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Esteri

G20 Roma, sfida clima banco di prova: le posizioni dei big

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Consapevolezza sui rischi ‘esistenziali’ legati ai cambiamenti climatici, ma divergenza sui tempi di raggiungimento degli obiettivi. I leader del G20, riuniti da oggi a Roma, hanno posizioni molto diverse che riflettono i livelli di sviluppo non omogenei e le caratteristiche delle industrie dei singoli Paesi. Gran parte degli Stati, Italia in testa, è favorevole a raggiungere la neutralità carbonica nel 2050, mentre altri come la Cina propendono per una deadline spostata più in là, al 2060. I Paesi del Gruppo, tutti insieme, sono responsabili per oltre il 75% delle emissioni di gas serra. 

L’obiettivo del summit è che emerga un impegno condiviso per zero emissioni nette entro la metà del secolo, ma restano degli ostacoli in vista della dichiarazione finale, anche per le sue conseguenze sulla successiva Cop26, la conferenza dell’Onu sul clima a Glasgow co-presieduta da Italia e Regno Unito. Stando alle bozze, Il G20 vuole chiedere un’ “azione immediata” per limitare il riscaldamento globale a 1.5 gradi. Di seguito una sintesi delle singole posizioni dei ‘big’ mondiali presenti a Roma sul contrasto ai cambiamenti climatici e sulla riduzione delle emissioni, con un’attenzione alle loro politiche energetiche e ambientali. 

AUSTRALIA 

Il Paese, tra i principali esportatori di carbone e di gas naturale liquefatto, si è impegnato a raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette nel 2050, ma senza obiettivi di riduzione entro il 2030. Il governo del liberale Scott Morrison, scettico sui cambiamenti climatici, ha investito sull’idrogeno per attuare la transizione energetica con l’obiettivo di diventare un gigante mondiale del settore, ma senza abbandonare le fonti fossili, carbone e gas. Nella manovra per il prossimo anno sono state stanziati fondi per finanziare infrastrutture per il gas e anche una centrale elettrica a gas, senza incentivi per le energie rinnovabili né per i veicoli elettrici. L’Australia sostiene la pratica della cattura e sequestro del carbonio. 

BRASILE 

Forti dubbi persistono sulle politiche del governo di Jair Bolsonaro per fermare la crescita delle emissioni, con la deforestazione – per la richiesta crescente di carne e soia – divenuto serio motivo di preoccupazione. L’agricoltura rimane il secondo maggior fattore che contribuisce alle emissioni di gas serra ed è essa stessa un elemento chiave della deforestazione. Per quanto riguarda il settore energetico, un chiaro motivo di preoccupazione è il fatto che i progetti per le infrastrutture continuano a basarsi sui combustibili fossili, inclusi carbone e gas. Nota positiva è il costante aumento della capacità eolica e solare. 

INDIA 

Il Paese non ha definito impegni sul raggiungimento della neutralità carbonica in vista della Cop26, ma si è limitato a impegnarsi formalmente a produrre, entro il 2030, 450 Gigawatt di energia da fonti rinnovabili (gli impianti già installati producono 100 Gw), come è emerso dalla recente riunione interministeriale dedicata alla definizione della posizione di Nuova Delhi al vertice. 

“L’India rimane un ‘Paese ‘high performer’ nell’Indice delle Performance sul cambiamento climatico (Ccpi) ed è sulla strada giusta per raggiungere l’obiettivo dei 450 Gw prodotti da fonti rinnovabili entro il 2030”, ha scritto in un tweet il ministro dell’Ambiente, Bhupendra Yadav.  

L’India è il terzo Paese per emissioni di gas a effetto serra. Quasi il 60% dell’energia consumata viene dal carbone. Il rapporto del Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite evidenzia come il Paese abbia un margine significativo di miglioramento sul fronte della riduzione delle emissioni. 

CINA 

Pechino ha assunto, come “obiettivo vincolante”, il taglio dell’intensità del carbonio (il dato che misura la quantità di emissioni di gas a effetto serra per unità di pil), del 18% dal 2020 al 2025. Tale impegno, preso nel Piano quinquennale per l’economia e lo sviluppo sociale, è stato ribadito dal governo a pochi giorni dall’inizio della Cop26. 

Oltre a ribadire gli impegni presi lo scorso anno – raggiungere il picco delle emissioni prima del 2030, la neutralità carbonica prima del 2060, e diminuire l’intensità carbonica del 65 per cento entro il 2030 rispetto ai livelli del 200 – Pechino ha rivendicato i “significativi” risultati degli ultimi anni. A partire proprio dall’intensità carbonica: nel 2020 è diminuita del 18,8% rispetto al 2015 e del 48,4% sul 2005. 

GERMANIA 

Nel giugno 2021 ha adottato un emendamento alla sua legge sul clima insieme a un programma di emergenza da 8 miliardi di euro per misure di mitigazione dei cambiamenti climatici principalmente nei settori dell’edilizia e dell’industria. Ciò ha fatto seguito a una sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato che gli obiettivi climatici della Germania erano troppo deboli e mettevano in pericolo le generazioni future. La legge include l’obiettivo di una riduzione delle emissioni nazionali del 65% al ​​di sotto dei livelli del 1990 entro il 2030 (rispetto al 55%) e sposta l’obiettivo della neutralità climatica della Germania in avanti di cinque anni al 2045. 

La devastante inondazione che ha colpito parti della Germania nell’estate del 2021 ha portato una maggiore consapevolezza nell’opinione pubblica per gli impatti negativi dei cambiamenti climatici, testimoniata anche dal buon risultato dei Verdi alle ultimi elezioni. Per essere in linea con il limite di 1,5 gradi dell’accordo di Parigi, la Germania dovrebbe ridurre le emissioni nazionali di almeno il 69% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030.  

L’industria tedesca è ancora fortemente dipendente dai combustibili fossili. Mentre la produzione di carbone si è dimezzata dal 2015, il gas naturale ha più che raddoppiato la sua quota e la produzione totale di fossili è diminuita solo del 31%. L’eliminazione graduale del carbone prevista per il 2038 in Germania non è compatibile con l’obiettivo 1,5 gradi e la produzione è diminuita molto più lentamente rispetto ad altri paesi come il Regno Unito e l’Italia. 

RUSSIA 

Nel novembre 2020 ha annunciato l’obiettivo di ridurre le emissioni di almeno il 30% al di sotto dei livelli del 1990 entro il 2030. Questo obiettivo aggiornato non rappresenta un aumento dell’azione del governo russo per il clima, poiché era già previsto come limite dell’obiettivo precedente (25-30 %). Secondo il Climate Action Tracker, la Russia può facilmente raggiungerlo e sarebbe bene presentasse un obiettivo più ambizioso. 

Nell’ottobre 2021, il governo russo ha annunciato il target di zero emissioni nette per il 2060, ma questo non è stato ancora adottato formalmente, né è chiaro se riguarderà tutte le emissioni o solo quelle di Co2. Sarebbe in fase di preparazione una bozza di strategia a lungo termine aggiornata che includerebbe una riduzione del 79% delle emissioni di Co2 al di sotto dei livelli del 2019 entro il 2050. Tuttavia la strategia energetica del governo fino al 2035, adottata quest’anno, si concentra quasi esclusivamente sul promuovere l’estrazione ed il consumo di combustibili fossili e sulla loro esportazione nel resto del mondo. 

Nelle scorse settimane, in vista della Cop26, il presidente Vladimir Putin ha sottolineato come la Russia abbia come obiettivo quello di raggiungere la neutralità carbonica “non oltre il 2060”. “Il ruolo del petrolio e del carbone diminuirà”, ha promesso il leader del Paese che si classifica quarto per emissioni di gas a effetto serra, rivendicando che ora il 45% della produzione energetica proviene da fonti a bassa emissione di gas serra, comprese quelle nucleari. 

ITALIA 

Come gli altri Stati membri dell’Unione Europea ha presentato il proprio Ndc (Nationally Determined Contribution), con un obiettivo complessivo di riduzione dei gas ad effetto serra al 2030 del 40% rispetto al 1990. Al fine di raggiungere tale obiettivo, è stato adottato un pacchetto di provvedimenti, il cosiddetto Pacchetto clima-energia 2030, che prevede anche il raggiungimento del 32% di rinnovabili sui consumi complessivi al 2030 e la riduzione dei consumi di energia primaria del 32.5% rispetto all’andamento tendenziale. 

Il 4 marzo 2020 è stata presentata la proposta di Regolamento per una ‘Legge europea per il clima’ che prevede di rivedere l’obiettivo europeo di riduzione delle emissioni di gas serra al 2030, esplorando opzioni per un target di 50-55% rispetto ai livelli del 1990. Tuttavia secondo una recente relazione del Consiglio nazionale della green economy, le emissioni di gas serra in Italia nel 2021 hanno ripreso a crescere del 6%. E nel 2020 gli eventi estremi connessi al clima nel nostro paese sono stati quasi 1.300, mentre nel 2011 erano meno di 400. Secondo la relazione, per recepire i nuovi obiettivi europei, l’Italia dovrebbe tagliare le proprie emissioni del 26,2% nei prossimi 10 anni. 

Il governo punta forte sul green e ha stanziato circa 70 miliardi di euro del piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) in investimenti in infrastrutture verdi, economia circolare e mobilità sostenibile. “Mentre combattiamo la pandemia nei nostri Paesi, non possiamo perdere di vista l’altra crisi che dobbiamo affrontare: affrontare il cambiamento climatico”, ha ammonito il presidente del Consiglio dei ministri, Mario Draghi, al summit sul clima organizzato dagli Usa. 

STATI UNITI 

L’Amministrazione Biden ha indicato tra le sue principali priorità la lotta ai cambiamenti climatici e ha obiettivi ambiziosi. Lo dimostra il piano annunciato dal presidente appena prima di volare a Roma per il G20 e che prevede 555 miliardi di dollari di investimenti per il clima nel quadro del progetto ‘Build Back Better’ da circa 1.750 miliardi per il rilancio del Paese. “Il più grande investimento singolo nella storia della nostra economia energetica pulita”, ha evidenziato la Casa Bianca, ricordando l’obiettivo di tagliare la riduzione dei gas serra entro il 2030 di “oltre un gigatone”. 

Le emissioni degli Stati Uniti nel 2020 sono state inferiori a causa della pandemia, ma anche grazie ai progressi nelle politiche climatiche. Il presidente Biden ha già adottato importanti misure per invertire l’azione, incentrata sullo scetticismo, del suo predecessore Trump, rientrando nell’accordo di Parigi nel suo primo giorno in carica. 

Biden ha promesso di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, allineandosi alle prospettive europee. Un obiettivo che intende raggiungere tramite alcune soluzioni per la transizione energetica, come l’implementazione dell’utilizzo di energie rinnovabili. Nel piano della sua Amministrazione sono previsti anche la riqualificazione energetica di quattro milioni di edifici, la promozione della mobilità elettrica e sostenibile ed il potenziamento dei trasporti pubblici e delle ferrovie. 

REGNO UNITO 

Paese ospitante del prossimo vertice sul cima Cop26, ha intensificato i suoi impegni negli ultimi sei mesi per fissare obiettivi ambiziosi per il 2030 e il 2035. Se raggiunti, questi obiettivi porrebbero il Regno Unito su una traiettoria di riduzione delle emissioni domestiche compatibile con il target degli 1,5 gradi e lo metterebbero sulla buona strada per raggiungere il suo obiettivo di emissioni zero per il 2050. Tuttavia, rimane un ampio divario tra le ambizioni del Regno Unito e il suo attuale livello di azione. 

L’adozione di obiettivi di riduzione delle emissioni di almeno il 68% (entro il 2030) e il 78% (entro il 2035) al di sotto dei livelli del 1990, come raccomandato dal Comitato sui cambiamenti climatici, è un passo importante, ma questi impegni ora devono essere accompagnati da una politica energetica efficace. Il Piano in dieci punti del governo per una rivoluzione industriale verde è un buon primo step, ma rimane insufficiente per raggiungere i nuovi obiettivi 2030 e 2035. Con le politiche attuali, si prevede che il Regno Unito raggiungerà un taglio delle emissioni di solo il 54-56% al di sotto dei livelli del 1990. 

FRANCIA 

Il Paese è ancora lontano dal centrare gli impegni presi alla conferenza di Parigi nel 2015 e con le legge ‘energie-climat’ del 2019 che prevedono l’eliminazione del carbone entro il 2050 e il taglio del 40% della produzione di energia da fonti fossili entro il 2030. 

Nelle scorse settimane il tribunale amministrativo di Parigi ha obbligato il governo ad adottare “tutte le misure necessarie” per riparare, entro il 31 dicembre 2022, ai danni ecologici causati dal superamento dei budget di carbonio tra il 2015 e il 2018. Nel periodo contestato la Francia ha emesso 15 milioni di tonnellate di gas serra in eccesso rispetto agli impegni presi. 

UNIONE EUROPEA 

Nell’ambito del Green Deal europeo, nel settembre 2020 la Commissione ha proposto di elevare l’obiettivo della riduzione delle emissioni di gas serra per il 2030, compresi emissioni e assorbimenti, ad almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990. 

Ciò consentirà all’Ue di progredire verso un’economia climaticamente neutra e di rispettare gli impegni assunti nel quadro dell’accordo di Parigi. Gli obiettivi chiave per il 2030 sono una riduzione almeno del 40% delle emissioni di gas a effetto serra (rispetto ai livelli del 1990), una quota almeno del 32% di energia rinnovabile e un miglioramento almeno del 32,5% dell’efficienza energetica.  

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Coronavirus

Covid Cina oggi, polizia usa dati cellulari per rintracciare manifestanti

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(Adnkronos) – Le autorità cinesi stanno utilizzando i dati dei cellulari per rintracciare i manifestanti che hanno partecipato alle proteste contro le severe restrizioni anti-Covid introdotte dal governo a Pechino. Lo riferisce la Cnn citando una telefonata registrata tra un manifestante e la polizia cinese. In particolare il manifestante ha detto alla Cnn di aver ricevuto una telefonata da un agente di polizia, che ha rivelato di averlo rintracciato perché il segnale del suo cellulare è stato registrato nelle vicinanze del luogo della protesta. L’agente di polizia ha chiesto al manifestante se domenica sera fosse andato al fiume Liangma, dove si è svolta una grande protesta. Quando l’uomo ha negato di essere stato lì, il poliziotto ha chiesto: “Allora perché il tuo numero di cellulare è stato registrato lì?”. 

Al manifestante è stato detto di presentarsi a una stazione di polizia per essere interrogato e firmare un verbale. L’agente ha spiegato che si trattava di “un ordine dell’Ufficio municipale di pubblica sicurezza di Pechino”, secondo la registrazione citata dalla Cnn. Alcuni manifestanti hanno spiegato all’emittente di aver usato il telefono in modalità aereo per non essere rintracciati durante le proteste. 

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Esteri

Spagna: ‘rivoluzione’ negli spot per giocattoli in vigore codice anti-stereotipi

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(Adnkronos) – Da oggi in Spagna entra in vigore un codice deontologico per la pubblicità dei giocattoli che si propone di combattere le discriminazioni di genere sin dall’infanzia. Declinata in ben 64 punti, la norma definisce quali sarebbero le condotte e le pratiche pubblicitarie da adottare nella comunicazione verso i piccoli: così da oggi in Spagna sono vietati stereotipi come ad esempio pubblicità che indichino esplicitamente o implicitamente abbinamenti giocattolo-sesso, come ad esempio la classica bambola e la macchinina per il bambino, così come il rimando di genere nei colori. Niente più giocattoli rosa per le bambine e azzurri per i bambini dunque, nella norma voluta in primis dal ministro spagnolo delle Imprese Alberto Garzón, e attenzione alla rappresentazione degli stereotipi nelle pubblicità rivolte ai più piccoli, dove gli spot da oggi in Spagna dovranno mantenere un “linguaggio inclusivo e rivolgersi a tutti senza distinzione di genere”. Una regolamentazione “non sessista”, così la definisce il legislatore spagnolo emanata al fine “di evitare che i bambini, soprattutto quelli nella fascia 0 -7 anni, crescano riproducendo ruoli imposti”.  

Il provvedimento ovviamente fa discutere l’industria della comunicazione che si divide tra favorevoli e contrari: “Questa norma mi sembra estrema – così esordisce il noto pubblicitario italiano Cesare Casiraghi – e persino controproducente in rapporto all’obiettivo che si prefiggerebbe. E’ assurdo pensare di poter vietare nella comunicazione riferimenti o richiami rispetto al sesso del fruitore della pubblicità stessa, che peraltro per quanto riguarda le primissime fasce di età è il genitore medesimo, cui dovrebbe essere preservata la potestà di educare i figli secondo quanto egli ritenga. L’inclusione – sottolinea il pubblicitario – è un tema molto importante, tirarlo per i capelli sino a ‘normare’ se io pubblicitario o azienda possa o meno utilizzare il rosa o l’azzurro o una voce femminile o maschile nello spot, lo banalizza o lo forza a sovrastrutture innaturali perché imposte, peraltro da un legislatore. Domandiamoci fino a che punto in nome dell’inclusione o equità di genere arriveremo a spingerci: nel prossimo presepe dovremmo quindi iniziare a liberare po’ di spazio per una ‘Gesù bambina’? – provoca il pubblicitario Casiraghi – D’altronde perché no?”. 

“Come Associazione siamo pienamente d’accordo per l’adozione di un codice deontologico per la promozione pubblicitaria dei giocattoli per l’infanzia come è stato fatto in Spagna – commenta Marianna Ghirlanda, presidente di Iaa Italy – International Advertising Association, l’associazione dei pubblicitari internazionali – Le discriminazioni e gli stereotipi di genere si formano già in età precoce ed è corretto che già nei primi anni di vita dei bambini si intervenga per evitare la classica stereotipizzazione che vede la bambola come giocattolo per le bambine e i robot per i bambini. Ma non solo – rilancia la presidente di Iaa Italy – un codice di condotta andrebbe adottato non solo per l’advertising ma per tutta la filiera produttiva dei giocattoli, perché se è giusto che i giocattoli negli spot siano presentati come gender free, è altrettanto giusto che i prodotti stessi siano realizzati nello stesso modo”. 

“Riteniamo fondamentale che questa cultura deontologica vada affermandosi anche in tutta Europa così come in Spagna – commenta Stefania Siani presidente di Adci – Art Directors Club Italiano, l’associazione dei pubblicitari italiani – è vero infatti che sin dall’infanzia la stereotipìa filtra attraverso giochi e rappresentazioni associate al maschile e femminile. Sradicare questi aspetti significa non solo intervenire sulla comunicazione ma sui prodotti, su come sono concepiti, sulla filiera produttiva e culturale tutta”. 

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Esteri

Assange, parlamentari brasiliani scrivono a Biden e Pelosi

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(Adnkronos) – I parlamentari del Brasile hanno approvato una risoluzione che esorta le autorità americane a ritirare le accuse contro Julian Assange. In una lettera inviata al Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, e alla Speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, i parlamentari esprimono la loro contrarietà all’estradizione di Assange, da processare in territorio nordamericano, e “avvertono che questo fatto creerebbe un precedente negativo per la libertà di espressione e il libero esercizio della stampa in tutto il mondo”. 

Il sostegno al giornalista si è manifestato in una riunione dei banchi della Federazione, alla Camera dei Deputati, alla quale hanno partecipato il caporedattore di WikiLeaks, Kristinn Hraffsson, e Joseph Farrell, ambasciatore di WikiLeaks.  

Ecco il testo della lettera: “Vi scriviamo come parlamentari brasiliani per esprimere la nostra preoccupazione collettiva per la richiesta statunitense di estradizione del giornalista ed editore, Julian Paul Assange, dal Regno Unito agli Stati Uniti”, sostengono nella missiva in spagnolo, che poi sottolinea l’influenza che “il precedente di questa estradizione creerebbe per la libertà di espressione e di stampa in tutto il mondo”. (segue) 

La natura politica del reato ne vieta l’estradizione 

“La natura politica del reato vieta l’estradizione -aggiungono quindi- L’accusa emessa contro Assange il 24 giugno del 2020 contiene 18 accuse, tutte relative esclusivamente alle pubblicazioni di documenti del governo degli Stati Uniti del 2010. Le accuse da 1 a 17 sono state avanzate in base alla legge americana di Spionaggio che risale al 1917, nonostante il fatto che lo spionaggio sia ampiamente riconosciuto come reato politico ai sensi del diritto internazionale”.  

“Il trattato di estradizione Regno Unito-Usa, che ha costituito la base della richiesta di estradizione, vieta specificamente all’estradizione per i reati politici. Così come la Convenzione Europea sull’Estradizione del 1957 e la Convenzione Europea sui Diritti Umani o il Modello di Trattato di Estradizione delle Nazioni Unite, la Costituzione dell’Interpol e altri trattati bilaterali ratificati dagli Usa. Anche questo principio è sancito nel Sistema interamericano dei diritti umani”. 

Assange, secondo i brasiliani, “adotta pratiche che sono essenzialmente del giornalismo investigativo, che includono la ricezione di informazioni classificate da una fonte all’interno del governo, quando pubblicare queste informazioni è un fatto di pubblico interesse. Le accuse contro di lui criminalizzerebbero queste pratiche, che sono protette dal Primo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti”. Quindi viene ricordata la posizione di Obama che aveva ragione, quando “ha rifiutato di perseguire Assange per spionaggio, perché è una criminalizzazione dell’esercizio del giornalismo”.  

(di Rossella Guadagnini) 

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