di sostenere una totale autonomia dal gas russo”.  

Il continuo riferimento all’Europa consente di spostare l’attenzione sulla gestione del dossier gas a livello comunitario e su un ventaglio di voci altrettanto discordanti tra loro. Partendo dalla posizione più lineare, ma anche più difficilmente sostenibile, della presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. Di fronte alla guerra in Ucraina, l’Unione Europea deve fare “scelte coraggiose” come “vietare il gas e il petrolio russo nell’Ue, perché non possiamo continuare a finanziare de facto le atrocità russe commesse contro i nostri concittadini europei”. L’embargo sul gas russo sarebbe senza dubbio una soluzione efficace per provare a spingere Putin a fermarsi. Sicuramente, sarebbe la sanzione internazionale più efficace. Allo stesso tempo, però, produrrebbe un immediato inasprimento della crisi economica, con conseguenze significative soprattutto per i paesi più esposti, sempre Germania e Italia.  

Non solo. A Bruxelles c’è la consapevolezza che sul fronte del gas il prossimo inverno sarà complicato e che, anche guardando al medio termine, i problemi non sono destinati a finire presto, perché l’indipendenza totale dalla Russia è fissata come obiettivo al 2027. 

Queste innegabili complicazioni spingono chi deve prendere le decisioni a muoversi con una sufficiente dose di pragmatismo. Potrebbe essere anche sostenuto da una maggiore trasparenza nella comunicazione ma evidentemente si sta preferendo coprire con formule sufficientemente ambigue una decisione già presa: le forniture di gas dalla Russia non si possono interrompere, e questa è considerata una priorità anche di fronte al rispetto delle sanzioni internazionali decise per colpire Mosca. La Commissione Europea ha cambiato anche le parole con cui gestire il rebus del pagamento in doppia valuta, euro e rubli, imposto da Putin. Tecnicamente, si parla di ‘wording’. Aprire un conto ‘K’ denominato nella valuta russa secondo l’esecutivo Ue oggi non è “consigliabile”. Due giorni fa la posizione era più netta: “Qualsiasi cosa che vada oltre l’apertura di un conto presso Gazprombank nella valuta prevista dal contratto va oltre” il quadro di sanzioni contro la Russia adottato dall’Ue, avevano detto i portavoce. Quindi, se l’altro ieri per la Commissione aprire un conto in rubli comportava in sé e per sé una violazione delle sanzioni, oggi non è necessariamente così.  

Dopo che ieri il vicepresidente esecutivo Frans Timmermans e il commissario all’Economia Paolo Gentiloni hanno detto sul punto due cose apparentemente diverse, se non opposte, oggi il portavoce capo Eric Mamer è tornato, durante il briefing quotidiano con la stampa a Bruxelles, a rispondere alle domande dei cronisti sulla questione, che ancora non è stata chiarita dalla Commissione, come ha sottolineato il senior fellow di Bruegel Simone Tagliapietra. La questione, estremamente delicata, è che cosa succede esattamente a quelle compagnie, come Eni (che non è affatto la sola), che aprono un conto in rubli? “Siamo stati molto chiari – ha detto oggi Mamer – abbiamo dato linee guida agli Stati membri che dicono che cosa possono fare: possono aprire un conto bancario denominato nella valuta prevista dal contratto con Gazprom, fare un pagamento a questo conto nella valuta prevista dal contratto e dichiarare che hanno soddisfatto i loro obblighi contrattuali. Non riteniamo che fare qualsiasi altra cosa sia consigliabile”.  

Guardando all’accurata comunicazione con cui l’Eni ha motivato la sua scelta di aprire la procedura dei due conti, che punta a coprirla sul piano legale non solo da Mosca ma anche da Bruxelles, non si riscontra tutta la chiarezza necessaria. Per ricordare le parole di Draghi, siamo ancora “nell’area grigia” che consente di non chiudere i rubinetti del gas e di continuare a pagare Mosca. 

 

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