Fabio Volo: “Una vita nuova è un modo diverso di pensare e di vedere le cose”


“Me lo diceva mio padre panettiere, il forno è la coscienza. Se hai fatto bene e con impegno, il forno te lo dice. E ancora oggi col mio undicesimo libro e le ansie uguali al primo, io ragiono così: ho lavorato bene e mi tranquillizzo, ancor prima del giudizio della critica e del pubblico”. Fabio Volo, che con “Una vita nuova” è da settimane primo in classifica tra i libri più venduti, racconta all’Adnkronos un successo che corre veloce come la Fiat 850 spider protagonista dell’ultimo romanzo. “Sto benissimo, mangio cioccolata fondente dentro una moka di caffè da tre: mi serve per riflettere alle domande difficili”. 

E racconta: “Una vita nuova in questo periodo di ‘non vita’ è un atteggiamento diverso verso la vita che si ha, un modo alternativo di pensare, di vivere un rapporto. Mi chiedo costantemente se la vita che sto vivendo è quella che voglio vivere, se ce n’è un’altra che vorrei di più. Personalmente ho una vita nuova quasi ogni anno, a volte anche meno”. Ed effettivamente tanto è cambiato dal Fabio Luigi Bonetti cantante, diventato poi Volo proprio da una delle canzoni cantate da lui, alla Iena che per tre anni ha condotto il programma più irriverente di Italia 1. Oggi, dismesso il completo nero da vent’anni, è uno scrittore e conduttore radiofonico da milioni di copie vendute e ascoltatori pronti a scaricare i suoi contenuti per ascoltarli offline oltreoceano. 

Lui, bergamasco e segno zodiacale del Cancro, emotivo, sensibile e introspettivo, non sa nemmeno di essere una specie di guru per tanti ventenni dentro, oggi quasi quarantenni. “Non è una cosa che faccio volontariamente – spiega – non mi prendo la responsabilità di essere un punto di riferimento, credo che questa cosa accada perché non sono mai stato interessato all’intrattenimento, che reputo solo un veicolo per poter poi comunicare delle cose. Nel mio programma in radio, ad esempio, inizio a cazzeggiare per attrarre l’attenzione, per poi mettere un messaggio dentro che mi interessa. Chi mi segue sa che comunque cerco sempre di comunicare qualcosa”. 

Fabio Volo, che inventa storie mettendoci dentro emozioni del tutto autobiografiche, racconta di suo padre, quello che al quale il figlio in “Una vita nuova” vuol ricomprare la Fiat 850 spider che aveva venduto per fargli una sorpresa, quello che “è in tutto quello che faccio, anche nel caffé che ho appena bevuto – spiega – Ho scritto un libro che parlava di questo rapporto tormentato con lui, assente per motivi di lavoro e perché non gli erano stati dati gli strumenti per esprimere le emozioni, un padre che per dirmi ti voglio bene mi diceva ‘ti monto la mensola’. Era ‘Il tempo che vorrei’. Quando lo lesse mi chiamò dicendo che si era commosso, voleva chiedermi scusa, rimasi senza fiato. 

Gli risposi che no, che era un romanzo, una cosa inventata, ma lui rispose che sapeva distinguere le cose reali dalla finzione, perché c’era. Da lì si è aperta una breccia che ci ha dato la possibilità di cominciare a comunicare. Ho avuto la fortuna che ci eravamo detti le cose che ci dovevamo dire, prima che morisse. 

E Fabio Volo che padre è? “In questo momento pessimo, ho dimenticato di mettere l’Ipad nello zaino di mio figlio – scherza – Con i miei figli sono amico, papà di nuova generazione ma anche il padre maschio, non sono severo ma mi ritengo giusto. Mi faccio rispettare, ma lo faccio per loro non per me. Non li vizio e non li castigo, gioco con loro ma gli ricordo che sono il padre”. 

Undici libri, un successo costante e mai quella sensazione di sentirsi senza idee? “Il blocco dello scrittore, quando ti viene per la prima volta è il panico, perché non sai se è un blocco o se magari non hai più niente da dire. Ora lo combatto uscendo, mangiandomi un gelato – dice Volo – chiudo il pc, non mi faccio umiliare dalla pagina bianca, più sono sereno più torna. E’ come fossi un’antenna che capta quando è ben disposta per farlo. E quando succede scrivo degli appunti, pensieri: una volta – racconta – avevo mille bigliettini, fazzoletti, ora uso le note del telefono o mi faccio un vocale: ho tanti di quei vocali che poi nemmeno li capisco. Poi quando leggo tutto mi faccio un’idea del materiale che ho e inizio a scrivere una riflessione che prende corpo. Non credo di avere un metodo. Quando mi siedo non ricordo come ho scritto gli altri libri prima”. 

C’è una pagina di cui va fiero, una di quelle che consiglierebbe al suo più amato lettore? “C’è un libro che si chiama “Il giorno in più”, la protagonista dice ‘mi aspetto tutto, non mi aspetto niente, mi apro una bottiglia di vino da sola in casa, mangio a terra, sono libera e nonostante questa libertà ogni tanto sento la necessità di avere un uomo che fa delle cose per me e non perché io non le sappia fare ma perché è bello che qualcuno lo faccia per me’. Mi sarebbe piaciuto quel tipo di donna quindi l’ho messa lì”. 

di Silvia Mancinelli
 

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