Dubcek, Argentieri (J.Cabot): “Lui e il Pci? Meglio tardi che mai”


Alexander Dubcek e il Pci? “Meglio tardi che mai”. A 100 anni dalla nascita del teorico del “socialismo dal volto umano”, il professor Federigo Argentieri, docente di Scienze Politiche alla John Cabot University di Roma, ricorda all’Adnkronos come il Pci, pur avendo condannato l’invasione del patto di Varsavia che nel 1968 mise fine alla primavera di Praga, ebbe a lungo un atteggiamento “deludente” verso gli esuli cecoslovacchi in Italia, fra cui Jiri Pelikan. Autore di “Il proletariato contro la dittatura. Protagonisti e interpreti del 1956 ungherese”, Argentieri è un esperto delle vicende politiche dell’Europa orientale e si è sempre interessato al ruolo degli intellettuali nei regimi totalitari. 

Dopo l’arrivo dei carri armati del patto di Varsavia a Praga, che mise fine alla sua esperienza riformatrice, Dubcek fu estromesso dal potere. L’ex segretario del partito cecoslovacco diventò un operaio forestale. “Sempre meglio che il gulag o finire impiccato” come il primo ministro ungherese Imre Nagy dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956, nota Argentieri. Ma dal 1968, per un ventennio, Dubcek diventò una “non persona sia in patria che in Italia”. “Il grande slavista Gianlorenzo Pacini, che era amico di Vaclav Havel, si iscrisse al Pci quando condannò l’invasione sovietica, ma poi se andò deluso”, ricorda il professore. 

La svolta arrivò nel gennaio 1988 con l’intervista di Dubcek all’Unità, fatta da Renzo Foa e agevolata da Luciano Antonetti. “Fu uno scoop mondiale, ripreso da tutti i giornali internazionali, compresa la stampa sovietica”, ricorda Argentieri. Era allora il momento della perestrojka di Gorbaciov e Dubcek si disse “gorbacioviano”. 

Poi Dubcek venne invitato in Italia. E, dopo “la brutale repressione a Praga in occasione del ventennale dell’invasione”, arrivò a Bologna, dove l’università gli conferì una laurea honoris causa il 13 novembre 1988. “Fu inoltre ricevuto da sindaco, assessori, politici. Fu un omaggio nazionale e anche un modo per il Pci di fare ammenda”, dice Argentieri, sottolineando come nel ventennio precedente i dirigenti del Pci più ostili a mantenere i rapporti con l’opposizione cecoslovacca “furono Giorgio Amendola, per realpolitik, Armando Cossutta e Giancarlo Pajetta per motivi ideologici”. 

Un anno dopo la visita a Bologna, Dubcek e Vaclav Havel furono accolti a Praga da un’ovazione della folla, quando si affacciarono ad un balcone di piazza san Venceslao. Era la “rivoluzione di velluto”, mentre i regimi comunisti cadevano in tutta l’Europa orientale. Havel diventò presidente della Cecoslovacchia e Dubcek presidente del parlamento.  

Ma i successivi tre anni furono per Dubcek “una sofferenza, per il mancato accordo fra le due parti del paese”. Mancato accordo che per Argentieri fu “inevitabile, dato che i 70 anni di vita della Cecoslovacchia furono segnati dal paternalismo di Praga verso la Slovacchia. L’elezione dello slovacco Dubcek a segretario del Pc cecoslovacco era stato un tentativo di riequilibrare”.  

Dubcek morì per le conseguenze di un incidente stradale il 7 novembre del 1992, alla vigilia della separazione fra Repubblica Ceca e Slovacchia, a cui era contrario. La sua vita, nota Argentieri, coincide praticamente con quella della Cecoslovacchia, paese nato nel 1918. I genitori di Dubcek tornarono allora dall’America, dove erano emigrati, e lui vi nacque il 27 novembre 1921, esattamente cento anni fa.  

 

 

 

 

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