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Covid oggi Lazio, 708 contagi e 2 morti. A Roma 433 nuovi casi

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Sono 708 i nuovi contagi da Coronavirus oggi 27 gennaio 2023 nel Lazio, secondo i dati Covid dell’ultimo bollettino della Regione. Da ieri ci sono stati 2 morti nella Regione. Nelle ultime 24 ore sono stati processati 1.662 tamponi molecolari e 6.120 antigenici con un tasso di positività al 9%. I ricoverati sono stati 532, 5 in meno di ieri, le terapie intensive occupate sono 22 e 1.129 i guariti da ieri. I casi a Roma città sono a quota 433. 

Si registra un’ulteriore diminuzione del totale dei casi su base settimanale, -30%. L’incidenza scende a 98 ogni 100 mila abitanti, il valore Rt è stabile a 0.81. 

Nel dettaglio, questa la situazione nelle ultime 24h. Asl Roma 1: sono 154 i nuovi casi e 0 i decessi. Asl Roma 2: sono 189 i nuovi casi e 1 decesso. Asl Roma 3: sono 90 i nuovi casi e 0 i decessi. Asl Roma 4: sono 29 i nuovi casi e 0 i decessi. Asl Roma 5: sono 42 i nuovi casi e 1 decesso. Asl Roma 6: sono 85 i nuovi casi. Nelle province si registrano 119 nuovi casi. Asl di Frosinone: sono 35 i nuovi casi. Asl di Latina: sono 64 i nuovi casi. Asl di Rieti: sono 6 i nuovi casi. Asl di Viterbo: sono 14 i nuovi casi. 

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Sanità, microbiologo Clerici: “Antibioticoresistenza minaccia per salute pubblica prossimi anni”

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(Adnkronos) – “L’antibiotico resistenza torna ad essere la minaccia più grave per la salute pubblica dei prossimi anni. Dobbiamo prediligere un approccio genomico e personalizzato, per sottoporre il paziente ad un trattamento mirato, più adeguato alla sua infezione”. Così Pierangelo Clerici, presidente dell’Associazione microbiologi clinici italiani durante i lavori di apertura del 50esimo congresso Amcli in corso a Rimini e che vede la partecipazione di oltre 1200 esperti provenienti da tutta Italia.  

La lotta a virus e batteri sempre più invasivi, secondo Clerici, non può però prescindere “da una più stretta collaborazione e informazione sia sui medici di medicina generale sia sui cittadini – avverte – affinché si comprenda che l’utilizzo dell’antibiotico deve avvenire fin in tenera età solo in specifiche condizioni”. “La lotta contro la pandemia – rimarca Clerici, che è anche Direttore U.O. Microbiologia Asst Ovest Milanese – ci ha dimostrato l’imprescindibilità della microbiologia che nei prossimi anni si dovrà confrontare con l’intelligenza artificiale, il metaverso, i cambiamenti climatici e il loro effetto sulla salute”.  

Per questi motivi “occorre aumentare il monitoraggio e la segnalazione dei casi di infezioni potenzialmente pericolosi per la comunità – evidenzia l’esperto – implementando il sequenziamento genomico. È questa la strada da seguire per contrastare in modo efficace l’insorgenza di nuovi o riemergenti agenti patogeni pericolosi per la salute dell’uomo”. 

“Alla luce della nostra esperienza con il Covid abbiamo saputo implementare l’uso della metagenomica per diagnosticare agenti infettivi ad elevato impatto sanitario – ricorda Paola Stefanelli, del comitato scientifico Amcli – Tra i temi trattati, il ruolo della microbiologia clinica nei sistemi di sorveglianza quali Influnet&Resspivirnet, mico batteri ambientali e candida auris”. 

Amcli – riporta una nota – durante il congresso ha presentato due nuove Linee d’indirizzo: una sui Poct (Point of care testing) in microbiologia alla luce della diffusione di queste possibilità diagnostiche ovunque; la seconda sui pannelli sindromici, attraverso la definizione del campo di applicazione dall’utilizzo alla refertazione, con riferimento specifico alle meningiti/encefaliti di origine comunitaria e nell’ambito della sepsi e della farmaco resistenza. Ampio spazio anche ai progressi dell’innovazione tecnologica per la diagnosi della tubercolosi.  

Oltre al ruolo strategico della microbiologia, tra i temi affrontati dal presidente Clerici anche il sostegno alle industrie del settore contro il provvedimento del Governo sul payback. 

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Migranti, due naufragi in Tunisia: 29 morti

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(Adnkronos) – E’ salito a 29 il numero dei morti in due naufragi al largo della Tunisia. Secondo quanto riferito da un portavoce della Guardia nazionale di Tunisi, sono stati recuperati dieci corpi dopo che un barcone si è rovesciato in mare al largo della costa di Mahdia. Si tratta della seconda imbarcazione a naufragare in poche ore, dopo che già 19 persone erano morte la scorsa notte tentando di arrivare in Italia come riportato dall’emittente tunisina Radio Mosaique, citando il portavoce del Forum tunisino per i diritti economici e sociali, Romdhane Ben Amor. 

“Bisogna salvare la Tunisia, l’Occidente faccia il primo passo”. E’ intanto l’appello che arriva dal Paese nordafricano, dove anche oggi si contano nuove partenze e nuovi morti tra i migranti salpati dalle coste tunisine, con centinaia di migliaia di subsahariani pronti a imbarcarsi. Nel giorno in cui arriva il commissario all’Economia, Paolo Gentiloni, fonti tunisine chiedono all’Europa di fare massima pressione sul Fondo monetario internazionale (Fmi) perché sblocchi il pacchetto di aiuti da 1,9 miliardi dollari, il cui via libera Washington condiziona a una serie di riforme che la Tunisia di Kaid Saied non si può permettere senza innescare nuove tensioni sociali. 

“Lo sblocco del pacchetto è fondamentale per dare ricchezza a questo Paese. Bisogna farlo crescere, investendo anzitutto nella formazione, dare un futuro ai giovani”, spiegano all’Adnkronos le fonti, che esortano a trovare “un punto di equilibrio” tra le richieste del Fondo e l’atteggiamento del loro primo azionista, gli Stati Uniti, e la disponibilità della Tunisia a fare le riforme sollecitate, ma con un approccio più graduale, come sostenuto dall’Italia. Che dopo l’incontro a Bruxelles tra il premier Giorgia Meloni ed il presidente francese Emmanuel Macron può adesso contare ancora di più sul sostegno della Francia nel suo pressing su Washington.  

Nessuno ha interesse che la Tunisia diventi uno ‘stato fallito’, ma per questo il pacchetto deve essere sbloccato al più presto ed è “l’Occidente che dovrebbe fare il primo passo”, si chiede nel Paese nordafricano, ‘assediato’ dalle centinaia di migliaia di migranti subsahariani, che in Tunisia entrano con un regolare visto turistico di 90 giorni, scaduti i quali restano fino a che non riescono a partire per le coste italiane. 

“Numeri che finora non si erano mai visti, conseguenza di due anni di Covid e di un anno di guerra che hanno impoverito ancora di più l’Africa subsahariana, mentre sono entrati in gioco nuovi attori sul mercato dei trafficanti di esseri umani”, che per il momento escludono un ruolo preponderante di Wagner in questa partita. E se la Tunisia riuscirà a riprendere il controllo della situazione riuscirà anche a controllare meglio le frontiere, smantellando le reti di trafficanti che hanno approfittato della fragilità del Paese in questi anni. Ma serve anche che l’Europa – che prepara a fine aprile una missione del commissario agli Affari interni Ylva Johansson, insieme al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi – metta in piedi un sistema più efficiente di rimpatri nei Paesi di origine. 

“Tra gli obiettivi principali della Tunisia c’è quello di far tornare il turismo, crollato prima per gli attentati e poi per il Covid, che per il Paese è un settore vitale”, sottolineano le fonti, che parlano di qualche segnale incoraggiante di ripresa. E poi ci sono progetti come Elmed, il cavo elettrico sottomarino tra Italia e Tunisia messo a punto da Terna e Steg con un finanziamento dell’Ue, che potrebbe essere “un moltiplicatore di opportunità e occasioni”, fanno notare alcuni analisti. La Tunisia “non fallirà – concludono – è un Paese troppo importante per gli equilibri regionali, ma bisogna fare presto”. 

 

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Aeroporti, Borgomeo: “In Italia crescita superiore a Ue”

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Gli aeroporti italiani bruciano le tappe e puntano ad arrivare al pieno recupero dei livelli di traffico pre-covid anche prima dell’obiettivo europeo del 2025. Le premesse ci sono tutte grazie a una crescita nel 2022 superiore alla media Ue e alla buona partenza nel 2023. È questo lo scenario che il presidente dei Assaeroporti, Carlo Borromeo, tratteggia all’Adnkronos. “Le stime diffuse a livello europeo collocano al 2025 il pieno recupero dei livelli di traffico pre-pandemia. Noi – sottolinea – ci attendiamo di raggiungere più velocemente questo risultato, soprattutto considerando che l’Italia ha già registrato volumi di traffico passeggeri superiori alla media UE. Il nostro Paese, infatti, ha chiuso il 2022 con l’85% dei viaggiatori del 2019, l’Europa invece con il 79%. E a gennaio abbiamo recuperato il 96,6% del traffico rispetto alla media dell’89% segnata a livello Ue.  

“Sono stati inoltre diversi gli aeroporti italiani che già nel 2022 hanno superato il 2019. Con l’avvio della stagione estiva 2023 dovremmo assistere – evidenzia ancora Borgomeo- ad un’ulteriore crescita guidata sia dagli aeroporti medi e piccoli a prevalente vocazione turistica sia dal progressivo recupero del traffico internazionale da parte degli aeroporti di grandi dimensioni”. 

Intanto, per Borgomeo, L’esclusione degli aeroporti da Pnrr non è una “partita chiusa”. “Ci sembra di cogliere, a livello delle istituzioni nazionali ed europee, un affievolimento delle posizioni, a nostro avviso sostanzialmente ideologiche, che hanno portato alla tassativa esclusione del trasporto aereo dal Pnrr . Abbiamo,inoltre, fatto un lavoro molto serio e rigoroso definendo la mappa degli investimenti green e digitalche gli aeroporti italiani sono pronti a realizzare, alcuni anche immediatamente. D’altra parte,l’impegno degli scali nazionali sul versante della sostenibilità è molto pronunciato, come dimostrano diverse classifiche che ci vedono ai primissimi posti a livello europeo”. 

“Noi chiediamo risorse pubbliche, del Pnrr o del Fse, non perché vogliamo che gli investimenti siano a totale carico del settore pubblico, ma – puntualizza Borgomeo – per consentirci di accelerare i tempi di realizzazione degli investimenti necessari, che – assicura – comunque faremo. Questi ultimi hanno costi consistenti e non possono essere sostenuti in autofinanziamento dai gestori e neppure “scaricati” sulle tariffe”. 

“È chiaro – rileva ancora il presidente di Assaeroporti- che realizzare in tempi ragionevolmente brevi gli investimenti programmati è decisivo anche nel quadro della competizione internazionale, sempre molto accesa nel comparto del trasporto aereo. La questione riguarda tutti gli scali, grandi e piccoli, anche se ovviamente quelli di minori dimensioni sono meno esposti alla concorrenza internazionale”. 

Guardando poi al varo del nuovo piano nazionale degli aeroporti, “abbiamo auspicato che, contrariamente al passato, questo Piano Nazionale diventi un vero e proprio riferimento per le politiche del settore’”, sottolinea Borgomeo. “Abbiamo apprezzato alcuni punti fondamentali, quali il richiamo alla centralità del trasporto aereo nelle politiche nazionali; la necessaria attenzione ai temi della intermodalità; il giudizio relativo all’importanza della diffusa dotazione di scali, anche piccoli, nel nostro Paese, in vista del prevedibile ulteriore incremento del traffico aereo; la rilevanza data alla costituzione di reti aeroportuali”. 

Ma ci sono anche delle ombre “abbiamo anche avanzato – spiega Borgomeo – qualche riserva sulla classificazione degli scali, formulata senza l’indicazione dei criteri che hanno suggerito la classificazione stessa; sugli incentivi per i quali è previsto un meccanismo poco chiaro e dettato da un approccio al tema che non condividiamo; ed infine sulla prevista esclusione di molti scali anche di dimensioni medio-grandi dal cargo. La naturale – e positiva – concentrazione nello scalo di Malpensa non può determinare automaticamente l’esclusione di altri scali”.  

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I soldi fanno la felicità? Il World Happiness Report 2023 prova a rispondere

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Cos’è che ci rende felici? Una domanda che l’umanità si è sempre posta e a cui molti filosofi fin dai tempi di Seneca e Confucio hanno tentato di rispondere. Ma negli ultimi anni c’è qualcosa di nuovo: si è pensato che la felicità si possa misurare, e quindi in qualche modo anche definire. È infatti da più di 10 anni che l’Onu realizza il World Happiness Report, che traduce in numeri e grafici il livello di soddisfazione di 137 Paesi del Mondo. L’obiettivo non è solo ‘filosofico’, per così dire, ma anche molto pratico e politico: orientare e aiutare l’azione dei governi a realizzare il massimo benessere possibile dei loro cittadini. 

E se è vero che alla fine l’essere umano è tale a ogni latitudine, è anche vero che le differenze culturali e di civiltà hanno portato ad approcci diversi sui temi esistenziali e nella gestione della cosa pubblica. Il Buthan, per esempio, già dal 1972 ha deciso di sostituire il Pil, il Prodotto Interno Lordo con cui siamo abituati a calcolare la ricchezza di un Paese, con il Fil, la Felicità Interna Lorda, che mira a stabilire uno standard di vita e considera come criteri la qualità dell’aria, la salute dei cittadini, l’istruzione e la ricchezza dei rapporti sociali. Risultato: il Buthan è uno dei Paesi più poveri dell’Asia ma anche uno dei più felici del continente, un’evidenza che spinge a chiedersi se i soldi facciano o meno la felicità. 

Cercando di capirci di più, andiamo a vedere cosa dice il World Happiness Report, che ovviamente stila anche una classifica di quelli che sono i Paesi più felici del mondo, in base alle medie delle risposte date dal 2020 al 2022 dagli intervistati, i quali hanno attribuito un voto da 1 a 10 alla soddisfazione della propria vita. Il Report prende questa soddisfazione come ‘standard del benessere’.  

I primi dieci paesi sono: Finlandia (per il sesto anno consecutivo), Danimarca, Svizzera, Islanda, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Nuova Zelanda, Austria e Canada. Tutti Stati che riescono a mantenere alti livelli di benessere soggettivo, e che non hanno perso questa capacità nemmeno durante la pandemia. Il Rapporto di quest’anno si è infatti concentrato sugli effetti della crisi sanitaria e su come i governi e le società hanno risposto alla sfida, ottenendo risultati sorprendenti. 

La Lituania è l’unica nuova entrata nei primi 20, guadagnando ben 30 posti dal 2017, mentre i Paesi meno felici sono Afghanistan, Libano, Sierra Leone, Zimbabwe, Repubblica democratica del Congo e Botswana. L’Ucraina, nonostante la guerra, è 92ma, grazie soprattutto alla solidarietà sociale e alla capacità tutta umana di fare fronte comune alle avversità. 

L’Italia, forse non è una vera sorpresa, non si colloca benissimo nella classifica dei Paesi più felici al mondo. Il Bel Paese infatti è 33mo e, se superficialmente potrebbe sembrare un piazzamento non male, su 137 Stati analizzati, guardando meglio è un risultato decisamente non esaltante. Intanto perché abbiamo perso due posizioni dal 2020.  

E poi perché con un ‘punteggio felicità’ pari a 6,4, non di molto sopra la sufficienza, l’Italia si inserisce in classifica dopo la Spagna e prima del Kosovo, superata dai ‘soliti’ Paesi scandinavi ma anche da Germania (16ma con un punteggio felicità di 6,89), Gran Bretagna (19ma con un punteggio felicità di 6,79) e Francia (21ma, con un punteggio felicità di 6,66). Sopra di noi anche Costa Rica (23ma, con un punteggio felicità di 6,6) e Romania (24ma, con un punteggio felicità di 6,58). 

Il Rapporto esplora sei diversi aspetti che spiegano le variazioni nei livelli di felicità percepito: supporto sociale, reddito, salute, libertà, generosità e assenza di corruzione. 

In generale, emerge che i Paesi con livelli più alti di fiducia nelle istituzioni e negli altri cittadini, di sostegno istituzionale e sociale, di qualità della governance e dei servizi pubblici, di libertà individuale, di rispetto dei diritti umani e di qualità ambientale sono più felici e hanno resistito meglio alla crisi pandemica rispetto ai Paesi con livelli più bassi di questi fattori.  

Conta l’etica di un Paese, ovvero se le persone sono generose e solidali le une con le altre. Contano anche le istituzioni, ovvero se sono affidabili e offrono servizi adeguati ai cittadini, che quindi sono liberi di prendere le proprie decisioni. Contano anche reddito e salute, perché, come si suol dire, se i soldi non fanno la felicità, figuriamoci la miseria, e poi quando c’è la salute c’è tutto. 

Dal Report emerge inoltre che una società in cui cittadini sono più virtuosi è anche più felice, dimostrando che il benessere di ognuno di noi è legato a quello degli altri. Non solo: lo sviluppo di comportamenti virtuosi da parte dei cittadini è favorito e incentivato da un ambiente sociale e istituzionale, ma allo stesso tempo cittadini virtuosi realizzano un ambiente sociale e istituzionale più soddisfacente, creando una spirale benefica. 

Infine, uno degli elementi sorprendenti messi in luce dal World Happiness Report 2023 è che la pandemia ha portato dolore e sofferenza ma anche un aumento del sostegno sociale e della benevolenza, sottolineando così la capacità degli esseri umani di aiutarsi e sostenersi nei momenti di grave difficoltà. Un aspetto che ha contribuito alla resilienza delle persone e dei diversi Paesi di fronte all’emergenza sanitaria. Inoltre, l’esperienza col Covid è servita a molte persone per riflettere sull’importanza delle cose semplici, spesso date per scontate, e ha portato a una maggiore gratitudine. In questo contesto, la salute mentale sta assumendo sempre maggiore rilevanza, andandosi ad affiancare agli altri come fattore rilevante per la soddisfazione di vita. 

In conclusione, il World Happiness Report 2023 evidenzia l’importanza di coltivare relazioni positive con gli altri esseri umani e con il pianeta che condividiamo, partendo da una riflessione su cosa conta davvero per noi come individui e come società. La felicità quindi è un obiettivo, uno stato esistenziale che passa per l’individuo ma che non può prescindere dal benessere collettivo e dalla condivisione. 

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Mes, Italia, ratifica e riforma: cosa c’è da sapere

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L’Italia non ha ancora ratificato il Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità. Nell’ambito del quadro finanziario dell’Ue, secondo la premier Giorgia Meloni, “ci sono anche altri strumenti che sono anche più efficaci nell’attuale contesto”. Ma cos’è il Mes? Come funziona? Cosa cambia con la riforma? 

Il Mes è il meccanismo per la risoluzione delle crisi creato nel 2012 per gli Stati dell’area euro. Serve a fornire assistenza ai Paesi dell’Eurozona che hanno seri problemi finanziari; raccoglie fondi sul mercato dei capitali e mediante transazioni sul mercato monetario. Non è finanziato da denaro dei contribuenti, capitale a parte: si finanzia sui mercati, emettendo obbligazioni. 

La creazione del meccanismo può essere interpretata come un passo per ‘rimediare’ ad un’anomalia: l’Ue ha una banca centrale, la Bce, che non può essere “prestatore di ultima istanza”. 

Il ruolo del Mes è diventato primario dopo la crisi della Grecia tra il 2010 e il 2011. Il Mes ha sede a Lussemburgo, è un organismo intergovernativo (non un’istituzione Ue) e ha una capacità di prestito massima di 500 mld di euro. Dal luglio 2013 ha sostituito l’Efsf, European Financial Stability Fund, il quale ha assistito Irlanda, Portogallo e Grecia. L’Esm ha fornito assistenza finanziaria alla Grecia, a Cipro e alla Spagna. 

Lo statuto del Mes è ricalcato sul modello delle banche d’affari, come quello del Fmi, e prevede l’immunità per i suoi dirigenti. L’articolo 3 del trattato istitutivo, che rimane invariato nella riforma, prevede che le sue risorse vengano erogate “under strict conditionality” (con condizionalità rigide). 

La riforma, basata su diversi pilastri (backstop del Fondo Unico di Risoluzione, linee di credito dell’Esm, sostenibilità del debito, cooperazione dell’Esm con la Commissione Europea), si è resa necessaria per dare al Mes una serie di nuovi compiti, nell’ambito degli obiettivi approvati dai capi di Stato e di governo dell’Ue nel dicembre 2018, per completare l’unione economica e monetaria e, appunto, l’Esm (Mes). 

Dopo un lungo negoziato, è stata chiusa a fine 2019, ma non era stata approvata fino ad oggi per le difficoltà politiche dell’Italia. 

BACKSTOP – Tra questi obiettivi, c’è anzitutto il backstop , cioè la garanzia di ultima istanza, per il Single Resolution Fund (Srf), o Fondo Unico di Risoluzione: quest’ultimo è un fondo, finanziato dalle banche stesse e non dai contribuenti, che interviene per ‘risolvere’, come si dice in gergo, le banche fallite. Questa garanzia (backstop) dovrebbe essere fornita dall’Esm, con una linea di credito che fa, appunto, da garante di ultima istanza, cioè nel caso in cui l’Srf si trovi a corto di fondi. La sua esistenza dovrebbe contribuire a scoraggiare attacchi speculativi. 

L’Srf potrà fare ricorso al Mes solo in ultima istanza, cioè se avrà esaurito le sue risorse e il Single Resolution Board, che lo controlla, non fosse in grado di raccogliere risorse in altro modo. La decisione sulla concessione della linea di credito dal Mes all’Srf viene presa, sulla base di una richiesta del Srb e di una proposta del direttore del Mes, dal board dei governatori del Mes, che sono alti funzionari dei ministeri delle Finanze dell’area euro. 

La decisione del board avviene per consenso, ma se la Commissione Europea e la Bce ritengono che sia in gioco la sostenibilità dell’Eurozona, allora si può votare a maggioranza qualificata (85% dei voti espressi), secondo una procedura che esiste dal 2012 per gli strumenti di aiuto finanziario. 

LINEE DI CREDITO AGLI STATI – Il Mes ne ha a disposizione di due tipi, le Precautionary Conditioned Credit Lines (Pccl) e le Enhanced Conditions Credit Line (Eccl); la riforma punta a rendere le prime più “efficaci”. 

Le linee del Pandemic Crisis Support creato nella prima metà del 2020 per aiutare gli Stati a combattere la pandemia di Covid-19, e finora inutilizzate, non fanno parte della riforma. 

Le Pccl sono a disposizione di Stati membri dell’area euro con fondamentali economici “solidi”, ma che vengono colpiti da choc avversi al di là del loro controllo. La Pccl funziona come una polizza di assicurazione: in pratica, l’assunzione di base è che il fatto stesso che esista sia sufficiente a placare i mercati; in questo modo, non ci dovrebbe essere neanche bisogno di utilizzarla. 

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Schillaci: ‘Lavorare insieme per far tornare Ssn punto di riferimento’

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“Dobbiamo lavorare tutti insieme per far sì che il nostro sistema sanitario nazionale torni ad essere un punto di riferimento per tutti i cittadini e possa riuscire a rispondere nel miglior modo possibile alle richieste di sanità”. Lo ha dichiarato il ministro della Salute Orazio Schillaci, che ieri sera ha ricevuto uno dei premi speciali dei Life Science Excellence Awards 2022, promossi da Sics – Società italiana di comunicazione scientifica e sanitaria (Consulcesi Group) per riconoscere, e far conoscere, i migliori progetti che hanno contribuito all’eccellenza e alla trasformazione del settore della salute.  

“Il nostro Servizio sanitario nazionale vanta professionisti di altissimo livello – ha sottolineato il ministro – che hanno dimostrato tutto il loro valore durante i tre anni di pandemia. E’ giunto ora il momento di riformare il sistema sanitario nell’interesse di tutti i cittadini, affinché possa mantenere il suo carattere universalistico e per continuare a garantire le migliori cure a tutti i pazienti”. 

Oltre al riconoscimento al ministro Schillaci, sono stati assegnati altri due premi speciali. Sul palco Marco Cavaleri, responsabile Vaccini e prodotti terapeutici contro il Covid dell’Agenzia europea del farmaco Ema, per aver contribuito a mantenere rigore scientifico e serietà comunicativa circa il ruolo fondamentale che i vaccini hanno avuto nel mitigare le conseguenze della pandemia, e Monica Spada, Head of Research & Technological Innovation di Eni, che ha ritirato il premio conferito all’impegno dell’azienda anche in ottica One Health con il supercomputer HPC5, il supercalcolo al servizio dell’energia, dell’ambiente e della salute. 

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Docente diritto alimentare: “Da Governo intervento corretto su farine d’insetti”

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“Il 90% delle proposte presentate dai ministri Schillaci, Lollobrigida e D’Urso, con i decreti in materia di farine d’insetto, è compatibile con il diritto europeo. La mia opinione da tecnico è che il Governo è intervenuto sul tema in maniera corretta”. Lo afferma all’Adnkronos Salute Francesco Bruno, professore ordinario in diritto ambientale e alimentare all’Università Campus Bio-Medico di Roma. “Quando le farine di insetti per uso alimentare si sono affacciate sul mercato, l’Unione europea ha deciso di normare il settore perché già si usavano, ad esempio, per gli animali o per scopi ludici come la pesca, ma il diritto europeo richiede delle procedure precise affinché possano essere immesse in commercio per essere mangiate – avverte – Parliamo di ‘novel food’ (farina di grillo, della locusta migratoria, del verme della farina e della larva gialla) che per l’Italia sono, appunto, abbastanza nuovi, ma lo sono meno in molti Paesi Ue che hanno una fetta di popolazione immigrata o, ad esempio, in Asia dove sono mangiati da sempre”.  

L’avvocato Bruno analizza i punti principali dell’intervento del Governo sulle farine d’insetto che diventeranno 4 decreti. “Sono tre i punti su cui, da quello che ho letto sulla stampa, si focalizzeranno i decreti: obbligo di una etichetta chiara con la provenienza del prodotto e i rischi connessi al consumo, lo stop all’utilizzo di questi insetti per alcuni prodotti tradizionali e nella grande distribuzione la separazione in scaffali ‘ad hoc’. Ebbene – evidenzia – sul primo punto il Governo fa un discorso giusto: le etichette devono essere trasparenti e corrette e le informazioni devono essere messe in evidenza e non nascoste. Si interviene nel diritto europeo per ribadire che il consumatore – osserva Bruno – deve avere tutte le informazioni necessarie per una scelta consapevole quando acquista il prodotto”.  

“Nel secondo punto, oggi c’è una normativa europea che prevede un nome legale per ogni alimento, ad esempio il latte deve essere fatto con il latte altrimenti devi scrivere latte di soia e così vale per la pasta: se viene fatta con la farina di insetti, non puoi scrivere solo pasta. Non è possibile vendere pasta con farina di insetto – spiega il giurista – Qui il Governo sottolinea la peculiarità dei prodotti italiani, ad esempio Dop o Igp che però già oggi non prevedono nei disciplinari le farine di insetto. La terza indicazione è più problematica perché la normativa europea non prevede scaffali separati nella grande distribuzione, esclusi i prodotti senza glutine. Quindi – avverte – il profilo della destinazione separata che vuole dare il Governo potrebbe suscitare qualche perplessità in Europa”.  

C’è anche un altro fronte che è stato più volte attenzionato dal ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida, quello della carne sintetica. C’è necessità di un intervento normativo da parte dell’Italia? “Siamo ancora in alto mare e mi pare che la bolla scoppiata con il Covid e le tante start-up nate per sviluppare la carne sintetica si sia un po’ sgonfiata – risponde Bruno – E poi non è un ‘novel food’, siamo lontani rispetto al momento che l’Europa li normi”.  

Mentre “c’è una zona grigia a livello di regolamenti europei sui probiotici e prodotti funzionali – precisa Bruno – Ci sono caratteristiche dell’alimento che vanno verificate, non si possono scrivere indicazioni salutistiche in libertà, ma va chiesta autorizzazione all”Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). In ogni caso le indicazioni sono solo nutrizionali, ovvero se ci sono meno grassi. E’ una zona grigia – conclude – su cui, forse, servirebbe un maggior intervento normativo”. 

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Da VUCA a BANI, un cambio di prospettiva essenziale per i leader del futuro

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Milano, 24 Marzo 2023. La Pandemia di Covid-19, il triste ritorno della guerra in Europa, la crisi della supply chain, la crisi energetica, il cambiamento climatico: stiamo vivendo in un mondo che è sempre più attraversato da trasformazioni radicali, in cui non esistono più relazioni causa-effetto e in cui fenomeni apparentemente slegati portano a conseguenze non prevedibili su scala globale.  

Spesso, per descrivere questo contesto in modo efficace, si fa riferimento all’ambito delle emozioni per sottolineare come, circondati come siamo dall’Incertezza con la I maiuscola, come esseri umani ci sentiamo sopraffatti, ansiosi, disorientati. 

Tutti questi elementi hanno determinato, accelerando un processo già in corso, il passaggio definitivo da uno scenario VUCA a uno scenario BANI: quest’ultimo è sicuramente in grado di rappresentare meglio l’incertezza e la volatilità del contesto nel quale ci muoviamo, considerando non più solo i fattori esterni all’azienda ma anche le caratteristiche interne dei sistemi tecnologici emergenti. Soprattutto, il modello B.A.N.I, introduce il piano emozionale come nuova prospettiva con cui osservare e agire per risolvere i problemi, all’interno di qualsiasi organizzazione, società, azienda. 

In questo contesto, l’obiettivo diventa fornire gli strumenti per affrontare e guidare i cambiamenti, percependoli come opportunità di perfezionamento e non come minaccia incontrastabile. 

Come BANI prepara ad affrontare le sfide offrendo una chiave di lettura più attuale
 

Il modello VUCA (Volatility, Uncertainty, Complexity, Ambiguity) è stato introdotto per la prima volta nel mondo militare per descrivere un ambiente operativo caratterizzato da incertezza, imprevedibilità e complessità. Successivamente, il modello è stato adottato anche nel mondo del business per descrivere un’arena competitiva in rapida evoluzione, senza alcuna distinzione riconducibile al settore. Tuttavia, questo schema teorico presenta alcune limitazioni, dato che si concentra principalmente sulle caratteristiche del background esterno e non tiene conto delle peculiarità dei sistemi e delle tecnologie che le organizzazioni utilizzano per affrontare l’ambiente VUCA. 

Il modello BANI (Brittle, Anxious, Non-linear, Incomprehensible), invece, si concentra sulle qualità interne dei sistemi e degli strumenti emergenti, mettendo in evidenza la loro fragilità, imprevedibilità, complessità e difficoltà di comprensione. Non solo, però: introduce, rispetto al precedente schema, l’osservazione del flusso di eventi da un punto di vista emozionale, che giustifica il disorientamento dell’uomo all’interno di uno stato di incertezza e individua nelle soft skills una possibile soluzione. Il modello BANI, inoltre, rappresenta un’evoluzione sostanziale del modello VUCA, ponendo l’attenzione sui fattori interni che hanno come scopo quello di influenzare la capacità delle organizzazioni di adattarsi ed innovare. 

Infine, per aiutare le aziende a comprendere meglio le sfide e le opportunità del futuro, il modello BANI mette in guardia queste ultime contro l’eccessiva fiducia nelle tecnologie emergenti, incoraggiandole a valutarne attentamente pro e contro prima di renderle operative a tutti gli effetti. 

BANI rappresenta un’evoluzione di pensiero che i manager a tutti i livelli devono accogliere per affrontare le sfide più importanti
 

Il modello BANI è stato introdotto, dunque, per sopperire ai limiti presenti nello schema VUCA andando così a descrivere gli attributi delle tecnologie emergenti e dei sistemi sociali che le accompagnano, senza dimenticare l’importanza del ruolo giocato dalle emozioni nella gestione di un’organizzazione e in generale anche nel mondo del Business. 

Più nello specifico, l’acronimo BANI sta per “Brittle, Anxious, Non-linear, Incomprehensible”, ovvero: 

•Brittle: si riferisce alla fragilità e alla scarsa resilienza di alcune infrastrutture nascenti, che possono funzionare correttamente solo in determinate condizioni e sono soggette a fallimento in caso di cambiamenti o sfide improvvisi. 

•Anxious: sottolinea la natura ansiosa e imprevedibile di alcune tecnologie. Ad esempio, quelle basate sull’intelligenza artificiale e sull’apprendimento automatico sono influenzabili da errori di dati o da mutamenti riconducibili al loro ambiente di utilizzo, fattori che possono portare a risultati imprevisti o indesiderati. 

•Non-linear: caratteristica relativa alla natura complessa e non lineare dei sistemi tecnologici in questione, che possono mostrare comportamenti imprevedibili e le cui risposte a input o eventi esterni sono difficili da valutare con precisione. 

•Incomprehensible: si riferisce alla difficoltà di interpretazione a cui si può andare incontro, poiché spesso gli algoritmi sono decisamente complessi e le decisioni si basano su grandi quantità di dati. 

In generale, il modello BANI, oltre ad essere stato formulato in un periodo storico più attuale, mira a individuare delle opportunità di risposta che poi le figure manageriali potranno applicare a un determinato stato di salute aziendale: in un contesto di fragilità, ansia, non-linearità ed incomprensibilità è possibile contrattaccare con qualità umane come l’empatia, la flessibilità e la trasparenza rimettendo, di conseguenza, la figura umana al centro del progetto e del mondo del lavoro. Il cambio di mentalità a cui sono chiamati i vertici aziendali si basa principalmente sulla resilienza e l’intuizione che possono essere in grado di mettere a disposizione delle organizzazioni per trasformare le difficoltà in occasioni favorevoli. 

Da VUCA a BANI: il cambio di prospettiva spiegato da Andrea Ruscica, Presidente e Strategy Lead di Altea Federation
 

Un leader che ha saputo affrontare nel migliore dei modi il passaggio da modello VUCA a BANI è Andrea Ruscica, Presidente e Strategy Lead di Altea Federation, In occasione del suo intervento al Biella Digital Forum, Ruscica ha avuto modo di offrire un nuovo punto di vista in merito, dedicando particolare attenzione al concetto di Antifragilità. 

“Antifragile– ha sottolineato Andrea Ruscica – è un sistema che non solo non si rompe, non solo rimbalza, non solo si adatta, ma si evolve. E’ un sistema che coglie l’occasione di una grande fonte di stress esterna per non ritornare più allo stato iniziale antecedente alla perturbazione, ma di progredire. Tantissime realtà italiane hanno adottato questa attitudine in momenti di difficoltà finendo per ripensarsi: dai modelli organizzativi, a quelli inerenti le tecnologie e l’interazione con i loro clienti”. 

Andrea Ruscica è diventato uno dei più esperti portavoce del cosiddetto “Umanesimo Digitale”, utilizzato per riferirsi al periodo storico che stiamo vivendo e per sottolineare come lo scopo della tecnologia deve essere quello di migliorare la vita dell’uomo, e non viceversa. In questo contesto, la sfida cui siamo chiamati è quella di essere “ancora più umani”, enfatizzando quelle caratteristiche che nessun robot potrebbe mai eguagliare. A tal proposito, Ruscica ha commentato così il ruolo dei professionisti rispetto al modello BANI: “Dobbiamo sempre ricordarci che le emozioni guidano le persone e che le persone guidano le performance. Ecco perché occorre connettersi sul piano emozionale e puntare sulle sei caratteristiche dell’uomo che nei prossimi 50 anni non potranno ancora essere superate dall’intelligenza artificiale: creatività, intuito, empatia, apprendimento continuo, saggezza ed etica. Sei valori che rappresentano la massima espressione dell’umanità in qualsiasi contesto aziendale e non. L’obiettivo è potenziarne le conoscenze per raggiungere un livello più alto di qualificazione e adottare nuovi modelli ibridi di lavoro mindset-technology”. 

Andrea Ruscica, alla domanda “Come un imprenditore può mettere in atto un cambiamento di questo tipo e riuscire ad avere tutte le persone allineate all’obiettivo ed alla strategia?”, ha risposto: “Il primo passo è quello dell’education, lavorando sulle basi della consapevolezza con la propria squadra. Partendo da programmi di apprendimento sulle capability tecnologiche di un settore, si sfocia poi nella seconda fase, ossia la sperimentazione: provare a adottare situazioni innovative con perimetri limitati e budget contenuti in modo da generare spunti di valore.  

“Sarebbe opportuno – ha concluso Ruscica – declinare annualmente giornate di questo tipo poiché si scatenano reazioni positive all’interno dei team e il management può capire il grado di rispondenza dell’organizzazione a questi stimoli. Si può tornare ad avere un’anima aziendale human-driven, infine, anche grazie ad approcci come il reverse mentoring, in cui sono i giovani professionisti ad avere un ruolo di prim’ordine nei processi decisionali”. 

Responsabilità editoriale: TiLinko – Img Solutions srl 

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Coronavirus

Unesco, Vissani: “Candidatura cucina italiana ci riscatti dai danni subiti con Covid”

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“E’ una ottima notizia, non posso che esserne felice e spero che sia anche un riscatto per i grossissimi danni che noi della ristorazione abbiamo subito durante la pandemia di Covid”. A dirlo all’Adnkronos è il celebre chef e ristoratore italiano Gianfranco Vissani, che commenta così la decisione del governo di dare l’ok alla candidatura della cucina italiana come bene patrimoniale immateriale dell’Unesco. “I danni sono tanti e stiamo cercando di uscirne -spiega subito Vissani- Ce la stiamo mettendo tutta, la clientela è tornata ma, per il momento, solo dal giovedì alla domenica si lavora come un tempo”.  

Nel merito della decisione del Ministero della Cultura insieme al Ministero dell’Agricoltura di candidare la cucina italiana a patrimonio dell’umanità, lo chef sottolinea: “Mi fa piacere perché la decisione premia tutto quello che abbiamo sempre portato avanti sul valorizzare le nostre tradizioni, perché l’innovazione sì, ma la gente non mangia più con tutti questi sottovuoto, basse temperature, gli ultrasuoni, i sifoni, l’azoto… questa non è più cucina”. Nello specifico, auspica Vissani, “mi auguro che si valorizzi e venga premiata la cucina territoriale, non quella regionale. Regioni estese come la Lombardia, o la Campania -precisa- hanno delle tradizioni molto differenti tra loro. Lodi, per intenderci, non fa quello che fanno in Brianza”. 

E a proposito delle novità sul fronte alimentare, lo chef commenta anche l’entrata in scena delle farine di insetti, come quella di grillo, regolamentate recentemente dall’Europa e ieri attraverso quattro decreti del Governo. “Mah, io le ho provate, alla fine quello che posso dire è che è cambiato il mondo”, dice Vissani. “Tra l’altro il quantitativo di farina di grillo, che non costa nemmeno pochissimo, è limitato, bisogna aggiungere nelle ricette in ogni caso la farina ‘normale'”. E il sapore? Lo chef umbro fa una pausa, poi azzarda un paragone colorito dei suoi: “E’ come quando c’è una donna bella e una donna brutta: alla fine, lì sotto sono tutte uguali”, scherza. 

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Coronavirus

Salutequità, nel 2022 quasi 9 mln visite in meno rispetto a pre-Covid

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L’effetto Covid sta progressivamente rallentando e il Ssn nel 2022 ha recuperato i livelli di prestazioni erogate del 2019, ma restano sempre più indietro le persone che hanno bisogno di visite per giungere a una diagnosi o per controllare patologie o condizioni pregresse. E l’Istat certifica che si ricorre sempre di più al portafoglio per superare le liste d’attesa: aumenta chi ha pagato interamente a proprie spese sia visite specialistiche (dal 37% del 2019 al 41,8% nel 2022) sia accertamenti diagnostici (dal 23% al 27,6% nel 2022). 

Rispetto all’anno pre-Covid mancano all’appello ancora quasi 3,4 milioni di prime visite (-15,5%) per raggiungere i circa 22 milioni del 2019 e oltre 5,5 milioni di visite di controllo (-17%) per eguagliare gli oltre 32,5 milioni sempre del 2019. A mostrarlo sono i dati pubblicati da Agenas, elaborati dall’Osservatorio di Salutequità, che evidenzia dunque come manchino ancora all’appello nel 2022 rispetto al 2019 circa una prestazione di specialistica ambulatoriale su 10, escludendo gli esami di laboratorio, a livello nazionale.  

“E’ grave e preoccupante che nel 2022 la capacità di presa in carico del Ssn dei bisogni di salute dei cittadini sia ancora inferiore a quella pre-pandemia – commenta Tonino Aceti, presidente di Salutequità – Infatti, tutto questo accade a fronte di circa 1 miliardo stanziato tra il 2020 e il 2022 dallo Stato proprio per il recupero delle liste di attesa, ma per una buona parte ancora non speso dalle Regioni, mentre i cittadini sono costretti a mettere mano sempre più al portafoglio per curarsi. Il recupero delle liste di attesa attraverso l’utilizzo delle risorse pubbliche stanziate, anche con l’ultima Legge di bilancio, deve diventare elemento centrale di misurazione e valutazione ai fini Lea dell’operato delle Regioni – sottolinea – Ad oggi però questo praticamente ancora non accade”. (segue) 

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