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Sostenibilità

Da relitto a imbarcazione da regata, è il Maxi Yacht 100 Arca Sg

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Trasformare un relitto in un’imbarcazione da regata tra le più performanti al mondo: è il progetto di economia circolare di Arca Fondi Sgr e Fast&Furio Sailing Team che, grazie al supporto tecnico offerto da Mapping Lca, ha consentito al Maxi Yacht 100 Arca Sgr di conseguire la prima certificazione Epd (Dichiarazione Ambientale di Prodotto) del settore navale.

Il Maxi Yacht Arca 100 viene ritrovato da Furio Benussi a fine 2018 in un piccolo cantiere sull’isola di Minorca. Nel 2019, parte il progetto BoReAS (Boat Recycle in Action for Sailing Project) che vede da subito coinvolta Arca Fondi Sgr in qualità di sponsor dell’iniziativa. Il progetto BoReAS si prefigge di mettere a disposizione del Fast&Furio Sailing Team una barca da regata veloce e competitiva, minimizzando l’impatto ambientale, associabile alla realizzazione ex-novo di un’imbarcazione con le stesse caratteristiche tecniche e di performance. Nel giro di pochi mesi, utilizzando quasi esclusivamente materiali di scarto e con un budget contenuto, il team capitanato da Furio Benussi riesce a rimettere in mare l’imbarcazione.

Nel 2019, dopo una serie di interventi di manutenzione straordinaria effettuati a Trieste, l’imbarcazione torna a regatare. Nel 2021 il Maxi-Yacht 100 Arca Sgr consegue una serie incredibile di successi, coronati dai trionfi alla Giraglia e alla Barcolana, gara quest’ultima che la barca si accinge ad affrontare anche nel 2022, con il ruolo di Defender. Grazie agli ottimi risultati sportivi, alle molteplici iniziative di charity supportate da Arca Fondi e al ruolo di Ambassador di associazioni benefiche dello Skipper Furio Benussi, il Maxi-Yacht 100 Arca Sgr rappresenta oggi una piattaforma di iniziative di sostenibilità.

Per Ugo Loeser, amministratore delegato di Arca Fondi Sgr, “il progetto di riciclo del Maxi-Yacht 100 Arca Sgr rappresenta una metafora presente ed immediata che consente di comunicare efficacemente i valori che caratterizzano la nostra società e che ne costituiscono il Dna: competenza, utilizzo consapevole delle risorse, valorizzazione del talento e performance”.

“Quando ho visto lo scafo abbandonato a Minorca, ho riprovato l’emozione della Barcolana del 2005 e ho subito pensato che quell’enorme relitto meritasse l’opportunità di tornare a gareggiare – dice Furio Benussi, Skipper del Fast&Furio Sailing Team – Il progetto BoReAS è figlio di un sogno: quello di dimostrare che fosse possibile raggiungere i massimi livelli di competitività, abbracciando le logiche e i principi del recupero e riuso, propri dell’economia circolare, grazie alla passione e alla competenza di un team straordinario”.

“L’incontro con il Maxi-Yacht 100 Arca Sgr ci ha permesso di mettere al servizio del Progetto BoReAS le competenze del Team di Mapping Lca in un contesto di eccellenza con una visione innovativa in ambito di Economia Circolare. La certificazione della dichiarazione ambientale (Epd) del Maxi-Yacht 100 Arca Sgr è stata una sfida ad alto contenuto ingegneristico coordinata con successo dall’ing. Alessandro Bordignon che è anche il responsabile del Comitato Internazionale che ha il compito di realizzare la normativa di riferimento per la valutazione delle impronte ambientali di tutto il settore nautico”, afferma Anna Bortoluzzi, Coordinatore Scientifico di Mapping Lca.

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Sostenibilità

Il riscaldamento globale minaccia l’Antartide.

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Fiori, alghe e muschi hanno invaso l’Antartide e non è una buona notizia. A suonare il campanello d’allarme, gli esperti dell’Università di Washington, che, in un articolo recentemente comparso sulle colonne della rivista di settore “Geophysical Research Letters”, delineano un quadro a tinte fosche per il prossimo futuro. L’arrivo dei nuovi inquilini sarebbe infatti dovuto al caldo record fatto registrare quest’anno, letale per i ghiacci e le nevi perenni che hanno reso l’Antartide quella che conosciamo.

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Sostenibilità

Gratis e sostenibile, il trasporto pubblico del comune di Troia è diventato un modello

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Il caso studio del piccolo comune foggiano al seminario “Sistema di trasporto su gomma per i passeggeri”

Anziano sale su autobus - Canva

La sostenibilità è un concetto molto ampio che riguarda sempre più persone e aziende, oltre che l’ambiente. Per questo, il comune di Troia è stato scelto come caso studio per il suo sistema di trasporto pubblico che rappresenta un modello non solo in termini di emissioni, ma anche per l’impatto sulla società.

Nello specifico, il servizio di trasporto pubblico urbano e scolastico su gomma del comune foggiano è stato selezionato tra le migliori pratiche di pianificazione delle reti e programmazione dei servizi del Paese. Una tematica fondamentale in una società che cambia, come si è argomentato nella prima giornata della V edizione del seminario “Sistema di trasporto su gomma per i passeggeri”, organizzato dall’Anav in collaborazione con Asstra, Aiit e con il patrocinio del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

“Siamo orgogliosi di costituire un caso studio in quanto riconoscimento ad una programmazione che ha migliorato la qualità della vita della comunità troiana”, ha commentato il sindaco Leonardo Cavalieri all’evento del 27 settembre a cui ha partecipato anche il ministro Salvini.

I pilastri del trasporto pubblico di Troia sono essenzialmente due:

– è finanziato con parte delle royalties corrisposte dalle aziende produttrici di energia rinnovabile generata da impianti eolici e fotovoltaici attivi sul territorio comunale;

– è completamente gratuito per i cittadini

Il progetto ha attirato l’attenzione delle istituzioni ed è stato finanziato anche con risorse del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (Fesr) e del Fondo Sociale Europeo (Fse).

“I servizi di trasporto gratuito che il Comune garantisce – ha evidenziato il sindaco Cavalieri – hanno un impatto immediato sulla comunità sia sotto il profilo ambientale, poiché riduce il traffico privato e le emissioni inquinanti, sia sotto il profilo economico e sociale. Il nostro modello di trasporto è un vero e proprio intervento di politica sociale, ed in quanto tale rappresenta un sostegno alla mobilità, in particolare, degli anziani e disabili, dei cittadini a basso reddito, senza patente o automobile, di chi vive nelle aree rurali, oltre che alla frequenza e all’integrazione scolastica. Ringrazio gli organizzatori dell’evento e la società Metauro Bus, nelle persone di Antonio Metauro e Luigi Fantetti, per aver valorizzato i nostri servizi tra le buone pratiche di sostenibilità che solitamente caratterizzano realtà urbane di maggiori dimensioni”.

Il seminario “Sistema di trasporto su gomma per i passeggeri” è stato anche l’occasione per fare il punto sulle tendenze europee e sugli esiti dei progetti comunitari. Il fine del confronto è trovare gli elementi necessari per attivare strumenti che supportino la mobilità sostenibile.

“Oggi abbiamo presentato come caso studio al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti il significativo esempio dei servizi di trasporto con autobus da noi effettuati nel piccolo comune di Troia perché riteniamo che la mobilità sostenibile costituisca, sempre più e specialmente nel Mezzogiorno, uno dei fattori fondamentali di sviluppo socioeconomico del territorio, da realizzarsi in collaborazione tra imprese ed amministrazioni pubbliche, nel rispetto dei rispettivi ruoli, attraverso una corretta pianificazione di investimenti e di obiettivi”, ha spiegato Antonio Metauro, Amministratore dell’azienda di trasporti Metauro Bus.

Le smart city rappresentano un modello di sviluppo urbano sostenibile che utilizza la tecnologia per migliorare la qualità della vita dei cittadini e ridurre l’impatto ambientale delle città.

In Europa, sono molti i comuni che stanno adottando politiche e strategie per diventare smart city, puntando su:

– efficientamento della mobilità (trasporto pubblico green e riduzione del trasporto privato);

– efficienza energetica;

– gestione dei rifiuti;

– inclusione sociale (che passa anche da maggiori spazi pubblici e trasporto pubblico gratuito)

L’Unione Europea ha creato il programma European Innovation Partnership on Smart Cities and Communities (Eip-Scc), che riunisce oltre 6.000 stakeholder provenienti da città, industria, business e altri attori delle “città intelligenti”.

Dal programma è nato lo Smart Cities Marketplace che offre una serie di servizi, tra cui assistenza tecnica gratuita, consulenza one-to-one per consorzi guidati dalle città vicini alla fase di finanziamento, masterclass di finanziamento e l’incontro di più parti per il finanziamento di progetti urbani.

La classifica più attendibile in tal senso è fornita dallo Smart City Observatory dell’International Institute for Management Development.

Ecco dunque quali sono le prime 10 smart city al mondo secondo lo “Smart city index 2023” che classifica le città in base al loro livello di sviluppo e adozione di tecnologie intelligenti e sostenibili:

1. Zurigo, Svizzera

2. Oslo, Norvegia

3. Singapore

4. Pechino, Cina

5. Losanna, Svizzera

6. Seoul, Corea del Sud

7. Hong Kong, Cina

8. Toronto, Canada

9. Ginevra, Svizzera

10. San Francisco, Stati Uniti

Tra le città europee, Zurigo, Oslo, Losanna, Ginevra sono le più smart. In Italia, la città ad aver ottenuto interessanti risultati in tal senso è Torino.

Insomma, tutti nomi di grandi città, ma perché il cambiamento sostenibile sia davvero inclusivo, occorre che anche le piccole comunità raggiungano buoni risultati in ottica Esg.

Per questo, l’esempio del comune di Troia fa ben sperare per il futuro e dimostra come anche un piccolo Paese di 6.660 abitanti possa attirare l’attenzione di istituzioni e investitori.

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Sostenibilità

Carbon offsetting, Rete Clima lancia il nuovo servizio di rating

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Per supportare le aziende a raggiungere la carbon neutrality anche tramite la compensazione delle emissioni residue di gas serra (carbon offsetting) individuando i progetti e le soluzioni più efficaci, concrete e sicure

Foresta - (Fotolia)

Supportare le aziende a raggiungere la carbon neutrality anche tramite la compensazione delle emissioni residue di gas serra (carbon offsetting) individuando i progetti e le soluzioni più efficaci, concrete e sicure. Con questo obiettivo Rete Clima, ente tecnico che da oltre 10 anni realizza progetti di forestazione e decarbonizzazione per le aziende, lancia un nuovo servizio di valutazione e rating dei progetti di Carbon offset già certificati secondo i più importanti standard tecnici globali.

Attraverso un approccio innovativo basato sulla tecnologia satellitare e IoT, oltre che su un’altra serie di tecniche viene restituito alle aziende un sistema di analisi chiaro e trasparente relativo a progetti di carbon offset (compensazione CO2) pur già certificati: lo scopo è quello di selezionare e proporre alle aziende crediti di carbonio di elevato livello tecnico, che permettano una corretta ed efficace azione e comunicazione del campo della decarbonizzazione aziendale, tutelando l’azione climatica e l’investimento delle risorse economiche aziendale. Alla propria esperienza nel settore del carbon offsetting, Rete Clima affianca infatti una stretta collaborazione con una serie di soggetti tecnici internazionali con l’intento di offrire una visione olistica dei migliori progetti disponibili sul mercato, evidenziando i loro elementi di qualità e di integrità. Grazie al nuovo servizio, le aziende potranno quindi non solo ricevere una proposta di progetti internazionali certificati in linea con le proprie esigenze, ma soprattutto avere rassicurazione rispetto alle garanzie tecniche e comunicative offerte dai progetti di compensazione a loro proposti.

Il sistema di rating offerto da Rete Clima per i progetti certificati di carbon offsetting si struttura su una scala di valutazione composta da 8 livelli (da AAA per il giudizio più alto, a D come più basso) e si basa sulla valutazione di tre pilastri fondamentali: carbon score, sistema di verifica dell’addizionalità e permanenza. Questi tre pilastri analizzati a livello quantitativo, uniti a una valutazione qualitativa dei benefici generati dal progetto anche in termini geografici e sociali, forniscono una chiara indicazione di quali progetti carbon siano da preferire nelle decisioni di investimento.

“Le aziende sono ormai consapevoli della necessità di selezionare solo crediti di carbonio provenienti da progetti affidabili, che aderiscono a standard riconosciuti a livello internazionale e possibilmente muniti di certificazioni addizionali collegate ad importanti co-benefici generati -dichiara Paolo Viganò, fondatore e presidente Rete Clima – Il servizio di rating che mettiamo ora in campo intende quindi rispondere alla necessità di dare garanzie alle aziende in un clima di incertezza nei confronti del sistema dei Carbon credits. In questa logica abbiamo creato un portafoglio di progetti di carbon offset ampio e variegato, solidi a livello tecnico oltre che credibili ed efficaci dal punto di vista comunicativo. Si tratta di uno sforzo che realizziamo sia in chiave odierna, per supportare la carbon neutrality delle aziende con progetti di carbon avoidance e carbon removal, sia in direzione degli obiettivi di medio termine di Net-zero rispetto ai quali saranno valorizzati solo i carbon sink orientati all’assorbimento ed al sequestro della CO2 atmosferica (carbon removal)”.

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Sostenibilità

Boom di nidi di tartaruga marina in Italia, 2023 anno record

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L’elaborazione di Legambiente sui dati di Tartapedia.it: sono 444 i nidi registrati in Italia a chiusura della stagione

I nidi in Italia

Il 2023 si conferma l’anno record delle nidificazioni di Caretta caretta nel Mediterraneo Occidentale. Sono 444 i nidi di tartaruga marina registrati in Italia a chiusura della stagione: è il dato più alto di sempre. Un risultato accompagnato dal lavoro di monitoraggio e messa in sicurezza dei siti di ovodeposizione svolto dalle centinaia di volontari delle associazioni partner del progetto europeo Life Turtlenest, nato per creare una rete internazionale destinata alla tutela dei nidi di Caretta caretta sulle coste mediterranee di Italia, Spagna e Francia.

L’elaborazione di Legambiente sui dati di Tartapedia.it, che accoglie le segnalazioni di associazioni e istituti di ricerca, fa emergere subito che in Italia il numero delle ovodeposizioni rispetto alla stagione 2022 è triplicato: l’anno scorso il conteggio di fine stagione si era fermato ‘soltanto’ a 129. In testa alla classifica del boom c’è la Sicilia (156 nidi), con le province di Siracusa, Ragusa, Agrigento e Trapani. Segue la Calabria con 125 nidi, localizzati specialmente sulla Costa dei Gelsomini, in provincia di Reggio Calabria, anche se non mancano nidificazioni sul litorale tirreno. La Campania si conferma la terza regione più gettonata da mamma tartaruga (54 nidi), specialmente nella zona di Castel Volturno e nel Cilento; 45 i nidi in Puglia, concentrati per la maggior parte sui litorali delle province di Lecce e Taranto. Sorprendenti anche i risultati della Toscana con 23 nidi, localizzati principalmente sui litorali delle province di Lucca e Livorno; 18 i nidi registrati in Sardegna, principalmente nella parte meridionale dell’isola, anche se non ne mancano nel nuorese, nel cagliaritano e nel territorio di Sassari. Sorprendenti anche i dati raccolti nel Lazio (18 nidi), trovati in luoghi insoliti come le località balneari di Ostia e Fiumicino, ma soprattutto tra Sabaudia, San Felice Circeo e Terracina. In Basilicata sono stati trovati 3 nidi, mentre in Abruzzo l’unico è stato registrato nella Riserva Naturale del Borsacchio. Il nido più settentrionale è quello di Milano Marittima, che rappresenta la prima deposizione della recente storia documentata su una spiaggia dell’Emilia-Romagna.

Un vero e proprio record che ha coinvolto anche le coste di Spagna e Francia lungo la Costa Azzurra, la Provenza e l’Occitania. Sulle coste iberiche sono stati individuati 27 nidi, mentre quelle francesi contano ben 12 nidificazioni. Per rendere l’idea, nelle stesse aree spagnole l’anno scorso erano stati ritrovati due nidi di Caretta caretta, mentre in Francia solo uno. Dunque, complessivamente sulle coste del Mediterraneo Occidentale sono stati identificati 483 nidi. Il surriscaldamento delle acque, legato ai cambiamenti climatici, sta spostando sempre di più l’areale delle tartarughe marine verso il Mediterraneo Occidentale.

“Alla luce di questi numeri, questa porzione del Mediterraneo si conferma un’importante nursery, assumendo quindi un ruolo significativo per la conservazione della Caretta caretta – dichiara Stefano Di Marco, coordinatore dell’Ufficio progetti di Legambiente e Project Manager di Life Turtlenest – Per questo diventa impellente garantire adeguate misure di conservazione attraverso la collaborazione con le amministrazioni locali e dare una maggiore spinta alle attività di sensibilizzazione rivolte ai cittadini. Inoltre, risulta necessario implementare i processi di inserimento della Caretta caretta nei siti Natura 2000 dove la specie non è ancora presente e istituirne di nuovi laddove necessari, mediante la creazione di un’ampia rete di collaborazione”.

“Il risultato di quest’anno con il record di nidi censiti del Mediterraneo Occidentale assume particolare rilievo, perché certifica il trend positivo dell’ultimo decennio e l’effettiva espansione dell’areale di nidificazione di Caretta caretta in questo bacino – commenta Sandra Hochscheid, ricercatrice della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e responsabile scientifico del Progetto – Con Life Turtlenest andremo a individuare le aree di sviluppo giovanile, gli ambienti di alimentazione degli adulti e i corridoi migratori che li connettono. L’obiettivo finale è sviluppare una strategia integrata di conservazione che consenta di individuare le aree a maggiore idoneità e applicare le migliori pratiche di tutela per garantirne la resilienza nel contesto del cambiamento climatico”.

Dai nidi deposti ci si attende la nascita circa 20mila baby-tartarughe che, una volta in mare, dovranno fronteggiare una serie di pericoli e insidie. Infatti, si stima che soltanto 1 esemplare su 1000 arrivi all’età riproduttiva (20-25 anni).

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Coronavirus

Gender gap, pandemia e guerra lo hanno ampliato

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Per ogni dollaro guadagnato dagli uomini, le donne ne guadagnano la metà

Donna povera si tiene le gambe - Canva

Oltre 380 milioni di donne e ragazze, ovvero l’8% della popolazione femminile mondiale, vivranno in condizioni di povertà entro il 2030 se non si interviene subito per ridurre il gender gap.

A lanciare l’allarme è l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere, che nel nuovo rapporto “Gender Snapshot 2022” fotografa la disparità uomo-donna nei 17 obiettivi fissati nell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Il primo aspetto, già evidenziato in apertura, riguarda la povertà, che colpisce più le donne degli uomini. Un primo dato emblematico è che oltre 380 milioni tra ragazze e donne vivono con meno di 1,90 dollari al giorno. La situazione, spiega l’Agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere, è particolarmente grave nell’Africa subsahariana, dove si concentra il 62,8% delle donne in povertà estrema, seguita dall’Asia centrale e meridionale dove è in povertà estrema una donna ogni cinque (21,4%).

Il divario di genere è stato ampliato dalla pandemia di Covid-19 in ogni aspetto della vita individuale e sociale, provocando un aumento delle povertà soprattutto tra le donne.

La percentuale di genere che viveva con meno di 1,90 dollari al giorno era scesa dal 11,2% nel 2013 all’8,6% nel 2018. Il Covid ha interrotto questo progresso, portando il tasso di povertà vicino al 9% nel 2022. Alla fine del 2022, circa 383 milioni di donne e ragazze vivevano in povertà estrema, rispetto a 368 milioni di uomini e ragazzi.

I numeri diventano ancora più gravi solo alzando di poco l’asticella dei dollari/giorno: come spiega l’Agenzia, nel 2022, 938 milioni di donne e ragazze hanno vissuto con meno di 3,20 dollari al giorno e 1,7 miliardi di donne hanno vissuto con meno di 5,50 dollari al giorno.

Per molte di loro la povertà impedisce l’accesso a servizi essenziali come l’acqua potabile e il combustibile per la cottura. Tali privazioni alimentano altre disuguaglianze di genere, poiché le donne dedicano più tempo al lavoro di cura non retribuito e alle faccende domestiche, privandosi della propria vita e dei propri interessi. La prossima generazione di donne, spiega il rapporto, probabilmente continuerà a dedicare tra le due e le tre ore in più al giorno alle cure e ai lavori domestici non retribuiti
rispetto agli uomini. Il confronto peggiora se non ci si ferma al mero aspetto numerico delle ore, perché le attività più delicate di assistenza ai bambini più piccoli – come il bagnetto, l’alimentazione e il fatidico cambio dei pannolini – sono svolte molto più spesso dalle donne: il 49% delle donne che vive con un partner riferisce di assumersi la responsabilità primaria di queste attività essenziali, rispetto al 6% degli uomini (dati Eige).

Strettamente correlate alla povertà sono la fame e l’insicurezza alimentare, aggravate dal Covid e dal conflitto in Ucraina. Il report denuncia che quasi una donna su quattro rischia di soffrire di insicurezza alimentare moderata o grave e il gap di genere sta aumentando negli ultimi anni. Dati alla mano, durante la pandemia l’insicurezza alimentare moderata o grave tra le donne adulte è aumentata dal 27,5% del 2019 al 31,9% nel 2021. Tra gli uomini, invece, è aumentata dal 25,7% al 27,6%, allargando il divario di genere da 1,8 a 4,3 punti percentuali. Come è risaputo, i problemi di alimentazione causano diverse malattie, anemia in primis, tanto che nel 2019 quasi una donna su tre in età riproduttiva (15-49 anni) era anemica, per un totale di 571 milioni di donne colpite.

Povertà, certo, ma non solo. Il 60% delle persone denutrite nel mondo vive in aree colpite da conflitti, e fino a 36 Paesi dipendono dalla Federazione Russa e dall’Ucraina per più della metà delle importazioni di grano, compresi territori che subiscono conflitti come il Sudan, la Repubblica Araba Siriana e lo Yemen. L’impatto completo della guerra in corso è sconosciuto, spiega l’Agenzia nel suo rapporto, ma è probabile che l’aumento dei prezzi alimentari acuisca la fame, specialmente tra le donne, i bambini e altre popolazioni vulnerabili.

Tra i rischi per la salute vanno anche considerate le restrizioni legali che continuano ad aggravare le sfide che le donne affrontano nell’accesso a cure sicure per la salute sessuale e riproduttiva. Oggi, oltre 1,2 miliardi di donne e ragazze in età riproduttiva (15-49 anni) vivono in Paesi e aree con restrizioni nell’accesso all’aborto sicuro.

Covid e conflitti ampliano il gender gap anche in termini di istruzione, come dimostra il fatto che più della metà delle quasi 130 milioni di ragazze non iscritte all’istruzione formale nel mondo (54%) risiedano in Paesi colpiti da crisi. La situazione è particolarmente delicata in Afghanistan, dove alle ragazze non è più permesso frequentare la scuola secondaria.

A questo si aggiunge, soprattutto nei Paesi più poveri, l’aumento delle gravidanze adolescenziali durante la pandemia che minaccia l’istruzione delle ragazze. Uno studio condotto in Kenya, Ruanda, Uganda e nella Repubblica Unita di Tanzania ha rilevato che il 56% delle ragazze adolescenti provenienti da popolazioni difficili da raggiungere che avevano abbandonato la scuola all’inizio della pandemia era o era da poco stata incinta.

Le difficoltà nell’istruzione sono inoltre collegate alle discriminazioni e alle violenze di genere: tra le ragazze adolescenti nell’Africa subsahariana, il mancato accesso agli studi comporta un maggiore rischio di violenza sessuale, sfruttamento, infezione da Hiv e minore istruzione. L’istruzione delle ragazze ha fatto notevoli progressi in questa regione, ma, anche senza considerare le conseguenze del Covid, le previsioni indicano che ci vorranno almeno altri 54 anni per raggiungere la completa istruzione primaria universale.

Tutte valutazioni che spingono le Nazioni Unite a chiedere interventi più decisi agli Stati, soprattutto guardando cosa è successo negli ultimi anni: il numero di donne e ragazze che vive in contesti di conflitto è aumentato in modo significativo e ha raggiunto i 614 milioni nel 2022, il 50% in più rispetto del 2017.

Un altro ambito in cui le donne vengono discriminate trasversalmente è il lavoro. Come riporta il Gender Snapshot, nel 2022 per ogni dollaro guadagnato dagli uomini, le donne hanno guadagnato solo 51 centesimi. E ancora: soltanto il 61,4% delle donne in età lavorativa è effettivamente impegnata nel lavoro, a fronte del 90% degli uomini. La condizione lavorativa delle donne si è deteriorata ulteriormente con la pandemia: nel 2019 rappresentavano il 39,4% dell’occupazione totale, dopo il Covid il tasso è sceso drasticamente fino al 21%.

Il fattore culturale potrebbe aiutare a cambiare la situazione, assodato che tra le cause che rendono le donne più povere rispetto agli uomini, ci sia la mancata retribuzione del lavoro domestico spesso relegato alla componente femminile della famiglia. Su questo punto, il governo Meloni sta pensando di dare sostegno alle neomamme introducendo dal 2024 la figura dell’assistente materna in Italia.

Il gender gap incide anche sulle posizioni dirigenziali, ricoperte dalle donne solo nel 28,3% dei casi nel 2020. Solo 47 dei 151 paesi e aree con dati hanno superato il 40% di rappresentanza. Ai tassi attuali, spiega l’Agenzia, la parità di genere non sarà raggiunta prima di almeno 140 anni. Un ritardo enorme, se paragonato all’obiettivo delle Nazioni Unite di eliminare le discriminazioni di genere entro il 2030.

Chiaramente, il peggiore stato di occupazione si traduce in una pensione scarsa o del tutto, tanto che in 28 dei 116 Paesi con statistiche a riguardo meno della metà delle donne anziane ha una pensione.

Una disparità, quella lavorativa, che è anche decisionale come dimostra il fatto che, a livello globale, solo il 26,4% dei seggi parlamentari sia ricoperto da donne. In 23 Paesi, la rappresentanza è addirittura inferiore al 10%. A livello locale, le donne occupano circa 1/3 dei seggi negli organi decisionali locali (34,3%). In entrambi i casi, bisognerà moltiplicare gli sforzi per raggiungere l’obiettivo di parità di genere fissato al 2030 dall’Agenda delle Nazioni Unite.

Dati alla mano, si tratta di un obiettivo utopistico, che passa dagli investimenti di Stati ed enti sovranazionali. “L’uguaglianza di genere – ha spiegato Maria Francesca Spatolisano, che dirige il coordinamento delle politiche presso il dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite – non è solo un obiettivo dell’Agenda 2030. È il fondamento stesso di una società giusta e l’obiettivo base di tutti gli altri. Solo abbattendo le barriere che hanno ostacolato la piena partecipazione delle donne e delle ragazze in ogni aspetto della società, si può liberare il potenziale che fino a oggi non è stato sfruttato e si può spingere verso il progresso e la prosperità di tutti”.

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Sviluppo sostenibile, bilancio e prospettive dell’Agenda 2030

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Quanto è stato fatto e cosa c'è ancora da fare da qui al 2030 secondo il Global Compact delle Nazioni Unite

Sviluppo sostenibile, bilancio e prospettive dell'Agenda 2030

Da pochi giorni abbiamo superato il traguardo di metà percorso fissato dall’Agenda 2030, dunque è tempo di fare un bilancio di quello che è stato fatto e focalizzarsi sulle prospettive per la seconda parte del tragitto. Ricordiamo che l’Agenda 2030, sottoscritta nel 2015 da 193 paesi membri delle Nazioni Unite, prevede 17 obiettivi di sostenibilità ambientale, sociale ed economica da raggiungere entro l’anno 2030. Ad oggi i numeri comunicati dal Dipartimento per gli affari economici e sociali delle Nazioni Unite non sono molto incoraggianti: solo il 15% dei target è in linea con le tempistiche di realizzazione, il 48% degli avanzamenti risulta debole o del tutto insufficiente, il 37% è in una fase di stallo o addirittura ha subito un’inversione di tendenza.

Secondo un recente studio di Global Compact delle Nazioni Unite e Accenture, che ha coinvolto 2.800 leader di aziende di tutto il mondo, le imprese chiedono indicazioni più chiare sulle priorità su cui concentrare i propri sforzi, oltre che su criteri di misurazione certi e standardizzati per misurare l’impatto delle attività aziendali. Su questo tema il 76% dei leader aziendali segnala la necessità di normative coerenti sulla rendicontazione e sulla comunicazione a livello nazionale e globale. Inoltre, i manager interpellati riferiscono che uno dei principali ostacoli al raggiungimento degli obiettivi previsti dall’Agenda 2030 è la scarsa chiarezza e la complessità delle normative. Infatti, il 44% delle imprese oggetto dello studio richiede ai governi l’attuazione di politiche di sostegno per integrare gli SDGs nelle strategie aziendali, così da poter avere le medesime condizioni per tutte le imprese. Una prima risposta in questo senso è stata data da UN Global Compact che ha annunciato il lancio della piattaforma globale Forward Faster, che ha l’obiettivo di aiutare i vertici aziendali nell’individuazione degli indicatori chiave di performance da utilizzare nei processi di reporting su temi ESG, in modo da implementare trasparenza e credibilità delle imprese. A commento dell’iniziativa Forward Faster, Daniela Bernacchi, Executive Director dell’UN Global Compact Network Italia, rete locale del Global Compact delle Nazioni Unite, ha dichiarato: “Mancano solo sette anni al 2030, le sfide e le priorità sono tante sia dal punto di vista ambientale che sociale. In questo scenario complesso, investimenti e innovazione che le aziende private possono portare sono essenziali, ma occorre che i governi abbiano un ruolo propulsivo sempre più forte. La call to action di Forward Faster è un appello a innalzare le ambizioni e i risultati”.

Proseguendo l’analisi dei dati dello studio sopra citato, emerge una diminuzione dell’attenzione delle aziende sugli SDGs dell’Agenda 2030 e parallelamente aumenta il pessimismo circa la possibilità di raggiungere gli obiettivi. Se da un lato, infatti, il 94% dei manager aziendali è convinto dell’utilità degli obiettivi di sviluppo sostenibile, dall’altro solo il 49% crede che saranno raggiunti entro il 2030. Dunque, stante la sfiducia in aumento e il tanto lavoro ancora da fare, appare sempre più evidente la necessità di uno sforzo congiunto tra pubblico e privato in un piano d’azione chiaro che permetta di sfruttare meglio il potenziale delle imprese nella transizione verso un sistema economico più equo e sostenibile. In questa direzione rientra ad esempio a livello italiano, la recente approvazione della Nuova Strategia Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile da parte del Comitato Interministeriale per la Transizione Ecologica che indica con chiarezza 72 obiettivi strategici correlati ai 17 goals dell’Agenda 2030 e individua le leve abilitanti per integrare la sostenibilità in tutte le politiche pubbliche.

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Sostenibilità

Giù lo spreco alimentare, effetto del caro prezzi sul carrello della spesa

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L'indagine firmata da Waste Watcher, International Observatory on Food&Sustainability

Spreco alimentare (Fotolia)

Il caro prezzi incide sul carrello della spesa e ‘batte’ il food waste: in Italia e nel mondo 7 consumatori su 10 tagliano drasticamente gli acquisti e lo spreco alimentare crolla in 8 Paesi. Per il terzo anno, è italiano l’unico Rapporto globale sul rapporto fra cibo e spreco: un’indagine firmata da Waste Watcher, International Observatory on Food&Sustainability, promossa dalla campagna Spreco Zero di Last Minute Market con il monitoraggio Ipsos, realizzata in 8 Paesi del mondo: Italia, Spagna, Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti, Olanda e Azerbaijan.

Giovedì 28 settembre, in occasione dell’evento programmato a Roma, dalle 11.30 nello Spazio Europa della Commissione Europea, vengono diffusi i nuovi dati del Cross Country Report su cibo e spreco nel mondo, alla vigilia della quarta Giornata internazionale di sensibilizzazione sulle perdite e sprechi alimentari promossa dalle Nazioni Unite.

I dati Waste Watcher attestano la criticità del periodo e l’incidenza dell’inflazione. Non è un caso, dunque, che lo spreco alimentare sia identificato innanzitutto come spreco di denaro in famiglia: dall’Italia agli Stati Uniti, dalla Spagna alla Germania, dal Regno Unito all’Olanda i cittadini del mondo guardano allo sperpero del cibo come a un ‘crash’ per le loro economie.

Secondo i dati Food&Waste di Waste Watcher International, monitorati nell’agosto 2023, i consumatori di ogni latitudine del pianeta faticano infatti con il carrello della spesa e in media 7 su 10 dichiarano di dover drasticamente tagliare i loro acquisti, riducendo il costo della spesa.

“Per la prima volta abbiamo rilevato una massiccia riduzione dello spreco domestico a livello globale – osserva Andrea Segrè, economista e fondatore campagna Spreco Zero, direttore scientifico Osservatorio Waste Watcher International – E’ l’effetto della crescente attenzione dedicata dall’Onu a questo tema, entrato pienamente nell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile? Solo in parte, purtroppo. Si tratta piuttosto dell’effetto combinato di un quadro economico e sociale drammatico in tutti i Paesi, con un indice di fiducia sul futuro molto basso. Lo sforzo dei governi dovrà dunque concentrarsi su un doppio binario, economico ed educativo, per riportare il sistema in equilibrio che significa ridurre lo spreco di cibo e adottare diete sane e sostenibili. Un monitoraggio che resta essenziale per potenziare la consapevolezza sui comportamenti e le abitudini di gestione e fruizione del cibo, sulle diete adottate e sugli alimenti realmente consumati, in chiave di prevenzione dello spreco nelle case dei cittadini del pianeta”.

Nella rilevazione 2023 del Cross Country Report fa il suo ingresso l’Azerbaijan, che svetta nella rilevazione, con 1116,3 grammi di cibo pro capite gettato nel corso di una settimana. Un dato che si avvicina alle stime 2022 degli Stati Uniti, e dimostra l’utilità di campagne diffuse di sensibilizzazione sul tema. All’indagine hanno preso parte 7500 cittadini, con un campione statistico di 1000 interviste per ciascun Paese e 500 interviste per l’Azerbaijan, che fa il suo ingresso nella rilevazione 2023. Dal 2020 l’Italia è impegnata nello sviluppo dell’Italy-Azerbaijan University, progetto in cui sono coinvolti alcuni dei più prestigiosi atenei italiani e fra questi l’Università di Bologna.

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Sostenibilità

Rdr presenta brAInbox, sistema che prevede guasti e disservizi della rete idrica

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Innovativo sistema di manutenzione predittiva di stazioni di pompaggio che permette di monitorare il funzionamento, prevedere eventuali anomalie della rete idrica alimentata e intervenire prima che si verifichino guasti e interruzioni del servizio

Rdr presenta brAInbox, sistema che prevede guasti e disservizi della rete idrica

È di un’azienda campana l’innovativo sistema di manutenzione predittiva di stazioni di pompaggio che permette di monitorare il funzionamento, prevedere eventuali anomalie della rete idrica alimentata e intervenire prima che si verifichino guasti e interruzioni del servizio. Si tratta di brAInbox, soluzione altamente tecnologica e innovativa sviluppata da RDR SpA Società Benefit, azienda di Torre del Greco leader in Italia nel settore del Ciclo Integrato delle Acque, in collaborazione con Nexus TLC S.r.l., PMI innovativa con sede a Napoli, specializzata nel settore dell’IoT (Internet of Things), di cui RDR detiene il 35% del capitale sociale. L’innovazione di brAInbox, presentata oggi agli operatori della filiera in un convegno a Ercolano promosso dalla rivista di settore Servizi a Rete, si basa su oltre mezzo secolo di esperienza dell’azienda torrese nel settore elettromeccanico e dei pompaggi. Il sistema acquisisce ed elabora i parametri chiave che caratterizzano lo stato di salute delle macchine e degli impianti di sollevamento idrico, riduce i disservizi e i costi di esercizio, ed assicura la continuità di servizio nonché la massima efficienza energetica richiesta ai gestori nei sistemi complessi del servizio idrico.

“Puntare su un approccio sostenibile della gestione dell’acqua e trovare una soluzione intelligente e immediata per efficientare le infrastrutture idriche è la missione che ci siamo posti nello sviluppo di brAInbox – spiega Alessandro Di Ruocco, presidente RDR Spa Società Benefit – Un sistema che grazie all’uso dell’intelligenza artificiale permette di mettere in atto una manutenzione predittiva delle macchine al fine di evitare di intervenire in emergenza e senza programmazione, riducendo così ogni probabilità di guasto, spreco energetico e soprattutto costi di gestione e manutenzione. Abbiamo investito notevoli risorse su questo progetto, oltre 800.000 euro e siamo felici di averlo fatto in collaborazione con un team giovane e una realtà innovativa del nostro territorio come Nexus, insieme siamo riusciti a fare la nostra parte per preservare un bene prezioso come l’acqua”.

BrAInbox acquisisce le misure di vibrazione sui cuscinetti delle macchine, verifica le temperature di funzionamento in quanto gli aumenti eccessivi sono un segnale efficace e diretto di un probabile degrado degli organi meccanici, acquisisce i parametri di pressione e portata, di funzionamento ed al contempo del consumo energetico. I dati prelevati vengono poi raccolti e trasmessi ad un server e analizzati e monitorati sulla dashboard di sistema così da predisporre soglie di allarmi, predire anomalie e consumi elettrici tramite gli algoritmi di intelligenza artificiale, gestire gli alert e dare indicazioni sulla strategia e la tipologia d’intervento da effettuare in maniera preventiva.

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Sostenibilità

Le aziende puntano su obiettivi Esg ma non c’è personale dedicato

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E' quanto emerge da un'analisi Interzero su 235 manager di medio-grandi imprese di 6 Paesi europei, tra cui l’Italia

Le aziende puntano su obiettivi Esg ma non c'è personale dedicato

La gran parte delle aziende europee (76%) vuole adottare iniziative di sostenibilità nei prossimi 3 anni (il 68% investirà più che nel triennio appena trascorso), ma 6 su 10 non hanno oggi un team dedicato per raggiungere gli obiettivi Esg che si sono prefissati.

Sono alcune evidenze di un’analisi condotta da Interzero, principale fornitore europeo di servizi di economia circolare, con circa 250 top manager di aziende attive in 6 paesi europei, tra cui l’Italia. Oltre 8 manager su 10 coinvolti puntano nei prossimi tre anni a rendere più efficiente il processo di smaltimento dei rifiuti. Tra gli aspetti che influenzano maggiormente le scelte di investimento vi sono anche gli aspetti reputazionali (75,3% delle preferenze) e quelli legati all’aspettativa dei propri clienti (73,2%).

Secondo la rilevazione di Interzero, i comparti dell’elettronica (82% dei manager lo conferma) e dell’agroalimentare (Food&Beverage, 81%) sono i più propensi ad attivare iniziative di sostenibilità nei prossimi 3 anni.

In coda si trovano i settori del retail, della logistica (in entrambi si attiverà il 62,5% delle aziende) e dell’edilizia (66%).

Oltre 4 imprese su 10 (41,8% dei manager coinvolti nella ricerca Interzero) investiranno in sostenibilità fino a 150 mila euro nei prossimi 3 anni (23,9% fino a 50 mila e 17,9% fino a 150 mila). Più della metà (53,9%) spenderanno oltre 150 mila euro e oltre 2 su 10 (24%) oltre 500 mila euro.

“La grande maggioranza del mercato – commenta Mario Bagna, amministratore delegato di Interzero Italy – si muove verso iniziative sempre più orientate sulle questioni ambientali, un dato importante e certamente positivo. Mancano ancora, tuttavia, alcuni interventi legislativi che possano aiutare ad attivare anche le aziende non interessate alla sostenibilità per motivi di business o indisponibilità di budget”.

“E’ importante – conclude Bagna – che le imprese percepiscano concretamente quanto le iniziative di sostenibilità possano generare valore: oggi il 66% dei manager che abbiamo coinvolto lo comprende con chiarezza, ma le risposte rimangono ancora fortemente polarizzate e sono in molti a pensare che queste attività non abbiano impatto immediato sul business”.

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Sostenibilità

Sostenibili e redditizie: in borsa le aziende con alto rating Esg rendono il 50% in più delle altre

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Incoraggianti i dati a livello globale, ancora un primato per le imprese europee

Barattolo con monete e piantina - Canva

È possibile conciliare sostenibilità e redditività? Assolutamente sì, anzi: le aziende che presentano rating Esg migliori generano migliori rendimenti azionari medi annui (e non di poco).

Lo evidenzia il nuovo report Kroll “Esg and global investor returns” da cui emerge che le aziende più performanti a livello Esg hanno registrato rendimenti azionari medi annui del 12,9% rispetto all’8,6% delle imprese con rating Esg più bassi. In pratica, le aziende più sostenibili hanno reso in borsa quasi il 50% in più di quelle meno impegnate nel campo della sostenibilità.

Il report di Kroll, azienda leader nella fornitura di soluzioni dedicate alla gestione del rischio e alla consulenza finanziaria, ha analizzato i dati di oltre 13.000 aziende di diversi settori in tutto il mondo evidenziando un ottimo Roi (Return on investment) per chi ha investito in aziende molto attive nel campo della sostenibilità.

Le proporzioni registrate a livello globale sono analoghe a quelle europee, dove i rendimenti azionari medi annui si attestino al 10% per le aziende con rating Esg più alti e al 7% per quelle con i rating peggiori.

Le valutazioni cambiano se si considera non solo il rendimento azionario, ma anche la diffusione dell’impegno sostenibile tra le aziende. Infatti, come emerge dal report, a dicembre 2021 quasi un terzo delle aziende europee si è posizionato tra i leader nei rating Esg e solo il 7% ha registrato bassi livelli di rating. Al contrario, solo il 10% delle aziende nordamericane e il 6% di quelle asiatiche hanno evidenziato rating Esg elevati.

I dati del rapporto Kroll conciliano con la classifica Influence Map dove sono europee ben 16 delle 27 aziende leader nella transizione sostenibile individuate dal think tank.

Il report “Esg and global investor returns” evidenza quindi un enorme divario con gli altri continenti: rispetto al 7% europeo, sono risultate con un basso rating il 17% delle aziende analizzate in Nord America e il 38% di quelle osservate in Asia.

L’impegno sostenibile delle istituzioni comunitarie è la principale matrice di questi risultati, come ha affermato Carla Nunes, managing director e global leader della practice Valuation Digital Services di Kroll: “I risultati positivi ottenuti dalle società europee possono essere spiegati dall’impegno di lunga data della regione nei confronti delle tematiche Esg.

Non sorprende quindi che l’Europa sia in prima linea nell’ambito della sostenibilità, e, grazie a importanti normative come il Regolamento Ue sulla divulgazione delle informazioni sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (Sfdr), che è entrata in vigore all’inizio dell’anno, e gli European Sustainability Reporting Standards (Esrs) da poco approvati, ci aspettiamo che questa tendenza possa proseguire”.

Il percorso però è ancora lungo, pensare che la strada sia già tracciata è un rischio: “Il futuro degli investimenti in ambito Esg e sostenibilità – ha avvertito Nunes – dipenderà dalla fiducia degli investitori nell’affidabilità dei rating e delle informative Esg e nella loro rilevanza come indicatore della performance delle società quotate”.

Su questo fronte, non tutti i dati sono incoraggianti: nel 2022, per la prima volta, l’emissione di obbligazioni verdi, sociali, sostenibili e legate alla sostenibilità ha segnato una contrazione rispetto all’anno precedente.

La quinta edizione dell’Emerging Market Green Bonds Report ha quantificato in 877 miliardi di dollari il valore delle obbligazioni Gsss (Green, Social, Sustainability and Sustainability-Linked Bond) emesse l’anno scorso, con una riduzione del 13% rispetto al 2021.

Una notizia solo parzialmente negativa per il mondo della finanza green, dato che le obbligazioni Gsss si sono dimostrate comunque più resilienti rispetto al mercato di tutto il reddito fisso dove il calo di emissioni è stato doppio rispetto a quello delle obbligazioni Gsss, con una riduzione del 26% rispetto al 2021.

“I risultati del report sono molto interessanti e importanti anche per le aziende che operano in Italia e che devono affrontare delle dinamiche interconnesse con il resto del mondo; le tematiche legate alla sostenibilità devono essere infatti gestite nel modo corretto e hanno un impatto significativo sul valore degli asset,” ha commentato Enrico Rovere, managing director della practice valuation advisory di Kroll in Italia.

In effetti, l’importanza delle tematiche Esg è sempre più centro delle aziende nostrane, come hanno dimostrato i dati dell’osservatorio Governance della sostenibilità condotto da Altis e Csr Manager Network dove è emerso che 35 aziende italiane su 40, ovvero l’87,5% del totale, integrano la sostenibilità nelle strutture di governance avendo assegnato un comitato ad hoc all’interno del Cda. In Francia tale percentuale raggiunge il 72,5%, nel Regno Unito il 65%, in Spagna il 40%, in Germania solo il 13,3%. Lo studio dell’osservatorio ha evidenziato anche una crescente importanza delle tematiche Esg negli schemi di remunerazione dei vertici aziendali in Italia.

“Come evidenziato dalla ricerca – ha aggiunto Rovere – un rating Esg elevato permette di migliorare l’organizzazione e le sue performance di mercato e di far crescere il valore delle aziende, rendendole sempre più attrattive nei confronti dei fondi di private equity e creando così un’ulteriore leva per la generazione di valore.”

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