Draghi e la borghesia meritocratica, un nuovo ceto politico


“Draghi è la figura borghese che la politica italiana ha sempre cercato e mai trovato. Parlo di una borghesia meritocratica e cosmopolita, non troppo arroccata nella difesa dei suoi interessi e privilegi. Attenta al suo prossimo, e attenta alle regole. Dotata di un senso della misura tale da far argine all’umana avidità, anche la propria. Provvista di quel senso dello Stato, del diritto e perfino dell’equità che troppe volte alla concreta borghesia italiana ha fatto e fa difetto. Tanto più quando ha preteso di calcare la scena pubblica in primissima persona. 

Egli non è il ‘grande’ borghese attardato a giudicare la politica altrui con spirito elitario, dall’alto delle sue ricchezze e competenze. Tantomeno è il borghese piccolo piccolo di cui Alberto Sordi faceva la caricatura. Si può dire piuttosto che Draghi sia un emblema di quella borghesia che l’Italia non ha quasi mai avuto, e che con la politica non è mai riuscita ad intendersi. Sto parlando di un ceto che coltiva il valore della professionalità, che ambisce a guadagnare posizioni, ma che allo stesso tempo sa riconoscere limiti e confini oltre cui non è giusto, e tantomeno prudente, spingersi. 

Questa borghesia non ha mai avuto grande fortuna, né grande merito nella vita pubblica del nostro paese. I partiti del dopoguerra cercavano soprattutto di connotarsi come grandi forze di popolo. Per loro, la borghesia era quasi una fonte di imbarazzo, e infatti nessuno di essi si sarebbe mai proclamato tale. E quando poi quel sistema è tramontato sono apparsi all’orizzonte uomini d’affari e di spettacolo che volevano rappresentare più l’eccezione che non la regola del proprio ambiente.  

Nella ‘versione’ di Draghi, chiamiamola così, l’idea è un’altra. Si tratta di stare dentro la politica, con animo non troppo corporativo. Di starvi dentro con le proprie idee e perfino tutelando qualche nobile interesse. Ma poi, al dunque, di riconoscere che i propri interessi non possono e non devono mai essere affermati al di là di quanto è giusto e ragionevole, per sé e per gli altri. 

Così si viene forse -forse- a configurare una borghesia di tipo (politicamente) nuovo. Un ceto che non guarda più la politica dall’alto in basso, mirando a tutelare le proprie convenienze oltre il giusto. E che però neppure la guarda da fuori, come se la gestione dei problemi pubblici fosse un compito quasi disdicevole e troppo gravoso per le sue forze. Un ceto che è parte, ma non troppo. Che è dentro, ma fino a un certo punto. Che deve fare le cose giuste, e non solo quelle utili, se vuole continuare a dare un senso alla sua presenza sulla scena pubblica. 

Il modo in cui Draghi si rapporta ai partiti è emblematico di tutto questo. Li ascolta, ma senza ubbidire loro. Li coinvolge, ma senza farsi a sua volta coinvolgere dalle loro dispute e dai loro interessi elettorali. Media tra loro quando ce n’è bisogno ma senza farsi paralizzare dalla ‘politique politicienne’ come s’usa dire. In una parola, svolge la sua funzione di commissario mescolando la grazia delle buone maniere con la durezza delle sfide che è chiamato ad affrontare. 

Si intuisce che a volte è tentato di impartire lezioni di politica economica e di geopolitica internazionale. Ma si intuisce pure che egli ha imparato ormai che non è salendo in cattedra che si fa bene il mestiere del premier. E infatti Draghi evita conflitti che non sono necessari e vince qualche duello senza darlo troppo a vedere. Dosando le proprie forze al modo in cui in politica occorre saper dosare le proprie ragioni. Perché strafare è come disfare”. (di Marco Follini) 

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