Elezioni: al Mise in attesa 70 tavoli crisi ma il 28 riparte round Whirlpool


Da Wartsila all’ex Gkn Driveline, sono circa 70 i tavoli di crisi industriali che il nuovo ministro dello Sviluppo si troverà a fronteggiare. Crisi che coinvolgono non solo territori dal futuro incerto nonostante un manufatturiero di valore, ma anche centinaia di migliaia di lavoratori tra cig ed esuberi. Automotive, siderurgia e tlc i principali settori già sotto stress da tempo, complice la pandemia, ma oggi messi ancora più sotto pressione dalla transizione energetica, dagli alti costi dell’energia e dalla guerra in Ucraina. Un passaggio del testimone, quello al Mise, governato comunque, nell’interregno, dalla struttura di crisi voluta da Giorgetti che porta avanti il lavoro istruttorio e di confronto dei principali dossier.  

Così, conclusa la parentesi strettamente politica, il 28 settembre, ripartirà uno dei tavoli ‘storici’ del dicastero di via Molise, quello sulla vertenza Whirpool. Mercoledì dunque si riaccenderanno i riflettori sul futuro degli stabilimenti italiani della multinazionale del bianco anche se l’incontro, atteso da Fim Fiom Uilm e Uglm che hanno denunciato da tempo la volontà dell’azienda di ridimensionare la sua presenza nel Paese al netto della chiusura del sito di Napoli, potrebbe partire in salita. Per la multinazionale, infatti, a quanto apprende l’Adnkronos, il round di aggiornamento al Mise sarebbe per Whirlpool ‘prematuro’: per potersi esprimere il gruppo, in ‘quiet period’, deve attendere i dati del 3 trimestre, non prima dunque, di fine ottobre. Intanto sul sito di via Argine a Napoli, chiuso il 31 ottobre del 2020 e licenziati 300 lavoratori, tutto è fermo; nel giugno scorso sono state tolte anche le insegne aziendali e appare in decisa difficoltà il rilancio da parte di un Consorzio per la reindustrailizzazione del sito, sostenuto da Invitalia e guidato da Adler, per la creazione di un polo per la mobilità sostenibile.  

L’ultima arrivata intanto tra le crisi numericamente più rilevanti e in ordine di tempo è quella della multinazionale finlandese Wartsila, produttore di motori diesel, intenzionata a chiudere il sito giuliano di Bagnoli della Rosandra e a licenziare 451 lavoratori, il 40% del totale dei dipendenti italiani e la metà di quelli localizzati a Trieste. Una volontà contro cui si era opposto il governo oltre che i sindacati ma stoppata effettivamente dal tribunale di Trieste appena la settimana scorsa che ha raccolto il ricorso per comportamento antisindacale di Fim Fiom e Uilm e costretto l’azienda a coinvolgere i sindacati nel disegno di una nuova prospettiva industriale del sito. Un confronto , quello con i sindacati, che per effetto delle nuove norme sul decreto anti-delocalizzazioni, in caso di nuova procedura di licenziamento collettivo dovrà allungarsi a 180 giorni. 

Tavolo ancora tutto aperto per il gruppo Blutec (1.100 addetti), in amministrazione straordinaria che ha già visto un ampio utilizzo di ammortizzatori sociali e di prepensionamenti. I diversi asset sono stati posti in vendita, ma il successo dell’operazione appare davvero parziale: una soluzione sembra profilarsi solo per alcuni rami d’azienda; per gli altri non arrivano offerte o l’eventuale riassorbimento dei lavoratori non corrisponde alle aspettative. In attesa anche la Bosch di Bari (1.700 lavoratori) , dove vengono usati ammortizzatori sociali e contratti di solidarietà per i quali oggi Fim Fiom, Uilm e Uglm hanno chiesto proprio oggi “formali garanzie” di continuità al governo e assicurazioni concrete all’azienda sul mantenimento del gruppo in territorio pugliese. 

Procede intanto la vertenza Qf, ex Gkn Driveline, 370 lavoratori di Campi Bisenzio. Dopo
l’ok dei lavoratori all’accordo quadro per la reindustrializzazione dello stabilimento di Campi nel luglio scorso è nato Iris Lab, il nuovo consorzio di imprese dedicato all’industria 5.0, innovazione, ricerca e sviluppo, di cui è entrata a far parte anche Qf mentre restano in attesa altri tavoli mediaticamente noti: da Prysmian che vede a rischio circa 300 lavoratori a Salerno alla Flextronics Manifacturing (570 addetti) di Trieste: la prima, attiva nella fibra ottica, è sottoposta alla forte concorrenza cinese; la seconda, impegnata in una difficile riorganizzazione delle produzioni, ha avviato i contratti di solidarietà e non esclude riduzioni di personale. 

E infine la ‘madre di tutte le vertenze’: l’ex gruppo Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, 10.600 addetti. E il governo che verrà si troverà a dover fronteggiare una situazione complessa e appesantita ora dall’impatto della guerra russo-ucraina e dagli aumenti di prezzo dell’energia che determina, a detta del gruppo, difficoltà di liquidità. Non solo: dopo il rinvio nell’aumento di capitale da parte dello Stato i rapporti tra sindacati e azienda sono scesi ai minimi storici mentre la crisi dell’indotto sembra ormai “gravissima” come denuncia ancora Confindustria per la quale per le aziende dell’indotto ex Ilva, è oramai questione di sopravvivenza: “senza risorse urgenti per far fronte alla crisi di liquidità dovuta ai crediti vantati nei confronti di Acciaierie d’Italia, parliamo di circa 100 milioni di euro, sarà emergenza sociale”, denunciano gli imprenditori locali.(di Alessandra Testorio)
 

 

 

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